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L’elezione del sindaco della Città Metropolitana: un progetto da seguire

In che città viviamo? Se guardiamo alla suddivisione burocratica del territorio pensiamo di saperlo. Se invece guardiamo una cartina satellitare, in certi casi, scopriamo improvvisamente di essere in un posto totalmente diverso… Agglomerati da diversi milioni di persone che non hanno nome, non hanno amministrazione, non hanno rappresentanza… Le metropoli italiane.

Mentre le amministrazioni locali sono ancora legate a confini tradizionali, le persone vivono in aggregati diversi, più grandi spesso, con problemi dei quali nessuno ha la responsabilità istituzionale. Fiorello Cortiana invia questo messaggio per lanciare una riflessione su Milano, una delle città metropolitane più complesse d’Italia. E ha ragione: si può affrontare in modo intelligente e civico l’organizzazione della vasta area nella quale vivono, si muovono e lavorano almeno sette milioni di persone, tra molti comuni e diverse province. La rete dei trasporti e delle strade, l’interconnessione dei luoghi di lavoro e di studio con le reti di comunicazione, la consapevolezza dell’unità territoriale nella quale si vive, sono precondizioni per migliorare. E in effetti si pone anche il tema istituzionale. Ecco il messaggio di Cortiana:

Fiorello Cortiana Fiorello Cortiana

“GRANDE MILANO – LE CITTA’ NELLA CITTA’”
Un Comitato,una campagna e una petizione per la partecipazione diretta dei cittadini per una Città Metropolitana Partecipata.

- Elezione diretta del Sindaco metropolitano e del Consiglio metropolitano.

- Le competenze assegnate dalla legge istitutiva: Sviluppo, Territorio, Infrastrutture, Trasporti, Ambiente, all’insegna di innovazione, sostenibilità, qualità.

- L’Istituzione all’insegna della partecipazione informata ai processi deliberativi e alla effettiva parità di genere.

L’incontro si terrà il 28 Maggio, martedì, presso lo “Spazio Production” Via Savona, 53 dalle 18,00 alle 20,00

Per il 28 presenteremo i forum/incontri, che intanto inizieremo a sviluppare online e i cui incontri inizieremo a tenere partendo da fuori Milano.

al momento le arre tematiche individuate sono:

- Le reti degli incubatori di impresa, Campo Dall’Orto del Politecnico
-La cintura verde e le reti/filiere agro-alimentari, Roberto Spigarolo di Agraria e Milena Bertani UNESCO
- Reti digitali e partecipazione informata Fiorella De Cindio della Statale, Davide Tosi dell’Insubria
- Trasporti, Claudio Pirola di Zyme e Zanon associazione pendolari
- Expo, durante e dopo, Emilio Battisti del Politecnico
- Politiche metropolitane per la parità di genere, Ilaria Li Vigni
- Abitare, le reti dell’energia e della cittadinanza attiva, Beppe Caravita, Sergio Colombo, Franco Casarano, Domenico Storchi, Angelo Gottani

L’attuazione del dettato costituzionale relativo alle Città Metropolitane non costituisce oggi un mero atto che deve fare i conti con le rendite di posizione delle amministrazioni provinciali, dei consorzi ecc., che verrebbero esautorate o profondamente cambiate.

L’istituzione piena delle Città metropolitane diventa un fatto pienamente politico nella crisi di legittimità dell’attuale assetto istituzionale e dei suoi protagonisti perché richiede la definizione e la sottoscrizione di un rinnovato Patto Costituzionale.

Parliamo di Città Metropolitana mentre si fantastica la Macroregione del Nord o si sostiene che la Democrazia è una scatola vuota, danziamo sul baratro.

La casa degli attivisti per i diritti umani del mondo a Firenze

È stato un momento emozionante. L’inaugurazione della casa per gli attivisti dei diritti umani alle Murate di Firenze con Kerry Kennedy, Matteo Renzi e la gente della Fondazione Robert Kennedy che ha realizzato un progetto eccezionale. Le persone coraggiose che in tanti paesi autoritari rischiano la vita per affermare la libertà di espressione e il rispetto dei diritti che fanno dell’umanità un valore hanno trovato un posto dove aggiornarsi sulle tecniche per usare internet con efficacia suoerando la repressione dei governi dittatoriali, senza farsi ingannare dalle infiltrazioni e la disinformazione, con Global Voices e molti altri partner.

I programmi di lavoro sono riassunti sul sito del Training Institute della Rkf.

Tutti rischiano qui. Internet abilita gli attivisti tanto quanto rafforza i repressori. Il lavoro richiede un enorme senso di responsabilità. Ma, come ha detto Matteo Renzi, che ha fortemente voluto realizzare questo progetto, era necessario impegnarsi intorno a una visione come questa che si concretizza a favore delle persone che testimoniano l’amore per la democrazia e la libertà, usando la rete in modo consapevole.

Le Murate, antica prigione, sono ora un luogo simbolo della libertà. Qui se ne coltiva il mito non con le cerimonie ma con l’attività quotidiana, rischiosa, intelligente. È un messaggio che arriva anche ai paesi che si ritengono democratici: il rispetto dei diritti umani non è un dato acquisito ma una continua conquista, che richiede dedizione e manutenzione costante. Gli attivisti che vengono alle Murate da paesi autoritari parlano anche al nostro paese e ci chiedono di coltivare la consapevolezza di ciò che serve perché le tensioni autoritarie che si manifestano anche qui vengano combattute con amore e passione, con intelligenza e coraggio. Chiunque dica che è facile, chiunque dica che la tecnologia risolve i problemi o li alimenta sbaglia: è la cultura democratica e costituzionale, il senso umano della giustizia e della convivenza civile che vanno coltivati, perché gli strumenti vengano usati e migliorati al servizio di obiettivi dotati di senso.

iPD dalla Sardegna

La società civile vive il territorio e la coscienza delle persone evolve, indipendentemente dalle attività dei partiti. Anche se c’è ovviamente una relazione e sapendo che la relazione non è lineare.

A Sedilo, in Sardegna, una discussione partecipatissima, sulla relazione tra politica e società ai tempi di internet in un paese democratico e nel contesto della crisi di coscenza del PD. La proposta di Stefano Boeri: che dice facciamo decisioni nei circoli non discussioni su decisioni già prese a Roma. La questione delle primarie aperte è all’attenzione di tanti interventi. La sollecitazione a Renato Soru perché si ripresenti.

E Soru disegna una visione, parlando di come il mondo è cambiato. Di come in Sardegna il 50% dei giovani non lavori. Di come il nuovo lavoro non si cerca ma si crea. Il PD deve rappresentare tutti, chi lavora, chi cerca e chi crea il lavoro. Per questo occorre un pensiero nuovo. E la Sardegna può sviluppare un pensiero nuovo, farlo in modo che nasca dalla sua specificità e che influenzi il pensiero del resto del paese. Affermare il ruolo dei sardi, integrata in Italia, integrata in Europa, non fatta solo di tradizioni ma fatta per tracciare una visione del futuro. Nel 1994 c’era la televisione e i soldi per generare il successo di Forza Italia. Oggi internet è servita a generare il successo dell’M5S. Il PD non può continuare a perdere di vista l’emergere di nuovi mezzi di comunicazione e alle opportunità politiche che offrono. In Sardegna si può fare ina piattaforma che serva meglio di quello che esiste, che sia più adatta al territorio e che possa servire per le altre regioni. Serve: 1. un modo di fare informazione insieme, con articoli mandati a Sardegna Democratica; 2. un modo per fare commenti non in modo anonimo, per garantire la qualità del dibattito; 3. un sistema per rilanciare su Facebook e Twitter le notizie e i commenti; 4. fare progetti di legge e programmi visionari in modo condiviso e wiki; 5. votazione delle proposte; 6. democrazia continua con dati aperti, certi, con numeri trasparenti e garantiti; 7. con trasmissione in streaming degli eventi; 8. con un comitato di garanti; 9. con un archivio di documenti cui tutti possono contribuire. Non si può più fare politica senza internet.

È candidato Soru? “Il candidato sarà scelto dalle primarie. Chi ha avuto l’onore che ho avuto resta a disposizione. Mi considero un candidato di riserva”.

Media Civici, una costellazione di iniziative emergenti. Il codice è insieme software e regola di comportamento

Da circa sette anni, specie nel mondo anglosassone, si lavora intorno all’intersezione del concetto di media con quello di cittadinanza. L’idea dei media civici sta evolvendo rapidamente e si candida a diventare importante almeno tanto quanto lo è stata l’idea di social network negli anni scorsi.

Nel 2007, nel corso di uno storico forum alcuni importanti pensatori e innovatori hanno discusso intorno al tema dei media civici all’Mit. Henry Jenkins, che dall’Mit si è spostato ad Annenberg, i media civici possono essere definiti come «media usati per promuovere e amplificare l’impegno civico». Nel tempo la riflessione sulla differenza tra l’impegno civico e l’impegno politico si è andata chiarendo, anche se il confine resta mobile. Sui media civici si producono e scambiano documenti e informazioni, si raccolgono istanze e si prendono decisioni rilevanti per la comunità civile. Potenzialmente, i media civici consentono di ridefinire il rapporto tra cittadinanza e pubblica amministrazione. Con la crescita del tema degli open data e della partecipazione democratica online, la soluzione dei media civici diventa sempre più importante.

Dalle prime riflessioni pionieristiche si sono evolute riflessioni mediologiche, alimentate dall’urgenza di comprendere la prospettiva attivata dalla digitalizzazione delle piattaforme dell’informazione. In Italia, la Fondazione Ahref ne ha fatto il centro della sua attività. L’intuizione fondamentale è la connessione tra il codice – inteso come software – del quale sono costituite le piattaforme, e il codice di comportamento che regola la convivenza, sulla scorta della ricerca portata avanti da Lawrence Lessig negli Stati Uniti e in Italia dal Centro Nexa del Politecnico di Torino. Applicando l’intuizione al mondo dei media, gli algoritmi del civismo si incarnano negli algoritmi delle piattaforme. «I cittadini sono tali se possono partecipare alla cosa di tutti. La repubblica delle idee – la repubblica, con le sue regole a salvaguardia delle minoranze e a favore dei beni comuni – è l’unico spazio di tutti dove la convivenza civile si può sviluppare in pace» si diceva in Cambiare pagina, suggerendo che l’informazione che circola sui media «nasce dalla ricerca, dunque dal metodo» e ha tanto più valore civico quanto più il metodo con il quale è ricercata è a sua volta un algoritmo incarnato nelle piattaforme che richiami gli utilizzatori al codice di comportamento necessario a fare dell’informazione uno strumento di cittadinanza. I principi fondamentali del metodo con il quale l’informazione può essere considerata di qualità – accuratezza, indipendenza, completezza, legalità – diventano metodo e algoritmo nel momento in cui la loro responsabile applicazione è richiesta per poter utilizzare le piattaforme che a quel punto sono a pieno titolo «media civici».

Inchieste partecipate. Cittadini e professionisti dell’informazione si accordano su un metodo per la produzione e condivisione di informazioni su temi rilevanti per la comunità – ispirato ai principi di accuratezza, completezza, indipendenza, legalità – per poi raccogliere notizie e proporle online con buona qualità espositiva. Naturalmente, quando queste iniziative vengono riprese dai media tradizionali e raggiungono una buona notorietà è un successo. Ma il loro scopo è costruire ambiti di attività civica per le persone sensibili della comunità e di alimentare un’educazione alla qualità dell’informazione sui media. (Vedi Cittadini reattivi).

Open data. L’esplosione della disponibilità di dati rilevanti per la convivenza civile e la vita quotidiana delle comunità consente di accedere a fonti straordinarie per conoscere come stanno le cose a livello strutturale e profondo. Le iniziative che servono a gestire queste grandi quantità di dati, con software adatti a darne conto e a elaborarle in modo facile e corretto, vanno dal data journalism all’infografica. La disponibilità dei dati, peraltro, non è sempre garantita dalle pubbliche amministrazioni e per questo molte attività in questo settore diventano forme di collaborazione tra i cittadini per ottenere l’accesso ai dati. (Vedi Diritto di sapere)

FactChecking. I fatti vanno verificati e questo è di solito fatto dalle redazioni giornalistiche. Ma la quantità di notizie che circolano in rete rende questo lavoro ancora più importante e certamente più intenso. Per questo una piattaforma per il factchecking civico, che coinvolga la cittadinanza, sulla base di un metodo condiviso può essere molto utile e potenzialmente strategica, al servizio di molte iniziative di cittadini che vogliaono monitorare la documentazione sottostante alle informazioni che circolano per temi fondamentali per la politica, l’economia, la ricerca scientifica, e così via. (Vedi Factchecking).

Decisioni. I cittadini possono essere chiamati a prendere posizione su decisioni che riguardino la destinazione di risorse tra forme alternative di utilizzo, nel quadro delle compatibilità organizzative e di bilancio che costituiscono il quadro all’interno del quale trovare il compromesso giusto. I bilanci partecipati che si sono sviluppati in diversi paesi vanno proprio in questa direzione. (Vedi Capannori e Marco Boschini).

Movimenti. Le attività di movimenti, gruppi politici, candidati, ong, associazioni, fondazioni e altre istituzioni che hanno un’agenda, vogliono raccogliere fondi e usarli in modo trasparente, vogliono organizzare iniziative con la partecipazione dei sostenitori, usando la rete come base di lavoro, possono oggi adottare piattaforme costruite proprio per questo scopo. Anche i programmi di questi movimenti possono essere costruiti coinvolgendo i cittadini. (Vedi NationBuilder e NgpVan; e loro concorrenza, LiquidFeedback)

Consultazioni. Le istituzioni conservano in ogni democrazia rappresentativa la loro responsabilità di decidere sugli indirizzi fondamentali della vita civile in base ai poteri che sono loro assegnati dalla costituzione. Ma possono voler coinvolgere i cittadini nella raccolta di istanze e punti di vista, aprendo la fase preliminare dei processi decisionali alla partecipazione dei cittadini in consultazioni regolate e mirate al tema in discussione. Il problema è rendere queste consultazioni efficaci e gratificare i cittadini non solo con la possibilità di inviare idee ma anche di vedere che sono effettivamente state prese in considerazione. (Vedi le consultazioni aperte in Europa).

Mutuo soccorso. Indipendentemente dalle istituzioni, i cittadini prendono molte decisioni e iniziative che riguardano la comunità. Se documentano in modo sistematico gli obiettivi e i risultati delle loro iniziative civiche facilitano gli altri cittadini che fronteggiano problemi analoghi, evitano loro di commettere gli stessi errori e possono contare sull’esperienza altrui per migliorare a loro volta le loro attività. (Vedi alcuni temi dell’informazione di mutuo soccorso).

Vedi anche:
What is civic media?
Mit Center for Civic Media
Blog di Herny Jenkins
Blog di Ethan Zuckerman
Pietro Speroni di Fenizio
Principi e pratica dell’informazione
Spazi giornalistici di nuova generazione
Rodotà. Diritti degli utenti delle piattaforme
Kourilsky. Il tempo dell’altruismo
Innovazione nell’ecosistema dell’informazione
Lloyd e Giugliano sull’obiettività

Al tema dei media civici è dedicata una ricerca di prossima pubblicazione del servizio informatico del Senato italiano con la Fondazione Ahref. È in bozza un libro scritto dall’autore di questo blog che si occupa di media civici e informazione di mutuo soccorso.

Non è stato fatto per questo post un esame esaustivo di tutte le risorse disponibili e delle iniziative intraprese su questi temi. Se i commentatori volessero essere così gentili da aggiungere i loro suggerimenti ne tireremo insieme fuori una pagina da alimentare nel tempo in modo collaborativo. Grazie in ogni caso a tutti.

Per Stefano Rodotà presidente

Stefano Rodotà è tra i candidati alla presidenza della Repubblica. Citato da diverse parti per la sua competenza e per la sua storia, per la sensibilità al tema dei diritti umani e per la consapevolezza sulle opportunita che la rete offre alla crescita della democrazia, per la sua saggezza costituzionale e per la sua esperienza internazionale, per l’originalità del suo pensiero e per la meravigliosa qualità di oratore.

Ma per chi ha avuto la gioia di conoscerlo è un piacere sottolineare soprattutto il valore della sua profonda umanità.

È probabilmente per questo che, nonostante la presenza di diversi autorevolissimi candidati, è proprio per Rodotà che un centinaio di persone, che nell’insieme non appaiono schierate con qualche specifico partito ma che dimostrano da tempo la loro partecipazione civica, hanno voluto scrivere una lettera di sostegno.

Appello per Stefano Rodotà presidente della Repubblica

Il ruolo del Presidente della Repubblica è una fondamentale garanzia costituzionale e, proprio in quanto tale, è sempre più importante in un contesto politico incerto.

Questa fase storica è, per la nostra Repubblica, particolarmente complessa, perché il paese attraversa una trasformazione importantissima, densa di difficoltà e di opportunità. A deciderne la direzione saranno le scelte che verranno operate nei prossimi mesi e il prossimo Presidente della Repubblica avrà in questo un’importanza determinante.

Gli italiani si chiedono chi potrà svolgere con adeguata sensibilità questa importante funzione.

Tra i molti candidati citati in questi giorni, noi cittadini del mondo delle professioni, della cultura, dell’associazionismo, dei movimenti, uomini e donne di diversa fede politica, sosteniamo Stefano Rodotà.

Da sempre attento al tema dei diritti della persona e della responsabilità, conosce a fondo il senso politico e sociale delle nuove tecnologie, riflette da tempo sulle loro conseguenze nel campo dei diritti e interpreta le opportunità che offrono per un rinnovamento e uno sviluppo della democrazia. Ma non solo.

In perfetta coerenza con tutto questo, negli ultimi anni si è preoccupato di sottolineare un tema essenziale: quello della giustizia sociale e della gestione pubblica dei beni comuni. Rodotà dimostra una straordinaria consapevolezza intorno al fatto che in un momento di gravissima crisi diventano prioritari i diritti alla sopravvivenza. Per questo ha insistito sulla istituzione di un reddito di cittadinanza per tutti.

Rodotà è un laico che rispetta ogni confessione religiosa. Sempre attento alla differenza del pensiero femminile e ai contributi da esso generati, è uomo del dialogo che rifiuta la violenza come strumento per la risoluzione delle controversie.

Noi riteniamo che Stefano Rodotà incarni fedelmente i valori della nostra carta fondamentale.

E il nostro paese ha bisogno di una persona come lui, indipendente, di grande saggezza ed esperienza e con una visione moderna dei problemi, che sia garante della Costituzione italiana ed europea.

Se come supremo garante del nostro assetto costituzionale avremo una figura adeguata ai tempi, gli italiani potranno avere maggior fiducia nel sistema, sapranno che le pulsioni autoritarie potranno essere fermate, la logica dell’”uomo solo al comando” potrà essere vinta.

Vi chiediamo quindi di sottoscrivere questo appello per raccogliere il più ampio consenso intorno a alla candidatura di Stefano Rodotà alla Presidenza della Repubblica e di sollecitare i membri del Parlamento di tenere in conto la voce delle cittadine e dei cittadini italiani.

Grazie

Roma, 15 aprile 2013

Seguono le firme dei 101 promotori dell’appello

Laura Abba
Giovanni Boccia Artieri
Raffaele Barberio
Sofia Basso
Gabriel Benigni
Sara Bentivegna
Marco Berlinguer
Mariella Berra
Vittorio Bertola
Stefano Maria Bianchi
Carlo Blengino
Stefano Bocconetti
Raffaela Bolini
Giuseppe Bronzini
Massimo Brutti
Rosangela Caberletti
Luciano Canfora
Andrea Capocci
Mauro Capocci
Luciana Castellina
Giuseppe Corasaniti
Stefano Corradino
Robert Castrucci
Vanni Codeluppi
Fiorello Cortiana
Stefano Cristante
Umberto Croppi
Domenico D’Amati
Nicola D’Angelo
Fiorella De Cindio
Giulio De Petra
Tana De Zulueta
Juan Carlos De Martin
Santo Della Volpe
Ettore Di Cesare
Arturo Di Corinto
Vittorio Emiliani
Massimo Esposti
Antonello Falomi
Tommaso Fattori
Marisa Fiumana
Carlo Formenti
Francesca Fornario
Anna Carola Freschi
Tommaso Fulfaro
Domenico Gallo
Filippo Giannuzzi
Alessandro Gilioli
Giuliano Girlando
Alex Giordano
Beppe Giulietti
Sandro Gobetti
Leda Guidi
Nello Iacono
Antonello Impagliazzo
Raniero La Valle
Riccardo Luna
Betto Liberati
Fiorella Mannoia
Gianfranco Mascia
Flavia Marzano
Loris Mazzetti
Enrico Menduni
Angelo Raffaele Meo
Claudio Messora
Fulvio Molena
Fausto Napolitano
Maso Notarianni
Ugo Onelli
Federico Orlando
Gianni Orlandi
Ottavia Piccolo
Marco Quaranta
Mauro Paissan
Flavia Perina
Antonio Pizzinato
Luca Poma
Giovanni Razza
Marco Ricolfi
Anthony Rimoli
Carla Ronga
Giulia Rodano
Claudio Rossoni
Ernesto Maria Ruffini
Laura Sartori
Fulvio Sarzana
Marcella Secli
Giovanna Sissa
Guido Scorza
Luca Telese
Tommaso Tozzi
Carlo Testini
Nicola Tranfaglia
Luca Tremolada
Marco Trotta
Stefano Trumpy
Francesco Tupone
Luigi Vernieri
Vincenzo Vita
Carlo Von Loesch
Felice Zingarelli

Stephen Holmes. Democrazia. L’equilibrio dei poteri non è un dato ma un processo.

Stephen Holmes termina il suo “Poteri e contropoteri in democrazia” (Codice) citando Benjamin Constant: «una società che si consola per la perdita della libertà politica limitandosi a godere dei frutti della ibertà personale, rischia di perderle entrambe». E poiché siamo in una fase in cui si rischia proprio questo tipo di sviluppo, vale davvero la pena di rifletterci attentamente.

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L’equilibrio dei poteri serve a impedire una dinamica dittatoriale. Il fatto per esempio che il potere esecutivo e legislativo dipendano insieme da un unico centro di potere, il sistema dei partiti, è una possibile fonte di disequilibrio. E Juan Carlos De Martin ne fa cenno nel suo importante post su “Democrazia (debole) e internet)“. Il fatto poi che il potere esecutivo e quello legislativo, dipendano dall’unico centro di potere costituito dal sistema dei partiti che a sua volta dipende in maniera sempre più precisa e puntuale dalle lobby finanziarie ed economiche (un fenomeno del quale il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama si è lamentato spesso, ricorda Holmes), mette ancora più a rischio l’equilibrio dei poteri democratici previsto dalla costituzione repubblicana.

La mancanza di equilibrio dei poteri, cioè la sua concentrazione, genera corruzione e inefficienza. Ma se il sistema che controlla un eccessivo potere vuole mantenersi in controllo della situazione deve tentare di assorbire nella sua orbita anche altri poteri, meno spesso citati a livello costituzionale ma che costituiscono un elemento qualificante di qualunque equilibrio del potere: per esempio il potere dell’informazione. In un paese dalla democrazia instabile e con poteri molto poco equilibrati come l’Italia, questo è particolarmente evidente.

E non per niente si spera molto in internet, nella trasparenza dei dati, nell’apertura a nuove iniziative editoriali e informative, con la partecipazione di molti cittadini, per riequilibrare la situazione. L’asimmetria dell’informazione è una delle questioni classiche della qualità del funzionamento dei sistemi democratici e di mercato. Non è risolvibilen una volta per tutto, a quanto pare, perché è a sua volta un lavoro perennemente in corso.

Il punto è che la distruzione dell’equilibrio è più facile della sua costruzione. Perché il rispetto dell’equilibrio dei poteri è, certamente, garantito dalla legge, ma è soprattutto garantito da una cultura diffusa che esalta l’indipendenza dei poteri e dei loro rappresentanti mentre aborrisce le ingerenze e le confusioni. Negli ultimi venti-trenta anni, in Italia, si è data molta più importanza ad altre cose che non al rispetto dell’equilibrio dei poteri. E questo si è degradato. Per ricostruirlo non basta una nuova norma: occorre una nuova cultura.

Internet non è un generatore automatico di equilibrio dei poteri. Casomai è un’opportunità per ottenerlo e salvaguardarlo. Perché sottolinea il vantaggio che tutti traggono dal bene comune e mostra in modo evidente che il contributo di ciascuno può contare nel processo di manutenzione e miglioramento di quel bene comune. Inoltre, favorisce le iniziative innovative volte a ripristinare forme di equilibrio informativo che erano state conculcate o che non erano mai state possibili.

Ma il rispetto per l’equilibrio dei poteri, per le opinioni diverse, per il metodo condiviso che è necessario per migliorare la conoscenza su come stanno le cose, è un fenomeno di manutenzione e maturazione culturale. E nella generazione di tale maturazione, la tecnologia può non essere ininfluente, anche se di certo non è sufficiente. Nella società contemporanea c’è bisogno di comprendere in che senso non è ininfluente – e di che altro c’è bisogno – per alimentare un processo culturale che ripristini il rispetto per l’equilibrio dei poteri e il miglioramento del senso civico.

Il personale era politico. Lo è ancora

Ancora una ricerca segnala che gli italiani – in generale e con le dovute attenzioni alle varianze statistiche – non si dichiarano tanto in crescenti difficoltà dal punto di vista personale mentre vedono che il sistema italiano nel suo complesso sta vistosamente peggiorando. (In questo caso si tratta di una ricerca di un grande istituto di rilevazioni che pubblicherà tra breve i risultati e certamente preferisce farlo senza che il suo nome e i numeri siano anticipati su un blog come questo).

Ma il tema è sempre interessante. Come si concilia questa discrasia tra la situazione personale e quella pubblica?

Da un lato, riguarda lo scollamento tra il politico e il personale. E’ una sensazione che simile allo stato d’animo di chi coniò il famoso motto “piove, governo ladro”. E’ probabilmente legata all’alterità tante volte sperimentata nella storia italiana tra il potere “occupante” e la società “occupata”. E’ connessa all’idea che il fascismo l’abbiano fatto altri e non “gli italiani brava gente”.

Dall’altro lato, riguarda lo scollamento tra il personale e il politico. E’ anche, probabilmente, collegata con il “familismo amorale”, dell’evasione fiscale, dell’abusivismo edilizio, del lavoro nero.

Ma le persone sanno sempre più chiaramente che il loro apporto individuale, per esempio nell’ambito della salvaguardia dell’ambiente, è importante e può fare la differenza. L’educazione all’ecologia ha una storia di mezzo secolo. E comincia a funzionare. Anche perché se ne vede il frutto in termini di benessere personale.

Evidentemente abbiamo bisogno di concentrare l’attenzione anche sull’educazione alla costituzione, alla convivenza civile, all’informazione di qualità. E anche questa va connessa al benessere personale.

Come l’ecologia anche la convivenza civile ha bisogno di dimostrare che se funziona, grazie all’apporto di ciascuno, provoca un vantaggio per ciascuno.

L’informazione di qualità – cioè basata su un metodo riconosciuto e condiviso – costruisce la percezione del bene comune. L’inquinamento dell’informazione, inquina anche la convivenza civile.

Speriamo che non ci vogliano altri cinquant’anni.

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Linking thanks: Aneddoti, Picchio, Webeconoscenza, Nico.

Lessig: il finanziamento della politica e la democrazia

Un post per onorare l’intervento di Lawrence Lessig a TED. Un popolo che finanzia la sua politica in modo che la politica non possa funzionare se non facendo l’interesse dei pochissimi che la finanziano non vive in una sana democrazia. Soprattutto, un paese così non è una repubblica equilibrata che rispetta tutti i cittadini.

Il finanziamento pubblico dei partiti è un problema quando i partiti approfittano delle risorse di tutti per fare i loro interessi particolari. Il finanziamento privato dei partiti è un problema se la concentrazione dei finanziatori è tale da imporre ai partiti la volontà della minoranza ricca e potente. Lessig ha una proposta. Ma il video è da vedere. È un capolavoro di ironia, etica, logica e umanità. Dedicato a chi sa ancora “amare” il proprio paese.

La scuola può essere cambiata

In Italia, 9 milioni di persone vanno a scuola ogni giorno. E’ una parte enorme della società. Con il suo funzionamento influenza in modo diretto le vite di milioni di famiglie. In modo indiretto influenza milioni di imprese, enti pubblici, organizzazioni non profit. E’ collegata al successo potenziale del sistema dell’informazione, dell’università, della ricerca. Quindi è un sistema fondamentale per lo sviluppo e la democrazia. Ma non riesce a influenzare l’agenda del paese. Non abbastanza, non in proporzione alla sua importanza.

Gli interessi che la mantengono in questo limbo, in questa condizione sottotraccia, sono importanti: quanto il Muro di Gomma che separa l’Italia dal suo futuro. Quando cadrà quel Muro, che ha fatto e fa ogni giorno milioni di vittime, ne dovremo conservare dei pezzettini al museo. Ma sarà una grande festa di liberazione.

Può darsi che l’antico regime dell’economia che ruota intorno alla scuola abbia anche una responsabilità nel mancato cambiamento. Meglio tenere quel – circa – miliardo di euro di fatturato per l’editoria il più difeso possibile. Meglio tenere i fornitori – dalle mense ai servizi di pulizia e alle aziende dell’edilizia scolastica – in condizione di continuare a lavorare senza problemi. Meglio lasciare che gli insegnanti che non hanno tanta voglia di lavorare o i presidi che non hanno tanta voglia di prendersi dei rischi possano continuare nel loro tran tran.

Ma il fatto è che tutto questo non regge più. Non è adeguato alla società che si sta sviluppando attorno a noi. I ragazzi parlano con strumenti digitali. La formazione è continua per tutta la vita. Il senso civico è diventato una questione di vita o di morte per il sistema-paese.

E proprio perché sono consapevoli di tutto questo, migliaia di insegnanti si danno da fare per innovare. Quando la scuola non li segue, si arrangiano a innovare con mezzi di fortuna, peraltro spesso molto efficaci. E certamente i loro studenti sono i più fortunati. A loro volta migliaia di studenti chiedono innovazione e, con le loro famiglie, se non trovano corrispondenza a scuola, si arrangiano a trovare altrove soddisfazione alle esigenze emergenti di cultura, esperienza e formazione. E persino molte aziende danno una mano.

Dal centro ministeriale, ci vuole una mentalità non centralistica per risolvere il problema: non sarà un nuovo programma scolastico a risolvere. Sarà la liberazione e la valorizzazione delle esperienze migliori. Per questo ci vuole decisionismo: dichiarare che il Muro di Gomma, almeno nella scuola, si abbatte. Subito. Non si può negare che il ministero ancora in carica per gli affari correnti abbia dimostrato comprensione per questo approccio, anche se ha potuto fare solo un inizio del lavoro necessario.

Anche per questo, il convegno di venerdì a Bergamo è importante (via Marco Zamperini; vedi anche ImparaDigitale).

Mentre le istituzioni, fondamentali, prendono consapevolezza di tutto questo, insegnanti e studenti già consapevoli che vogliono innovare lo fanno. Dovrebbero documentare di più quello che fanno, in modo strutturato come si fa nella ricerca, con i risultati attesi e ottenuti, in una logica di informazione di mutuo soccorso. Il cambiamento ne risulterebbe razionalizzato, gli errori minimizzati, le probabilità di riuscita aumentati, i migliori casi valorizzati.

Link da non perdere:
Libri digitali, Profumo convince gli editori (Repubblica 26 marzo)
La filiera del libro e della carta contro il decreto Profumo (Aie 3 aprile)

Vedi anche:
I dati per migliorare la scuola
Ricerca Talis e le opinioni degli insegnanti
Scuola generatore di futuro
L’ampiezza del tema della scuola digitale
Scuola. La grande trasformazione

Aggiornamenti su politica e internet, via Economist

L’Economist ha dedicato un lungo pezzo alle piattaforme che favoriscono un’innovazione nella politica.

Come sempre il giornale britannico la prende con flemma:

Digital politics carries high hopes. Many think it will help citizens govern themselves more effectively than via a professional caste of politicians. But just as putting cameras in parliaments did not usher in an era of teledemocracy, so digital politics has failed so far to displace the baby-kissers.

Ma osservando i fatti, dai Pirati tedeschi ai Cinque Stelle italiani, passando per le piattaforme che favoriscono la raccolta di petizioni, che in Finlandia hanno un valore parlamentare preciso, l’Economist dice che la questione è molto seria e potenzialmente importante. Il vero problema, dice il settimanale, non è nella messa in opera di sistemi di raccolta di istanze da parte della popolazione ma casomai nella capacità dei sistemi politici di adeguarsi efficientemente. Si rischia di produrre ulteriori delusioni nei confronti della democrazia.

Il consiglio è cominciare dalle piccole cose:

In one year Congress passes just a few hundred laws (when not hobbled by partisan mudslinging), whereas American government agencies pump out up to 8,000 new regulations, says Beth Noveck from New York University’s governance lab. In 2007 she founded Peer-to-Patent, an attempt to enroll experts in regulatory decisions—in this case, to speed up America’s tedious patent process. Pilot studies followed in Britain, Australia and Japan.

About 1,500 cities, including Chicago and, last year, New York, have also enlisted the public in setting budgeting priorities. In 2012 around a million citizens took part in the annual budgeting process in Rio Grande do Sul, the Brazilian state which also hosted the first such event, in the town of Porto Alegre, in 1989.

In 2011 the state governor collected 1,300 ideas for improving local health care, and then let citizens vote for their 50 favourites; 120,000 people took part. The voting software presented ideas in pairs; users could pick the one they preferred.

Ci sono molte iniziative nel mondo che consentono di ritenere una modernizzazione della politica fatta a piccoli passi verso la trasparenza e la partecipazione. Questo educa i cittadini, consente di ottenere risultati che non deludono ma incoraggiano e soprattutto migliora la performance e l’attenzione dei politici.

That may not be the direct democracy that Utopians covet, but more modest ambitions are in order. Cool-seeming digital tools can narrow participation by excluding poor, old or disabled people. Researchers in Germany report that e-petitions are mostly created by the same well-educated males who create and sign paper ones. “Move fast and break things” may be a good motto in Silicon Valley, but it is a poor prescription for politics.

Vedi:
Processing power
Dieci tesi sulla democrazia continua, Stefano Rodotà
Lunga vita a All Our Ideas, Pietro Speroni
Wikicrazia, Alberto Cottica
Tecnopolitica, tesi riassuntiva del libro di Stefano Rodotà elaborata da Mario Turco
Tecnopolitica, Stefano Rodotà per Treccani

Vedi anche:
Smart city. Smart citizenship
Democrazia e tecnologia
Maturazione del rapporto tra internet e democrazia
Intelligenza collettiva e democrazia
L’intelligenza delle smart city

Altri link:
Stefano Rodotà, Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma-Bari 2004
Manuel Castells, Comunicazione e potere nel XXI secolo, in Saperi e poteri, a cura di P. Corsi, Milano 2008
Carlo Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Milano 2008
Beth Noveck, Wiki government
Michele Vianello, Smart cities, Maggioli 2013
Andrea Granelli, Città intelligenti?, Luca Sossella Editore 2012

Smart city. Smart citizenship

La dimensione “tecnologica” delle smart city si accompagna alla dimensione “costituzionale” della smart citizenship. La città intelligente non emerge senza una riflessione sulla cittadinanza intelligente. E anzi, i due aspetti potrebbero finire con l’essere profondamente connessi.

Il codice del software che costituisce la materia fondamentale della tecnologia delle smart city può incorporare il codice di comportamento della cittadinanza intelligente nel caso che la progettazione delle nuove città non si limiti a considerare i temi dell’efficienza dei servizi cittadini ma anche la loro efficacia in termini di miglioramento della convivenza civile.

Gli algoritmi decisionali applicabili a piattaforme digitali studiati per esempio da Pietro Speroni lo dimostrano.

Il dibattito sulla “democrazia all’epoca di internet”, svoltosi giovedì scorso alla Fondazione Basso di Roma, nell’ambito della Scuola di buona politica 2013, ha mostrato i limiti di un approccio alla questione della partecipazione democratica alle decisioni in rete che non tenga conto delle regole repubblicane e non si prenda in carico la relazione tra il codice software e il codice di comportamento. I mezzi digitali possono incorporare entrambi i sensi del concetto di “codice” e di fatto è proprio ciò che fanno, implicitamente o esplicitamente.

Il punto di partenza, alla Fondazione Basso, era un riassunto delle problematiche più dibattute in materia compresi i pregiudizi che ne sottendono una larga parte:

La diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione ha cambiato sensibilmente lo scenario della democrazia. Sono rimessi in questione confini istituzionali e cognitivi. La cittadinanza, e le sue trasformazioni, non solo dunque come concetto giuridico-formale, vengono a configurarsi sempre più come campo di tensione e di contestazione. Emergono rischi di piattezza, omologazione, conformismo, approssimazione e anche di nuovo isolamento e atomismo a fronte dell’incredibile ampliamento dei contatti e degli scambi. Al centro di questo quadro problematico si colloca l’universo di relazioni che le persone istituiscono con le tecnologie di rete: tra rischi di isolamento e possibilità di socializzazione. Quali effetti produce internet sulla interazione sociale? Rafforza o indebolisce i legami e gli impegni sociali? In altri termini: Comunità virtuali o società in rete? Riflettere intorno al concetto di “Comunità virtuale” può contribuire a ridefinire anche storicamente la presunta “comunità reale” ad esso contrapposta, per verificare se la fonte della socialità sia ancora il confine spaziale o lo sia diventata la comunità spaziale.

E, ancora, come si collocano le nuove tecnologie all’interno di un sistema di relazioni sociali imperniato sull’individuo, su “comunità personalizzate” fabbricate su reti ego-centrate? L’individualismo in rete è il nuovo modello di socialità con cui Internet si confronta e a cui offre un eccezionale “supporto materiale” per esprimersi e per affermare il proprio dominio. In quanto modello sociale, l’individualismo si manifesta attraverso network incentrati su interessi e valori parziali, talvolta in grado di costituire delle comunità virtuali stabili, più spesso frammentate e cangianti.

Chi scrive questo blog si è trovato inesplicabilmente a sostituire Stefano Rodotà nel programma del 21 marzo al quale hanno partecipato Carlo Formenti, che ha elaborato il suo vasto discorso critico intorno alla struttura fondamentalmente orientata alla concentrazione del potere che è propria del modo con il quale si è sviluppata la rete; Sara Bentivegna, che ha visto nella trasparenza e nell’accountability i termini più importanti del rapporto tra internet e democrazia; e Giancarlo Monina che ha tenuto le fila della discussione. Il mio contributo si è configurato come una discussione su tre punti:
1. La prospettiva aperta da internet per la democrazia non si comprende se non si tiene conto che arriva in un contesto dominato dall’influenza della televisione sulla democrazia.
2. Internet non è la dimensione del virtuale in quanto separato dal reale ma è semplicemente parte integrante dell’ambiente, del paesaggio umano, della geografia.
3. La massima specificità di internet è la sua modificabilità in modo più facile e partecipato di quanto non siano altri mezzi di comunicazione come la televisione, sia dal punto di vista della partecipazione alla produzione e trasmissione delle informazioni, sia dal punto di vista della progettazione e realizzazione di piattaforme e strutture mediatiche.

Se c’è un mezzo di comunicazione che ha contribuito a piattezza, omologazione, conformismo, approssimazione, isolamento e atomismo quel mezzo è la televisione. Internet arriva storicamente in un contesto tv-centrico: in molti casi viene adottato con una mentalità definita dalla cultura televisiva, ma il suo contributo è casomai quello di aprire la porta anche a elementi di approfondimento, differenziazione, anticonformismo e ricostruzione di relazioni. Anche se il lavoro da fare a questo proposito è ancora enorme. Le piattaforme internettiane, in effetti, sono fatte di codice, algoritmi, metafore che favoriscono comportamenti che risultano in molti casi incapaci di rendersi indipendenti dal contesto della cultura televisiva. Ma un fatto è certo: non è troppo difficile inventare e proporre nuove piattaforme, tali da curare e superare i limiti delle piattaforme esistenti. In questa dinamica si inserisce la storia delle varie ondate innovative della rete, dai siti, ai portali, dai motori algoritmici ai blog, dai wiki ai social network. E ora si direbbe si prepara una nuova ondata (che potrebbe superare l’interpretazione pseudo-televisiva della rete pensata essenzialmente come un nuovo mezzo di propaganda): quella dei sistemi decisionali condivisi dei quali Liquid Feedback è soltanto un primo aspetto, ma il cui contesto sono le piattaforme per il consumo collaborativo, quelle per il co-design, quelle per la produzione customizzata.

Ebbene: queste piattaforme saranno l’occasione per ripensare non solo al modo in cui si vota e si prendono decisioni, ma anche al modo in cui ci si informa allo scopo di prendere decisioni insieme, sulla base di regole che garantiscano non solo le maggioranze ma anche le minoranze e la continuità del gioco democratico. La dimensione “costituzionale”, repubblicana, peraltro, appartiene in modo profondamente codificato alla realtà della rete che è un bene comune e la cui neutralità costitutiva è codice in ogni senso, come forma tecnologica e come forma di autoregolamentazione degli utilizzatori. La cittadinanza intelligente si sviluppa in un contesto consapevole di tutto questo. Le regole che la cittadinanza intelligente si darà, non calate dall’alto ma incorporate nel codice delle piattaforme che emergeranno dall’iniziativa dei cittadini, avranno importanti conseguenze sulla qualità delle città intelligenti in costruzione.

Vedi:
Dieci tesi sulla democrazia continua, Stefano Rodotà
Lunga vita a All Our Ideas, Pietro Speroni
Wikicrazia, Alberto Cottica
Tecnopolitica, tesi riassuntiva del libro di Stefano Rodotà elaborata da Mario Turco
Tecnopolitica, Stefano Rodotà per Treccani

Vedi anche:
Democrazia e tecnologia
Maturazione del rapporto tra internet e democrazia
Intelligenza collettiva e democrazia
L’intelligenza delle smart city

Altri link:
Stefano Rodotà, Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma-Bari 2004
Manuel Castells, Comunicazione e potere nel XXI secolo, in Saperi e poteri, a cura di P. Corsi, Milano 2008
Carlo Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Milano 2008
Beth Noveck, Wiki government
Michele Vianello, Smart cities, Maggioli 2013
Andrea Granelli, Città intelligenti?, Luca Sossella Editore 2012

I post che parlano di smart city si moltiplicano ogni giorno. Ecco Catania, Farespazio, Modena, I love green, GreenMind, L’Aquila, Genova. Negli ultimi tre giorni.

Senato. Grasso presidente. Scelte senza espulsioni. Non è mai troppo tardi per imparare a decidere insieme

Dicono che la piattaforma per le decisioni trasparenti ispirata al Liquid Feedback usato dai pirati tedeschi, arriverà tra qualche tempo nel mondo M5S. Se ne avverte il bisogno per tutto il sistema e non solo per quel movimento. Perché in un contesto parlamentare privo di maggioranze chiare, le mosse dei leader possono assomigliare a una partita a scacchi tra quattro o cinque giocatori diversi, ma non è detto che riescano a tenere compatti i loro gruppi: quando le scelte si fanno difficili, con molte variabili in gioco, le riflessioni e le discussioni dei singoli parlamentari possono ampliare il fronte delle scelte possibili attraverso prese di posizione personali. È uno scenario implicito in qualunque operazione che possa potrare avanti questa legislatura (sia nel caso che si faccia un governo privo di una maggioranza chiara e si vada avanti con una nuova centralità del parlamento, sia nel caso che si faccia un governo con una maggioranza risicata).

Se le relazioni tra i partiti, i leader e i parlamentari saranno improntate alla convenienza in vista delle prossime elezioni, tutto sarà bloccato e le prossime elezioni diventeranno la scelta emergente. Se si troverà il modo di decidere intelligentemente, si potranno fare scelte di progresso con questo parlamento. Il risultato di questi dilemmi dipenderà dal più o meno diffuso pragmatismo dei leader e dalla focalizzazione del senso di servizio dei parlamentari, che può essere rivolto al loro partito o al popolo italiano.

Sta di fatto che per decidere in una condizione così occorre razionalizzare il processo e superare la banalità del metodo tradizionale (discussioni più o meno infinite, scelte dei leader, votazioni a maggioranza), per passare a un sistema capace di fare emergere le idee “migliori”. E il supporto della rete in questo non dovrebbe essere dimenticato. Le piattaforme per le decisioni condivise non vanno confuse con la democrazia diretta per la quale su ogni decisione sono chiamati in causa tutti i cittadini. Ma possono essere intese, se sviluppate con competenza, come supporto per fare emergere le istanze e le soluzioni più condivisibili e intelligenti. Chi studia da tempo, con profondità logica e sensibilità umana il problema delle decisioni e dei sistemi di voto può offrire spunti importanti a questo proposito come dimostra il lavoro di Pietro Speroni di Fenizio. Qui sotto una lezione da lui tenuta ad Ahref (circa 90 minuti).

update: via @batpad un contributo di webeconoscenza:

Vedi anche:
La partecipanda per gli italiani
Politica digitale
Programma liquido
Innovazione nella pratica politica
Personal democracy: ossimoro
Rodotà, democrazia e tecnologia
Internet e democrazia
Intelligenza collettiva e democrazia

Il prossimo governo sarà “politico”. E allora torniamo all’agenda, “partecipanda”, per gli italiani

Le risposte dei partiti ai problemi e alle suggestioni emerse dalle elezioni sono talmente secche e confuse da apparire paradossalmente chiare. E alla fine, se non succede altro, ci si affiderà dunque alla saggezza del Presidente Giorgio Napolitano.

Sempre per placare l’ansia, tentiamo qualche ipotesi.

Questa volta, il problema più urgente per il Presidente non sarà la voragine finanziaria ma la palude politica. E se questo è vero, il suo suggerimento non sarà un tecnico di garanzia per i mercati, ma una persona chiamata alla missione impossibile di trasformare la palude in una pianura fertile.

Il nuovo governo sarà dunque più politico che tecnico.

Il che significa che non dovrà necessariamente cercare l’appoggio di tutti i poli, le stelle e i buchi neri. Dovrà scegliere. Se la persona che verrà proposta dal Presidente per formare il nuovo governo si presenterà con un’agenda forte e chiara di bonifica della politica potrà trovare una maggioranza e partire. Poi vediamo per dove. Ma un punto è evidente: la bonifica della politica, elemento fondamentale per affrontare l’urgenza che viviamo in questo momento non piacerà a tutti. In questo senso il nuovo governo sarà politico e di parte, non generalista. Il problema è che interpreti la maggioranza del Parlamento uscito dalle urne, nel senso che interpreti attraverso il Parlamento la volontà degli elettori. E i loro bisogni.

Il capo del governo che passerà in Parlamento sarà dunque sostenuto dal Pd, necessario e sufficiente alla Camera, e da M5S o PdL, necessari ma non sufficienti al Senato: non ci sono altre possibilità. O meglio: esisterebbe la possibilità di fare una proposta Pd-SceltaCivica che cerchi l’appoggio di qualche senatore vagante, ma bisogna ammettere che si tratterebbe di una soluzione di ripiego che comunque non potrebbe essere la prima scelta del Presidente.

E allora. Quale sarebbe la prima scelta del Presidente?

Spieghiamoci. Di fronte all’urgenza della paralisi politica ci sarebbero due possibilità alternative:
1. una nuova costituente per riconfigurare le regole della democrazia e della repubblica per adattarle al cambiamento epocale (una strada lunga per la quale occorrerebbe l’accordo sostanzialmente di tutti i partiti)
2. una rinnovata energia democratica e repubblicana, basata sulla costituzione esistente, con decisioni che la difendano dalle forme malate che l’hanno indebolita nel tempo (una strada più breve per la quale basterebbe l’accordo di una parte maggioritaria degli eletti)

La nuova costituente sarebbe una bella cosa. La costituzione, così densa di cultura politica che abbiamo ereditato, non va cambiata ma adattata alle nuove condizioni. Il problema costituzionale è che l’equilibrio dei poteri repubblicani è stato attaccato per lungo tempo dalla pratica politica ed è stato messo in discussione dall’emergere di nuovi poteri come l’informazione, soprattutto televisiva. L’equilibrio dei poteri è pensato anche per garantire i diritti delle persone e impedire la “dittatura della maggioranza”. La democrazia non è che un modo per decidere chi decide, a maggioranza appunto, ma la repubblica è tutta la popolazione e l’ambiente in cui vive. Fare un pensiero costituzionale presuppone una collaborazione vera di tutti i partiti per rappresentare tutta la popolazione (almeno quella che vota). Sarebbe bello, ma non è il momento. E forse non è neppure la compagnia giusta.

Resta una bonifica della palude. Poche decisioni cardine, immediate, che definiscano una roadmap per le decisioni successive. Di fronte a quell’agenda si formerebbe una maggioranza sulla quale il Presidente potrebbe avere garanzie durante le consultazioni e affidare un incarico con qualche certezza di successo. Mettiamo che l’agenda dica:
1. conti pubblici a posto senza se e senza ma
2. riduzione dei costi della politica
3. troncatura del conflitto di interessi
4. massimo due mandati per gli eletti
5. nuova legge elettorale
6. agenda digitale senza se e senza ma
7. consultazioni pubbliche sulle scelte di allocazione delle risorse all’interno delle compatibilità possibili
8. legge anticorruzione rafforzata, introduzione di norme sulla “corruzione tra privati”, ripenalizzazione del falso in bilancio
9. rafforzamento della roadmap per facilitare startup, ricerca, istruzione innovativa e dare comunque segni di vita per la crescita
10. altre cose che il Presidente saprebbe individuare sentendo i partiti…

Questo programma potrebbe trovare l’appoggio del Pd e del M5S. Se al posto del conflitto d’interessi e della corruzione ci fosse qualcosa sui pm e sulle tasse si potrebbe invece immaginare un appoggio del Pdl. Supponendo che il metodo sia quello ipotizzato, vedremo in quale direzione andrà il Presidente. E speriamo sia quella giusta.

Se passasse così, il nuovo governo si metterebbe alacremente al lavoro, in funzione della qualità delle persone scelte per formarlo. Poi si farebbe il nuovo Presidente della Repubblica. Da tener presente (giusto per saperlo) che per quell’elezione, una scelta che spetta all’insieme di tutti i parlamentari, c’è una maggioranza sufficiente di Pd e SceltaCivica. Se la saggezza del Presidente è diventata tanto importante per il sistema politico italiano, non si può che sperare che anche il prossimo Presidente sia molto saggio.

Siccome le camere non possono essere sciolte dall’attuale Presidente, non c’è alternativa alla formazione di un governo con questo Parlamento. La visione e l’esperienza di Giorgio Napolitano, pur nella delicata funzione di garanzia, questa volta potrebbe dover condurre a una scelta politica. Il metodo con il quale tirerà fuori gli impegni che i partiti sono disposti a prendersi sarà fondamentale. La persona che sceglierà per l’incarico sarà altrettanto importante. Speriamo.

Nel frattempo, la società italiana farà emergere sempre nuovi strumenti per farsi sentire. Non finirà tutto nelle stanze dei bottoni. Anche perché quei bottoni non sembrano in ogni caso funzionare molto bene. Costringendo tutti a fare i salti mortali per capirci qualcosa.

Vedi anche:
Lettera a Beppe Grillo e all’M5S
Il fuoco mancante della prospettiva
Li stiamo perdendo
Roadmap needed please
Così l’Italia si gioca il futuro
Da informazione locale a informazione territoriale
Promemoria PA digitale
Elezioni e marketing degli omogeneizzati
L’agenda-partecipanda per il paese
Perché è tanto difficile cambiare l’Italia

E vedi anche:
Tutto il potere ai social!
In attesa della guerra civile
Un Parlamento senza Governo

Scenari e terrori

Il labirinto uscito dalle elezioni era temuto se non implicito nella banalità del discorso pubblico nella quale si è avvitata la campagna elettorale. Ora si discute di scenari alternativi. (E ancora manca la prospettiva).

I giochi mentali che portano a definire scenari non servono a molto, se non a ridurre la tensione dell’incertezza che si è creata:

1. Campagna elettorale infinita. Nessuno si mette d’accordo con nessuno perché da un accordo perderebbe voti nelle prossime elezioni. Il Pd non si accorda con il Pdl e nemmeno con M5S. Un governo ottiene la fiducia per via di una sorta di silenzio tattico dell’opposizione (a quel punto qualcuno propone di tenere il governo attuale?). Si fa il nuovo presidente col minimo sforzo (Napolitano potrebbe rifiutarsi?) e si va a nuove elezioni. Ma non avendo cambiato la legge elettorale ci si trova di fronte a una situazione simile all’attuale e si va avanti così fino a farsi veramente male.

2. Campagna elettorale annuale. Accordo Pd e Pdl. Si fa il presidente (Amato?) e poi poco o niente. Alle elezioni dopo un anno M5S stravince.

3. Eliminazione di uno dei tre. Pd riesce ad accordarsi con M5S fa presidente della repubblica, legge elettorale, legge decisa sul conflitto d’interessi, tre leggi su lavoro, energia e riconfigurazione dell’Imu in senso progressivo. Poi alle elezioni se la gioca col M5S.

4. Neotecnici. Il debito va velocemente fuori controllo, l’Europa interviene, nuovi tecnici. Rischi di rivolta. Rischi secessione. Alternative drammatiche per ogni cittadino. Tutto dipende da qualità dei tecnici chiamati al lavoro. Intanto al Parlamento si fa una cosa tipo quelle dei punti 2 o 3.

5. Scioglimento dei partiti. I partiti si spaccano quasi tutti: parte di Pd, parte di Monti, parte di M5S, parte di Pdl costituiscono la Democrazia Costituzionale, si oppongono i deputati del Partito Costituzionale Italiano da una parte e dall’altra il Movimento Stabilità Italiana, si formano altri gruppi separati ma alleati della Dc e, con l’accordo esterno del Pci fanno quello che si diceva al punto 3.

Intanto i cittadini si arrangiano, come hanno sempre fatto. Nel frattempo, inaspettatamente, alcuni tra i più famosi sondaggisti si dimettono.

Chiose sulla democrazia facebookiana

Facebook ha chiesto agli utenti di votare se volevano mantenere il diritto di voto sulle decisioni che riguardano per esempio la privacy sul social network. A questi referendum non ha mai votato più dello 0,5% degli iscritti. Il quorum per rendere vincolante il voto era del 30%. Ovviamente il quorum non è stato raggiunto e ora Facebook ritiene di essere legittimata a cambiare le regole a suo piacimento (vedi Slate, TechCrunch, Repubblica, MrWebmaster, Computerworld).

Gli iscritti a Facebook sono una rete non una massa. Non hanno un luogo di informazione unitario che faccia la cronaca della comunità. Probabilmente non pensano che il social network sia una sorta di società che deve decidere insieme su qualche cosa. Sanno che è una piattaforma di proprietà di Mark Zuckerberg e soci e che non è un bene comune. Forse dunque non sentono le votazioni per decidere di questa piattaforma come qualcosa di davvero credibile. Subiscono in generale le decisioni della proprietà, su interfaccia e funzionalità possibili, senza apparentemente fiatare. E non sembrano invece dedicare molto tempo a comprendere che anche su Facebook hanno dei diritti e che farli valere è importante.

Una piattaforma che fosse davvero un bene comune – non proprietà privata – servirebbe per alimentare il senso di partecipazione delle persone alla vita della comunità attraverso la rete. Facebook non sarà mai questo tipo di piattaforma. Lo è internet, in fondo, da sempre e va difesa: ed è probabile che si svilupperà su internet un ambiente, una piattaforma o un insieme di piattaforme per aiutare le persone a decidere civicamente online. Si può scommettere che molti ci stanno già lavorando.