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Antonello Soro. Liberi e connessi. Codice

65 - Soro_115x180_DEFAntonello Soro ha raccolto le sue riflessioni da Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali nel libro Liberi e connessi, Codice, presentato ieri da Stefano Rodotà, Luciano Violante, Giovanni Floris, al Tempi di Adriano a Roma. Rodotà ha detto suggerito parole che partono dalla nozione di privacy e vanno oltre, sulla scorta delle esigenze contemporanee: identità, rispetto, dignità. Insomma, oltre la privacy c’è la ricomposizione della persona, espropriata dei suoi dati nella società che vive sulle piattaforme proprietarie della comunicazione. Per quel libro ho avuto l’onore di scrivere la prefazione. Eccola qui:

Se non ti capita personalmente, non puoi sapere che cosa vuol dire. Ma c’è un fotografo, un uomo del quale non potremo fare il nome, che appunto sa che cosa vuol dire. Vive in un incubo da quando è andato a fare un servizio in Puglia. Un servizio senza particolari rischi, in un villaggio dove era successo qualcosa in una scuola. Incantato dalle sue operazioni professionali e la sua strumentazione, un ragazzino lo seguiva dappertutto. Una docente si preoccupò perché ogni tanto perdeva di vista entrambi. E sparò fuori una mezza frase, forse scherzosa sulla possibilità che fosse un pedofilo. Nel villaggio la mezza frase circolò e diventò un’accusa tutta intera che portò a una denuncia. Che finì sul web. E ci rimase. Anche dopo che tutto fu chiarito dalle indagini. Quel fotografo non lavora più. Solo recentemente ha appreso che esiste il diritto all’oblio, che la Corte europea ha deciso che è giusto farlo valere, che Google si è attrezzata a modo suo per accogliere le richieste di coloro che ritengono che la loro immagine digitale sia presentata in modo distorto.

Di storie come queste ce ne sono decine di migliaia. Ma le centinaia di milioni di persone che stanno ogni giorno in rete badando ai fatti loro, spesso, sottovalutano la relazione tra il funzionamento delle loro piattaforme preferite, la circolazione di informazioni che li riguardano e le loro libertà. Spesso dimenticano che quelle piattaforme raccolgono informazioni su di loro, le confrontano e analizzano algoritmicamente, generano conoscenze capillari sulle loro attività e le loro preferenze, le rivendono o le cedono rielaborate o – più raramente – grezze, a inserzionisti pubblicitari, aziende commeciali, agenzie di sorveglianza e molto altro. La distanza tra la scarsa consapevolezza degli utenti e la profonda conoscenza delle potenzialità dei dati personali raccolti da parte delle aziende e delle agenzie che ne fanno uso è un problema. Produce una percezione distorta del rapporto tra le tecnologie di uso quotidiano e le loro conseguenze sui diritti umani. La comodità delle piattaforme che servono a trovare informazioni, coltivare relazioni, elaborare dati, memorizzare conoscenze, spesso gratuite e facilmente utilizzabili, costituisce un’attrattiva enorme e immediata: il problema delle conseguenze sulla privacy può essere, si pensa, dilazionato. E l’effetto-rete è micidiale: se si vive in un contesto nel quale quasi tutti usano le piattaforme online almeno per comunicare, allora si avverte necessariamente una sorta di obbligo a frequentarle. La consapevolezza di tutto questo è meno diffusa di quanto sarebbe necessario. D’altra parte, le piattaforme non sono strutturate in modo da alimentare questa consapevolezza, ma al contrario tendono a tranquillizzare gli utenti sulle garanzie che offrono sulla loro privacy. Mark Zuckerberg ed Eric Schmidt, leader di Facebook e Google-Alphabet, si sono lasciati qualche volta scappare osservazioni sull’obsolescenza del tema della privacy nell’epoca dell’internet. Li ha criticati duramente Glenn Greenwald, il giornalista che ha aiutato Edward Snowden a divulgare la sorveglianza di massa realizzata dall’Nsa, il servizio di intelligence americano. Quello scandalo ha diffuso una maggiore conoscenza della capacità degli operatori della rete di conoscere la vita privata delle persone. Ma la strada della consapevolezza è ancora lunga. Come direbbe il tecnologo Vivek Wadhwa, il problema è la differenza tra la velocità con la quale evolve la tecnologia e la lentezza con la quale le persone e le culture riescono ad apprendere come adattarsi. Perché ormai non stiamo più parlando solo di qualche piattaforma e delle chiacchiere che si sviluppano sulle applicazioni dello smartphone. Si prepara molto di più.

I robot, l’intelligenza artificiale, l’internet delle cose, big data, industria 4.0, editing genetico e altre parole d’ordine sempre più utilizzate annunciano una nuova accelerazione del cambio di paradigma che la grande trasformazione attuale sta generando. Nell’antropocene, le società sviluppate vivono in un ambiente modificato dalla presenza umana e arricchito da informazioni cui le persone partecipano attraverso strumenti tanto personali e indispensabili da diventare protesi del loro corpo, in particolare del loro cervello. Sulla scorta delle ricerche del filosofo Luciano Floridi, chiamiamo questo ambiente col nome di “infosfera”. E stiamo cominciando a studiare le conseguenze culturali, sociali, politiche, economiche ed ecologiche di questo passaggio all’infosfera, essendone già pienamente abitanti. La prima conseguenza è di importanza, appunto, paradigmatica. Ci siamo abituati a dire che il passaggio dalla preistoria alla storia è stato segnato dall’avvento della scrittura: ma la scrittura era un’operazione che si svolgeva sulla base di risorse scarse che conducevano a scegliere di scrivere solo ciò che era importante, almeno per qualcuno. La selezione era effettuata ex ante. Nell’infosfera si scrive tutto e di tutto: le comunicazioni tra le persone, i loro spostamenti, i loro pagamenti, le loro curiosità, i loro promemoria, i loro passatempi e così via. In prospettiva si registrano anche tutti gli spostamenti delle merci, le comunicazioni tra gli oggetti, le osservazioni sul microclima e l’inquinamento. La selezione è effettuata ex post, elaborando i dati registrati in base ad algoritmi e sistemi di elaborazione molto spesso automatici. Ma un periodo storico che “scrive tutto” automaticamente è diverso da quello che lo ha preceduto: non è più la stessa storia, può essere definita iperstoria. E nell’iperstoria la risorsa scarsa non è tanto il materiale necessario alla scrittura, ma la capacità di produrre algoritmi per gestire ciò che è scritto. Lo spostamento del potere, da “chi sa scrivere” a “chi sa scrivere algoritmi” è evidente. E persino la scrittura delle leggi si dilata a chi sa scrivere software: il codice è codice, dice il giurista Lawrence Lessig, giocando sulla parola che si applica insieme alle due dimensioni, giuridica e informatica. Tutto questo è una sfida, tra l’altro, per le regole della convinvenza, la conoscenza delle leggi, la valutazione dell’importanza dei diritti. Che avviene, appunto, nella paradossale sottovalutazione di massa del fenomeno che si presenta come tecnologico, mentre è relativo nientemeno che alla civiltà.

Della sottovalutazione fanno ovviamente parte le concezioni superficiali come quelle che portano tante persone a disinteressarsi della privacy sostenendo che “non hanno nulla da nascondere”: una concenzione egoriferita, che impedisce di comprendere come le stesse informazioni cambino nei diversi contesti, connesse ad altre informazioni e utilizzate dal diversi punti di vista. Ma l’immaturità dell’argomento – nella percezione sociale – è attestata anche dalla diffusa considerazione delle forme di protezione della privacy come appesantimenti burocratici e inutili obblighi aggiuntivi. Il che non significa che la protezione non potrebbe essere realizzata in modo più semplice, strutturando le piattaforme in modo da salvaguardarla “by design”. Di certo, la sottovalutazione più grave è proprio quella dei progettisti di piattaforme che considerano la protezione della privacy dei loro utenti come un’aggiunta obbligatoria al loro lavoro invece che come parte strategica del servizio che intendono svolgere. Siamo ai primi passi della civiltà dell’infosfera e questa immaturità si può comprendere. Ma per accelerare la comprensione è necessario riflettere, informarsi, allarmarsi – talvolta – e agire.

Il libro di Antonello Soro, presidente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, è una fonte inesauribile di informazioni, riflessioni e suggestioni in materia che alimentano quella consapevolezza e spingono a informarsi ulteriormente, a combattere la superficialità e a prendere posizione per compiere decisioni più consapevoli. Si basano sull’esperienza diretta del Garante che affronta la questione ogni giorno sul campo. E per questo ha il sapore dell’altissima competenza sollecitata dalla stretta attualità che si dipana di fronte ai casi concreti e al visissimo dibattito quotidiano.

I dilemmi che si dipanano sotto gli occhi del lettore sono i più diversi. Il più classico è quello della presunta alternativa tra sicurezza e privacy: una larga parte del dibattito si sviluppa, appunto, intorno alla malintesa idea che si possa e si debba cedere un po’ di libertà in cambio di un rafforzamento dei sistemi di sicurezza, il che è particolarmente sentito – e strumentalmente utilizzato da certe dimensioni del potere – in tempi di terrorismo. Ma la riflessione alta è totalmente altrove: perché perdere terreno sul piano dei diritti umani, per l’Occidente, equivale a perdere la guerra contro il terrorismo. Del resto, se i maghi della tecnologia digitale sembrano in grado di sviluppare velocemente sempre nuove soluzioni e di accelerare costantemente l’evoluzione dell’ecosistema internettiano con idee che si presentano all’insegna della retorica del “cambiamo il mondo”, non si vede perché non possano trovare un modo per salvaguardare sia la sicurezza che la privacy. Ma l’argomento non è retorico: si risolve con il duro lavoro degli innovatori che modificano in profondità le strutture e le piattaforme sulle quali la società sviluppa la maggior parte delle sue comunicazioni e con l’elaborazione di un quadro di diritti sempre più concretamente avvertito dalla popolazione come quadro irrinunciabile della dignità umana, almeno nelle democrazie più sensibili. E l’Europa, con ogni evidenza, nel mondo attuale, ha proprio il compito di sviluppare un modello di sviluppo che affermi i diritti, la sostenibilità, la qualità della vita come obiettivo civile fondamentale.

Sulla privacy, in effetti, si verifica una delle grandi questioni identitarie dell’Europa, anche in relazione alla democrazia americana, più orientata al liberalismo e meno al welfare. In realtà, appare chiaro – come spiega il giurista Carlo Blengino – che il principio motore del sistema americano è la libertà di espressione, che garantisce anche la libertà dell’impresa che tratta l’informazione, mentre il principio motore del sistema europeo è il diritto della persona, indivisa, completa, non distinta dalle informazioni che circolano intorno a lei. Su questa alternativa si fondano innumerevoli questioni legali e interpretative, economiche e sociali, pratiche e filosofiche. I casi che il Garante deve conoscere e ai quali contribuisce con idee, competenze, prese di posizione e decisioni, in accordo con il sistema delle garanzie della privacy europeo, sono un contributo rilevante alla forma che assume lo sviluppo digitale in Europa e costituiscono un elemento fondamentale della prospettiva con la quale si può immaginare l’avvenire del digitale europeo: sia dal punto di vista della libertà d’azione concessa alle imprese americane da questa parte dell’Atlantico, sia dal punto di vista dello sviluppo di nuove imprese europee che rispondano a esigenze della persona alle quali le soluzioni americane non prestano abbastanza attenzione.

E in questo si legge un compito strategico del sistema delle garanzie europee della privacy che ha pochi paragoni. La crescita colossale dei giganti americani della gestione dell’informazione ha creato condizioni di asimmetria nella proprietà e nel trattamento dei dati, una delle ricchezze fondamentali per lo sviluppo nell’economia della conoscenza. I dati sono concentrati in un pugno di aziende americane e i cittadini ne sono fondamentalmente esclusi. La libertà può essere anche salvaguardata difendendo la privacy, ma in realtà va pensata come una continua riconquista che dalla privacy trae alimento attivo. La privacy intesa come motore di innovazione e non semplice obbligo burocratico è in fondo il concetto ispiratore del libro di Antonello Soro. Questo lavoro aiuta a ribaltare molti pregiudizi e luoghi comuni. Per giungere alla conclusione che nell’epoca della conoscenza, la libertà è consapevolezza e l’istituzione è fondamentalmente un generatore di consapevolezza.

Anche in passato, la tecnologia è stata vista come un pericolo per la privacy. L’avvento del telegrafo mise nelle mani dei telegrafisti l’accesso ai messaggi più privati dei loro clienti. Questi si difesero imparando a cifrare i testi prima di consegnarli a chi li trasformava con il codice Morse in un messaggio elettrico che attraversava il mondo a velocità straordinaria. E le compagnie del telegrafo resistevano a questa innovazione perché i codici erano anche tali da restringere il numero di parole che si trasmettevano, abbattendo i costi delle trasmissioni e il loro fatturato. Ma allora la conoscenza era dalla parte degli utenti e i telegrafisti erano i loro strumenti. Oggi la conoscenza è nelle mani delle grandi piattaforme: solo un’istituzione come quella del Garante insieme all’intero apparato giuridico di una democrazia può avere il peso sufficiente a contrastare la concentrazione del sapere nelle mani di pochi e a diffondere la consapevolezza necessaria. In questo libro, si legge in ogni pagina l’esigenza di innovazione, anche nel sistema delle garanzie, per superare la soluzione burocratico-procedurale e generare una sorta di accordo sociale capace di indirizzare l’innovazione dell’ecosistema.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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