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La pandemia è una frattura, o solo una rottura? Una lettura: Fareed Zakaria

E dunque questa crisi pandemica è una frattura storica o soltanto un grande disturbo che pone in pausa la normalità in attesa di un suo ritorno? Apparentemente si tratta di un cambio di registro piuttosto profondo. E nello stesso tempo la mancanza di un’alternativa progettuale ben caratterizzata rischia di condannare all’ambiguità questo passaggio storico. Ma la prima ipotesi è che, progettata o no, si apre una nuova epoca. Per Maurizio Ferraris, la ricerca su quello che viene dopo la pandemia può andare sotto il concetto-ombrello di “studi post-coroniali”: il gioco di parole suggerisce che per pensare al dopo coronavirus occorre riconoscere un salto paradigmatico simile a quello che si è manifestato quando la storia è entrata nell’epoca post-coloniale.

Ma occorre fare un po’ di distinzioni. Chi ritiene che l’accelerazione dell’adozione digitale sia stata un fast-forward, un salto in avanti in un futuro che comunque inevitabilmente sarebbe arrivato manifesta la convinzione che il progresso tecnologico non possa cambiare se non nei tempi della sua realizzazione. Non è così, probabilmente. La direzione, la velocità, la forma dei risultati sociali dell’innovazione tecnologica non sono scritti in anticipo, ma co-evolvono con una quantità di fenomeni in un sistema complesso. Che non a caso si definisce ecosistema dell’innovazione. Il mondo post-coroniale non è probabilmente il mondo che ci sarebbe stato tra cinque anni ma giunto con un lustro di anticipo.

La co-evoluzione può accorciare il destino di fenomeni che sembravano protesi a durare a lungo e aprire strade improbabili per la ricerca delle possibilità alternative. Se per esempio il sistema di pensiero neo-liberista resisteva alle crisi che esso stesso provocava – compresa quella incredibilmente autoreferenziale del 2007-2008 – per una sorta di effetto-rete che lo aveva indissolubilmente legato al funzionamento di una quantità di istituzioni, di narrazioni, di letture statistiche della realtà, e così via, si può sostenere che la pandemia abbia creato le condizioni per tagliare decisamente con questa filosofia? Il neoliberismo è strutturalmente utile alla conservazione del potere nel capitalismo, ma sembra anche collegato alla crescente disuguaglianza che allontana le condizioni di vita di chi sta in alto e chi sta in basso nella piramide della ricchezza economica. Il suo funzionamento è stato basato sull’idea che si dovesse progressivamente ridurre il ruolo dello stato e aumentare quello del mercato. Già la citata crisi del 2007-2008 era stata conclusa con un massiccio intervento dello stato, che però non si era tradotto in un nuovo paradigma. Ma la crisi del 2020 sembra orientata a mettere più profondamente in discussione l’assunto neoliberista della riduzione dello stato.

Fareed Zakaria ne scrive in “Ten Lessons for a Post-Pandemic World” (Norton 2020). Dice Zakaria che i mercati non sono certo sufficienti a risolvere il problema di una pandemia. In realtà, non c’entrano quasi per niente con la soluzione del problema della pandemia. Quello che c’entra è un’idea di società per il dopo pandemia, una pratica motivata di solidarietà tra generazioni, una concezione dell’intervento pubblico nell’economia come “investimento” e non più come “spesa”. La ridistribuzione della ricchezza torna al centro dell’agenda. Zakaria lo dimostra citando le opinioni degli organi di stampa tradizionalmente neoliberisti, come il Financial Times, e le opinioni espresse nei sondaggi dagli americani e dagli inglesi. Nell’anno successivo all’uscita del suo libro avrebbe visto all’opera l’amministrazione di Joe Biden che sembra proprio andare nella direzione indicata di una chiara azione redistributiva. Senza il tabù dell’aumento dell’imposizione fiscale per le multinazionali che nel paradigma neoliberista hanno fatto ciò che hanno voluto con il loro contributo alla società. I cambiamenti però non sono solo questi. Ci sono trasformazioni di fondo nella struttura della globalizzazione, ci sono accelerazioni – appunto – della digitalizzazione, ci sono ulteriori motivi di distanziamento tra ricchi e poveri. Niente è scritto dice Zakaria anche perché ci vuole una forma di collaborazione internazionale tutta da verificare.

Forse il lavoro che va fatto per contrastare l’effetto del cambiamento climatico può essere una premessa per questa collaborazione.

Ma si osservano anche segni di continuità significativa. Per esempio, il successo delle borse è pazzesco. Mentre dal 2008 il Pil mondiale è salito di 20mila miliardi di dollari – con paesi che come l’Italia non sono cresciuti per niente e altri che hanno sostenuto tutta la crescita – la capitalizzazione delle borse è salita di 71mila miliardi di dollari! L’economia finanziaria, territorio di caccia privilegiato del capitalismo, è andata a una velocità più che tripla rispetto all’economia reale. Di sicuro, la facilità con la quale le banche centrali hanno “stampato” moneta spiega in parte questa crescita. Ma di certo questo fenomeno è la premessa di una tenuta anche del sistema finanziario speculativo e del potere del capitalismo che polarizza la ricchezza, aumenta le disuguaglianze e favorisce le tensioni sociali.

La ricerca “post-coroniale” non si ferma soltanto alle questioni economiche. Ci sono salti logici nella gestione dell’ambiente, che da residuale diventa centrale nella policy di grandi parti del mondo. Ci sono preparativi per grandi cambiamenti nella progettazione delle città e del territorio destinato all’agricoltura. Ci sono temi enormi da affrontare nelle relazioni demografiche tra i paesi nei quali la popolazione giovanissima ancora cresce nella povertà e i paesi nei quali la popolazione decresce e invecchia nella ricchezza. E ci sono i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro resa possibile dalla tecnologia digitale reinterpretata in piattaforme ibride, con nuovi spazi per la routine e per la creatività.

Il mondo post-coroniale non è scritto. Ma cominciano a emergere progettualità che negli ultimi decenni del neoliberismo erano state schiacciate nell’ideologia dell’innovazione senza direzione prevalente in quel contesto. Ora qualcuno non ha più timore a chiedersi “quale società vogliamo?”

Il bene comune non è più un obiettivo astratto.

Vedi:

Fareed Zakaria Looks at Life After the Pandemic, New York Times

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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