Finanza senza fine: crisi di congiuntura o di paradigma

Finanza senza fine: crisi di congiuntura o di paradigma

Le borse hanno cominciato male la settimana, come si è visto (Quartz). Questo periodo è caratterizzato dalla congiuntura cinese, dalla prosecuzione della incertezza greca, dalla imminente decisione americana sui tassi. Si tratta di fatti che si inseriscono in una tendenza più ampia e che pongono una questione centrale: la finanza è di fronte a una crisi congiunturale che passerà quando è finita o deve affrontare una crisi di paradigma che passerà quando la finanza si sarà trasformata? Questione che fa tremare i polsi, anche perché se c’è un argomento ben difeso da qualunque spinta riformatrice è proprio la finanza che sembra autogovernata da logiche apparentemente immutabili e che si incarnano in un dinamismo innovativo delle forme che continua a superare le tensioni di cambiamento sostanziale.

I fatti sono noti. La Cina ha svalutato la sua moneta avviando probabilmente una guerra valutaria con gli altri mercati emergenti. Il Vietnam ha già seguito questa strada. La Nigeria sembra essere la prossima. Ne è seguito un terremoto finanziario che si è innescato in una tendenza discendente delle borse cinesi e nei prezzi delle commodity. I paesi emergenti fronteggiano una difficoltà immensa. Secondo Jim Reid della Deutsche Bank citato dal Financial Times, la mossa cinese è una decisione che anticipa l’annunciato aumento dei tassi previsto dalla Federal Reserve. Parrebbe insomma che si tratti di una mossa tesa a bloccare la fine del periodo di denaro facile iniziato con la risposta della Fed alla crisi americana del 2008 e proseguito con l’azione della Banca Centrale Europea. La mossa sembrerebbe avere successo visto che si rumoreggia di un passo indietro della Fed e di un allungamento della strategia europea sulla disponibilità di liquidità. In sintesi, le autorità che dovrebbero regolare i mercati finanziari sono in guerra tra loro: il potere americano non è più indiscusso e i cinesi non sono ancora abbastanza forti da controllare il sistema ma non sono più tanto deboli da doverlo seguire passivamente; intanto, l’Europa che fronteggia la sua crisi greca, non è autonoma nelle sue decisioni né dagli americani né dai cinesi.

I mercati finanziari si muovono bene nella turbolenza. Sanno come far ricadere all’esterno i problemi. La speculazione non ama la stabilità. E non avendo una guida forte riesce ad amplificare ogni crisi ottenendo spaventosi guadagni. L’economia reale non sembra riuscire ad avvantaggiarsi del denaro facile. E anzi, anche il Pil mondiale, oltre a quello europeo, rallenta. Il denaro facile degli ultimi tempi non ha finanziato crescita ma soprattutto speculazione. E il basso costo delle materie prime non ha per ora facilitato molto chi produce. Per i paesi che esportano, come l’Italia, si apre una nuova fase di difficoltà: ora si dovrebbe puntare sulla crescita a base di mercato interno, ma questo appare ancora poco reattivo. La finanza si è bevuta quasi tutto il denaro stampato dalle banche centrali, si direbbe.

Possibile che si debba continuare così?

La finanza è il sistema più autoregolato che ci sia. Nei trent’anni seguiti a Reagan e Thatcher ha ottenuto una serie di misure di deregolamentazione straordinarie. La quota di indebitamento del mondo è cresciuta spaventosamente. E le autorità che regolano i mercati hanno sempre meno potere. L’allocazione delle risorse sembra andare in una direzione autoreferenziale, per la quale gli investimenti si concentrano sui prodotti finanziari che meglio interpretano le esigenze di bilanci trimestrale più che quelle della crescita di lungo termine. Non c’è molta razionalità in tutto questo se non ne viene fuori un miglioramento dell’economia reale: e in effetti questo miglioramento non viene fuori.

Il cambiamento per via normativa avrebbe bisogno di governi disposti a realizzarlo. Ma questi in America sono sempre più proni al finanziamento da parte dei poteri economici. Come dice Lessig siamo di fronte a un sistema democratico nel quale il denaro conta più dei cittadini.

Un cambiamento di paradigma potrebbe essere necessario. L’innovazione tecnologica in questo settore sembra vivacissima e orientata a far fuori gli intermediari bancari. Può essere questa la via di uscita? Probabilmente no, perché manca un pezzo: la finalità della finanza va ricondotta alla sua funzione di agevolatore della crescita economica e dell’innovazione sostanziale. Questo argomento va affrontato con la stessa qualità di pensiero che si dedica all’equilibrio ecologico del pianeta. La finanza senza fine ha bisogno di incontrarsi con l’economia della felicità, altrimenti rischia di portare il pianeta a una profonda infelicità.

In tutta umiltà, lo scopo di questo post è quello di indicare nei fatti del giorno un segno ennesimo del cambio paradigmatico che abbiamo di fronte: non siamo di fronte a una crisi che passa, ma a una profonda trasformazione.

Vedi:

Global shares plunge as Chinese losses rattle markets
This may be the start of the world’s next financial crisis
World Looks to China to Act as Circuit Break for Rout It Started
Great fall of China sinks world stocks, dollar tumbles
Oil sinks 4 percent, hits fresh six-and-a-half-year low on China
Fed leaders begin to recognise that September is too soon to hike rates
What has gone wrong for emerging markets?

1 Commento su “Finanza senza fine: crisi di congiuntura o di paradigma

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