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Nessuno si abbona a un modem: il piano ultrabanda ha bisogno di una marcia in più

Nelle infrastrutture strategiche, quelle che abilitano iniziative, imprese, occupazione, crescita, l’offerta viene prima della domanda. Ma se la politica non ha abbastanza forza per imporre la costruzione delle infrastrutture e deve coinvolgere i privati, occorre che il suo piano per costruire l’offerta contenga una precisa idea della domanda. Che poi si deve configurare come fatturato per chi costruisce le infrastrutture. Nel caso della banda larga siamo in questa situazione e, anche se è vero che l’offerta crea la domanda, occorre fare un passo in più. Altrimenti tutto l’ottimismo che stiamo giustamente implicando in questo piano rischia di trasformarsi nel più classico cinismo. Facciamo due ipotesi.

Prima ipotesi

La discussione sul piano banda ultralarga sembra un labirinto estenuante da tanto tempo. Il labirinto si affronta guardandolo dall’esterno. E’ un labirinto di specchi nel quale i pregiudizi si sprecano, le persone si confrontano con quello che credono invece che con i dati, le organizzazioni sembrano votate soltanto a fare i propri interessi immaginandoli come gli interessi del paese. I sistemi di specchi sono costruiti intorno ad alcune narrazioni che se non vengono decodificate ingabbiano l’immaginazione e la capacità di decisione.

Le narrazioni alternative (narrazioni dunque non spiegazioni o descrizioni della realtà, ma proxy caricaturali e insufficienti della realtà, tali da soddisfare i pregiudizi di chi le fa proprie):
1. Il governo regola troppo. E’ dirigista. Non lascia al mercato la valutazione della convenienza delle scelte. Non consente la libera espressione dell’innovazione. In questo modo impedisce ai tecnici di fare il loro mestiere, alle imprese di fare il giusto profitto con i loro investimenti, ai cittadini di ottenere la necessaria modernizzazione.
2. L’incumbent indebitato non vuole mettere a rischio il valore di libro della sua vecchia rete e per questo frena l’innovazione e mette paletti di ogni genere per impedire l’espansione della rete in fibra. Tenta di dimostrare che ingegneristicamente farà la rete con i suoi tempi. Ma dichiara che in mancanza di domanda non si impegnerà troppo ad accelerare. Intanto i suoi concorrenti non fanno altro che aspettare di vedere se le regole li favoriscono o no.
3. I cittadini sono ignoranti e non dimostrano di avere alcun interesse nella banda ultralarga. Non pagheranno per averla molto di più di quanto pagano per avere quello che hanno ora. E comunque sono vecchi, sono poveri, non hanno cultura, non leggono. Sono conservatori.
4. Le lobby della televisione, gli editori, le imprese tradizionali, i burocrati, i taxisti e tutte le categorie che giocano su rendite di posizione si oppongono sordamente a internet e alla disintermediazione che la rete produce. Le imprese innovative italiane sono piccole e creano poca occupazione.
5. Internet va a vantaggio delle piattaforme americane che sfruttano l’Europa e vanno frenate. E poi su internet non ci sono altro che banditi, pedofili, cyberbulli, evasori fiscali. Non si vede perché impegnarsi tanto nella costruzione dell’ultrabanda. E poi abbiamo già i telefonini, no?

Ripeto che queste caricature non descrivono la realtà. Ma alla fine costruiscono mondi di pregiudizi nei quali il senso si perde, la conoscenza empirica è soffocata, la discussione costruttiva è del tutto impraticabile.

Denunciare queste narrazioni è un obbligo. Ma come superarle?

Seconda ipotesi

Nessuno si abbona a un modem. I consumatori e le imprese non comprano accessi a cavi. E’ anche per questo che la discussione sul fine tuning del piano banda ultralarga sembra un labirinto estenuante da tanto tempo. Eppure i casi che dimostrano che le nuove infrastrutture possono essere attraenti non mancano. Vediamo, nonostante le imprecisioni che cosa è successo in passato in un paio di occasioni.

La tv a pagamento, trent’anni fa, sembrava impossibile. Sky è un successo. Non è nata vendendo un decoder e una parabola satellitare, ma proponendo un’attività editoriale che intercettava una domanda di informazione e divertimento. La gente ha pagato. Ora se Sky si sposterà sulla banda larga ne diventerà un motivo d’acquisto. Purché la banda sia sufficiente. Se ci fossero n Sky, cioè n precisi servizi che intercettano una domanda, l’abbonamento alla banda larga verrebbe organicamente sviluppato. E ci sono: sappiamo di Netflix che bussa, sappiamo delle possibilità di sviluppo di tv indipendenti, conosciamo meno le potenzialità enormi dell’ecommerce per i venditori italiani, potremmo imparare il valore dell’accesso alle migliori università del pianeta, facilità di accesso alle informazioni di ogni genere, miglioramento della sicurezza della casa, vere riunioni in video superfacili, call center di livello qualitativo superiore… Ma ognuna di queste cose è una idea di business tutta da sviluppare, un brand tutto da costruire, una facilità di comprensione tutta da dimostrare. Deve essere possibile per gli imprenditori che inventano queste soluzioni pianificare sapendo in quali mercati avranno quali velocità di accesso, quali difficoltà burocratiche e fiscali, quali muri di gomma. Qualcosa si fa ovviamente. Mica siamo a zero. Ma le telco sono al loro servizio o hanno il retropensiero di voler sfruttare questi “ott” nascenti o sviluppati?

All’inizio del millennio le telco non solo non sono state pagate dallo stato per fare reti mobili a “larga banda” (quella che allora era larga banda mobile, umts) ma hanno pagato lo stato per farle. Sapevano che ci sarebbe stata domanda, in Italia, per telefonini più “fighi”. Perché quelle erano tecnologie attraenti di per sé, mica erano dei modem. Perché erano mobili e la gente pagava volentieri. Nessuno sapeva che poi su quelle reti e in un certo senso in opposizione ai servizi a valore aggiunto dei telco sarebbe approdata l’internet mobile, attraverso l’invenzione degli smartphone. Oggetti di design divenuti protesi insostituibili e irrinunciabili per il cervello di chi le usa. Le reti mobili sono state fatte senza tante storie perché portavano tecnologie affascinanti, perché avevano un valore d’uso vero: la connessione nella rete sociale. Che ha sostituito il telefono fisso in modo sempre più chiaro.

La banda larga fissa va controcorrente rispetto allo sviluppo del mobile e non si presenta come un servizio preciso ma come un abilitatore di una quantità di servizi. E’ ovviamente fondamentale se davvero è molto più potente e molto meno costosa della rete mobile. Ma questo è un valore tecnico. Occorre dipanarlo come valore di fascinazione. Perché alla fine per ripagare le nuove reti occorrerebbe che i consumatori fossero disposti a pagare nuovi prezzi.

Terza ipotesi

L’alternativa a questo insieme di tentativi di trovare un è una forte spinta nella domanda è quella di spingere l’offerta con una politica fatta di tanti soldi e poche regole forti e precise. Oppure una politica davvero sapiente dal punto di vista dell’incentivazione dei telco a fare le loro reti. Oppure un sistema di imprese che comprendono davvero la loro convenienza per il lungo termine. Nella convinzione – probabilmente corretta – che la domanda verrà quando le case e soprattutto le imprese saranno davvero superconnesse. Purché contemporaneamente si lavori sui diritti umani in rete, per coltivare una visione critica del fenomeno e dunque sostenere una cultura dell’innovazione non una cultura del consumo di rete. Il fisso su questo piano è più forte del mobile.

Ecco perché serve entrare nel labirinto della discussione sulla banda larga. E serve uscirne, senza stancarsi di cercare una soluzione. Perché quella convinzione secondo la quale dato un paese davvero ben connesso segue crescita, occupazione e innovazione è realistica. Imho.

Oggi Andrea Guerra sul Sole ha detto che ci vorranno alcune settimane e si saprà come funzionerà il piano. Sarebbe bello sapere come avverranno le discussioni tra i pubblici e i privati. Per capire se verranno fatte a suon di pregiudizi narrativi sui giornali o nello spirito di arrivare a una soluzione.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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