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Libro. David J. Chalmers, Più realtà. I mondi virtuali e i problemi della filosofia

Questa non è una recensione del magnifico libro di David J. Chalmers, “Più realtà. I mondi virtuali e i problemi della filosofia”, Raffaello Cortina Editore 2023 (v.o. 2022). Questi sono appunti su quello che il libro evoca: la possibilità di porre domande filosofiche sulla tecnologia e di usare la tecnologia per rispondere a domande filosofiche.

Per chiarire di che cosa parla quando si riferisce alla tecnologia, vale la pena di ricordare che Chalmers inizia raccontando dei suoi primi rapporti con il computer e sviluppa il concetto spiegando le sue storie con i videogiochi e le realtà virtuali. Inoltre, rivela le sue motivazioni citando i suoi film di riferimento: “Matrix” e “Ready Player One”.

Chalmers è un filosofo simpatico, per come scrive. Almeno a giudicare dal fatto che – chiaramente – si pone il problema di farsi capire dai suoi lettori. E poi per il fatto che ammette che i filosofi sono più bravi a trovare domande che a dare risposte. Il che peraltro, dice Chalmers, pone la loro disciplina nella condizione di essere un incubatore per le innovazioni che avvengono in tutte le altre discipline. Io non so se questo sia vero. Ma credo che sia un buon modo per dirlo.

Al centro dell’analisi di Chalmers in questo libro c’è l’idea che «la realtà virtuale è realtà a tutti gli effetti. O quantomeno, le realtà virtuali sono realtà autentiche». Il che offre alla tecnologia digitale il destro per diventare un percorso di ricerca, attraverso la sua caratteristica culturalmente essenziale: la sua abilità a generare simulazioni.

Chalmers non lesina le domande. Non intendo ricordarle tutte. Anche perché ce n’è una che ripete più spesso delle altre, mi pare: possiamo dire se la realtà nella quale viviamo sia una realtà o una simulazione? Cioè: possiamo sapere se siamo in Matrix o non possiamo saperlo? E una sotto-domanda che interessa molto chi legge questo blog ne discende di conseguenza: possiamo dire se le notizie che abbiamo siano vere o fake?

Alla prima domanda, Chalmers risponde fondamentalmente di “no”. Non possiamo davvero sapere se siamo in una simulazione o meno. Chalmers, tra l’altro, è convinto che il progresso tecnico sia tale che prima o poi si costruiranno simulazioni indistinguibili dalla realtà e che comunque già adesso non possiamo dire se ci troviamo in una condizione del genere. Accettare la logica che conduce a questa conclusione non significa paralizzare la ricerca: perché non c’è nulla di inautentico nella simulazione, dice Chalmers. Casomai, con la simulazione, la realtà si allarga e si moltiplica.

Pragmaticamente però viene da dire che si vorrebbe sapere di più intorno alla sotto-domanda. Uno potrebbe aspettarsi un “no” anche a quella. Invece, Chalmers sorprende con un “sì”. Possiamo distinguere tra le notizie vere e i fake. Parrebbe contraddittorio, ma forse l’apparente contraddizione si spiega pensando che qui siamo in una dimensione della “verità” meno assoluta. Comunque la risposta è questa: «Per persone come me e come molti dei miei lettori, che sembrano avere accesso a una vasta gamma di fonti di notizie, è spesso possibile determinare se le notizie siano fake o reali utilizzando la rete di fonti nel suo insieme. Non possiamo escludere del tutto scenari estremi in cui quasi tutte le fonti di informazione sono fake, ma a parte una simulazione informatica, questi scenari sono così complessi da essere improbabili».

Bisogna ammettere che se quest’ultima situazione è improbabile, allora è improbabile anche che ci troviamo in una simulazione tipo Matrix. Perché nel caso contrario, la simulazione informatica diventerebbe una specie di realtà immersiva totalizzante che annullerebbe la sostanziale diversità delle fonti di notizie e dunque renderebbe indistinguibili le notizie vere e i fake. Sarebbe una realtà anche questa. Ma una realtà fatta di fake. Sarebbe autentica. Ma autenticamente falsa.

A parte questo caso, considerato improbabile, è interessante l’indicazione pragmatica: la diversità di fonti genera un ecosistema di informazioni che salva la libertà di conoscere e difende dai fake sistematici. È giusto: in un sistema complesso, più che le singole notizie contano le relazioni tra le notizie, le fonti, e i lettori. Mi sembra un insegnamento importante.

Il mio contributo a questa discussione, che ho riassunto certamente male, però, potrebbe aiutare a cercare qualcosa di specifico nella realtà simulata che potrebbe distinguerla da quella non simulata. Come Chalmers, anch’io ho una conoscenza dei computer e della cultura della simulazione basata sull’esperienza. Anch’io penso a Space Invaders, al mainframe dell’università, ai primi micro calcolatori. In particolare penso al Sinclair di un mio caro amico.

L’esperienza che vorrei condividere è questa. Giocavamo a Risiko e, naturalmente, per conoscere l’esito delle battaglie, tiravamo i dadi. Ma con il Sinclair arrivò nella casa del mio amico anche un programma che generava numeri casuali. Cominciammo a sostituire i dadi con quel programma per giocare a Risiko. Dopo un po’ io cominciai a vincere sistematicamente.

Sulle prime andò tutto bene. Poi i miei amici si insospettirono. Pensavano che io imbrogliassi. Vincevo sempre. Dovetti confessare.

Non stavo imbrogliando. Semplicemente avevo notato che i numeri casuali generati dal computer non erano tali. In realtà, dopo un lungo percorso, ritornavano. Seguivano un pattern. La simulazione del lancio dei dadi era buona, ma non era perfetta.

Ebbene. In un mondo nel quale la matematica è un linguaggio capace di fare scoprire elementi della realtà che non dipendono dalla sua apparenza, la matematica può diventare un percorso di ricerca che produce il distacco dalla simulazione e riporta in una realtà più reale? E se serve a scoprire pattern, può far riconoscere quelli che sono generati dalla “natura” e quelli che sono generati dalla “cultura” o almeno dal “computer”?

Una conoscenza autoreferenziale rispetto al mondo immersivo generato dal computer avrebbe condotto le persone a credere che il lancio dei dadi elettronico fosse il vero e unico lancio dei dadi. E avrebbe continuato a servire bene al suo scopo. Fino a quando una conoscenza non autoreferenziale, basata in questo caso sulla matematica elementare, non ha distaccato la realtà dalla simulazione.

L’immersione funziona in modo che tutto il reale sia scritto in modo autoreferenziale. Se una verità viene da fuori allora la simulazione si distacca dalla realtà. Accettare di non poter distinguere tra realtà e simulazione significa accettare che tutta la conoscenza sia definita dalla simulazione, ma questo è altamente improbabile, come nella situazione in cui tutte le fonti di notizie sono coordinate e non si distingue tra le fake e le vere. IMHO


Foto: “Poetry is the Art of Uniting Pleasure with Truth” by Enokson is licensed under CC BY 2.0.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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