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Mary Kaldor e il dibattito su internet e democrazia a Strasburgo

Dice Mary Kaldor, Che insegna Global Governance alla London School of Economics, a Strasburgo: “La democrazia formale si è diffusa nel mondo negli ultimi anni. Ma i cittadini sono frustrati perché non sentino di poter influire davvero sulle decisioni che contano. Il punto è questo: la democrazia è il sistema che i cittadini hanno per influire nelle decisioni. E allora la domanda non è solo come internet può aumentare la capacità dei cittadini di influire. Ma inquadrata in un dibattito sulla riforma delle istituzioni nel senso che abbiano a loro volta un impatto su ciò che conta. L’Europa e le istituzioni democratiche devono operare per civilizzare la globalizzazione, proteggerci dal cambiamento climatico e dalla speculazione finanziaria. E allora i cittadini sentiranno che vale la pena di impegnarsi nell’influenzare le decisioni che si operano nelle istituzioni, anche con internet”.

Anche se il tema è chiaro, il dibatto è largo ma forse poco focalizzato. Ecco alcuni appunti raccolti al volo tra ieri sera e oggi.

Irina YASINA, Journalist and Civil Society Activist: “ci sono cittadini che non votano per le persone che pensano possano decidere correttamente ma per le persone più divertenti o per quelle che fanno le promesse più attraenti: ebbene, non dovrebbero avere diritto di votare. Prima dovrebbe venire l’educazione. In Russia è sempre più difficile: ora chi accetta soldi dall’estero sarà considerato “agente straniero”. Anche se i suoi scopi sono nel miglioramento dell’educazione dei cittadini”.

Lois BECKETT, reporter for ProPublica covering the intersection of big data, technology and politics: “tra le petizioni più popolari c’è la richiesta di finanziare la costruzione della morte nera di star wars per creare lavoro”.

Adam NYMAN, Director of Debating Europe: “fare crescere la consapevolezza e l’educazione in modo graduale e organico”.

Dal pubblico. Dall’Ucraina: “l’informazione è il denaro della democrazia”. Da Marocco e Tunisia: “fare democrazia è solo strumento, se diventa il fine conduce a errori, visto che è stato fatto e ora la popolazione soffre”. Dalla Cina: “Decisioni sembrano prese non tanto da comunità ma piuttosto da corporations. Come si rafforza la democrazia?”

Mikhail FEDOTOV, Advisor to the President of the Russian Federation and Chairman of the Council of the President of the Russian Federation for Civil Society and Human Rights: “Occorre una graduale crescita della democrazia. Le costituzioni sono state fatte all’epoca della stampa. Ora il mondo è cambiato, siamo nell’epoca di internet, ma le costituzioni non sono cambiate. Come si regola internet? Per legge, soprattutto
per autoregolamentazione, ma anche per puro e semplice codice software. Oggi chi controlla internet? L’Icann”.

Robert WALTER, Member of Parliament, United Kingdom, Chairperson of the
European Democrat Group in the Parliamentary Assembly of the Council of Europe: “Internet fa emergere grandi cambiamenti. Le petizioni sono talvolta interessanti talaltra poco serie. Ma il tema è la qualità delle istituzioni”.

Adam Nyman, direttore Debating Europe: “Internet come diritto umano”. Robert Bjarnason cofondatore Citizens Foundation Islanda: “Internet è commons”.

Altre questioni dal pubblico. “Internet non serve dove le persone sono così povere che non possono accedere”. “Occorrono istituzioni globali, con un mezzo di comunicazione globale, per fronteggiare problemi globali”.

Il dibattito continua..

Mary Kaldor conclude: “La democrazia rappresentatita era pensata per evitare che le decisioni fossero prese da persone ignoranti e dominate dal pregiudizio. Ma da esperti. Con internet il problema non cambia. Il problema è che le democrazie rappresentative vanno migliorate perché facciano quello per cui erano state pensate. Occorre per l’Europa un ritorno di politica: senza questo l’Europa sembra burocratica mentre la burocrazia europea è più piccola di molte burocrazie nazionali: il fatto è che la burocrazia europea non si confronta con una grande politica europea. Internet non è una forza priva di ambiguità: può portare avanti istanze democratiche oppure razziste. La democrazia però va riformata. E talvolta mi trovo piuttosto pessimista in proposito”.

Viene presentata in un un lab la piattaforma irlandese CiviQ. Raccolta di istanze, consultazioni, deliberazioni. Parte dalla critica della definizione di opinione pubblica basata sui sondaggi, si sviluppa nella critica delle raccolte di opininioni via mail e arriva a produrre un processo che arriva alla decisione. CiviQ tiene conto delle opinioni emergenti con la logica degli open data.

Da Strasburgo a Torino per Nexa: Internet e democrazia. Appunti sui media civici

Settimana di riflessione sulla convivenza e le opportunità offerte dalla rete al rinnovamento istituzionale.

A Strasburgo si tiene un’importante conferenza sulla democrazia nell’epoca di internet. Le questioni sono ormai urgenti e la consapevolezza diffusa. Le domande a Strasburgo sono quelle di chi si rende conto che molto sta cambiando: Ci sono alternative al costrutto istituzionale della democrazia rappresentativa? Esiste una democrazia 2.0? Come si governa con un coivolgimento più profondo dei cittadini? Come possiamo immaginare il futuro?

Sabato, alla conferenza Nexa su Internet e democrazia discuteranno alcuni dei più appassionati e competenti esperti della materia. Ci sarà peraltro anche un contributo sull’esperienza dei media civici condotta con il supporto di Ahref, fondazione alla quale collaboro.

In questo contributo: riferimenti allo studio condotto da Ahref per il Senato, esperienze relative alla consultazione sulla costituzione, cenni al libro recentemente uscito in tema appunto di Media civici, per dar conto soprattutto di una linea di ricerca tutta da sviluppare e da sperimentare.

L’approccio di Ahref parte da tre grandi ispirazioni:
1. L’idea di media civici, probabilmente, è partita dalla ricerca Henry Jenkins del MIT Center for Civic Media, secondo il quale i Media Civici possono essere definiti come “ogni uso di ogni media
che promuove o amplifica l’impegno civico”.
2. L’idea di Laurence Lessig che ha notato la forte interconnessione tra il “code” del software e il “code” del diritto.
3. Il lavoro di BJ Fogg sulle tecnologie persuasive.

L’interazione tra queste idee ispira alla ricerca di piattaforme che consentano di aumentare le probabilità di accrescere le collaborazioni civiche tra i cittadini per lo sviluppo di: informazioni su come stanno le cose, decisioni che i cittadini possono operare per rispondere autonomamente alle loro esigenze con attività di mutuo soccorso, influenza della partecipazione dei cittadini sulle decisioni collettive e istituzionali.

La parola chiave è “civiche”. Il problema dell’approccio di Jenkins è che suppone che l’iniziativa civica si riferisca a questioni note a priori, relative in genere a diritti umani i cui principi sono fissati ma le cui applicazioni sono diverse nei diversi contesti storici. Il punto è come decidere intorno a quelle applicazioni e ad altro. È molto una questione di metodo. Lessig insegna a vedere come questo metodo assomigli a regole che sono insieme scritte nei sistemi giuridici e incarnate nel software delle piattaforme che i cittadini usano per interagire. Ma non può essere un metodo di difficile applicazione. Anzi deve emergere organicamente dal modo di usare le piattaforme. Fogg aiuta a comprendere che l’interfaccia si può progettare in modo da favorire certi comportamenti piuttosto che altri.

E del resto le metafore che danno il senso di contesto alle singole informazioni e operazioni che si svolgono sulle piattaforme influenzano a loro volta i comportamenti.

In questo ambito la ricerca di Ahref si pone l’obiettivo di favorire l’incontro di persone accomunate dall’esigenza di migliorare la convivenza e orientate a farlo con un metodo rispettoso delle differenze di interessi, approcci ideologici, eredità culturali e altro. Il che distingue i media civici, nell’approccio di Ahref, dai media sociali che per regole incentivanti e interfaccia, implicitamente, si limitano a mettere insieme persone che si assomigliano per interessi, passioni, ideologie, esperienze e altro..

Vedi anche:
Costellazione di iniziative emergenti
Iperbole 2020

Papandreou. La Grecia è una finestra sui rischi che corre la democrazia

L’ex premier greco George Papandreou, a TED, sostiene che il caso della Grecia è un esempio dei rischi che corre la democrazia nel mondo. Poteri enormi che sfuggono al controllo dei parlamenti sono cresciuti, nell’economia, nella criminalità, nella burocrazia. Ideologie e manipolazioni dell’informazione indirizzano le coscienze rendendoci meno liberi di scegliere in modo razionale. E intanto i giovani sono senza lavoro, gli stati litigano, paesi come la Grecia sperimentano una sofferenza inaudita. Le decisioni tecniche calate dall’alto sono apparentemente sempre deboli contro tutto questo.

Papandreou dice che occorre ripartire dalla democrazia, dalla saggezza delle moltitudini. Dobbiamo ridare fiducia ai cittadini per rafforzare le istituzioni democratiche. Come democratizziamo la globalizzazione, si chiede? Europa è una potenziale soluzione: è l’esperimento di pace e democrazia internazionale più grande del mondo. Immaginiamo che i cittadini europei abbiano il potere di eleggere un presidente europeo, che siano chiamati a referendum europei per decidere le strategie fondamentali della loro convivenza. I mercati finanziari vanno bilanciati dalla democrazia.

«Sono un pragmatico. Non è utopia: per essere realisti dobbiamo cambiare le cose. Occorre che ciascuno che si oppone ai poteri autoritari, che siano politici o finanziari, possa avere voce e contare nelle decisioni».

Papandreou sa che la sua politica non è riuscita a migliorare la vita dei suoi concittadini greci. Pensa che non c’è stato tempo per decisioni migliori. Pensa che il disastro della crisi è stato che gli stati europei hanno cominciato ad attribuirsi reciprocamente la colpa invece che collaborare davvero. Le democrazie limitate ai confini nazionali non riescono a rispondere alle sfide internazionali. Occorre una democrazia internazionale e l’Europa ha la possibilità di costruirla almeno al suo interno.

Elezioni e referendum, ok: da notare che, proprio a TED, Papandreou non ha speso neanche una parola sui media civici e la partecipazione accelerata e approfondita dall’uso intelligente della rete al servizio della democrazia.

Stephen Holmes. Democrazia. L’equilibrio dei poteri non è un dato ma un processo.

Stephen Holmes termina il suo “Poteri e contropoteri in democrazia” (Codice) citando Benjamin Constant: «una società che si consola per la perdita della libertà politica limitandosi a godere dei frutti della ibertà personale, rischia di perderle entrambe». E poiché siamo in una fase in cui si rischia proprio questo tipo di sviluppo, vale davvero la pena di rifletterci attentamente.

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L’equilibrio dei poteri serve a impedire una dinamica dittatoriale. Il fatto per esempio che il potere esecutivo e legislativo dipendano insieme da un unico centro di potere, il sistema dei partiti, è una possibile fonte di disequilibrio. E Juan Carlos De Martin ne fa cenno nel suo importante post su “Democrazia (debole) e internet)“. Il fatto poi che il potere esecutivo e quello legislativo, dipendano dall’unico centro di potere costituito dal sistema dei partiti che a sua volta dipende in maniera sempre più precisa e puntuale dalle lobby finanziarie ed economiche (un fenomeno del quale il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama si è lamentato spesso, ricorda Holmes), mette ancora più a rischio l’equilibrio dei poteri democratici previsto dalla costituzione repubblicana.

La mancanza di equilibrio dei poteri, cioè la sua concentrazione, genera corruzione e inefficienza. Ma se il sistema che controlla un eccessivo potere vuole mantenersi in controllo della situazione deve tentare di assorbire nella sua orbita anche altri poteri, meno spesso citati a livello costituzionale ma che costituiscono un elemento qualificante di qualunque equilibrio del potere: per esempio il potere dell’informazione. In un paese dalla democrazia instabile e con poteri molto poco equilibrati come l’Italia, questo è particolarmente evidente.

E non per niente si spera molto in internet, nella trasparenza dei dati, nell’apertura a nuove iniziative editoriali e informative, con la partecipazione di molti cittadini, per riequilibrare la situazione. L’asimmetria dell’informazione è una delle questioni classiche della qualità del funzionamento dei sistemi democratici e di mercato. Non è risolvibilen una volta per tutto, a quanto pare, perché è a sua volta un lavoro perennemente in corso.

Il punto è che la distruzione dell’equilibrio è più facile della sua costruzione. Perché il rispetto dell’equilibrio dei poteri è, certamente, garantito dalla legge, ma è soprattutto garantito da una cultura diffusa che esalta l’indipendenza dei poteri e dei loro rappresentanti mentre aborrisce le ingerenze e le confusioni. Negli ultimi venti-trenta anni, in Italia, si è data molta più importanza ad altre cose che non al rispetto dell’equilibrio dei poteri. E questo si è degradato. Per ricostruirlo non basta una nuova norma: occorre una nuova cultura.

Internet non è un generatore automatico di equilibrio dei poteri. Casomai è un’opportunità per ottenerlo e salvaguardarlo. Perché sottolinea il vantaggio che tutti traggono dal bene comune e mostra in modo evidente che il contributo di ciascuno può contare nel processo di manutenzione e miglioramento di quel bene comune. Inoltre, favorisce le iniziative innovative volte a ripristinare forme di equilibrio informativo che erano state conculcate o che non erano mai state possibili.

Ma il rispetto per l’equilibrio dei poteri, per le opinioni diverse, per il metodo condiviso che è necessario per migliorare la conoscenza su come stanno le cose, è un fenomeno di manutenzione e maturazione culturale. E nella generazione di tale maturazione, la tecnologia può non essere ininfluente, anche se di certo non è sufficiente. Nella società contemporanea c’è bisogno di comprendere in che senso non è ininfluente – e di che altro c’è bisogno – per alimentare un processo culturale che ripristini il rispetto per l’equilibrio dei poteri e il miglioramento del senso civico.

Lessig: il finanziamento della politica e la democrazia

Un post per onorare l’intervento di Lawrence Lessig a TED. Un popolo che finanzia la sua politica in modo che la politica non possa funzionare se non facendo l’interesse dei pochissimi che la finanziano non vive in una sana democrazia. Soprattutto, un paese così non è una repubblica equilibrata che rispetta tutti i cittadini.

Il finanziamento pubblico dei partiti è un problema quando i partiti approfittano delle risorse di tutti per fare i loro interessi particolari. Il finanziamento privato dei partiti è un problema se la concentrazione dei finanziatori è tale da imporre ai partiti la volontà della minoranza ricca e potente. Lessig ha una proposta. Ma il video è da vedere. È un capolavoro di ironia, etica, logica e umanità. Dedicato a chi sa ancora “amare” il proprio paese.

Chiose sulla democrazia facebookiana

Facebook ha chiesto agli utenti di votare se volevano mantenere il diritto di voto sulle decisioni che riguardano per esempio la privacy sul social network. A questi referendum non ha mai votato più dello 0,5% degli iscritti. Il quorum per rendere vincolante il voto era del 30%. Ovviamente il quorum non è stato raggiunto e ora Facebook ritiene di essere legittimata a cambiare le regole a suo piacimento (vedi Slate, TechCrunch, Repubblica, MrWebmaster, Computerworld).

Gli iscritti a Facebook sono una rete non una massa. Non hanno un luogo di informazione unitario che faccia la cronaca della comunità. Probabilmente non pensano che il social network sia una sorta di società che deve decidere insieme su qualche cosa. Sanno che è una piattaforma di proprietà di Mark Zuckerberg e soci e che non è un bene comune. Forse dunque non sentono le votazioni per decidere di questa piattaforma come qualcosa di davvero credibile. Subiscono in generale le decisioni della proprietà, su interfaccia e funzionalità possibili, senza apparentemente fiatare. E non sembrano invece dedicare molto tempo a comprendere che anche su Facebook hanno dei diritti e che farli valere è importante.

Una piattaforma che fosse davvero un bene comune – non proprietà privata – servirebbe per alimentare il senso di partecipazione delle persone alla vita della comunità attraverso la rete. Facebook non sarà mai questo tipo di piattaforma. Lo è internet, in fondo, da sempre e va difesa: ed è probabile che si svilupperà su internet un ambiente, una piattaforma o un insieme di piattaforme per aiutare le persone a decidere civicamente online. Si può scommettere che molti ci stanno già lavorando.

Dellai: non lasciamo
la democrazia a Facebook

Non si esce dalla crisi se ci si lascia paralizzare dalla paura e dal disorientamento. Zaino in spalla. Per riprendere il cammino.

C’è un passaggio su internet nel libro con il quale Lorenzo Dellai riprende il suo cammino politico. Perché si rende conto di quanto i media digitali siano potenzialmente connessi con il rinnovamento italiano. Dellai parte dalle idee ricostruttive di Alcide De Gasperi per l’Italia che usciva in macerie dalla guerra. Perché anche oggi la società e la cultura italiana si trovano devastate.

Gran parte di quelle macerie, sono il prodotto della perdita di contatto con la realtà che ha offuscato gli sguardi degli italiani negli ultimi decenni. E propone di ripartire dal territorio, la dimensione nella quale si fa la verifica concreta di quanto la politica tenta di affermare o rappresentare, tenendo ben presente la trasformazione della società e dell’economia, il tessuto civico rinnovato dalla rete, le opportunità vitalizzate dalla ricerca e dall’innovazione. A questo proposito, aggiunge: «Non possiamo lasciare la democrazia solo nelle mani di Facebook e Twitter». In realtà, internet non cessa di cambiare a sua volta: e si può innovare introducendo nuove piattaforme più adatte alla partecipazione. Nuovi media civici abitati da persone consapevoli.

Rodotà: democrazia e tecnologia

Stefano Rodotà al Festival del giornalismo ha parlato di democrazia e tecnologia. La domanda che ci poniamo è chiara: la tecnologia salva la democrazia o la invade? Siamo di fronte a una prospettiva ateniese, con la possibilità della democrazia diretta, oppure ci apprestiamo a vivere un’esperienza orwelliana, con una macchina “grande fratello” che governa le nostre vite?

Intanto, dice Rodotà, è cambiato il nostro rapporto con la conoscenza è cambiato. L’accesso ai documenti è diventato molto più facile. La nostra società è diventata impensabile senza internet. E internet struttura la società.

Spero di non tradire il pensiero articolato e profondo di Rodotà con questo riassunto.

La prospettiva che Rodotà mostra è in continua evoluzione. Dalla piazza riempita dalle persone che ascoltano un comizio, come avveniva nel dopoguerra, alla piazza svuotata dalla televisione e, oggi, al ritorno in piazza delle persone che manifestano organizzandosi attraverso la rete. Che cosa si sta preparando per la democrazia?

Sappiamo che la democrazia diretta, intesa come un sistema per votare su ogni decisione a suffragio universale via internet, non funzionerebbe. Ne abbiamo un’avvisaglia considerando la “democrazia del sondaggi”. L’agenda della democrazia dei sondaggi è governata da chi decide quali domande porre al campione di cittadini, quando porle, sulla base di quali informazioni: scegliendo l’argomento in un preciso momento storico si influenzano le decisioni (un referendum sulla pena di morte realizzato subito dopo un efferato assassinio avrà probabilmente esiti diversi da un analogo referendum realizzato subito dopo la scoperta dell’innocenza di una persona successivamente all’esecuzione della condanna).

In realtà, la democrazia non è soltanto votare. È un processo che coinvolge l’informazione, la partecipazione, il controllo delle decisioni, la progettazione delle linee di innovazione normativa da adottare. I media sono l’accesso a un complesso di fenomeni che hanno a che fare con ognuna di queste dimensioni del processo democratico. E possono consentire di superare la condizione di cittadini che non possono partecipare se non votando ogni cinque anni.

Come guidare l’evoluzione dei media in modo che aiuti la complessità delle dimensioni del processo democratico? I temi di riflessione sono diversi. La selezione dei contenuti oggi si svolge in modo rinnovato: un tempo le notizie arrivavano ad essere pubblicate dopo un processo di verifica; oggi la verifica e il controllo delle notizie arriva dopo che sono state pubblicate. Questo richiede una consapevolezza più profonda e una riflessione ancora da sviluppare. Allo stesso modo il tema del pluralismo richede pensiero: la diversità di opinioni e punti di vista è probabilmente un valore superiore da salvaguardare in ogni caso, nella convinzione che la rete abbia la capacità di autoregolarsi e autoripararsi. Ma dobbiamo anche sapere che l’evoluzione attuale della rete non è quella di una dimensione della realtà sociale autonoma dagli stati e dalla volontà delle grandi piattaforme private. La consapevolezza dei cittadini di fronte a queste dinamiche è una condizione fondamentale della democrazia. Come lo è la chiarezza sulle priorità dei diritti dei cittadini di fronte alle richieste più o meno confuse e interessate degli stati e dei grandi capitali privati.

La questione è aperta. Ne usciamo con l’idea che la democrazia, comunque, non è tanto nella macchina che la supporta quanto nella cultura e nell’energia democratica dei cittadini.

Vedi anche:
La maturazione del rapporto tra internet e democrazia
L’intelligenza collettiva e la democrazia

L’intelligenza collettiva e la democrazia…

Sull’Economist di questa settimana, c’è un passaggio a proposito della politica spagnola che fa pensare. Si dice che, secondo un funzionario del governo iberico, la Spagna è favorita nella gestione della crisi dal fatto che la sua amministrazione potrà lavorare per quattro anni senza elezioni. Insomma, gli spagnoli potranno prendere decisioni di rigore senza il timore di essere sanzionati dal voto. Evidentemente, questo giudizio implica che la democrazia può anche essere il miglior sistema per decidere chi comanda, ma non per prendere le decisioni più gravi. Il sottotesto è chiaro: il popolo non sa scegliere per il suo bene, può solo affidare a qualcuno il compito di farlo al suo posto. Il che peraltro significa che la democrazia è sempre esposta al rischio che il populismo emotivo di breve termine prevalga sulla visione razionale di lungo termine.

Il caso della popolarità del governo Monti in Italia nei suoi primi mesi alla guida del paese ha smentito almeno in parte questa idea. Se avesse potuto, dicevano i sondaggi, il popolo avrebbe votato per Monti perché capiva benissimo che le misure drastiche che il governo prendeva erano per il bene di tutti. Casomai, il governo Monti ha cominciato a non essere più tanto popolare quando ha preso decisioni che non si capivano bene. Che le imprese fossero autorizzate a licenziare per motivi economici anche nel caso che i motivi economici fossero ingiustificati, obiettivamente, non si capiva. Anzi, quella formulazione generava un’ansia e un’allarme che favorivano l’emergere di comportamenti irrazionali ed emotivi.

Esiste ovviamente un modo per raccontare bene le cose, tale che le renda comprensibili. Tanto per fare un esempio si sarebbe potuto dire: “ho fatto un viaggio nel mondo e ho scoperto che c’è una fila di aziende che vogliono venire in Italia a investire e creare posti di lavoro; il fatto è che vogliono creare posti di lavoro in un contesto di regole simili a quelle vigenti nei loro paesi d’origine, o almeno simili a quelle della maggior parte dei paesi paragonabili all’Italia; vogliono cioè sapere che fine faranno i loro investimenti e questo dipende dalla certezza del diritto e dalla convenenza; questo significa che preferiscono investire nei paesi dove sanno di poter decidere in modo veloce le assunzioni e i licenziamenti; ecco perché dobbiamo riformare il nostro diritto del lavoro”. Forse questo avrebbe spiegato meglio la riforma? Può darsi.

Sta di fatto che ci sono sempre elementi emotivi ed elementi razionali nelle decisioni, comprese quelle collettive. E l’organizzazione di un popolo dovrebbe essere fatta in modo da equilibrare gli effetti delle varie tensioni.

Esistono per questo dei supporti strutturali al racconto del sistema decisionale che lo rendono più comprensibile. Il messaggio implicito nella struttura della democrazia rappresentativa dice che chi prende più voti governa; ma il messaggio implicito nella struttura della repubblica dice che la democrazia deve essere regolata in modo che la maggioranza possa governare senza abusare della minoranza e incentiva un comportamento orientato al perseguimento del bene comune.

Ora, nell’epoca di internet, ci si potrebbe domandare come cambiano le strutture di coordinamento collettive, democratiche e repubblicane, con la diffusione di internet. La rete favorisce l’emotività o la razionalità? Il populismo o il ragionamento empirico e informato?

Si deve ammettere che messa così la domanda ha una sola risposta, insoddisfacente: internet favorisce sia l’emotività che la razionalità. Ma c’è un modo per approfondire. Prendendola un po’ alla larga.

L’evoluzione delle neuroscienze e della psicologia sociale, insieme alla riflessione sulle conseguenze dell’internet fissa e mobile, tendono ad avvalorare l’idea che il cervello sia una rete e che l’insieme dei cervelli in rete sia a sua volta una sorta di intelligenza collettiva. Metafore, certo, ma potenti.

Il cervello viene descritto – mi si perdonino le imprecisioni – come una rete di neuroni che si connettono attraveso le sinapsi e che si aggregano in aree più o meno specializzate il cui concerto porta alle decisioni, alle azioni, alle reazioni. Aree evolutivamente più antiche sembrano collegate alle forme emotive e istintive del pensiero, e prendono decisioni automatiche e veloci; altre aree più recenti del cervello appaiono più dedicate alla ragione e servono a sviluppare un pensiero controllato, anche se in genere più lento e forse più innovativo. Alcuni neuroni specializzati poi si comportano come dei connettori con i cervelli degli altri individui. Connettendosi tra loro, i cervelli individuali, ovviamente, contribuiscono ai comportamenti collettivi. E come il cervello individuale si avvale di strumenti per rafforzare le sue prestazioni, anche le reti di cervelli individuali si avvalgono di tecnologie che ne estendono le capacità: tra queste tecnologie, internet e gli strumenti digitali di accesso, memorizzazione, elaborazione, sembrano in grado di far fare un salto di qualità e concretezza all’immagine dell’intelligenza collettiva.

Le piattaforme internettiane – dotate dei loro codici – hanno un’influenza incentivante su certi comportamenti e favoriscono, con i loro diversi design, il coordinamento degli individui in base a forme di pensiero più “emotive” oppure più “razionali”. L’emotività, la passione, hanno a che fare con la velocità di reazione di fronte ai messaggi di allarme e conducono ad attingere a sorgenti di energia umana che altrimenti non si attiverebbero. La ragione, dal canto suo, conduce a confrontare i dati e a interpretarli in base a forme controllate di pensiero.

È possibile che internet favorisca la razionalità oppure l’emotività e l’istinto dell’intelligenza collettiva? Come per ogni domanda a base informatica anche in questo caso occorre rispondere: dipende. Si ha l’impressione che entrambe le ipotesi siano possibili. Si osserva che certe piattaforme incentivano scambi di informazioni più veloci, emotive e “automatiche” (come forse si può dire in certi casi di Facebook) mentre altre piattaforme incentivano scambi di informazioni più controllate (come forse si può dire, in molti casi, di Wikipedia).

Gli strumenti della cosiddetta intelligenza collettiva che servono in
particolare al coordinamento degli individui non sono certo soltanto
quelli che si sono sviluppati su internet. Anche la democrazia e la repubblica sono in un certo senso piattaforme sulle quali si appoggia il coordinamento degli individui. E anch’esse hanno forse qualche conseguenza sulla struttura del pensiero che incentivano. Forse si può dire che la democrazia rappresentativa, almeno nelle sue incarnazioni recenti basate su campagne elettorali strutturate in modo piuttosto populista, è più vicina alle tensioni “emotive”; dovrebbe essere la repubblica, che incentiva il rispetto delle istituzioni in quanto simbolo del bene e del progetto comune, a svolgere la funzione di regolare e controllare il pensiero collettivo che emerge quando è necessario decidere in modo razionale.

In un certo senso, un’eventuale erosione della legittimità delle istituzioni repubblicane apre la strada alle forme populiste della democrazia. Il rispetto per le stesse istituzioni garantisce che la democrazia non possa debordare. Il fatto che il presidente della Repubblica italiana abbia storicamente goduto di un rispetto generalizzato ha aperto la strada alla soluzione trovata recentemente per salvare l’Italia dalle conseguenze delle derive populiste che l’avevano invasa negli ultimi vent’anni.

I simboli del progetto comune favoriscono la ragione, forse, mentre i simboli della competizione di tutti contro tutti per l’attenzione e il successo favoriscono l’emozione? Può essere.

In effetti, il design delle piattaforme, istituzionali e tecnologiche, potrebbe avere una certa tendenza a incentivare di più la ragione o l’emotività nelle decisioni politiche e nei comportamenti collettivi.

Questo avviene in particolare condizionando la circolazione delle informazioni e delle interpretazioni. E internet è diventata parte integrante di questa circolazione. Sappiamo infatti quello che sappiamo in base alla funzione della coscienza. Di questa nozione non si sa poi tantissimo, sia nel caso del cervello individuale sia nel caso delle reti collettive di cervelli. Ma si sa che è collegata alla focalizzazione che il pensiero dedica a certe informazioni e interpretazioni. Le piattaforme influiscono sulle decisioni collettive condizionando la circolazione delle informazioni in modo da far emergere di volta in volta più fortemente i messaggi emotivi o quelli razionali. Le piattaforme che hanno un progetto implicito orientato al breve termine e alla competizione quotidiana tra gli individui fanno emergere con maggiori probabilità le informazioni più emotive; al contrario, nelle piattaforme strutturate in base a un progetto orientato al lungo termine e rafforzato in questo da simboli e tratti culturali profondi e condivisi, emergono con maggiore probabilità i ragionamenti razionali.

Se la piattaforma dichiara che l’informazione è orientata al bene comune perché a ogni passo dichiara che il messaggio va verificato e trattato con rispetto per il pubblico, le decisioni razionali possono avere una maggiore probabilità di emergere nel contesto, comunque maggioritario, dei messaggi emotivi.

Una democrazia che sappia prendere le decisioni gravi, una democrazia che funzioni anche in stato di crisi, una democrazia che riesca a isolare i germi populisti, ha bisogno di un design repubblicano solido, basato su un sistema dell’informazione orientato al bene comune.

In quel modo può essere un sistema da allargare alla gestione di spazi sempre più ampi della vita collettiva, nella chiave della democrazia partecipativa, senza il timore che tutto divenga come una grande assemblea di condominio. E a quel punto, la democrazia partecipativa, attenta al bene comune, può gandidarsi a manutenere e i commons, l’ambiente, la qualità della vita sociale e la profondità culturale di un popolo. E finisce con l’imparare a raccontare un discorso comprensibile, nelle fasi di crisi e nelle fasi di successo del progetto comune.

La maturazione della democrazia partecipativa continua avverrà solo in un contesto rispettoso delle istituzioni comuni e solo in parallelo alla maturazione di piattaforme per la ricerca e lo scambio di informazioni orientate a incentivare l’emergere di notizie documentate, empiricamente verificate, generate con un metodo rispettoso del progetto comune di tutti coloro che per decidere vogliono semplicemente poter sapere come stanno le cose.

Se n’è discusso in parte alla riunione organizzata dalla Fondazione Basso su internet e democrazia. E ci sono vaste tracce di questo discorso nel manifesto per un soggetto politico nuovo. Si accenna all’argomento nel quadro del lavoro della Fondazione Ahref e su Timu. Il lavoro di Nexa in collaborazione con il Berkman Center di Harvard in questo senso è fondamentale. Il centro per i civic media del MediaLab è un’ispirazione.

La maturazione del rapporto tra internet e democrazia

Ieri, alla Fondazione Basso, una discussione aperta su internet e democrazia ha mostrato quanto sia urgente e possibile un miglioramento significativo dei modi attraverso i quali le persone possono decidere insieme in nome di una più giusta convivenza civile.

La democrazia rappresentativa mostra i suoi limiti mentre nuove forme di intelligenza collettiva emergono dalla complessità della vita contemporanea. Compresa la sua dimensione internettiana. «L’epoca dell’ingenuità è finita» ha detto Stefano Rodotà. L’idea dello spazio internettiano libero e autoregolato si confronta con la pratica dell’influenza sempre più chiara degli stati nella struttura della rete. Mentre non c’è settore della vita che non sia in qualche modo connesso all’evoluzione della rete, la democrazia si confronta con società nelle quali i soggetti non sono più le classi, ma casomai insiemi di minoranze di persone che peraltro appartengono a più di una di esse: le identità in rete avviano la possibilità di una nuova antropologia nella quale «tu sei quello che Google dice che sei». Ne deriva anche la difficoltà dell’emersione di un discorso unitario costruttivo: il potere aggregante della rete, dimostrato nel caso della primavera araba, non è pareggiato da un altrettanto grande potere di costruzione dell’agenda comune, come si è visto dopo la rivoluzione araba nel momento in cui si doveva riempire di contenuti il risultato della rivoluzione.

Juan Carlos De Martin ha posto il tema del ruolo di internet nel quadro della possibile innovazione del sistema democratico. «Dove siamo; dove vorremmo essere; internet ci può aiutare?». I limiti dell’idea di democrazia che si esplica solo al momento del voto e della delega, i difetti enormi della partitocrazia, il ruolo del potere economico nel gioco democratico sono aspetti di una condizione riformabile. Una democrazia deliberativa partecipativa è possibile: il bilancio partecipato di Porto Alegre, di sondaggi deliberativi, i consigli consultivi, le giurie dei cittadini, sono esempi di strutture democratiche innovative che consentono di avvicinarsi a una condizione di democrazia vissuta più pienamente dai cittadini e forse con meno rischi per la moralità dei rappresentanti. Internet, dice sempre De Martin, può aiutare in quanto strumento di comunicazione che serve a realizzare questi strumenti di democrazia partecipativa deliberativa. Soprattutto tenendo conto del fatto che molti fenomeni conducono a un’allargamento della sfera pubblica internazionale.

Ma occorrono competenze importanti e consapevolezze significative per realizzare le piattaforme necessarie: conoscenza dei sistemi incentivanti, design, psicologia sociale. Perché funzionino queste piattaforme devono essere costruite con in mente la possibilità che vengano adottate. Il loro codice (software) influirà sul codice (norme) che regola la società. La loro interfaccia persuaderà a certi comportamenti: e lo farà, potenzialmente, con grandissima efficacia, se ciò che si è imparato delle piattaforme che hanno funzionato sarà ripensato per nuove piattaforme, o aggregati di piattaforme esistenti, capaci di indurre nei comportamenti di relazione in rete degli elementi di responsabilità e di razionalità e di empirismo nel trattamento delle informazioni e nel confronto delle opinioni. Ne ha parlato Fiorella De Cindio e io stesso.

Tutto questo non avrà forse una grande importanza, ha detto comunque Giulio De Petra, se non sarà accompagnato da un discorso politico rinnovato e se il pensiero su internet non sarà a sua volta adattato alle qualità del contesto attuale. Occorre una critica rigorosa dei modelli di utilizzo della rete. Occorre adattare il discorso su internet al nuovo contesto di utilizzo, dice De Petra: la crisi economica chiede una nuova piattaforma che alluda a un modello economico giusto per il nuovo contesto; l’emergere dei beni comuni chiedono una piattaforma adatta alla gestione di ciò che è di tutti e non viene valorizzato dallo stato o dal mercato; l’involuzione della politica, con partiti sempre più grotteschi, chiede una democrazia continua e un sistema di decisioni partecipato. Si esce dalla crisi, dice De Petra, solo se c’è un modello diverso; questo modello funziona solo se c’è un efficiente ricorso ai beni comuni e questi si gestiscono solo con una nuova politica. Tenendo conto di questo contesto, conclude De Petra, il ruolo di internet può essere chiaro e il suo valore importante.

Rodotà ha concluso sottolineando che c’è un problema strategico di cittadinanza: occorrerà porsi il problema del scientific citizen capace di vivere in una società sempre più innervata di fenomeni scientifici. E analogamente – verrebbe da dire – occorre porsi il problema del cittadino che vive in una società sempre più innervata di fenomeni tecnologici. Il che significa tener conto dell’influenza di chi disegna le macchine sul disegno emergente della società. E ammettere che la crisi della democrazia rappresentativa non sarà superata per la sola forza storica della democrazia rappresentativa: vanno osservate le novità che nascono dal sistema delle leggi di iniziativa popolare europee, come non si può non tener d’occhio l’emergere di opportunità – anche in rete – per la democrazia continua. Ma un fatto è certo: rispetto a qualche anno fa, il dibattito sul rapporto tra democrazia e internet è maturato. L’ingenuità è finita. E la connessione tra internet e le innovazioni costituzionali si potrebbe fare più concreta.

Internet e democrazia, appunti

I temi in discussione oggi alla Fondazione Basso sono profondamente importanti. E la guida di Stefano Rodotà è una garanzia. Alcuni appunti.

La metafora che descrive internet come un ecosistema è suggestiva e facilita il compito di interpretare la relazione tra la struttura della rete e l’emergere di iniziative favorevoli al miglioramento e alla manutenzione della democrazia.

In questo senso, internet non garantisce l’adozione delle innovazioni progettate per contribuire alla democrazia, ma di certo consente a quelle innovazioni di essere proposte e di competere per essere adottate.

Internet è un bene comune e come tale va salvaguardato.

Le regole implicite nelle piattaforme commerciali e non commerciali sono a loro volta capaci di influenzare i comportamenti, per esempio per quanto riguarda l’adozione di progetti culturali comuni tra le persone (come nel caso di Wikipedia) o per quanto riguarda l’attendibilità dello scambio di informazioni (spesso dibattuta nel caso di Twitter) o per quanto riguarda la garanzia della privacy (controversa nei casi di Facebook o Google). La possibilità di introdurre nuove piattaforme e nuovi strumenti incentivanti i comportamenti attenti alla qualità dell’ambiente informativo non va compressa dalle regole generali che governano la rete. La generatività e vitalità innovativa dell’ecosistema dell’informazione trasformato da internet è uno dei caratteri fondamentali della rete e il suo maggiore contributo all’ipotesi di farne uno strumento di progresso democratico. Anche se non garantisce di certo che il risultato finale sia effettivamente un progresso della democrazia.

Le regole che uno stato si dà in riferimento all’ecosistema internettiano hanno un peso molto grande sul delicato equilibrio che fa di internet un sistema vitale e generativo. E dovrebbero essere intese come uno strumento per favorire, appunto, l’emergere di innovazioni capaci di far progredire la democrazia, contrastando eventualmente le strutture che tendono a impedire questo genere di sviluppo.

La net-neutrality è una delle caratteristiche fondamentali della rete che consentono alle innovazioni di potersi candidare ad essere adottate. L’alfabetizzazione digitale è uno dei temi sui quali si gioca la partecipazione di larghe parti della cittadinanza al progresso democratico. La qualità dell’informazione e la consapevolezza dei delicati equilibri dell’ecosistema dell’informazione sono a loro volta beni comuni da manutenere e salvaguardare in nome della qualità della convivenza civile.

Internet e democrazia

Le nomine Agcom si avvicinano. Si moltiplicano le proposte e le aspettative per l’avvio di un processo trasparente in vista di questo decisivo passaggio. L’Agcom è l’autorità dell’ecosistema mediatico. È parte integrante della democrazia emergente nell’epoca digitale. (Nuovo articolo su Repubblica)

In proposito ci vuole un approfondimento. A “Internet e democrazia” è dedicato un incontro seminariale che si tiene il 20 aprile 2012, ore 15.00, nella sala conferenze della Fondazione Basso, via della Dogana Vecchia 5 – Roma
 
“Internet è oggi al tempo stesso oggetto e strumento del conflitto politico. Oggetto, perché sul governo della rete e sulla proprietà dei contenuti che la percorrono operatori di telecomunicazioni, intermediari di contenuti e gestori di reti sociali confrontano duramente i loro diversi modelli di profitto, cercando di arruolare nelle proprie file i diversi interessi della moltitudine della rete.

Strumento, perché è tramite Internet che si organizza l’azione politica di chi si ribella contro la dittatura e la partecipazione delle comunità che provano a governare i beni comuni, ma anche si sperimentano nuove e mirate forme di controllo politico e sociale.

Con questo incontro la Fondazione Basso riapre il cantiere della ricerca sul cambiamento che Internet produce nella teoria e nella pratica della democrazia”.
 
Aprono la discussione:
Stefano Rodotà, Sara Bentivegna, Luca De Biase, Juan Carlos De Martin,
Fiorella De Cindio, Giulio De Petra, Arturo Di Corinto, Carlo Formenti

Internet: democrazia o repubblica?

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Il nuovo film di George Clooney è una vicenda ben raccontata, niente di stupefacente, che analizza in modo chiaro la routine dei lavoratori della democrazia.

Ma ti conferma nell’idea che la democrazia non sia poi questa meravigliosa macchina per consentire alla società di scegliere i rappresentanti più adatti: nella migliore delle ipotesi è un’altra forma di politica politicante, sembra suggerire il film; nella peggiore delle ipotesi una manipolazione delle coscienze… (A proposito: letto il pezzo dell’Economist su Ernest Dichter?)

Il film ti conferma nell’idea che senza una buona struttura repubblicana (costituzionale), la democrazia non è una grande garanzia di qualità per le decisioni che una società deve prendere collettivamente…

Internet, si è detto spesso, rende più democratica l’informazione. È un modo di esprimersi e compiacersi, anche se quando si vedono i film che descrivono la democrazia come mercato dei voti e manipolazione delle coscienze il compiacimento si attenua. Più rilevante è il fatto che internet accresce e rende più solido il sistema delle regole repubblicane, quelle che garantiscono il valore di ciò che abbiamo in comune, il pubblico dominio… Salvaguardare le regole fondamentali dell’internet, la net neutrality in primo luogo, conta per garantire un senso a ciò che si può trovare di eventualmente democratico nella rete.

Forse questa non è un’epoca di avanzamento della democrazia, ma certamente è un’epoca in cui ci rendiamo conto dell’importanza di ciò che abbiamo in comune. Passaggio necessario per partire con la ricostruzione.

Foreign Affairs: scollamento tra democrazia e internet

Ian Bremmer, autore di The End of the Free Market, fa parte del gruppo dei pensatori post liberisti, pragmatici, attenti alla complessità. Scrive su Foreign Affairs della relazione tra democrazia e internet. Sostenendo che la rete serve a rafforzare sia le forze favorevoli alla crescita delle democrazie sia i poteri dell’autoritarismo.

Il concetto è ormai quasi convenzionale, dopo lo spostamento di frame dovuto principalmente al famoso intervento di Evgeny Morozov sull’Iran. Evgeny aveva osservato come nel corso delle manifestazioni degli iraniani, internet aveva aiutato i manifestanti a far conoscere le loro azioni e le reazioni autoritarie della polizia a tutto il mondo, ma nello stesso tempo aveva aiutato il regime a individuare i partecipanti alla protesta e reprimerli.
Fine del discorso? Internet è una tecnologia che può essere usata da tutti. Quindi è vero che può essere usata dai democratici e dagli autoritari. Ma se non ci fosse, ci perderebbero di più i democratici o gli autoritari? In effetti si può ipotizzare che per i primi sia più insostituibile che per i secondi. Ma forse è ora di smettere questi discorsi di principio, troppo generali per poter essere davvero utili a comprendere la complessità del mondo attuale.
E’ finita l’epoca dell’ideologia ipertecno che spingeva a identificare internet con la democratizzazione del mondo. Ma è anche stanca l’epoca della in fondo facile critica di quella ideologia. Adesso si tratta di andare nel concreto. Software da usare abbastanza sicuro per chi deve comunicare liberamente, neutralità della rete, difesa da intrusioni da regimi autoritari, sono innovazioni da realizzare, alimentare, migliorare e diffondere, con attenzione ai feedback negativi: ogni innovazione chiama una risposta e va mantenuta più avanti della concorrenza, anche quando si tratta di concorrenza tra libertà e repressione.
Ma il vero problema è la costruzione di concrete reti di supporto dei libertari non violenti del mondo. E l’investimento in qualità dell’informazione, educazione, cultura. Lo sviluppo va insieme alla tolleranza, la povertà va insieme con l’ignoranza e il fondamentalismo: e lo sviluppo nell’epoca della conoscenza è fondato anche, forse soprattutto, sull’investimento in cultura.
Da questo punto di vista, dunque molto alla lontana e non ideologicamente, internet è un’occasione preziosa per migliorare la qualità della democrazia, mentre è solo uno dei tanti strumenti repressivi che possono essere usati per difendere la dittatura. Imho.

Informazione, politica, democrazia. E la rete

Si parla a Frattocchie 2.0, a Pesaro, di informazione, politica, democrazia e rete. Con il coordinamento di Marino Sinibaldi. Sinibaldi, lancia la discussione alludendo a una possibile contrapposizione tra blogosfera e media tradizionali. E domanda agli intervenuti come la vedono. (Ecco gli appunti presi al volo).

Alessandro Gilioli: l’emergenza dell’informazione dipende dal conformismo dell’informazione. I blogger hanno la possibilità di portare il loro contributo di diversità dell’informazione. Non ci sono regole da dare a chi vuole far partire un nuovo blog: il conformismo dell’informazione è un’opportunità enorme per i blogger, soprattutto per chi scrive in modo autentico, in quanto anche quando scrive è se stesso. Non è necessario pensare alla validità dei blog solo pensando al compito di dare notizie, magari che non escono altrove; il citizen journalism e il giornalismo tradizionale devono crescere insieme (la contrapposizione ha fatto bene a far scendere un po’ di giornalisti dai loro troni, ma ora non è più attuale, la convergenza è sempre più assodata); quello che conta, per la crescita della società civile, è partecipare con idee, commenti, riferimenti, richiami, mantenendo un ritmo di pubblicazione frequente, tendenzialmente quotidiano.

Paola Concia: dal 1994 a oggi, il lavoro della Camera è cambiato profondamente, in termini di apertura e accessibilità dell’informazione. Su quello che fanno i deputati, i gruppi parlamentari, le commissioni… E questo si deve alla rete, prima di tutto. La rete è uno straordinario strumento di trasparenza, di accesso alla conoscenza, di controinformazione. Chi è interessato a sapere che cosa faccio può trovare tutto quello che succede. Anche se i media nazionali non seguono quello che mi accade o quello che faccio. Non potrei stare nella Camera senza il mio computer. Il problema grande oggi è che l’informazione è nascosta: c’è bisogno di raccontare un’altra storia. I mass media non fanno da cassa di risonanza di tutto, solo di qualcosa. Mentre nascondono altro. Le storie delle donne per esempio non sono raccontate: le donne “di potere” non ci sono sui mass media quando le donne “del potere”.
Matteo Orfini: sono stato più diligente, scrivo meno. Non sono un sostenitore della rivoluzione informatica. Blog e giornali non sono momenti distinti, lo sono ma sempre meno. L’autonomia della blogosfera è stata fagocitata dall’informazione giornalistica tradizionale. I giornalisti fanno blog e i blogger citano e si riferiscono continuamente ai giornali. Ma avviene anche che i vizi del giornalismo tradizionale si stanno ripresentando anche nella blogosfera. E’ sempre meno una cosa diversa. Ovviamente, in un momento in cui c’è un attacco alla libertà di informazione bisogna sostenere tutto ciò che aiuta. Quali sono i motivi di difficoltà? C’è un problema di maturità del sistema nel suo complesso. Siamo in un paese in cui la vita è scandita da intercettazioni, spesso illegali, pubblicate a amplificate dai media. Ci dobbiamo interrogare su queste cose. Del resto, ci dobbiamo interrogare sul narcisismo del blogger, sull’isolamento della persona che sta sola davanti al computer: la notte bianca per le strade è meglio della notte bianca sul blog. A parte che ogni aumento dello spazio pubblico è positivo, quello che dobbiamo fare è non rendere inutile l’aumento dello spazio pubblico generato dal web.
(E vabbè.)
Pulsatilla: il narcisismo non è una cosa sentimentale, è molto una vetrina. Il blog nasce come un blog sui cavoli miei. Poi è diventato un’altra cosa. Sono d’accordo con Matteo e non con Gilioli. Tutti abbiamo uno speakers corner. Ma uno speakers corner ha senso se ce n’è uno. Se tutti ne hanno uno si crea confusione e disorientamento. Per me è stato il lancio di una carriera di scrittrice, grazie al fortunato incontro con l’editore Castelvecchi. La rete è fantastica per uno scrittore, perché la gente ti dice “questo fa ridere, questo fa piangere, questo fa schifo”. Ma non è che tutto ciò che viene pubblicato sia positivo. Non è che esprimersi sia un bene in se. Se esprimi monnezza è monnezza. Ma non c’è differenza tra blog e libri, su questo. Ci sono libri e blog veri e libri e blog finti. Imparare a scrivere se hai qualcosa da dire che ha senso. E imparare a non scrivere se non hai niente da dire.
(Garbage in garbage out, yes. Ma lo speakers corner è uno: la rete. O meglio: ciascuna persona parla quanto vuole, le piattaforme che aiutano gli altri ad ascoltarle sono un numero più limitato; la rete è l’abilitatore dell’insieme)
Loredana Lipperini: cito Jenkins, cultura convergente. I blog lanciano e i media tradizionali amplificano. E questo va compreso. Perché mai come oggi c’è bisogno di un racconto diverso: ed è chiaro che i blog possono agire sull’immaginario. Si parla in prima persona, sui blog. Ma tutto va fatto in modo professionale, cioè sapendo che quello che si scrive è destinato a restare. Va inoltre compreso che i blog sono rete. Un gran numero di blog italiani adulti sono fatti da mamme, che si mettono in contatto e sviluppano rete sociale. Questo conta di più di ogni altra cosa. La rete non è il fine ultimo, per esempio, non è il sistema per vendere più libri: i libri più letti su Anobii non sono i libri più venduti in libreria.
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Intanto su questo blog:
Poiché i commenti a questo blog ne sono spesso la parte più interessante, 
vale la pena tener d’occhio le discussioni ancora aperte nate intorno a post precedenti: 
Il capo dei libri della Mondadori parla del futuro dei libri e della “minaccia” internettiana
Il Noi di Veltroni
Il browser di Google stenta a sfondare
Idee profonde di Stefano Rodotà e Fausto Colombo
Come cambia la sostanza del lavoro dei sondaggisti

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