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Progetto per il discernimento. Francesco Sacco, economista. Conversational IT

In principio era la linea di comando. Agli albori dell’informatica il suo avvento è stato una rivoluzione e l’inizio della rivoluzione. Ma anche se le interfacce grafiche (GUI) dominano assolutamente l’attuale orizzonte tecnologico dall’IT agli smartphone fino agli elettrodomestici, il futuro sembra sarà dei suoi epigoni, i conversational agent e i chatbot.

Se è vero che “il medium è il messaggio” come diceva Marshall McLuhan, allora l’interfaccia è il computer. Diversi modi di interagire con i computer ci hanno trasportato in diverse epoche dell’informatica. La riga di comando ha creato una forma di interazione uomo-macchina semplice ma potente. Un’unica “disposizione” per istruzioni anche molto complesse ma inequivoche. Con un grande problema: anche comandi semplici, ad esempio, il “find” di Unix/Linux, possono presentarsi con una documentazione di decine di pagine non alla portata di un utente comune, non importa se dotato di buona volontà.

L’avvento delle GUI, nascondendo e talvolta rimuovendo la linea di comando, non ha soltanto semplificato l’uso dei computer ma ha creato il personal computer e democratizzato l’informatica. Lo ha fatto sfruttando varie metafore, tra le quali la scrivania è la più diffusa. Ha reso i manuali d’uso sempre meno necessari, ma anche ridotto le possibilità dell’utente. Per fare ciò che faceva un solo comando del sistema operativo, occorre installare un programma specifico.

Le cose sono cambiate ancora una volta grazie agli investimenti militari, fondendo intelligenza artificiale (AI) e tecnologie per il processamento del linguaggio naturale grazie al progetto CALO (Cognitive Assistant that Learns and Organizes), forse il più grande progetto di AI mai realizzato, con 300 ricercatori da 25 tra le migliori università e istituzioni. Il nome – dalla parola latina calo (scudiero) – era già un’indicazione programmatica: realizzare un assistente software capace di affiancare un soldato sul campo di battaglia, aiutandolo a fare le scelte migliori in condizioni difficili o in momenti di panico, imparando dalle sue preferenze e dall’esperienza. Coordinato principalmente da SRI International, un ente di ricerca non profit, il progetto generò un insieme di tecnologie riunite all’interno del PAL (Personalized Assistant that Learns) Framework i cui frutti furono implementati nel Command Post of the Future (CPOF) dell’esercito USA, utilizzato in Iraq dal 2010, ma anche da decine di start-up. Di queste la più famosa è Siri, fondata nel 2007, comprata nel 2010 da Apple che nel 2011 la trasformò da applicazione in componente di iOS, il sistema operativo dell’iPhone.

Siri era formata da tre parti. La prima, la più appariscente, era l’interfaccia conversazionale che le permetteva di riconoscere la voce umana e seguire una conversazione. Ma ciò che rendeva la comprensione del parlato migliore delle tecnologie concorrenti era la sua seconda componente, un sistema di personal context awareness capace di mettere insieme e apprendere da abitudini, scelte linguistiche, contatti, interessi, luoghi e ogni altra informazione disponibile sull’interlocutore. Infine, il terzo strato era la service delegation, che trasformava ciò che era interpretato del dialogo in un’azione da fare svolgere ad un’altra componente del sistema operativo o a un’altra applicazione. Nessuna di queste parti era rivoluzionaria, ma insieme costituivano qualcosa che rivoluzionava i tipici software agent (bots) ma anche i vecchi chatbot, creando la categoria dei virtual digital assistant (VDA).

Come tutte le buone idee, i VDA hanno creato emuli: Google, Microsoft, Amazon ne hanno realizzati con successo. Gli utilizzatori stimati sono circa 504 milioni nel 2016 ma si prevede saranno 1,8 miliardi nel 2021 (Tractica , 2016) e, sulla scia di Echo di Amazon e della quarta generazione di Apple TV, si sposteranno dalle auto e dalle camere di albergo, dove sono già stati sperimentati, in sempre più oggetti di uso comune e in azienda.

Alcune delle idee alla base dei VDA hanno generato un’altra ancora più promettente progenie dando nuova vita ai chatbot per le principali applicazioni di messaggistica. Prima WeChat, poi Telegram, Messenger, WhatsApp e altri hanno cominciato a promuovere la possibilità di usare software agent per interagire con i propri utenti. Le prime 4 applicazioni di messaggistica al mondo nel 2016 contano più di 3 miliardi di utenti medi mensili. Con molto meno codice e più facilità di un’app permettono di sviluppare bot molto potenti e sempre più sofisticati per interagire in modo ancora più semplice con il proprio pubblico e diventare un ambiente applicativo. Un messaggio sostituisce la riga di comando semplificando in parte lo strato conversazionale dei VDA ma la struttura è la stessa, forse più promettente.

Agli “app store” si stanno aggiungendo rapidamente i “bot store”. Viene quindi da chiedersi se un giorno le app spariranno e saranno sostituite da VDA o bot che sfrutteranno o sostituiranno le funzionalità delle app? Sceglieremo un VDA e poi l’hardware su cui usarlo? Ci sarà un VDA che sostituirà Google o più bot che dialogheranno tra di loro? Non è dato saperlo, ma quando il sistema operativo dei nostri device comincia a interfacciarsi con la stessa metafora del nostro sistema operativo mentale, che è il linguaggio, le conseguenze non possono che essere inaspettate.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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