Basta con il panico dei giornali

Non è certo con il panico che gli editori e i giornalisti possono reagire costruttivamente alla crisi. Anche se i fatti non sono facili da digerire, l’unica strada è comprendere sul serio la situazione che si sta creando, costruire una visione del servizio che il giornalismo può svolgere nella società e innovare con coraggio per arrivarci.

Su questa strada vanno avanti le iniziative, le proposte intellettuali, le discussioni.

Steven Berlin Johnson fa un riassunto della conversazione seguita al suo discorso di Austin. Il suo contributo è gratificante per il “tenutario” di questo blog: perché è basato sulla metafora dell’ecosistema dell’informazione. Il centro della discussione è intorno al modello di business emergente per il giornalismo. E le proposte che emergono sono piuttosto interessanti.

E cita tra gli altri le idee sull’economia del giornalismo locale futuro di Jonathan Weber: “As a four-year veteran of a journalism-driven local online media
start-up, I believe there’s a very viable business formula that’s
actually quite simple, and here today: take advantage of new tools and
techniques to cover the news creatively and efficiently; sell
sophisticated digital advertising in a sophisticated fashion; keep the
Web content free, and charge a high price for content and interaction
that are delivered in-person via conferences and events. And don’t
expect instant results”.

Guido Romeo, intanto, descrive un’interessante iniziativa di alcuni giornalisti d’inchiesta americani che si mettono in proprio per servire direttamente grandi clienti che vogliono informazioni profonde su argomenti complessi.

In effetti, i servizi giornalistici non sono necessariemente destinati a essere pubblicati su giornali. E i singoli giornalisti possono sviluppare l’espressione delle loro scoperte in molti modi. Alcuni dei quali possono certamente essere tali da meritare un pagamento. Dai report per singoli lettori al racconto teatrale delle loro scoperte… Purché sappiano ben mantenere la barra sull’indipendenza della ricerca che conducono.

Ma per i notiziari gratuiti che si pagano con la pubblicità il tema è quello di migliorare il modello. E vale la pena di pensare anche all’evoluzione della pubblicità. Perché non può essere la sua lentezza a rallentare tutto il processo.

La pubblicità non sarà sempre la ripetitiva occupazione di spazi riservati nei notiziari. Diventerà parte del flusso innovativo e creativo. Le novità nella forma espressiva della pubblicità non possono essere soltanto legate alla sua invasività. Devono essere piuttosto concentrate sulla qualità delle proposte creative, per andare verso inserzioni divertenti, intriganti, ispirative.

Inoltre, specialmente nel settore della stampa locale ma non necessariamente soltanto in quel settore, la pubblicità potrebbe fondersi nella vendita: inserzioni che conducono a un servizio molto più attivo per il cliente, persino appunto a una vera e propria vendita, dovrebbero avere molto più valore. E rivelarsi molto più adatte a sostenere i media che le ospitano.

Insomma. Basta panico. Meglio cominciare a pensare davvero.

Alcuni post precedenti
Salvataggio pubblico dei giornali
I soldi dei giornali
Senza giornalisti

Comments

4 Comments so far. Leave a comment below.
  1. Marco,

    Bello. Giusto. Cristallino, Sacrosanto. Vero. Da girare immediatamente ai giornalisti del Gruppo Class, a quelli dell’Unità e ai collaboratori del Sole 24 Ore.

  2. Sascha,

    Mi piace la frase ‘keep the web content free’. Può essere letta con due significati diversi: ‘tenere il web vuoto di contenuti’ e ‘tenere i contenuti del web gratuiti’. Però alla fine, in effetti, potremmo ottenere entrambi i risultati: contenuti zero e gratis…

  3. Per carità, è normale che chi vive di editoria si stia preoccupando della situazione attuale e delle evoluzioni che sembrano promettere chiari di luna atroci, però… però l’editoria stessa sembra non voler fare nulla per aiutarsi, anzi.
    In un contesto come quello attuale, il giornalismo dovrebbe puntare solo ad aumentare la propria autorevolezza, la propria credibilità, anche a costo di schierarsi contro chi detiene i potere.
    In questo senso credo sia emblematico questo intervento di Travaglio: http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/2009/03/26/balla_a_balla.html

  4. Marco,

    Davide, ma il giornalismo E’ una parte del “potere”… Devo sempre rimandarvi a rileggervi Maupassant ? Come diceva il mio maestro, gli attacchi al “potere” sono sempre attacchi al “potere” di una frazione della classe politica commissionati (oppure semplicemente “indicati”, frutto di una “direttiva”, non di un “ordine”) da un’altra frazione. Prova tu stesso ad attaccare il “potere” senza l’appoggio di un altro pezzo di “potere”.

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