Alessandro Fusacchia racconta. Connessi, solitari y finales

libro-fusacchiaAlessandro Fusacchia ha scritto un romanzo da leggere. La storia di un gruppo di amici che rappresentano una generazione: sradicati, solidali, straordinari. Solitari. Di certo non l’avrebbe mai chiamata “generazione esse”. Gli amici dicono che il romanzo gli è costato sei anni di ritagli di tempo (begli amici!): ma altrimenti non si capirebbe come è riuscito a finirlo uno che nel frattempo ha lavorato in posizioni di crescente responsabilità al Ministero dello Sviluppo, al Ministero degli Esteri, al Ministero dell’Istruzione, mentre avviava l’associazione Rena e contribuiva a farla crescere. Gli amici riconoscono nel romanzo alcuni riferimenti di Alessandro, che da Rieti e Gorizia è partito per Bruxelles e Roma. Cercando il suo progetto. E realizzando molto, nel frattempo.

I solitari non sanno di esserlo ma appena glielo spiegano lo capiscono subito. I solitari hanno probabilmente una trentina d’anni abbondante ma hanno già fatto molte cose, sono bravissimi, hanno visto il mondo e non lo hanno trovato difficile. Casomai a loro manca un nemico. Ma la loro mente è troppo sofisticata per distinguere le persone con troppa nettezza tra buoni e cattivi. Forse non hanno neppure incontrato la cattiveria o non l’hanno decodificata come tale. Di certo, hanno coltivato il loro spirito costruttivo e non si sono circondati di seguaci del lamentismo. Non sanno bene che fare della loro vita e dei loro talenti ma non si bloccano nel dubbio esistenzialista: sanno definire un progetto, sanno pensarlo bene e poi sono capaci di riconoscere che può avere un senso persino epocale. Inutile qui descrivere l’impresa alla quale decidono di dedicarsi. Ma l’idea è notevole nella sua semplicità non banalizzabile: aggregare la loro comunità di sradicati solitari inventandosi una prospettiva per la vecchiaia, una casa (un villaggio di case) da ricostruirsi con le proprie mani, in un angolo straordinario della Sabina. Economia della felicità.

Questa “generazione esse” convive serenamente con i propri difetti, soffre immensamente delle fratture sociali che ha subito e, pur essendo una generazione giovane, è stranamente consapevole della vecchiaia e persino della morte. Questo la distingue da ogni giovanilismo. Apre la strada di una saggezza che anagraficamente è ancora impossibile ma che è lucidamente presente in prospettiva.

Fusacchia riesce a costruire un’architettura narrativa attraente e a tratti profondamente coinvolgente. L’emozione, l’empatia, la partecipazione del lettore è sollecitata in continuazione da sapienti soluzioni, non inventate per via tecnica ma scoperte attraverso l’esplorazione della dimensione umana. E’ stato un piacere leggere questo libro. E sono sicuro che per Fusacchia è stato una gioia scriverlo. Perché gli è riuscito. E perché gli è servito a restare sé stesso mentre abitava le stanze che altri avrebbero definito “del potere”.

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