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Chiose sulla metafora dell’ecosistema applicata all’innovazione

Quando una metafora ha successo tende a debordare e rischia di diventare luogo comune. Può succedere all’uso del concetto di ecosistema quando viene usato per qualcosa che non sia destinato a descrivere la dinamica complessa e integrata dell’ambiente naturale.

L’ecosistema dell’innovazione è un concetto forte. Serve a far notare che l’innovazione non viene prodotta da un processo lineare e deterministico in uno specifico settore ma si alimenta di interazioni anche poco prevedibili con elementi del contesto culturale, civile, sociale, economico, tecnologico, psico-sociale, ambientale, infrastrutturale, organizzativo, e così via. L’ecosistema dell’innovazione si rafforza nella diversità, perché questa alimenta le interazioni creative, il pensiero laterale, la ricombinazione di soluzioni, e si indebolisce nelle condizioni iperprotette o monomaniacali. E la metafora va anche oltre aiutando a osservare le relazioni complesse tra innovazione e sostenibilità, tra limitatezza delle risorse, selezione delle idee ed evoluzione delle soluzioni. Ma di sicuro non è un’identità: è e resta una metafora.

Analogamente l’ecosistema dell’informazione ha un senso abbastanza forte. Consente di vedere le interazioni tra le componenti “ambientali”, strutturali e fenomeniche della produzione e della circolazione di informazione, delle specie di media e produttori di contenuti esistenti. Aiuta a vedere come inquinamento il rumore artatamente generato dalla produzione di informazione pensata con una strategia della disattenzione. E consente di vedere i comportamenti predatori, parassitari, simbiotici delle varie specie che si occupano di informazione. Oltre alla relazione tra limitatezza delle risorse, selezione ed evoluzione, o coevoluzione.

Ma la parola ecosistema non può appartenere a sottoinsiemi troppo specifici della realtà. Riguarda comunque dimensioni che assomigliano all’ambiente. E non a gruppi ideologici, settoriali, tribali e altro. Ha ragione Nicola a sottolineare la debolezza del concetto di “ecosistema delle startup” e a preferire la nozione più descrittiva e meno ambiguamente allusiva di “comunità di pratica”.

Le strutture che hanno una dimensione simile a quella dell’ambiente e anzi tendono a dare forma all’ambiente sono quelle che riguardano la cultura, il territorio, la mediasfera e internet. Le piattaforme digitali dotate di un insieme di operatori che gestiscono le risorse, sviluppano applicazioni, interpretano le funzioni adottandole possono avvicinarsi a piccoli ecosistemi, ma vanno comprese nelle loro interazioni più larghe possibili con l’ambiente nel quale si sviluppano: le piattaforme digitali non sono quasi mai indipendenti, oggi, dall’ecosistema internet. Le strutture settoriali non sono ecosistemi e usare quella metafora ne rischia di svuotarne il significato.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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