Home » innovazione » Scenari macroeconomici. Responsabilità macropolitiche. Immaginazione e potere
innovazione partecipazione perplessità Post visioni

Scenari macroeconomici. Responsabilità macropolitiche. Immaginazione e potere

Un ragionamento semplice. In piena umiltà. Ma per ragionare su dove siamo. Nella speranza che i commenti qui o sui social aiutino a capire meglio.

Situazione congiunturale

Siamo in una fase di politica economica espansiva. È una politica comprensibile dopo la drrammatica recessione del 2020 causata dalla decisione di chiudere l’economia per salvaguardare le strutture sanitarie dal picco di richieste di ricoveri dovuto alla pandemia.

Analisi

Una manovra giusta deve anche essere compatibile con gli obiettivi di stabilità a lungo termine dell’economia. In questo momento, la compatibilità è garantita dai tassi di interesse minimali e dall’acquisto di titoli di debito pubblico da parte della banca centrale. L’indebitamento degli stati e dell’Unione non costa nulla. Dovrà essere ripagato ma è evidente che lo si potrà ripagare, visto che la manovra riuscirà a rilanciare la crescita.

Domanda 1

Per quanto tempo il tasso di interesse e la politica della banca centrale consentiranno alla politica espansiva di essere compatibile con la stabilità finanziaria del sistema?

Osservazione

Ovviamente il basso tasso di interesse – soprattutto il basso spread dei paesi molto indebitati – e la politica della banca centrale non sono variabili indipendenti tra loro. Si possono spiegare insieme riferendosi al tasso di inflazione atteso dalla banca centrale.

Domanda 2

La politica espansiva degli stati e dell’Unione – con aumento massiccio di indebitamento – finirà prima che la banca centrale decida di far cessare la sua politica attuale di acquisto dei titoli di debito pubblico e prima che i tassi aumentino?

Osservazione

La banca centrale ha tra i suoi obiettivi un’inflazione stabile nel lungo termine intorno al 2%. Se dovesse ritenere che l’inflazione sia destinata a essere superiore stabilmente al 2%, potrebbe decidere di cessare la sua politica espansiva attuale.

Situazione strutturale

La serie di crisi del nuovo millennio ha messo in evidenza la debolezza delle politiche impostate sull’idea di ridurre progressivamente l’impegno dello stato nell’economia per affidare sempre più spazi decisionalii al mercato inteso come unico sistema informativo valido per prendere decisioni economiche efficienti. Lo stato è stato chiamato a prendere decisioni fondamentali dopo il 2008 e a prendere in mano quasi completamente l’economia nel 2020. L’errore era pensare che ci fosse un trade off tra stato e mercato quando al fondo non c’era altro che una richiesta di politiche neoliberiste da parte del capitalismo occidentale.

Il potere acquisito dal capitalismo è forse simbolicamente sintetizzato in un fatto scandaloso del 2020.

Ruchir Sharma, chief global strategist a Morgan Stanley Investment Management (Financial Times e Financial Review) ha fatto notare che, mentre gli stati spendevano 9 mila miliardi di dollari per contenere la recessione, i 2.700 miliardari del mondo hanno visto aumentare la loro ricchezza di 5 mila miliardi. Mentre l’economia non reagiva all’afflusso di denaro pubblico, la finanza assorbiva i soldi e arricchiva i ricchi. Un fenomeno fisiologico in un sistema malato.

(Tra parentesi, un dato per avere le proporzioni. Secondo la Iea, gli investimenti necessari per abbattere la produzione di CO2 nell’energia entro il 2050 deve arrivare a 4mila miliardi)

La domanda necessaria non è di poco conto: il 2020 è un nuovo inizio, l’avvio di una nuova civilizzazione? Oppure la resistenza del vecchio sistema di potere impedirà il cambiamento generando un degrado ulteriore? Oppure semplicemente si rivelerà un passaggio inutile che lascerà tutto più o meno come prima?

La questione è semplice da porre e difficile da risolvere. Quali sono le conseguenze a lungo termine dell’esperienza fatta con la pandemia in termini di macroeconomia? C’è armonia tra le intenzioni implicite negli interventi congiunturali e gli obiettivi strutturali? In parole povere: i sacrifici e le ansie di questi giorni saranno ripagati con un maggior benessere futuro, maggiore giustizia sociale, migliore ambiente? Per non imbarcarsi in un’analisi impossibile per complessità e diversità di situazioni geo-economiche, si può tentare di rispondere con l’attenzione concentrata sull’Italia. E già così è quasi impossibile.

La finestra per l’Italia

Quanto tempo durerà la fase attuale e quando arriverà la resa dei conti? Chi deve fare cosa? Con quale spirito? Stiamo discutendo delle cose giuste?

Di sicuro il 2020 è stato uno di quegli anni che si ricorderanno con l’aggettivo “orribile”. Le morti, la disperazione, la clausura, la moltiplicazione dei poveri, dieci volte più dei morti, in Italia. Lo stato ha immesso denaro, l’economia ha continuato a peggiorare ovviamente, perché le persone erano chiuse in casa, intimorite dall’allarme pandemico, dalle multe per chi disobbediva e, talvolta, dalla consapevolezza dell’importanza di ciò che stava succedendo.

Non è stata una crisi qualunque. Ha mostrato che era necessario riprogettare il sistema, a fondo. La sanità, la scuola e il sistema dell’accesso alle esperienze culturali fondamentali, cioè le infrastrutture essenziali per l’epoca della conoscenza, si sono dimostrate insufficienti ad affrontare la difficoltà. Si è giustamente lodato l’eroismo delle persone: era necessario proprio per l’insufficienza delle strutture. E poi ci si è resi conto che i giovani sono penalizzati in modo imperdonabile. Le donne quasi da sole pagano il prezzo della disoccupazione. Il fisco è ingiusto: penalizza il lavoro e favorisce le rendite. La giustizia civile è troppo lenta: spesso penalizza gli onesti e favorisce i furbi. La burocrazia regionale e nazionale non si aiutano reciprocamente.

L’efficienza tanto perseguita nei decenni precedenti si è rivelata un obiettivo sbagliato: si scopriva che era necessario piuttosto avere sistemi capaci di imparare dalle difficoltà e migliorare durante le crisi.

Oggi stiamo spendendo bene, si spera, anche se in infrastrutture un po’ tradizionali. La crescita si vede. E ci mancherebbe altro. Ma è una finestra essenziale anche per fare le riforme che qualifichino l’esperienza fatta e riconducano il sistema in una direzione sostenibile. Perché prima o poi questa finestra si richiuderà.

Quando? Un anno? Due anni? Tre anni? L’inflazione si è fatta notare negli Stati Uniti. Quasi tutti pensano che sia un momento e non un fenomeno stabile. Ma quanto ci vuole perché le materie prime, i microprocessori, i monopoli che si sono formati in questo periodo, si muovano nella direzione di generare motivi di inflazione stabile? Di fronte a questa, la deflazione digitale che abbatte i costi di intermediazione e precarizza il costo di chi lavora con mansioni molto operative, può continuare a calmierare l’inflazione? Se durante questa fase di espansione la maggior parte dei soldi va ai ricchi e ai monopolisti c’è da scommettere che il potere del capitalismo e le conseguenti tensioni sociali, insieme ai prezzi delle materie prime, alimenteranno timori di inflazione. A un certo punto la banca centrale deciderà di cambiare direzione. A quel punto i giochi saranno fatti. Se l’Italia avrà fatto le riforme ne godrà i frutti. Ci sarà stata un’espansione del Pil – al fino al 2026 – del 3.6% o 4%. Ma il debito sarà elevatissimo. Se non si saranno create condizioni di crescita indipendenti dai soldi pubblici – con attrazione di investimenti dall’estero, forte crescita delle esportazioni, investimenti in innovazione e startup, investimenti in ricerca ed educazione, impegno per la giustizia sociale e la creazione di lavoro di qualità – il debito farà arrivare gli speculatori come sciacalli. E questi si spolperanno l’Italia.

Per l’importanza del momento che attraversiamo, o gli aspetti congiunturali e quelli strutturali si sincronizzano, oppure ci si avvia verso una condizione ancora più difficile.

Photo by Ivan Aleksic on Unsplash

Commenta

Clicca qui per inserire un commento

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

Video