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L’autodeterminazione dei bit e la costituzione

Bella discussione. Ieri alla Camera le riflessioni sulla Internet Bill of Rights. Suggestioni, esempi, confronti per pensare a una sorta di costituzione della rete. Poi Mantellini con il suo post Lasciate stare Internet, sostenuto da E-volution. E Ket con il suo ricordo della costituzione per i bambini in Brasile. Infine GG che sottolinea il valore delle regole emergenti dalla rete.

La rete si è sempre autoregolamentata. Ma, bisogna pur ammetterlo, nell’ambito delle regole esistenti. Implicite o esplicite. Le regole delle telecomunicazioni, come quando gli americani hanno obbligato le telco a consentire l’utilizzo delle reti telefoniche per ascoltare i primi vagiti di internet. Le regole del commercio. Le regole fiscali. Le regole del lavoro, della finanza, del copyright, della diffamazione. I divieti europei ai siti di estrema destra che invece non ci sono in America: con il primo caso incredibile allora della richiesta francese a Yahoo! di eliminare le pagine che promuovevano materiali filonazisti. L’attenzione europea alla privacy, molto superiore a quella riservata allo stesso argomento in America. Le regole sul brevetto del software, possibile in America e non in Europa. Senza contare le regole iraniane, cinesi, russe sui media, la libertà di espressione, la libertà d’impresa. Di regole ce ne sono fin troppe intorno a internet. Questo è chiaro. E il meglio, internet lo dà quando le regole sono chiare, semplici, abbastanza poco interventiste. L’autoregolamentazione a base di Icann ha funzionato, all’interno delle regole date. Ogni nuova regola ha sempre rischiato di produrre danni. Anche danni o solo danni.

All’interno di questi limiti normativi, la rete è effettivamente autogovernata da leggi matematiche e geometriche abbastanza misteriose ma molto potenti. Come la famosa regola individuata da Bernardo Huberman: il vincitore piglia tutto, diceva, nel senso che quando un servizio conquista una leadership nelle tecnologie di rete tende a sbaragliare i concorrenti. Fino a che non arriva un’altra tecnologia di rete spiazzante, che cambia le regole del gioco: sembrava che nelle tecnologie di rete il sistema operativo della Microsoft fosse il padrone assoluto, ma nel nuovo contesto spiazzante di internet non ha tenuto il centro della scena e quando si è diffuso l’accesso mobile è andato, per così dire, in secondo piano. Così, si può anche lamentare l’iperpotere di chi ha vinto con la power law. Google per esempio, ma sapendo che qualcuno potrebbe inventare la prossima struttura capace di spiazzare il potente di turno. E’ il bello di internet, in effetti: qualunque difetto, problema, ingiustizia, concentrazione di potere può trasformarsi nell’opportunità di innovare ulteriormente.

Può? Sì, fintanto che esiste la net neutrality. Si tratta di una regola che garantisce a tutti i pacchetti di viaggiare in rete senza privilegi. E una regola che consente di innovare senza chiedere il permesso agli incumbent, che siano telco o over-the-top. Ma la net neutrality è una regola. E’ una regola che protegge il bello di internet, non lo limita. E’ una regola che deriva dalla consapevolezza di un principio fondamentale dell’ecosistema dell’innovazione, che rende la rete tanto ospitale per l’innovazione. La net neutrality non c’è nell’internet mobile ed è attaccata in modo ossessivo da alcune lobby in America e persino in Europa. In Brasile, grazie al Marco Civil, la net neutrality è invece protetta per legge. Una legge che salvaguarda internet.

Non si dovrebbe pensare che ogni regola sia un limite. Ci sono regole che liberano. E che proteggono la libertà. L’antitrust è una regola: e protegge la libertà di fare concorrenza. La net neutrality è una regola e protegge la libertà di innovare, cioè la concorrenza futura o almeno potenziale.

La net neutrality è una regola pensata da chi comprende la dinamica dell’ecosistema internettiano.

Scommetto che persino Mantellini è abbastanza d’accordo. Ma ci sono altri temi di riflessione. Altre leggi pendenti. E altri rischi possibili, se le leggi sono introdotte senza comprendere internet. Sul copyright se ne sono viste tante del genere. Così come quando si è pensato di contrastare l’ottimizzazione fiscale di Google introducendo una furbata sull’iva in un solo paese, come l’Italia per di più. E sulla base di queste esperienze, Mantellini ha pienamente ragione a essere sospettoso.

Ma il tema costituzionale non è orientato alle regole specifiche. Nello stato la costituzione non regola le singole attività ma il modo con il quale si arriva a fare le regole sulle singole attività. La regola costituzionale è un metodo. E si concentra sulla salvaguardia dei principi umani o civili intorno ai quali tutti si dovrebbero riconoscere in nome del bene comune. Ovviamente non c’è nulla di oggettivo in una costituzione: ma la costituzione è una regola-ecosistema, non una regola-limite. E’ in base alla costituzione che poi emergono le regole specifiche, le regole scritte dalla matematica delle reti, le regole scritte dai parlamenti, le regole scritte dai softwaristi e le regole scritte dai consigli di amministrazione. Una costituzione può essere esplicita o implicita: internet ne ha avuta una implicita per molto tempo, ma in base alla net neutrality. Se dovesse essere abolita la net neutrality, ogni altra regola emergente troverebbe il limite delle regole decise dagli incumbent. Una regola che protegga la net neutrality è una liberazione non un vincolo.

In realtà, una regola di tipo costituzionale serve a salvaguardare e valorizzare i principi fondamentali. Questi principi, ispirati alla riflessione e codificazione dei diritti umani, costituiscono uno spazio civico orientato al bene comune di valore generale. Non sono la panacea di ogni male, ma un modo per fare avanzare la civiltà in una prospettiva di qualità della convivenza. Non risolvono le contraddizioni che si generano nei contesti nei quali i conflitti, l’ignoranza, la distrazione, la disinformazione, gli interessi di lobby e molti altri fenomeni favoriscono applicazioni normative poco desiderabili. Ma hanno un valore educativo e spesso impediscono che i conflitti tra interessi diversi degenerino.

In mancanza di regole, il mercato degenera nel capitalismo, si potrebbe dire con Fernand Braudel. La legge del più forte si impone se non c’è una costituzione che salvaguarda il debole. Internet non è altrove, rispetto a queste tematiche. Non la lasceranno stare, purtroppo. In Brasile hanno deciso di introdurre una regola che impedisca di rovinare internet con regole sbagliate. Gli altri paesi troveranno la loro via, forse. Se non ci si pensa, però, si rischia di veder prevalere le regole scritte nel software delle grandi piattaforme che le persone usano tanto volentieri anche quando ne va della loro privacy o della loro libertà di espressione.

Un modo di pensarci è scrivere nuovo software, nuove piattaforme, che siano basate su un codice civicamente avvertito. Nuove piattaforme che abbiano le stesse caratteristiche di utilità, divertimento, facilità delle piattaforme usate oggi: ma che garantiscano che i dati siano aperti, la privacy sia salvaguardata, la libertà di espressione sia salvaguardata. E’ possibile. No?

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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