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Attenzione media informazione

Organizzazione giornalistica 2.0

Gli editori si domandano come dare ai loro giornali un modello di
business che stia in piedi. E pensano di vendere le notizie online. I
commenti a un post su
questo argomento – che parlava di come gli editori non abbiano mai
venduto le notizie in precedenza, ma abbiano venduto altro – sono molto
stimolanti. Federico Bo sottolinea le conseguenze della rete sull’organizzazione giornalistica.

A
questo proposito, va detto che la rete ha cambiato la produzione di
notizie in modo profondo. La ricerca online è diventata, specialmente
in alcuni settori più avanzati, necessaria per migliorare qualunque
pezzo si scriva per un giornale. Ed è chiaro che la disponibilità
gratuita dei giornali altrui serve ai giornalisti di ogni testata per
approfondire l’argomento prima di scriverne.
Di
fatto, conferire le notizie all’ecosistema dell’informazione in forma
gratuta, migliora la conoscenza diffusa. E dunque migliora anche la
conoscenza di coloro che producono informazione. E’ come la ricerca
scientifica: si mette in comune quello che si sa per poi aggiungere un
pezzetto di conoscenza in più, oppure rielaborare quella che esiste già
in forma nuova. (Naturalmente anche nel giornalismo c’è chi
semplicemente copia).
Se tutti gli editori
volessero impedire la condivisione gratuita delle informazioni prodotte
dai loro giornali, di fatto impoverirebbero l’ecosistema
dell’informazione dal quale i loro stessi giornalisti attingono per
migliorare il loro lavoro. Ne risulterebbe un peggioramento della
qualità o un aumento dei costi.
Il problema
non è ovviamente risolto con queste osservazioni. Anche perché,
appunto, non è risolto il tema di chi semplicemente copia. Ma queste
osservazioni consentono di aggiungere un elemento al dibattito: se si
facessero leggere le notizie gratuitamente come ora, pensando a far
pagare eventualmente nuovi servizi di informazione a valore aggiunto
che oggi non esistono, forse si potrebbe ottenere un risultato più
soddisfacente.
In generale, la consapevolezza
del valore di un ricco ecosistema dell’informazione porterebbe a
ripensare in modo collaborativo la relazione organizzativa all’interno
delle redazioni, tra diverse redazioni giornalistiche, cittadini che
contribuiscono all’informazione. I modelli di business dovrebbero
invece essere ricercati a livello di piattaforme e di servizi a valore
aggiunto. Ma questa è un’altra storia…

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  • A me il problema continua a sembrare trovarsi all’inizio. Mentre riesco a vedere un mercato per le opinioni sulle notizie e l’aggregazione delle notizie, tutto questo presuppone che le notizie arrivino da qialche parte.
    Con tutta la buona volontà, il “giornalismo dal basso” semplicemente non ce la può fare, un po’ per ragioni pratiche – come fai ad avere notizie dirette su quanto accade in Madagascar? – un po’ perché anche ammesso che qualcuno invii le informazioni non è affatto detto che siano utilizzabili; non ci si può improvvisare raccoglitori di informazioni.

  • il tema dei servizi a valore aggiunto è fondamentale secondo me.
    Ma quali però?
    Quale valore aggiunto si può aggiungere a una notizia?
    Forse un approfondimento di un Solone di ruolo (detto in senso buono si intende) che spieghi la notizia e dia delle informazioni che la rendono più intellegibile?
    E quanto si è disposti a pagare per questo Solone di ruolo?
    Il modello Freemium per la notizia può essere una soluzione forse ma la parte premium deve essere accettata come valida da un gran numero di persone, una bella sfida direi…

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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