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Salvataggio pubblico dei giornali

Non sta in piedi l’idea che i giornali siano salvati dall’autorità pubblica. Non si può fare informazione indipendente come dipendenti dello stato. Anche se in America ne stanno parlando (e Jeff Jarvis lo critica duramente, via Felice). E anche se in Italia le dinamiche stato-mercato restano vagamente immature (sì, l’understatement non mi dispiace…).

A parte gli scherzi, i salvataggi in questo periodo possono essere visti come una soluzione immediata agli effetti dolorosi dei cambiamenti in atto. Ma non sono un modo per evitare i cambiamenti fondamentali. Dei quali bisogna pur prendere atto. Non per lamentarsene. Per coglierne l’opportunità.

Un lato particolare della discussione americana è peraltro interessante: l’idea che i giornali non debbano essere necessariamente condotti da aziende orientate al profitto. Non deve essere vietato che lo siano, naturalmente. Ma se alcuni giornali fossero sane organizzazioni non profit non ci sarebbe forse nulla di male.

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  • CIRCOLO VIZIOSO
    Concordo con l’ultima frase… che le grandi case editrici siano delle Spa multinazionali (le prime due italiane lo sono) inquina la logica della diffusione dell’informazione.
    Non basta un’Iva semplificata, occorre depurare queste strutture dalla logica delle borse.
    Però, a ben pensarci, questo è possibile solo con un pesante intervento statale…

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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