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Italia benessere: Ocse vede un certo equilibrio tra vita e lavoro

Le famiglie stanno abbastanza bene. Ed è buono l’equilibrio tra qualità della vita e lavoro. L’istruzione preoccupa, come scarseggiano le opportunità di lavoro. Lo calcola l’Ocse. Ecco il comunicato:

OCSE – Milano, 18 maggio 2015

 

Salute, Istruzione, Felicità? Il Better Life Index dell’OCSE racconta com’è la vita in Italia

 

Oggi l’OCSE presenta in anteprima il Better Life Index in italiano. Il BLI è una piattaforma online di tipo interattivo che offre degli spunti interessanti sulla percezione di benessere e qualità della vita dei cittadini. Per la prima volta da oggi gli Italiani potranno avere a disposizione questo strumento tradotto nella loro lingua, nonché confrontare la performance dell’Italia con quella di altri 35 paesi nel mondo, rispetto a 11 dimensioni di benessere: abitazione, reddito e ricchezza, occupazione, istruzione, ambiente, impegno civile, salute, soddisfazione personale, relazioni sociali, equilibrio vita-lavoro e sicurezza. 

 

Secondo l’analisi basata sul Better Life Index  l’Italia ottiene risultati positivi sull’equilibrio vita-lavoro e sul reddito e la ricchezza delle famiglie, che sono superiori a quelli della media OCSE. Una buona performance si registra anche nel campo della salute e delle relazioni sociali. 

 

L’istruzione e il lavoro sono invece aree nelle quali i risultati italiani sono inferiori a quelli della media OCSE, risultati insufficienti anche sulla qualità dell’ambiente, gli aspetti abitativi e la soddisfazione personale. 

 

L’Italia si classifica 13esima per l’equilibrio vita-lavoro, 14esima per reddito e ricchezza e 31esima per l’istruzione. Ulteriori dettagli sui risultati italiani possono trovarsi qui

 

Attraverso il Better Life Index i cittadini possono ottenere un indice personalizzato che permette di confrontare la performance dei paesi sulla base delle priorità attribuite agli 11 fattori di benessere. Fino ad oggi 92000 utenti nel mondo intero hanno condiviso il loro indice personalizzato con l’OCSE.

 

In Italia, dove in più di 3600 hanno risposto, la salute, l’istruzione e la soddisfazione personale sono le dimensioni di benessere considerate più importanti dai cittadini, anche più della ricchezza. Inoltre l’ambiente e l’impegno civile risultano valori più importanti in Italia che nel resto d’Europa. Per dare voce alle tue idee, crea il tuo Better Life Index qui

 

Lanciando il Better Life Index il Segretario Generale dell’OCSE Angel Gurria ha dichiarato: “In risposta agli interrogativi sollevati dalla crisi, dobbiamo colmare il divario tra bisogni dei cittadini, le loro aspirazioni e le agende dei governi. Per questo è necessario capire meglio cosa vuole la gente. E’ questa l’essenza della democrazia. Il Better Life Index può esserci d’aiuto in questo compito.”

 

Per un articolo del Segretario Generale dell’OCSE Angel Gurria sul benessere in Italia e sull’importanza di orientare le politiche economiche e sociali al raggiungimento del benessere vai qui: Going beyond GDP – the OECD’s Better Life Index


Il Better Life Index e l’EXPO Milano 2015

L’OCSE lancia il Better Life Index in italiano in collaborazione con l’EXPO 2015, di cui è partner ufficiale. Il tema dell’EXPO Milano 2015, “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” presenta dei punti di sinergia evidenti con la visione di benessere insita nel Better Life Index, in particolare con i focus sulla salute, l’interazione umana e le relazioni sociali, l’ambiente e la cultura. Per una panoramica completa del partenariato  OCSE ed EXPO Milano vai qui (www.oecd.org/expo-milano.htm)

Elementi di contesto

 

Il Better Life Index fa parte dell’Iniziativa Better Life dell’OCSE lanciata nel 2011 per misurare il benessere ed il progresso delle collettività al di là di metriche tradizionali come il PIL. L’iniziativa si sviluppa con una serie di rapporti, come How’s Life?(Come va la vita?) che analizza in maniera approfondita il benessere delle popolazioni, con un focus sui trend temporali e le ineguaglianze tra individui.

 

L’OCSE ha anche sviluppato un progetto per misurare il benessere a livello regionale che ha confluito nel rapporto How’s Life in your Region(Come va la vita nella tua regione?). Il rapporto è corredato da un sito web interattivo che analizza le differenze di benessere tra regioni. Per avere delle informazioni sulle performances di benessere della Lombardia puoi andare qui: http://www.oecdregionalwellbeing.org/region.html#ITC4

 

Il rapporto dell’OCSE Come andava la vita? apporta degli elementi complementari a questo insieme di lavori, fornendo una panoramica dell’evoluzione di benessere dal 1820 ad oggi per 25 paesi e 8 regioni del mondo.

La disinformazione è inquinamento

Non è una novità: internet ha abbattuto le barriere alla pubblicazione, rispetto all’epoca analogica, il che ha reso possibile un aumento dell’informazione disponibile e, dunque, anche della disinformazione. Sicché, con la classica distorsione interpretativa che si manifesta per le cose troppo nuove, il lamento sulla disinformazione nei social network è ancora troppo superiore alla progettualità di chi tenta di migliorare la situazione.

Per passare al progetto, occorre conoscere. Si può pensare di comprendere la disinformazione interpretandola nel quadro dell’etica, del diritto, della politica, dell’economia. E poi affidare a ciò che è “giusto” il compito di vincere e di convincere. Ma le ambiguità di questi approcci non facilitano: chi ha un’agenda politica o etica può sentire che fare disinformazione è tatticamente “giusto”; del resto il mercato non è il luogo che apprezza ciò che è “giusto” e anzi lascia ampio spazio sia all’informazione di qualità sia alla disinformazione più becera. Insomma, per comprendere e combattere la dinsinformazione ci vuole anche un’integrazione interpretativa.

Alla Biennale Democrazia ne hanno parlato Filippo Menczer e Luca Sofri. I due relatori hanno interpretato la disinformazione come elemento dell’analisi del sistema dei media.

Menczer, impegnato al Center for Complex Networks and Systems Research, ha mostrato come sui social network la disinformazione si diffonda seguendo le logiche della rete. Ha analizzato un caso di disinformazione che ha colpito proprio il suo lavoro. Ha descritto il progetto Truthy. Mostrando la complessità della circolazione dell’informazione in rete. E ha dato un’informazione straordinariamente importante: nelle reti con maggiore diversità sembrano più vivi gli anticorpi contro la disinformazione, nelle reti alle quali partecipano soprattutto persone che la pensano nello stesso modo, la disinformazione si diffonde di più.

Luca Sofri ha mostrato quanto il lavoro di distinguere la disinformazione nel mare magnum dell’informazione sia un lavoro infinito, difficile, che richiede capacità critiche molto sviluppate. E che soprattutto richiede un impegno costante e paziente. Che peraltro non offre grandi vantaggi per chi vi si dedica, anche se bisogna ammettere che Luca deve avere ricavato una bella soddisfazione vedendo come la platea torinese ascoltasse divertita e interessata il suo resoconto sulle più incredibili forme assunte dalla disinformazione nel sistema dei giornali italiani.

Il rinnovamento dei media ha aperto strade nuove per la disinformazione. Ma la maturazione di una consapevolezza su questo punto deve pure avvenire. E per progettare qualcosa di sensato per contenere la disinformazione dal punto di vista sistemico occorre certamente qualcosa che tenga conto di entrambe le testimonianze. Le piattaforme per la circolazione dell’informazione del futuro dovranno avere nell’insieme forti incentivi a fare incontrare persone che non la pensano nello stesso modo e che sono premiate se portano all’attenzione degli altri informazioni documentate, mentre sono penalizzate se fanno perdere tempo con informazioni prive di fondamento. È il percorso progettuale dei media civici. Le piattaforme civiche devono essere divertenti quanto quelle sociali ma devono anche sviluppare una “infodiversità” attiva e una valorizzazione dei contributi più documentati che nei social network non è prevista by design.

Un approccio che agganci il tema della disinformazione all’ecologia dei media è un progetto intellettuale di grande importanza (qui c’è un vecchio, piccolo contributo). Ma la strada è aperta.

Fede, democrazia e terrorismo. Un libro di Eric Hoffer. Una considerazione di Martin Wolf

La domanda che Martin Wolf si pone sul Financial Times è quella che abbiamo in mente tutti: perché esiste gente che uccide per la sua fede e come devono rispondere le democrazie? (Ft, edizione a pagamento)

libri-The_True_BelieverWolf cerca una risposta a partire dal libro di Eric Hoffer, pubblicato nel 1951, The True Believer: Thoughts on the Nature of Mass Movements (il libro è disponibile gratuitamente in pdf).

La discussione passa velocemente intorno alle questioni del fanatismo, della religione, del nazionalismo e arriva a un’intuizione densa di conseguenze: il fanatico, quella persona che può uccidere e morire per la sua fede, non si spiega con la povertà, ma con la frustrazione.

Dunque, dice Wolf, il fanatismo nasce dalla distanza tra ciò che si pensa sia giusto e ciò che si vede nella realtà, ma si sviluppa radicalizzando l’adesione a una fede in cui credere che conforta aiutando a individuare una strada da percorrere per aggiustare la situazione, una strada che spesso definisce un nemico e legittima la violenza.

La conclusione di Wolf: che cosa deve fare un cittadino di una democrazia liberale che vuole restare tale?
1. prepararsi a una lunga partita di contenimento
2. riconoscere che il centro della questione è altrove; l’occidente può aiutare ma non vincere una guerra del genere
3. offrire l’idea di eguaglianza nella cittadinanza come alternativa alla violenza
4. comprendere e rispondere alla frustrazione che molti sentono
5. accettare il bisogno di misure per garantire sicurezza ricordando però che la sicurezza assoluta non è raggiungibile
6. restare fedele ai valori democratici perché senza di essi non abbiamo nulla da offrire in questa battaglia (e quindi mantenere un giusto e sano “stato di diritto” e rifuggere dalla tortura). Se rinunciamo a questi valori abbiamo perso. Reagire esagerando apre la strada alla sconfitta.

Tra queste indicazioni alcune sono rivelatorie. Una democrazia non vince mettendosi sullo stesso piano dei fanatici, non può garantire l’assoluta sicurezza e dunque non ha senso che rinunci ai valori democratici in nome di una impossibile garanzia di sicurezza. Per Wolf la guerra si vince nel lungo termine, aiutando a superare i motivi di frustrazione. E’ un razionale approccio non violento che individua un obiettivo sensato. Forse gli Stati Uniti potrebbero prendere in considerazione questo ragionamento, almeno quando discutono sulla scelta che in qualche caso hanno operato immolando sull’altare di una fede fanatica per l’”assoluta sicurezza” alcuni valori fondamentali come il rifiuto della tortura. Il senso dell’equilibrio e la precisione della consapevolezza sul valore dei diritti umani è la principale arma strategica dell’Occidente in questo confronto estremo con una parte degli abitanti più frustrati e fanatici del pianeta. Imho.

Arte alla frontiera della ricerca di senso dove è più difficile trovarne

Con Art Central Hong Kong cerca di diventare uno dei grandi poli nel mondo dell’arte. La città è probabilmente il luogo nel quale l’evoluzione del sistema cinese può accelerare. L’arte è una forma di ricerca non violenta che può sicuramente aiutare. Mentre un artista come Ai WeiWei simboleggia insieme la possibilità e la difficoltà di quell’evoluzione.

Un pezzo molto analitico e importante di Hans de Zwart (Bits of Freedom) su Medium prende spunto proprio dalla vicenda di Ai Weiwei per dire come può diventare l’esperienza umana in un contesto di sorveglianza capillare. Intanto a Genova una mostra sulla democrazia come illusione sembra adatta a vedere la questione da un punto di vista speculare.

Del resto, la sorveglianza si generalizza e banalizza con la gadgettistica che si va diffondendo. Come dimostra la Narrative, una macchinetta per riprendere tutto quello che succede a una persona tanto simile a quello che raccontava Dave Eggers in The Circle da avermi spinto a citarla nel mio prossimo libro (uscirà a febbraio).

Soffriamo della sorveglianza. E cerchiamo libertà. Con tecnologie analoghe che hanno effetti opposti. La fotografia e il video ci appaiono al servizio della sorveglianza e insieme formula di libertà. I poliziotti che riprendono ogni attimo di un loro contatto con persone che devono interrogare creano condizioni di migliore legalità. Nassim Taleb ha raccontato una sua esperienza: “The other day, in the NY subway corridor in front of the list of exits, I hesitated for a few seconds trying to get my bearings… A well dressed man started heaping insults at me ‘for stopping’. Instead of hitting him as I would have done in 1921, I pulled my cell and took his picture while calmly calling him a ‘Mean idiot abusive to lost persons’. He freaked out and ran away from me, hiding his face in his hands.”

La ricerca sulla fotografia e l’arte sta concentrandosi sulla ridefinizione del ruolo di questa tecnica meravigliosa. Lo mostrano le riflessioni di Ekaterina Degot, scrittrice e curatrice, direttrice dell’Academy of Arts of the World, Colonia, professoressa alla Rodchenko Moscow School of Photography. Photographers versus Contemporary Artists: Whose Crisis Is Deeper? E poi: Photography versus Contemporary Art: What’s Next? Si può sperare che l’esperienza artistica ci porti un po’ più avanti in questa bizzarra epoca nella quale ci lasciamo sorvegliare, ne soffriamo e ne godiamo, abbandonando la ragione e recuperandola a giorni alterni. Chissà se i commentatori vorranno segnalare altre letture.

Evgeny Morozov, internet freedom, sovranità digitale

Evgeny Morozov scrive sul Guardian un pezzo controverso sulla libertà in internet, la sovranità digitale e le politiche di Usa, Cina, Russia. E l’Europa?

Fa notare Morozov che la politica americana e quella degli altri paesi sono connesse a livello di libertà internettiana. E che l’aggressività americana – del governo e delle piattaforme private – è connessa con le politiche tese a generare un’internet autonoma, indipendente, locale nei grandi paesi che competono con gli americani. Morozov ovviamente tiene conto del fatto che i paesi come la Cina e la Russia non sono particolarmente famosi per il loro impegno sui diritti umani e la libertà di espressione. Ma aggiunge che il modo di agire americano li spinge e in un certo senso giustifica a creare condizioni di privilegio per le piattaforme e gli strumenti di accesso locali. Sostenere una politica estera internettiana basata sull’ideologia dell’internet freedom, secondo Morozov, è indice di una sorta di ipocrisia americana: che vorrebbe imporre agli altri comportamenti rispettosi degli stessi diritti che l’America non garantisce.

L’Europa ha reagito alle notizie sull’interferenza americana in vario modo (vedi qui) ma con quale efficacia?

Morozov è tra l’altro Schwartz fellow alla New America Foundation. Sul sito di quella fondazione si trova il link a uno studio sull’efficacia delle proposte di reazione europea all’interferenza straniera in nome della sovranità digitale. Lo studio è realizzato da Tim Maurer, Robert Morgus, Isabel Skierka, Mirko Hohmann. Sottolinea come tra i punti dell’accordo tra i partiti che hanno formato la coalizione di governo in Germania ci sia il comune proposito di “riconquistare la sovranità digitale”. I progetti per ottenere questo risultato, secondo lo studio, sono in gran parte destinati a fallire in termini di efficacia (mail e storage locale sono esempi di questo) mentre le migliori chance di successo sono connesse alle proposte che tentano di generare migliori forme di criptazione e un maggiore uso della stessa. Insomma: la sovranità digitale non si riconquisterebbe creando un’internet europea protetta ma usando sistemi di cifratura più potenti e indipendenti dagli americani. Chissà se tra i commentatori c’è chi ha informazioni od opinioni in proposito…

Vengono citati altri articoli (altri pezzi da leggere potrebbero essere citati dai commentatori…):
DEBATE ON LAW ENFORCEMENT VS. SMARTPHONE ENCRYPTION
Going Dark: Are Technology, Privacy, and Public Safety on a Collision Course?
The unstoppable rise of the global surveillance profiteers
STOPPING THE UNLAWFUL TRADE OF SURVEILLANCE TECH
The US Needs a New International Strategy for Cyberspace

Sicurezza, privacy, Nsa e Spiegel. Democrazia in discussione

Un nuovo grande articolo sullo Spiegel per spiegare come la Nsa entra nelle conversazioni dei cittadini anche quando sono criptate. E per mostrare quali servizi sono più difficili o forse impossibili da crackare.

I giudizi su questa attività dell’Nsa sono misti. In Europa sono spesso critici. Soprattutto in Germania, dove si è scoperto che addirittura la cancelliera Merkel è stata intercettata. Ma anche la Francia ha protestato duramente. Anche se in Francia si sono dotati di un sistema analogo a quello dell’Nsa, ha scoperto Le Monde. E nella notte di Natale ha approvato una legge che consente al governo francese di spiare i cittadini oniline senza chiedere il permesso al giudice. In America si sentono spesso giudizi più positivi, basati sull’idea che questa attività abbia comunque ecitato altri atti di terrorismo (fonte: interviste personali con autorevoli intellettuali anche liberal, sulle quali mantengo il riserbo).

Sta di fatto che tutto questo è stato sviluppato sotto George W. Bush e non è cambiato molto sotto Barack Obama, nonostante ci si potesse aspettare il contrario.

L’interpretazione di Michael Glennon, professore di diritto internazionale, è affascinante. In un suo paper, Glennon parla di un doppio livello politico. Uno ufficiale e democraticamente controllato l’altro votato all’efficienza e non necessariamente trasparente. Che punta ai risultati con ogni mezzo. E che riesce a influire in modo talvolta cogente sulle scelte della politica ufficiale. È Glennon che mostra come le differenze tra Bush e Obama siano nei fatti minime nonostante le diverse culture politiche che i due presidenti rappresentano.

Viene in mente la storia dei missili a Cuba, durante la quale il presidente Kennedy dovette affrontare da un lato i sovietici e dall’altro i suoi stessi militari, che avevano tutte le intenzioni di agire efficientemente per bloccare l’installazione di missili nucleari nell’isola caraibica ma in modo indifferente al pericolo di scatenare una guerra mondiale. Viene in mente che dopo l’assassinio di Kennedy, il nuovo presidente Johnson fu vittima dell’influenza del Pentagono e consentì l’escalation della guerra in Vietnam. Viene in mente che in questo secolo il potere dei servizi e delle strutture che riescono a decidere e operare indipendentemente dall’opinione espressa dai politici – e anzi condizionandoli molto – sembra essersi accresciuto.

Banche, petrolieri, militari e servizi in America sembrano riuscire in questa attività. Ma anche l’Europa non è immune. Tutt’altro. E ci sono sempre pro e contro nelle discussioni su questi temi. Fino a che qualcuno non dice che è sempre stato così e che così fan tutti. Sarà: ma o la democrazia trasparente è un mito inefficiente, oppure è un progetto ancora in sviluppo. Spero valga la seconda ipotesi.

Informazione o comunicazione

Ritrovo un pezzo scritto nel 2003 attraverso archive.org. E lo ripubblico, visto che mi serve per un post… Obiettività nel giornalismo? Nel giorno della tragedia, quando 19 italiani vengono uccisi in Iraq nel corso di un attacco suicida contro la caserma dei carabinieri di Nassirya, i giornali partecipano al dolore. Se, quel giorno o un…

Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto

Questo post è un po’ lungo…

L’approccio

Lawrence Lessig ha avuto l’intuizione fondamentale. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada:

lessig-column

“Every age has its potential regulator, its threat to liberty. Our founders feared a newly empowered federal government; the Constitution is written against that fear. John Stuart Mill worried about the regulation by social norms in nineteenth-century England; his book On Liberty is written against that regulation. Many of the progressives in the twentieth century worried about the injustices of the market. The reforms of the market, and the safety nets that surround it, were erected in response.

Ours is the age of cyberspace. It, too, has a regulator. This regulator, too, threatens liberty. But so obsessed are we with the idea that liberty means “freedom from government” that we don’t even see the regulation in this new space. We therefore don’t see the threat to liberty that this regulation presents.

This regulator is code—the software and hardware that make cyberspace as it is. This code, or architecture, sets the terms on which life in cyberspace is experienced. It determines how easy it is to protect privacy, or how easy it is to censor speech. It determines whether access to information is general or whether information is zoned. It affects who sees what, or what is monitored. In a host of ways that one cannot begin to see unless one begins to understand the nature of this code, the code of cyberspace regulates.”

E aggiungeva, a dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria:

“This regulation is changing. The code of cyberspace is changing. And as this code changes, the character of cyberspace will change as well. Cyberspace will change from a place that protects anonymity, free speech, and individual control, to a place that makes anonymity harder, speech less free, and individual control the province of individual experts only.”

Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. “The basic code of the Internet implements a set of protocols called TCP/IP. These protocols enable the exchange of data among interconnected networks. This exchange occurs without the networks knowing the content of the data, or without any true idea of who in real life the sender of a given bit of data is. This code is neutral about the data, and ignorant about the user”. La conseguenza è che in questa architettura è che la singola persona è difficilmente tracciabile e che lo scambio di dati è difficile da controllare il che significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere per esempio la pedofilia, la diffusione di materiali filonazisti e altro. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? “There are many who think that nothing can be done: that the unregulability of the Internet is fixed; that there is nothing we can do to change it; that it will, so long as it is the Internet, remain unregulable space. That its ‘nature’ makes it so”. E’ un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: “But no thought is more dangerous to the future of liberty in cyberspace than this faith in freedom guaranteed by the code. For the code is not fixed. The architecture of cyberspace is not given. Unregulability is a function of code, but the code can change. Other architectures can be layered onto the basic TCP/IP protocols, and these other architectures can make behavior on the Net fundamentally regulable. Commerce is building these other architectures; the government can help; the two together can transform the character of the Net. They can and they are”. Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazioni su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. “So should we have a role in choosing this code, if this code will choose our values? Should we care about how values emerge here?”. Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. Perché chi decide c’è sicuramente.

“Our choice is not between “regulation” and “no regulation.” The code regulates. It implements values, or not. It enables freedoms, or disables them. It protects privacy, or promotes monitoring. People choose how the code does these things. People write the code. Thus the choice is not whether people will decide how cyberspace regulates. People—coders—will. The only choice is whether we collectively will have a role in their choice—and thus in determining how these values regulate—or whether collectively we will allow the coders to select our values for us”.

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? “For here’s the obvious point: when government steps aside, it’s not as if nothing takes its place. It’s not as if private interests have no interests; as if private interests don’t have ends that they will then pursue. To push the antigovernment button is not to teleport us to Eden. When the interests of government are gone, other interests take their place. Do we know what those interests are? And are we so certain they are anything better?”.

Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: “Our first response should be hesitation. It is proper to let the market develop first. But as the Constitution checks and limits what Congress does, so too should constitutional values check and limit what a market does. We should test both the laws of Congress and the product of a market against these values. We should interrogate the architecture of cyberspace as we interrogate the code of Congress”.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

Tutto questo svela due ordini di realtà piuttosto importanti.

Chi ritiene che il mercato sia in grado di autoregolarsi e non debba subire l’interento del governo può avere se sue ragioni sul piano economico, ma queste si fermano di fronte alla scoperta che il codice ha conseguenze normative: le scelte dei programmatori possono essere influenzate dalle logiche del mercato ma non ne sono completamente governate. Perché esiste una dimensione indipendente nella quale valgono i valori dei programmatori, le logiche evolutive della tecnologia, la stessa capacità di interpretare le conseguenze della programmazione sui comportamenti degli utenti. Anzi, questa dimensione non è ininfluente sulla struttura del mercato: la forza normativa del codice software entra in gioco e contribuisce a regolare, implicitamente o esplicitamente, le stesse relazioni di mercato, limitandone alcune e favorendone altre.

Analogamente, chi ritiene invece che il governo debba intervenire per dare una voce democratica alla regolamentazione dei comportamenti umani nel mondo della rete dovrebbe tener conto a sua volta del fatto che il codice ha conseguenze normative. In una certa misura, si può dire che le leggi scritte sulla carta hanno conseguenze mediate dalla tecnologia. La tecnologia, si scopre, ha conseguenze normative autonome e in qualche caso indipendenti dalla lettera delle leggi. Un po’ come la qualità della burocrazia influisce sulla qualità dell’applicazione delle decisioni del governo, così la qualità del software influisce sulla qualità dell’applicazione delle norme decise dal governo. E così come la capacità della burocrazia di interpretare interessi e momenti storici è importante nell’applicazione delle decisioni politiche, allo stesso modo l’interpretazione normativa del codice è importante per comprendere quanto e come le norme politiche saranno davvero efficaci.

Di fronte a tutto questo, la storia ci dice che i governi democratici tendono a subire l’influenza delle lobby finanziarie e ad essere limitati nella loro azione da una conseguente ideologia economicista. Da questo punto di vista gli spazi di manovra per gli interventi regolamentari da parte dei governi sembrano essersi ridotti di fronte alla libertà d’azione della finanza e, grazie agli spazi così aperti nelle normative, le piattaforme tecnologiche di maggior successo si sono rese fondamentalmente autonome dagli stati: dal punto di vista fiscale e dal punto di vista normativo, quasi fossero repubbliche – o imperi – indipendenti.

Ma non è la fine della storia. Forse perché la storia non ha fine. La politica ritorna in mille modi a farsi sentire: nel confronto tra le potenze globali, tra le democrazie occidentali, il nazionalismo russo, la partitocrazia capitalistica cinese, le diverse interpretazioni politiche dell’islam e così via; nella gestione delle tensioni sociali che emergono durante la grande trasformazione che pervade le vecchie economie dominanti che lasciano spazio alle nuove economie emergenti; e nell’invenzione continua di innovazioni anche politiche che emergono dalle profondità dell’internet originaria, ancora generativa e relativamente libera.

La politica

Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione. Questo è quanto abbiamo appreso dall’evoluzione del dibattito sul tema posto da Lessig.

Byung_Chul_HanAndrebbe letto il libro di Byung-Chul Han “La società della trasparenza”: il filosofo coreano che insegna a Berlino discute con straordinaria lucidità del mito della trasparenza e lo accosta all’ideologia della perfetta circolazione della moneta, alla concezione efficientista della tecnologia dell’informazione, alla società dell’apparire. Ne emerge una critica fortissima del mito secondo il quale la trasparenza è giusta, bella e vera di per sé. Un’argomentazione da discutere ma che lascia il segno. E andrebbero letti mille altri contributi, sulle conseguenze della rete, comprese quelle politiche. Come per esempio il libro di Antonio Floridia, “La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi” (Carocci 2012), oppure Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti” (Laterza 2012, segnalazione), o addirittura per chi abbia tempo in eccesso, il libro dell’autore di questo testo “Media civici” (Feltrinelli 2013). Ma la bibliografia è sterminata. Non è possibile ricostruire tutto in poche righe. Ma si può scegliere. A partire dalla premessa: Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione.

In un contesto nel quale le regole fondamentali poste dalla legge del software sono strutturali, cioè vagamente simili a forme costituzionali, il primo passo è quello di individuare i modi con i quali la politica consapevole, se non addirittura democratica, riprende una libertà di manovra e una capacità di influenza sul modo con il quale la società prende decisioni che riguardano i fondamenti della convivenza.

In assenza di politica, la tecnologia pone le sue regole. E le regole dei media sociali influiscono sulla convivenza in un modo molto preciso. Facebook, la più diffusa piattaforma per il social networking, sceglie di condurre le persone che la usano a connettersi sulla base della regola del “mi piace”. Ogni volta che si dichiara che un post “mi piace” la selezione viene registrata e un algoritmo che funziona di default sulla piattaforma fa in modo che le prossime volte che si entra su Facebook le prime informazioni che si vedono sono quelle postate da persone alle quali in passato si è dato un “mi piace”. Poiché il tempo che si passa sulla piattaforma non è infinito, le prime informazioni sono probabilmente molto più viste di quelle che apparirebbero andando avanti nella lettura: alla lunga ci si connette prevalentemente con le persone alle quali si è fatto “mi piace”. Questo algoritmo è un filtro contro l’eccesso di informazione. Comodo, gradevole e con importanti conseguenze. Si formano secondo Eli Pariser (“The filter bubble”) delle bolle mentali e sociali all’interno delle quali le persone incontrano solo persone simili a loro, per curiosità, interessi, ideologie. E’ un modo divertente di socializzare e piuttosto gratificante perché come i “mi piace” si danno, in queste bolle è probabile che i “mi piace” si ricevano. Ma non è necessariamente un buon modo per prendere decisioni che abbiano una valenza politica per una popolazione.

In effetti, le decisioni politiche si prendono anche insieme a chi non piace. Anzi il problema è proprio questo: come costruire regole “costituzionali” che servano a decidere con gli altri cittadini che non hanno necessariamente le stesse opinioni ma secondo un metodo legittimato da tutti. E a questo proposito sta emergendo una nuova ondata innovativa per la generazione di piattaforme che abbiano questa funzione, fatte con un condice, delle regole e un’intefaccia che favoriscano comportamenti adatti a svolgere questa funzione.

Fino a che al di sotto delle piattaforme più utilizzate dalla popolazione connessa in rete esiste sempre una internet neutrale resta possibile l’emergere di nuove piattaforme governante da nuove regole. Nelle profondità della rete, programmatori e innovatori continuano a costruire forme diverse di interpretazione della realtà e dunque nuove opzioni di convivenza connessa. Comprese quelle che riguardano i modi con i quali le società prendono decisioni politiche. E i primi segni di questo lavoro stanno conquistando lentamente il loro posto in rete. Dopo i media sociali, potrebbe essere ora dell’avvento dei media civici.

Le soluzioni in proposito non mancano. Uno studio offerto al Senato della Repubblica Italiana dalla Fondazione Ahref ne ha fatto una sintesi in uno studio che si trova online: I media civici in ambito parlamentare. Liquid Feedback, IdeaScale, Civi.ci e molte altre piattaforme si stanno affacciando all’attenzione delle istituzioni che cercano modi per rigenerare la loro relazione con la popolazione e rivitalizzare la democrazia. La ricerca che li conduce è consapevole del fatto che il codice è legge, l’algoritmo è regola e l’interfaccia è interpretazione: il che significa che i comportamenti degli utenti sono influenzati – spesso profondamente – dalla forma delle piattaforme. La civicità di quei comportamenti è il risultato probabile del design di quelle piattaforme, oltre che di molte altre cose relative al contesto storico e geografico nel quale vengono applicate. L’adozione di quelle piattaforme da parte delle popolazioni nelle loro relazioni con le istituzioni non dipende certo solo dalla forma delle piattaforme, ma di certo le conseguenze di quell’eventuale adozione sono precise per quanto riguarda il comportamento delle persone e dunque la qualità delle decisioni che prendono.

I media civici tengono conto, implicitamente o esplicitamente, di regole che riguardano il modo con il quale le persone si informano, si scambiano opinioni, aggregano le opinioni in istanze operative, votano per mettere in ordine di priorità le loro istanze e confrontano le istanze con i vincoli posti dalla realtà per verificarne la compatibilità per ritornare a generare informazioni e riaprire eventualmente il ciclo. Si danno media civici usati da popolazioni o gruppi che intendono auto-organizzarsi e si danno media civici usati per riqualificare la relazione tra le popolazioni e le istituzioni o addirittura i partiti e le aziende.

Quello che importa sottolineare è che le regole dei media civici sono regole strutturali che influenzano le decisioni. Quindi se la tradizione costituzionale viene presa in conto si possono ispirare i programmatori a costruire piattaforme che per regola tendano a generare comportamenti equilibrati nello scambio di informazioni, nella proposta di opinioni, nelle discussioni per organizzare le istanze, nella qualità della relazione tra le priorità desiderate e le compatibilità storiche vincolanti. Un equilibrio che riguarda la salvaguardia delle minoranze, l’efficacia dei sistemi decisionali, la qualità della documentazione che serve alle informazioni, la condivisione sui vincoli che definiscono le compatibilità, e così via. Non esiste ancora una piattaforma che faccia tutto questo. Ma la strada è segnata e non è detto che sarà mai serviva da una sola piattaforma.

Ma un fatto è certo: queste nuove proposte emerse dalle profondità della rete e dalla sua qualità generativa non potrebbero innovare il panorama socio-politico se l’internet non fosse neutrale, come diceva Lessig, rispetto alle persone e alle idee che fa circolare. E senza regole politiche non esisterebbe alcuna motivazione per pensare che internet possa restare neutrale, o che tenda ad essere facilmente accessibile a tutti. Gli incentivi di mercato, le esigenze delle grandi corporation capitalistiche, o altre forme di influenza sull’evoluzione dei valori e delle decisioni dei programmatori che fanno le piattaforme potrebbero benissimo fare evolvere la rete verso una condizione di accesso non universale a una internet non neutrale. Come è già avvenuto per esempio per quanto riguarda la rete mobile, un enorme successo scaturito da innovazioni tecnologiche, da posizioni conquistate sul mercato, da regolamentazioni sulle aste delle frequenze pubbliche, ma non da un dibattito democratico intorno a questa questione: se gli operatori controllano quello che può e non può passare sulla rete, gli innovatori possono presentare le loro idee solo chiedendo il permesso. E questo limita enormemente l’innovazione. Compresa quella politica, che in un certo senso potrebbe avere conseguenze sul potere dei tecnici e degli operatori. In realtà, la generatività di un sistema dell’innovazione sta nell’equilibrio tra le tensioni legate alle logiche della politica, le evoluzioni legate alla dinamica del mercato e, da non dimenticare, le collaborazioni e le opportunità legate alle condizioni dei beni comuni, risorse che non rispondono né allo stato né al mercato essendo di tutti e ciascuno, manutenute in base a consuetudini e regole sociali e culturali come la vecchia internet neutrale.

rodotà_democrazia_tecnologiaNe viene fuori il dibattito sull’Internet Bill of Rights. Che alla Camera dei deputati italiana ha dato vita a una Commissione dedicata. Il tema è arrivare a una dichiarazione dei diritti, come appunto il secentesco Bill of Rights britannico, per indirizzare le successive normative che riguardano internet tenendo conto degli equilibri che vanno mantenuti per sviluppare il bene comune della conoscenza rappresentato dall’internet salvaguardando e valorizzando i diritti umani che le diverse interpretazioni della rete possono sviluppare oppure comprimere. Il Brasile ha approvato il Marco Civil. E l’Italia, nel semestre del suo speciale servizio all’Europa, si prepara a contribuire a un tema decisivo per la vita civile.

Gli argomenti in discussione sono: la neutralità della rete, privacy e libertà di espressione, accesso universale, apertura dei dati pubblici, sicurezza. Questa è politica nel senso della costruzione di una visione costituzionale che serva a indirizzare le decisioni operative che si prendono in rete, con la rete, per la rete. Ovviamente è solo un aspetto della politica. Ma è quello fondamentale. Le policy non ne sono una conseguenza, ma se tutto va bene, non emergono senza tener conto dei principi costituzionali. E altrettanto si potrebbe dire del software che sostanzia quelle policy.

Già, perché alla fine dei conti, il modo più efficiente di fare le leggi e di farle funzionare è immaginare che siano a loro volta costruite come software.

La policy

Ci avevano pensato in molti. Anche gli scrittori di fantascienza Vernor Vinge e Tom Maddox. La loro visione era quella di uno stato che scrive le leggi come software e le fa applicare come tecnologie. Avevano, in quel lontano 1996, una visione un po’ troppo ispirata al terrore del Grande Fratello, ritenendo che l’efficienza del governo sia sempre collegata alla tentazione di raggiungere un maggiore potere autoritario e non avendo ancora visto quanto le piattaforme private possono ottenere in assenza di interventi statali.

Oggi le premesse per allargare la relazione tra policy e software si sono create. E andrebbero colte, nel rispetto del potenziale Internet Bill of Rights, per ottenere alcune conseguenze piuttosto decisive:

1. più facile accesso alla conoscenza delle leggi
2. più facile innovazione e semplificazione delle leggi
3. più chiaro funzionamento delle leggi
4. più chiare modalità per fare rispettare le leggi
5. più semplice valutazione dell’impatto delle leggi

Sacco_FrancescoViene da pensare, con l’economista Francesco Sacco che ne ha scritto su Nòva Il Sole 24 Ore, che al di là della domanda di diritti elaborata a fondo nel XX secolo, le popolazioni del XXI secolo chiedano anche e forse soprattutto risultati. “In Italia” scrive per esempio Sacco “gli imprenditori chiedono meno burocrazia e il Governo vorrebbe accontentarli. Ma ridurre la burocrazia, che si nutre di leggi, con nuove leggi, è una cura che funziona con difficoltà. Va cambiato alla radice il sistema operativo del Paese, il modo in cui esso stesso funziona. Da analogico-burocratico andrebbe trasformato in digitale-applicativo”. Quella di Sacco non è una metafora ma una proposta: “La maggior parte delle norme prescrivono – come farebbe un algoritmo – ciò che va fatto o potrebbe esser fatto al ricorrere di certe condizioni oppure, come fa un modello entità-relazioni per definire un database, sono definitorie di entità – soggetti o fattispecie – e/o delle loro relazioni”. Inoltre, per Sacco, questa proposta non è utopistica ma già in corso di attuazione: “In parte la trasformazione delle leggi in formato digitale-applicativo è già in corso. Ad esempio, l’intero Codice di Procedura Civile italiano, ma anche le statistiche di funzionamento di tutti i tribunali, sono già stati incorporati in un software (Epc) che è usato in Italia da tutte le principali banche e assicurazioni con circa 20mila operatori che gestiscono quotidianamente circa 150 miliardi di crediti incagliati in 1,5 milioni di pratiche distribuite su più di 15mila legali. I costi legali del recupero crediti si sono ridotti anche del 30%, ma, soprattutto, si sono ridotti enormemente gli errori procedurali con notevoli impatti sull’efficienza del recupero. Considerando che un miglioramento dell’1% vale 1,5 miliardi di euro, è un investimento sicuramente redditizio. Se fosse incorporato anche solo in parte nella gestione della giustizia italiana o dell’amministrazione, sarebbe una concreta rivoluzione” (Nòva). La stessa interpretazione delle norme è “digitalizzabile” almeno per quanto riguarda i temi più noti e stabilizzati e il sistema di condivisione della conoscenza giuridica progettato e realizzato dallo Studio Toffoletto De Luca Tamajo è una risposta già operativa che ha conseguenze rilevanti sul funzionamento dello studio e sul suo servizio ai clienti (Nòva).

I passaggi di maturazione di questa tendenza in altri paesi lasciano pensare che possa essere qualcosa di più di un’ipotesi. Nel Regno Unito tutto il corpus legislativo è ufficialmente online in un sistema che consente interrogazioni ed elaborazioni ampie ed efficienti (Nòva). In pratica ogni legge e ogni comma sono dotati di un identificativo unico e sono disponibili in formato aperto usando un’interfaccia programmabile (Legislation). Non è facilissimo, naturalmente. Ma si può immaginare che un buon sistema di programmazione su una base di dati come questa possa arrivare a riconoscere le leggi definitivamente abrogate, quelle che sono in funzione anche se sono state emendate e le renda più leggibili connettendo le norme e gli emendamenti in modo meno astruso di quello che si usa sulla carta (dove le nuove leggi sono infarcite di rimandi alle precedenti e non si riescono a leggere in modo semplice). In Italia, Normattiva è un inizio in questa direzione, anche se non gode dell’ufficialità che è invece attribuita alla versione inglese.

La digitalizzazione della normativa, la sua utilizzabilità con programmi che la analizzino, la sua interpretazione con l’ausilio di basi di dati giurisprudenziali efficienti rispondono all’esigenza di facilitare la conoscenza della legge e probabilmente aprono la strada a una concreta semplificazione.

Ma per quanto riguarda la facilità di applicazione delle leggi e delle modalità con le quali si fanno rispettare i passaggi progettuali vanno ancora approfonditi e sperimentati. Sacco ha un’idea, in proposito: “Partendo dalla ridefinizione recente delle banche dati d’interesse nazionale e dalle tre priorità definite dalla task force del precedente Governo (anagrafe unica digitale, fatturazione elettronica e identità digitale), l’intero processo legislativo potrebbe essere rivisto, puntando a definire prima ancora di una nuova legge la sua implementazione software e la sua integrazione all’interno del sistema informatico pubblico. La si potrebbe immaginare come una lunga serie di scelte fatta su un’app su Internet, ma che alla fine produce gli effetti desiderati in modo trasparente, eliminando tutta la carta che va in giro. Questa soluzione rispetto ad una norma “analogica” non solo sarebbe più flessibile per i piccoli aggiustamenti o chiarimenti, che sono sempre necessari ma avrebbe un costo di controllo e di enforcement praticamente nullo, perché ciò che non è possibile scegliere in un menu non può semplicemente essere fatto”.

Forse non tutte le leggi sono applicabili in questo modo. Ma di certo molte leggi che hanno un impatto pratico sulla vita quotidiana potrebbero essere fatte così. Non c’è nulla di strano: già oggi, ogni giorno seguiamo le leggi imposte dalla nostra applicazione preferita sul cellulare e non abbiamo problemi a rispettarle.

C’è poi una conseguenza in più di un’impostazione del genere. Poiché le leggi di questo tipo si rispettano usandole, cioè applicandole, il sistema in cloud che offre il servizio raccoglie informazioni. Potrebbe essere un Grande Fratello. Ma potrebbe essere un modo per valutare i risultati raggiunti da una legge. E correggerla in funzione della sua efficacia. Ma che si vada nella prima o nella seconda direzione dipende dal contesto costituzionale e politico. Oltre che educativo e culturale.

La rivalutazione della cultura tecnica in questo contesto politico, giuridico e amministrativo serve a impedire una rinuncia implicita alla capacità di governare la convivenza democraticamente che potrebbe avvenire in una società che non sia consapevole del fatto che il codice è codice. Serve a responsabilizzare i tecnici sottilineando come i loro valori e i loro comportamenti hanno una conseguenza culturale e sociale di primissimo ordine. Serve a motivare una politica di profondo investimento nell’educazione digitale della popolazione di una società che voglia almeno un po’ essere autrice del proprio destino.

Vedi anche
Rodotà: democrazia e tecnologia
L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Questo post è un work in progress ovviamente. Spero molto nei contributi e nelle segnalazioni dei commentatori per arricchire di esempi esperienze e segnalazioni questa ricerca.

L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Vale la pena di dedicare attenzione ai lavori della “Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet”?

Per rispondere positivamente occorrerebbe ipotizzare che il tema sia legittimo e importante, che la partecipazione allo studio sia aperta ai cittadini di buona volontà che vogliono contribuire civicamente e che il risultato possa effettivamente avere un valore intellettuale, politico e organizzativo.

Si tratta di ipotesi che possono effettivamente trovare una verifica solo all’atto pratico, cioè seguendo i lavori (e giusto per trasparenza avrò modo di seguirli direttamente avendo ricevuto l’onore di essere invitato a partecipare alla Commissione). Discutendo di questi aspetti, molti hanno già risposto positivamente o negativamente. Vale la pena di osservare in proposito che una valutazione preliminare su queste cose è necessaria, ma una risposta certa alle ipotesi citate rischia di essere vagamente ideologica – in positivo o in negativo – oppure basata su uno scetticismo radicato, non privo di motivazioni ma certamente inutile a chi speri che si possa tirar fuori un risultato positivo da una nuova sfida. Anche perché le previsioni sui risultati di un’azione non si possono basare solo sull’esperienza precedente: in effetti, ciò che avverrà dipende da chi partecipa, in aula e sui media civici. Sappiamo infatti che la Commissione funzionerà alimentando e ascoltando anche una consultazione aperta in rete: con questo almeno la seconda delle tre ipotesi trova già risposta. Per il resto, anche in questo caso, il futuro non è ciò che succederà ma la conseguenza di ciò che facciamo.

Per prepararci alla prima questione – se cioè il tema sia legittimo e importante – si deve affrontare di petto il tema di fondo di molte discussioni sulla relazione tra norme e internet. Esiste infatti un’idea diffusa secondo la quale internet non abbia bisogno di intervento normativo, perché funziona bene com’è e perché qualunque intervento normativo rischia di rovinarla. E – accidenti! – quel rischio è talmente reale, come si è dimostrato in una quantità di casi così grande, che si fatica a dipanare la matassa.

Ma prendiamo il caso fondamentale della net neutrality. Internet funziona bene com’è se la rete è neutrale nei confronti dei pacchetti di dati che la percorrono. Se non c’è net neutrality non c’è internet. E qualcuno che faccia la norma che garantisce la net neutrality c’è: può essere la compagnia telefonica che gestisce la rete, può essere la comunità dei tecnici che progettano la rete, può essere lo stato o una comunità di stati. Molte telco tendono a sperare di poter abolire la net neutrality per sostituirla con un concetto più vago di “internet aperta” ma il cui traffico può essere prioritizzato a loro discrezione. Un gruppo di società – tra le quali Google, Facebook, Netflix, eBay come si diceva – chiede invece che la net neutrality sia garantita per legge ed estesa anche alla rete mobile. Moltissimi cittadini non sanno di che cosa si sta parlando. Ma appena viene spiegata la questione, non si fatica a comprendere che dalla net neutrality dipende l’innovatività del sistema, perché essa non concede ai poteri economici esistenti l’arbitrio sull’innovazione – e sull’informazione – che può e non può arrivare a proporsi ai cittadini. In Brasile lo stato è intervenuto con il Marco Civil e ha stabilito che la net neutrality va garantita per legge. Se non c’è una legge, le compagnie non possono fare ciò che vogliono. Se non c’è una legge la net neutrality non è garantita. Questa è una scelta che può essere legittimamente posta all’attenzione di un organismo politico come il Parlamento. Altrimenti i cittadini sensibili al tema potranno difendersi soltanto costruendosi una nuova rete, neutrale non per legge ma per regola cooperativistica: ma, per la verità, questa è un’alternativa inutilmente utopistica.

La net neutrality garantita dalla legge è un esempio di una regola di tipo “costituzionale” per la rete.

Un altro esempio può essere il diritto di accesso universale in larga banda. Se la società della conoscenza può essere vissuta appieno solo avendo la possibilità di accedere alla rete in condizioni adeguate e se il mercato non è in grado di raggiungere ogni area abitata, è legittimo che un intervento normativo si occupi della questione.

Forse fin qui si può immaginare un consenso relativamente largo. Anche se gli avversari della net neutrality sono potenti lobbisti non si può negare che il tema – qualunque sia la scelta che si prenderà – sia legittimamente un tema adatto a essere preso in considerazione dalle norme. E anche se il diritto all’accesso universale andrebbe certamente accompagnato dal diritto a un’istruzione significaticamente diffusa all’uso della rete e dal diritto ad avere servizi pubblici adeguati che ne motivino l’utilizzo. Si tratta peraltro di corollari importantissimi che non mettono in discussione la legittimità di normare il diritto all’accesso.

Di certo, le controversie diventano più intricate quando si va su temi più puntuali come il copyright, le tasse, il cyberbullismo e molte altre questioni che inducono i legislatori a proporre leggi dedicate a internet.

A questo proposito la Commissione – va sottolineato – non si occupa delle singole norme ma del metodo con il quale si prendono in considerazione e si adottano. Quindi su questo si può arrivare a una forma “costituzionale”, una forma di metodo, che sia orientato a indirizzare le norme in materie collegate a internet in modo che tengano conto consapevolmente della complessità dell’ecosistema internettiano. Chissà se uscirà una indicazione sulla necessità di un processo multistakeholder. Chissà se si riuscirà a stabilire che le linee guida devono tener conto di una valutazione di impatto digitale. Chissà se si potrà arrivare a suggerire un approccio equilibrato in modo che l’intervento in un particolare settore non sia tale da produrre conseguenze negative in un altro settore nell’inconsapevolezza del legislatore. Questo è il tema costituzionale della Commissione: come garantire che le nuove leggi relative a internet non siano create se se ne può fare a meno e che se sono create siano consapevoli dell’equilibrio degli interessi e dei diritti che presumibilmente vanno a toccare. Tutto questo è estremamente complicato, ma se non si pone il problema non se ne esce e continuiamo a vivere in uno stillicidio di tentativi normativi pericolosi e inconsapevoli: con la conseguenza di continue fiammate di opposizione che finiscono per alimentare un approccio ideologico alle questioni internettiane che presenta limiti molto significativi.

Un’ideologia fondamentalista oscura ogni tentativo di ricerca volta alla comprensione di come stanno le cose in nome di un’interpretazione del mondo che conquista gli animi ma diventa potere. In “Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale”, qualche anno fa, mi sono esercitato intorno all’idea che questo fenomeno appartenesse anche al modo con il quale qualcuno interpretava la rete internet. Libro ingenuo, Edeologia (con la “e” di elettronica ovviamente), reagiva alle catastrofiche conseguenze della strumentalizzazione finanziaria del senso di internet sul finire degli anni Novanta che era sfociata nella bolla e nel suo scoppio. Le crisi finanziarie non sarebbero mancate anche successivamente, separate da internet: ma l’edeologia avrebbe continuato latente e in alcuni casi evidente.

Un’ideologia può avere una funzione positiva. Nel caso della rete – una tecnologia che non ha alcun valore se nessuno la usa ma che acquista enorme valore se molti la usano – l’edeologia è servita a convincere le persone a dedicare tempo a internet prima che questa avesse valore in vista di un valore successivo che effettivamente si è realizzato. Ma questo si applica anche ad altre tecnologie di rete, meno neutrali e innocenti, come le piattaforme per la ricerca di informazioni in rete, i social network privati, i servizi che servono a cercare l’anima gemella e così via. Una tensione ideologica resta latente nella rete proprio perché ogni volta è indirizzata a convincere la gente a usare una tecnologia che all’inizio non ha valore e solo quando viene usata ne acquista. Creando non poche conseguenze negative.

Se si lascia solo alle piattaforme private e ai gestori privati delle reti il potere di fare le vere norme che guidano il comportamento delle persone in rete si rischia di perdere quello che la rete come bene comune è riuscita a creare finora. Un’ideologia che si opponga all’intervento pubblico in materia di internet in ogni situazione e su ogni aspetto finisce semplicemente per rafforzare il potere delle grandi compagnie private e ridurre conseguentemente quello dei cittadini. Un’ideologia americanofila che si accontenta di ripetere i mantra lanciati da Silicon Valley non serve all’evoluzione di internet come grande tecnologia innovativa e serve soltanto il successo delle proposte delle compagnie private.

Allo stesso modo, un approccio normativo statalista che pensa in modo distorto alla rete e interviene in modo capillare e inconsapevole è a sua volta enormemente negativo sullo sviluppo innovativo della rete. E imparare dagli americani non è certo un male da questo punto di vista.

Ma si può fare di più. Si può fare ricerca, senza oscurantismo, sulla possibilità di arrivare a una sorta di approccio costituzionale alla rete, in nome dei diritti umani e dell’equilibrio dell’ambiente digitale. È un percorso di ricerca che parte dalla tradizione illuminista intorno ai diritti umani e dalla prassi innovativa dell’ecologia. I successi di questi percorsi ci impediscono di pensare che sia impossibile arrivare a una consapevolezza sull’”ecologia di internet” e sul rilancio dei diritti umani in un’epoca in cui sembra ce ne sia crescente bisogno, non solo nei confronti dell’autocrazia politica ma anche nei confronti della tecnocrazia. Per questo discutere di un Internet Bill of Rights è legittimo e può anche finire con un risultato utile. Dipenderà dai membri della Commissione e soprattutto dai cittadini che parteciperanno alla consultazione.

Da leggere:
Vincenzo Ferrone, Storia dei diritti dell’uomo, Laterza 2014
Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale, Cortina 2014 (v.o. 2013)
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza 2012
Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, Carocci 2012
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo 2014 (v.o. 2012)

Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia

Matteo Renzi ha dato le sue priorità per le proposte italiane durante il semestre in relazione al digitale:
1. Mercato unico per il digitale e autorità unica per il digitale in Europa. E’ il primo punto nella proposta del governo italiano.
2. Ogni euro investito in infrastruttura digitale è fuori dai limiti. Perché è un investimento per il futuro.
3. Cybersecurity. Cooperazione tra governi e aziende.
4. Open government, open data, trasparenza. Per la democrazia.

Ma questo è per l’Europa. Renzi peraltro sottolinea che l’Italia deve cominciare a riformare sé stessa. La prima riforma è cambiare il sistema per rilanciare le opportunità per i giovani. L’Italia deve smettere di piangersi addosso. E il digitale è la dimensione che crea più opportunità per i giovani.

Neelie Kroes ha confermato che l’investimento nella modernizzazione digitale dovrebbe essere escluso dalle pur sacrosante limitazioni imposte dai vincoli di bilancio europei.

Ma nel caso del digitale, l’investimento non è solo uno strumento per la crescita, da ottenere in cambio della promessa di riforme strutturali. Nel caso del digitale l’investimento sull’architettura internettiana per la pubblica amministrazione e l’ecosistema italiano coincide con le riforme strutturali (come si diceva sul Sole).

E le regole? Jeremy Rifkin ha sottolineato che tutto questo non è possibile e non è generativo senza net neutrality.

Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Alla fine degli anni Novanta l’Italia era avanti nell’agenda digitale. Oggi è indietro come quasi nessun altro paese, come mostra lo scoreboard europeo. La responsabilità è principalmente di chi ha governato i primi dieci anni del Duemila. Ovviamente tante altre strutture ci hanno messo la loro quota di ignavia. Ma quei governi che vedevano solo la televisione non potevano certo dimostrare attenzione per la rete.

Da due anni a questa parte, si è tornato a parlare di agenda digitale. La migliore realizzazione in proposito, secondo me, resta la nuova legislazione a favore dell’ecosistema delle startup: è un inizio ma è un buon inizio (*). Poi si sono riattivati alcuni programmi relativi alla modernizzazione della pubblica amministrazione: fatturazione elettronica, anagrafe nazionale, identità digitale (**). In entrambe le questioni c’è moltissimo da fare in termini di diffusione delle opportunità e del senso delle innovazioni introdotte. Il primo tema è stato portato a termine e ora ha bisogno di essere sostenuto e interpretato negli ecosistemi territoriali. Il secondo tema deve essere ancora completato, ma le prime concretizzazioni stanno arrivando proprio in questi giorni (Sole).

Il fatto è dunque che gli italiani sono tornati a parlare di agenda digitale e che questo argomento è ormai visto come una parte integrante di qualunque policy orientata alla crescita e all’innovazione economica, alla modernizzazione della vita civile e alla rigenerazione della democrazia. Non è più un argomento da pionieri o visionari: è sotto gli occhi di tutti, anche se molti potrebbero essere più coerentemente decisi nel riconoscimento della qualità prioritaria di questa policy. Questo fatto ha innalzato le aspettative tra tutti coloro che ne capiscono l’importanza.

Le aspettative elevate, quando non sono realizzate producono grandi delusioni.

Le grandi delusioni producono scetticismo, cinismo, disfattismo e spesso disperazione. Alimentare le aspettative senza occuparsi di soddisfarle è una manipolazione concentrata su obiettivi di breve termine. Definire le aspettative ragionevoli e raggiungerle è una tattica di medio termine. Definire una grande visione, spiegare come si può raggiungere in un tempo congruo è una strategia di lungo termine che costruisce prospettiva e speranza.

La modernizzazione digitale del paese richiede una visione di livello grandioso. Assomiglia, se si vuole, alla modernizzazione ricercata con le riforme istituzionali e con la riforma della burocrazia. Riguarda le relazioni tra i cittadini e la pubblica amministrazione, conducendo le sue strutture verso una nuova trasparenza e apertura dei dati, un nuovo rispetto dei diritti e delle relazioni civiche, una nuova partecipazione, ma va oltre: riguarda l’intera filiera dell’innovazione dell’economia, la moltiplicazione delle opportunità di lavoro, la rigenerazione del sistema educativo, la qualità della vita nelle città, la connessione internazionale del paese, l’inclusione sociale, le politiche per le aree meno sviluppate del paese, l’efficienza della sanità, il sistema dell’informazione, la sharing economy e dunque la cultura della cooperazione e del volontariato, il turismo, l’automazione industriale, il commercio, le esportazioni, la cultura, e così via.

Questa visione va realizzata. E non potrà esserlo da un solo governo da una sola persona o da un solo ente. Deve diventare una prospettiva verso la quale si sviluppa una collaborazione duratura della maggior parte del paese, delle sue istituzioni, delle sue aziende, delle sue comunità. A questa visione, va data una roadmap, con tappe raggiungibili, miglioramenti visibili e sistemi di valutazione dei risultati. Occorre stabilire un’architettura duratura, curare gli standard e l’interoperabilità delle piattaforme e delle soluzioni, puntare prima di tutto sull’usabilità per i cittadini in un quadro nel quale vengono finalmente messi in secondo piano i capitolati perché al primo posto vengono gli obiettivi. E tutte le strutture chiamate a collaborare devono essere celebrate per il loro contributo.

Questo mondo delle tecnologie digitali in chiave pubblica, purtroppo, ha vissuto nell’incomprensione e in qualche caso nel disinteresse dell’informazione e della politica, sicché ha lasciato spazio per vocianti fuffaroli, fornitori meno che innovativi, pratiche orientate più ai capitolati che ai risultati e molte altre brutture. Ha lasciato spazio a campanili ideologici e gruppi di interesse. Ha creato soluzioni il cui scopo era spendere i soldi non risolvere problemi. E ha fatto anche molto di buono.

Ma l’atteggiamento, ora, ha bisogno di cambiare. In base a una visione orientata al lungo termine e a realizzazioni orientate alla ragionevole raggiungimento degli obiettivi, in una prospettiva concretamente grandiosa. Con umiltà, imparando dai migliori e qualche volta superandoli: spesso succede che quando l’Italia è un outsider, alla fine, si comporta bene.

Non so come si organizzerà ora l’Italia su questi temi. Si sa che l’attesa dell’imminente nomina del nuovo direttore dell’Agid può essere vista come una tappa per saperne di più. E credo che verrà operata insieme alla definizione di un quadro più ampio, anche perché quella nomina pur importantissima non basta a definire il senso e a garantire la realizzazione di quella visione di cui c’è bisogno. In molti daranno una mano, ne sono certo. Ciascuno come sa.

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(*) Disclaimer: ho fatto parte della task force che se n’è occupata per il Mise nel 2012. Forse questo mi rende meno obiettivo nel giudizio. Ma per la verità non credo.
(**) Ridisclaimer: ho dato una mano anche al gruppetto di persone che si sono occupate di agenda digitale sotto la guida di Francesco Caio per la presidenza del Consiglio nel 2013-14. In entrambi i casi si è trattato di attività svolte gratuitamente. Con il modesto orgoglio di un intellettuale indipendente.

Internet Bill of Rights per proteggere internet

La discussione alla Camera dei Deputati sull’Internet Bill of Rights offre uno spazio di discussione che finalmente riesce a far apparire questo percorso come una tendenza concreta. Si può partecipare online.

I primi interventi:

Laura Boldrini. “Internet è un ponte essenziale per l’accesso alla conoscenza e per le relazioni con gli altri. Ma ha bisogno di regole. Le regole non sono una limitazione della libertà, le regole sono la garanzia della libertà. L’approccio costituzionale alle regole per internet è fondamentale per garantire che le regole da scrivere siano giuste”.

Antonello Soro. “Non esiste più il dualismo tra virtuale e reale. Non esiste più il dualismo tra regolamentazione e deregolamentazione. Il tema costituzionale è il tema del bilanciamento tra gli interessi. Che cosa occorre prendere in considerazione? Esiste la dittatura dell’algoritmo che indirizza i comportamenti. Esiste una concentrazione della raccolta dei dati. Esiste una doppia tendenza culturale da superare: una idea dell’autonomia della tecnologia dalle regole, da un lato, e dall’altro, la tecnofobia. E poi esiste il tema della sorveglianza globale emerso con le rivelazioni di Snowden. La Corte Ue, poi, ha stabilito un nuovo equilibrio tra sicurezza e protezione dei dati personali, tra diritto europeo e diritto statunitense. Diventa interesse anche delle grandi piattaforme coltivare la fiducia dei consumatori resi più consapevoli dalle vicende ricordate”.

Stefano Rodotà. “Le novità normative degli ultimi tempi sono una parentesi o una nuova condizione stabile? Negli ultimi anni, dopo tentativi di elaborazione di un Internet Bill of Rights, la rete era stata affidata solo alle logiche del mercato. Con un conseguente abbandono, per esempio, di ogni protezione dei dati personali. Invece l’aprile del 2014 è stato un mese di cambiamenti. Su privacy e net neutrality, per esempio, in Europa e Stati Uniti. C’è una redistribuzione dei poteri.

Era necessario dare una disciplina uniforme ai cittadini europei. Si è affermato che di fronte ai diritti fondamentali non possono essere subordinati alle logiche del mercato. Si è tentato di introdurre un metodo per correggere l’autoreferenzialità delle grandi piattaforme multinazionali che erano abituate a farsi le norme da sole a trasformare le persone in meri fornitori di dati. Ha creato un contesto anche alla logica di decisione multistakeholder: non può funzionare solo in base al consenso, perché ora deve comunque riferirsi al contesto dei diritti fondamentali che sono affermati anche per internet.

Io non credo che quello che è avvenuto possa essere limitato solo all’Unione europea. Non credo che Google potrà rifiutare a un non europeo gli stessi diritti che ora deve garantire agli europei. C’è una forza espansiva dei diritti. Ed è il senso dell’approccio dell’Internet Bill of Rights. Che ha conseguenze anche sulle scelte delle piattaforme, con la reazione costruttiva di Google, il nuovo atteggiamento di Facebook e la comunicazione spontanea di Vodafone sulle intercettazioni.

Tutta questa vicenda forse ha avuto origine da Julian Assange ed Edward Snowden. C’è stata molta ipocrisia nelle reazioni politiche. Ma ci sono stati anche cambiamenti fondamentali. La presidente del Brasile ha trovato l’appoggio della Cancelliera tedesca per andare all’Onu a chiedere diritti per le popolazioni sorvegliate. Le dinamic coalitions hanno sostenuto il percorso. Si è compreso che un’alleanza tra Europa e Brasile è possibile e sensata. Ha fatto emergere un divario tra l’amministrazione americana e l’Unione europea. Che forse si ritrovano invece nel comune interesse contro l’ottimizzazione fiscale delle grandi piattaforme. A partire dal nuovo trattato commerciale tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ce la fa l’Europa a sostenere il proprio punto di vista?

I diritti fondamentali non vanno lasciati fuori. Il processo di costituzionalizzazione passa da qui. Rimette in discussione l’idea dell’autoregolamentazione della rete. La netiquette non basta più. Ci vuole hard law. E la Corte Ue ha fatto very hard law. Abbiamo di fronte a noi processi di inclusione, partecipazione, democrazia continua. Un punto costitutivo della costituzione di internet è la garanzia della partecipazione dei cittadini”.

La discussione è proseguita con l’esposizione delle novità provenienti dal Brasile e dall’Unione Europea. Il Marco Civil brasiliano in particolare si occupa di garantire la net neutrality, la privacy, il diritto di espressione il trattamento efficiente della responsabilità civile di terzi. Lo spirito è tutto ispirato dall’idea che le regole brasiliane non sono fatte per controllare internet ma per proteggere la rete.

La net neutrality in particolare protegge la ricerca, l’innovazione, la libertà di proporre nuova progettualità senza chiedere il permesso agli incumbent.

La riflessione sulla democrazia continua, come la chiama Rodotà, è necessaria alla maturazione della partecipazione della popolazione ai temi civici. E la riflessione ha efficacia, in rete, anche se si incarna in piattaforme che ancora non esistono o che servono a sperimentarne le ipotesi, le teorie, le visioni. Il nuovo equilibrio dei poteri, nel contesto dell’epoca della conoscenza, passa anche per l’innovazione degli strumenti attraverso i quali la vita delle istituzioni e la partecipazione dei cittadini si esprime. E la net neutrality protegge le nuove piattaforme che servono a questa funzione di innovazione. I diritti fondamentali superano la logica del mercato: dovrebbe essere evidente, ma negli ultimi anni è apparso meno ovvio.

Il tema è generare uno spazio concretamente sperimentabile dai cittadini nei quali il bene comune, l’informazione civica, la discussione costruttiva sono garantiti dalle tensioni verso la frammentazione della società in target e tribù ideologiche, dalla manipolazione politica e commerciale, per rigenerare una reale prospettiva collaborativa. Si possono interpretare le piattaforme anche come forme di enforcement delle regole: codice normativo e codice software potrebbero convergere.

Rodotà ha ricordato sul finale della mattinata i termini del discorso.

I principi costituzionali di internet:
1. Accesso a internet come diritto universale
2. Statuto della conoscenza in rete
3. Uguaglianza e non discriminazione
4. Net neutrality
5. Sottoporre soggetti globali alle regole locali
6. Rapporto mercato diritti fondamentali per bilanciamento
7. Equilibrio tra trasparenza e protezione dati personali

Per arrivarci? Tecniche wiki. Proposte di autoregolamentazione. Autorità locali, nazionali, internazionali.

Asimmetrie internettiane in contesti di crisi, repressione, liberazione

Appunti di background, in riferimento alle discussioni sulla costituzione per internet che domani si terranno alla Camera.

Il sistema mediatico tradizionale strutturato in base al broadcast era caratterizzato da un’asimmetria fondamentalmente coincidente con l’asimmetria nella distribuzione del potere e della ricchezza. Una gerarchia piuttosto stabile nel sistema economico e politico correva parallelamente a una gerarchia piuttosto stabile nei media che governavano l’informazione e la notorietà. Con la crescita della complessità della società, il potere politico si è trovato a dipendere in modo crescente dal potere dei media tradizionali.

Il sistema mediatico strutturato in base a internet modifica profondamente la logica delle asimmetrie, tendendo a farle coincidere non con l’ordine gerarchico tradizionale ma con la complessità contemporanea dell’ecosistema economico, politico, sociale, culturale. Le gerarchie non vengono certo abolite, anzi giganteggiano, ma non sono date, piuttosto emergono in un’ebollizione continua di coevoluzioni. Il flusso di informazioni in rete è un enorme insieme di fenomeni contraddittori: un’infinita serie di conflitti per la conquista di ogni possibile nicchia di sviluppo si accompagna a una fantastica varietà di operazioni simbiotiche generative. La competizione si accompagna alla cooperazione, la shark economy convive con la sharing economy.

Occorre un nuovo pensiero sull’equilibrio dei poteri nel mondo di internet?

In contesti di crisi la nuova struttura appare in grado di sorpassare le forme censorie tradizionali in modo inarrestabile. I casi sono innumerevoli, sia in paesi autoritari che in paesi democratici. Ovviamente, una rivolta che riesca a superare i limiti posti dalla censura non diventa una vera rivoluzione se non si accompagna con una elaborazione intellettuale profonda e vasta nella visione di ciò che si vuole distruggere e di ciò che si vuole costruire. Ma, tanto per fare un esempio, il blog di Patrick Meier offre una messe di esempi di momenti storici nei quali la struttura mediatica internettiana ha reso possibile l’impossibile. E ovviamente è imprescindibile per la discussione intorno a questi aspetti il blog di Ethan Zuckerman. Quando le crisi sono gigantesche, come nel caso di un disastro naturale, la quantità di persone che offrono spontaneamente informazioni è troppo grande per poter essere controllata. E anche in un paese come l’Inghilterra, nel caso dell’attacco terroristico del 2005, la versione ufficiale sostenuta dalle autorità nelle prime due ore è stata spazzata via da migliaia di foto, video, resoconti spontanei delle persone che vedevano quello che stava succedendo in prima persona. La disponibilità a costo relativamente basso di telefonini, droni, sensori, connessi a internet rende praticamente impossibile bloccare il flusso di informazione che emerge dalla rete nei casi di crisi, anche se i regimi imparano a disturbare la rete in modo sempre più sofisticato.

Insomma, una sorta di asimmetria a favore delle grandi quantità di persone connesse in caso di crisi è una novità rispetto all’antico regime mediatico. Ma occorre una crisi oggettiva che spinge la maggior parte delle persone a intervenire informando in modo oggettivo. In modo tale da ottenere una concentrazione di consenso imbattibile.

Quando invece una crisi è generata da un gruppo di persone con un’agenda la situazione è diversa. Una serie di rivolte può prendere di sorpresa i regimi. Ma i sistemi di controllo dei poteri tecnocratici tendono ad adattarsi e a crescere in modo almeno altrettanto veloce dei sistemi degli oppositori. In primo luogo, per le stesse dinamiche della competizione per le nicchie di attenzione intrinsecamente connesse alla logica della rete, qualunque agenda trova il suo sistema di troll che ne erode la credibilità. In secondo luogo, i regimi imparano a costruire lentamente ma inesorabilmente una fitta maglia di punti di osservazione che avviluppa gli oppositori e li mette in difficoltà, come si vede in Cina, in Iran, nell’occidente spiato dagli Usa e in molti altri luoghi. L’asimmetria che emerge col tempo nei regimi che conoscono la rete e sanno come sviluppare la maglia dei controlli capillari è peraltro difficile da smontare. E si accompagna alla potenza sempre più svincolata dai limiti nazionali delle grandi piattaforme private che governano la grande parte delle comunicazioni attuali su internet. La rivolta può funzionare ma la rivoluzione ha bisogno di molta elaborazione in più per trasformarsi in un’innovazione di regime sostenibile. Probabilmente non ci si dovrebbe aspettare una rivoluzione se non si vede uno sviluppo culturale diffuso e profondo nella popolazione interessata.

L’elaborazione illuminista, nel XVIII secolo, ha preceduto e conferito una forza straordinaria alla Rivoluzione Francese. Oggi esiste un’elaborazione metodologica sulla democrazia del XXI secolo messa in questione dall’emergere delle tecnocrazie pubbliche e private, dall’inquinamento informativo diffuso dalla disinformazione e dal trollismo, dalla tecnica dell’emotività mediatica che non è difficile da imparare e continua a raggiungere i suoi effetti contraddittori dovunque. Ma questa elaborazione metodologica può accelerare se si incarna in piattaforme che sviluppano l’abitudine a riconoscere il valore delle forme di informazione e discussione rispettose delle relazioni civiche: una forma di cooperazione emergente che appare più vicina all’evoluzione simbiotica che all’evoluzione conflittuale. La non violenza è una rivoluzione culturale profonda, pragmatica: le piattaforme di collaborazione civica ne possono essere uno strumento. E trasformare radicalmente anche l’immagine di rivoluzione: non necessariamente più un cambiamento distruttivo, ma piuttosto un passaggio a una nuova forma di costruttività critica e innovativa che travolge i privilegi e riqualifica la ricerca culturale: la nuova epoca della conoscenza ha bisogno anche di una “rivoluzione della conoscenza”.

L’India secondo Vivek Wadhwa

Vivek Wadhwa, Singularity University e Stanford, ha scritto un pezzo sulla nuova India che potrebbe emergere dalle elezioni che hanno cambiato radicalmente la politica della gigantesca democrazia asiatica. E ci dà il permesso di tradurlo.

Come dimostra il terremoto politico appena avvenuto, gli Indiani non sopportano più un governo inerte e corrotto. Vogliono responsabilità, istruzione migliore, prosperità. E le vogliono subito.

Le soluzioni sostenute dalla tecnologia sono la sola strada che il nuovo governo può percorrere per migliorare rapidamente le condizioni della sua popolazione. I grandiosi programmi governativi e il welfare avrebbero bisogno di troppo tempo. Decine di milioni di bambini ricevono un’educazione inferiore a uno standard accettabile o non ne ricevono affatto. Ci vorranno anni per addestrare nuovi insegnanti e costruire scuole: in quel modo una intera generazione sarebbe perduta. La sola soluzione pratica è utilizzare insegnanti digitali con l’aiuto delle Ngo in modo che le comunità possano migliorare le loro condizioni rapidamente.

Può sembrare il sogno utopistico di un professore di Silicon Valley. Ma potrebbe essere una realtà. Le linee fisse erano un tempo scarse, inefficienti e troppo costose. Oggi, l’India ha uno dei sistemi di connessione migliori e meno costosi del mondo. E un miliardo di telefoni cellulari.

Opportunità importanti si aprono grazie all’evoluzione dei telefonini in slartphone, che offrono accesso a internet e alle applicazioni, mentre i tablet diventano poco costosi come i telefoni. Quasi tutta l’India oggi ha reti 3G e 4G dal prezzo accettabile. Questo significa che le masse indiane avranno presto accesso agli stessi strumenti e alle medesime conoscenze che oggi sono disponibili all’élite di Silicon Valley. Possono guardare i video su YouTube, visitare siti web, scaricare apps e connettersi a persone in tutto il mondo. Possono trovare soluzioni collaborative in rete e accelerare la trasformazione sociale.

Per migliorare il suo sistema educativo l’Uruguay ha avviato nel 2008 un ambizioso programma per dare un laptop a ogni bambino. Secondo Miguel Brechner, che è responsabile del progetto, internet e il computer si è mutato da privilegio in diritto. Ha consentito a tutti i bambini di avere una educazione di base, anche in regioni dove gli insegnanti scarseggiano. I bambini in Uruguay scrivono software e creano apps. Questo e di più potrebbe accadere in India.

Il progetto Aakash, in India, ha avuto un avvio veloce ma ha portato alla produzione di tablet poco costosi che sono usati dai bambini a Silicon Valley. I bambini americani amano molto i tablet fatti in India. Questi tablet che hanno la potenza dell’iPad originario possono essere prodotti in grandi quantità in India per meno di 3000 rupie, secondo Datawind, che produce i tablet Aakash originali. I prezzi continueranno a scendere e le funzionalità a migliorare. Ci sono migliaia di apps disponibili in grado di insegnare materie come storia, geografia, musica, matematica, scienza. L’insegnante digitale del futuro può offrire un’educazione di qualità uguale per i ricchi e per i poveri.

La popolazione indiana può anche aiutare a combattere la corruzione. Per facilitare la documentazione e la denuncia della corruzione, hanno bisogno del sostegno del governo, con soluzioni gestite da privati come Ipadabribe.com e di apps per smartphone. L’e-government deve essere implementato a livello statale e regionale. Tutte le gare di appalto e acquisto pubbliche, i bilanci pubblici, i controlli, devono essere trasparenti e disponibili immediatamente per il pubblico via internet. Il welfare dovrebbe essere distribuito direttamente ai beneficiari attraverso i loro numeri Aadhar usando sistemi sicuri. Compagnie come la Quantta di Kolkate usano analisi sofisticate dei dati per trovare modelli e tendenze nei comportamenti commerciali. Le loro tecnologie possono essere adattate per il monitoraggio dei dati pubblici e denunciare corruzione e abusi. La chiave è l’automazione dei processi di acquisto pubblici, tagliando fuori tutti i passaggi intermedi nei quali si annida la corruzione; ridurre la burocrazia; eliminare le asimmetrie informative.

Migliorando la tecnologia si può anche migliorare la sanità pubblica. Le principali cause di malattia in India sono collegate a virus che si trovano nell’acqua. Una tecnologia che viene dal Cile può aiutare a risolvere il problema. L’Advanced Innovation Center ha sviluppato un sistema che converte l’acqua in uno stato di plasma ed elimina i contenuti microbiologici. È stata provata dalla principale autorità americana, la Nsf International, e ha superato i più severi standard della Nsf uccidendo il 100% dei batteri e dei virus. Le unità di questi sistemi di pulizia dell’acqua che consumano meno energia di un asciugacapelli costano 500 dollari se prodotti in larga scala. La tecnologia verrà distribuita in Sudamerica quest’anno e potrebbe essere portata anche in India.

Del resto, quello che manca in India è la conoscenza della prevenzione e della cura delle malattie. Usando smartphone e tablet, tutti possono ricevere informazioni sulla medicina, visitare forum di discussione sulla salute, imparare da altri che hanno gli stessi sintomi. Gli abitanti dei villaggi in zone remote dell’India possono cercare aiuto dai dottori che si trovano in qualunque parte del mondo.

La tecnologia ha abbattuto le barriere e le stesse innovazioni che stanno spingendo l’America sono disponibili per l’India. Il nuovo governo deve dare priorità all’infrastruttura tecnologica per reinventare l’India.

Un mercato delle decisioni? Anche per la Nsa la privacy non esiste. Ma è un diritto umano…

In un articolo di Trevor Timm sul Guardian c’è una ricostruzione delle argomentazioni piuttosto fittizie che il governo americano ha addotto per depistare la comprensione delle reali attività della Nsa. Ma c’è un passaggio in cui cercano di uscire dal labirinto che le autorità americane hanno cercato di creare con un taglio netto. E dichiarano una visione della privacy particolarmente drastica: in pratica se i cittadini americani hanno comunicazioni internazionali non hanno privacy.

“The privacy rights of US persons in international communications are significantly diminished, if not completely eliminated, when those communications have been transmitted to or obtained from non-US persons located outside the United States.”

La Dichiarazione universale dei diritti umani, che gli americani hanno adottato, dice all’articolo 12:

“No one shall be subjected to arbitrary interference with his privacy, family, home or correspondence, nor to attacks upon his honour and reputation. Everyone has the right to the protection of the law against such interference or attacks.”

Le indagini a tappeto della Nsa non si curano di questo. E il governo americano invece di equilibrare l’azione sfrenata della Nsa si giustifica distinguendo tra la privacy degli americani tra loro e la privacy – a questo punto inesistente – degli americani che comunicano a livello internazionale. Non parliamo di quella di chi non è americano per niente.

Una lettura immediata del fenomeno conduce a una reazione diretta al giudizio: quando gli americani riprendono l’antica politica estera dei diritti umani, cosa che talvolta si ricordano di fare nonostante gli interessi economici li rendano prudenti su questo punto, dovrebbero tentare di essere anche coerenti.

Ma una lettura un po’ più approfondita conduce a una riflessione strutturale: gli americani non sono coerenti perché la loro politica non è più – se mai lo è stata – un sistema unitario ma una sorta di mercato delle decisioni, nel quale si confrontano e interagiscono in modo complesso diversi attori: il denaro delle lobby, il potere autonomo delle grandi agenzie, i politici focalizzati su una campagna elettorale perenne che si è trasformata come mostrato da 60minutes in una vera e propria attività a scopo di lucro personale.

È una finestra su un cambiamento strutturale – se non di realtà almeno di percezione – dell’assetto della democrazia leader del pianeta. E mentre l’India va verso un sistema più concentrato sulle radici religiose, la Cina costruisce il suo successo con qualche rischio ma con risultati spettacolari anche senza democrazia, la Russia preoccupa per il nazionalismo vagamente aggressivo, ci resta un punto di riferimento per l’avanzamento di un sistema pacifico di convivenza umana: il processo di integrazione europeo è pur sempre un lavoro fondamentalmente coerente con i diritti umani e con un approccio pazientemente razionale alla soluzione delle controversie. Ne scriveva Giuliano da Empoli sul Sole qualche giorno fa. La noia europea è anche l’emozione europea per un fenomeno storico grandioso.

Il sogno americano è talvolta un incubo. La consapevolezza europea è talvolta una barba. Ma è un esempio costruttivo e pacifico in un mondo che si sta spaccando e aggredendo. E possiamo esserne umilmente orgogliosi.