Le responsabilità dei media per la democrazia e la repubblica. Come possiamo migliorare?

Le responsabilità dei media per la democrazia e la repubblica. Come possiamo migliorare?

L’intervista di Marco Rubio sulla frattura democratica americana è soltanto l’ultimo di una serie di fatti che dimostrano come la democrazia e la repubblica siano di fronte a una crisi profonda, della quale sono responsabili politici, imprese, media. E intorno alla quale è urgente fare qualcosa di importante. Questo post riguarda ciò che possono fare i media: gli editori, i giornalisti, i cittadini, sono parte dell’ecosistema dell’informazione, che può alimentare la crisi della democrazia o contribuire a risolverla.

Vediamo quali sono i temi di questo contributo.

1. È evidente che le logiche della sostenibilità economica influenzano la qualità dell’informazione. L’editoria giornalistica ha di fronte tre strategie alternative: puntare sulla pubblicità, puntare sui lettori paganti, puntare sull’innovazione tecnologica e la creazione di nuovi modelli di business (vedi “In che ecosistema vive il giornalismo“). Se si punta sulla pubblicità, la quantità di traffico diventa la metrica di riferimento; se si punta sul pubblico pagante, la qualità dell’informazione diventa lo strumento determinante; se si fa innovazione tecnologica si aprono strade di ogni genere (è evidente che questa strategia può generare nuovi modelli di business, ma anche andare a servire uno dei primi due). Non esistono previsioni deterministiche in questo mondo, ma le probabilità che un sistema dell’informazione tutto basato sulla pubblicità si trovi a rischiare una perdita di indipendenza dalle fonti paganti è abbastanza alto. La qualità dell’informazione è un obiettivo necessario soprattutto alla seconda strategia (vedi anche “Strategie editoriali per giornali. El Diario, Spectrm, Google“)

2. È evidente che una democrazia è migliore se i cittadini dispongono di informazione di qualità. Ma esattamente come funziona L’ipotesi che connette democrazia, repubblica e qualità dell’informazione a disposizione dei cittadini è chiara: se i cittadini possono informarsi correttamente potranno scegliere in modo razionale i loro rappresentanti e approvare le scelte migliori per la convivenza. Se non sono correttamente informati, invece, tenderanno a credere a chi dice le cose che più solleticano i loro desideri, le loro paure, la loro rabbia. Come si sa, nella maggior parte dei casi decidiamo più con l’intuizione che con la ragione (Daniel Kahneman; vedi anche “La ragione minoritaria. E due filoni di ricerca“). Il sistema dei media può un po’ correggere questa situazione, non risolverla: la buona qualità dell’informazione può rendere più probabile un sistema decisionale un po’ più razionale, soprattutto la scarsa qualità dell’informazione può rendere più probabile un sistema decisionale rabbioso, populista, demagogico. Non diamo troppa importanza ai media. Ma non neghiamo il danno che possono fare e il contributo che possono dare.

3. La democrazia riguarda il modo con il quale si prendono le decisioni e serve a trovare il modo di far emergere il volere della maggioranza. La repubblica è ciò che i cittadini hanno in comune e serve a trovare il modo di salvaguardare l’interesse di tutti, comprese le minoranze. Insomma, un buon equilibrio tra democrazia e repubblica garantisce che il bene comune sia il punto di riferimento di un sistema decisionale che opera riducendo al minimo la violenza e massimizzando invece la discussione consapevolmente deliberativa. Da questo punto di vista, i media hanno una responsabilità non soltanto informativa, ma anche e soprattutto formativa. La struttura del sistema mediatico, in effetti, è formativa. Se i media funzionano soltanto in termini di quantità di audience, per esempio, forse aiutano a far emergere le maggioranze ma non a salvaguardare il bene comune e le minoranze. I media civici servono a equilibrare il gioco della contrapposizione tra le opinioni con la consapevolezza del bene comune: anche contribuendo a fare in modo che tutti i cittadini sappiano insieme più o meno come stanno le cose, per poi eventualmente dividersi sulle decisioni da prendere per migliorare le cose. Come diceva Daniel Patrick Moynihan un deputato americano spesso citato e raramente ascoltato: «Tutti hanno diritto alle loro opinioni, ma non ai loro fatti».

I sistemi incentivanti per i media completamente dediti alla quantità di audience non sono contrari a risultati di informazione poco costruttivi e del tutto disinteressati al bene comune o al lungo termine. Ma i media orientati al pagamento del pubblico non sono automaticamente salvi dal populismo. Introdurre altri sistemi incentivanti è importante per valorizzare la qualità. E tutto comunque discende da un accordo su che cosa sia questa qualità.

L’idea di base è che la qualità dell’informazione non discenda da chi fa informazione, ma dal modo in cui la fa. Insomma: l’idea è che l’informazione è frutto di una ricerca e come ogni ricerca ha una qualità tanto migliore quanto migliore è il metodo con il quale è condotta. Accuratezza, indipendenza, completezza, legalità. Trasparenza. Un metodo che in parte è ben chiaro e in parte da scrivere. La discussione su un metodo condiviso che porti a un consenso sulla definizione di una qualità dell’informazione è un grande argomento per i prossimi tempi, per chiunque sia interessato al futuro del giornalismo, della democrazia e della repubblica.

Vedi i progetti di TheTrustProject. E di MediaCivici.

ps. se ne parla di sicuro al Festival del giornalismo di Perugia.

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