Biblioteche in cerca di alleati – Appunti per il convegno

In questo post, ci sono davvero solo appunti. Al Convegno “Biblioteche in cerca di alleati” si confrontano esperienze e conoscenze professionali per costruire il futuro di una delle dimensioni della produzione culturale tanto straordinariamente importanti quanto assurdamente sottovalutate. La quantità e qualità degli esempi in mostra al convegno dimostra la vitalità e buona volontà di molte biblioteche italiane dopo un trentennio di “distrazione”. La ricerca di alleati è una buona formula per definire una strategia. Ma qual è il contesto della sua applicazione?

In estrema sintesi:

1. Dal flusso di informazioni alla prospettiva della conoscenza
2. Dal network sociale alla piattaforma civica
3. Dall’economia dell’informazione all’ecologia dell’informazione

Un minimo di approfondimento in più:

1. Il contesto culturale è caratterizzato dall’attenzione rivolta alle nuove strategie di memorizzazione, elaborazione e comunicazione abilitate e incentivate dagli strumenti digitali connessi alla rete. Il flusso delle informazioni ne viene moltiplicato e accelerato. Con un effetto di iperpresente che non può non essere preso in considerazione. Perché mentre l’accesso alle informazioni diventa ipertrofico, ridefinendo le coordinate di tempo e spazio nelle quali le informazioni sono collocate, si rischia l’omogeneizzazione del significato. Ma allo stesso tempo il senso della prospettiva diventa un bisogno emergente.
2. Questo avvicina il destino delle biblioteche a quello degli archivi e dei musei. La loro geografia non è la custodia di una conoscenza passata, ma una sfida alla omogeneizzazione dell’informazione, agli algoritmi automatici della ricerca, all’impoverimento semantico della pura e semplice digitalizzazione. Sapere dove sono i libri (o gli oggetti della cultura o i documenti) aggiunge al flusso delle informazioni la sfida esperienziale posta dal tempo e dallo spazio che separano l’informazione dalla conoscenza.
3. Il bisogno di prospettiva emergente nella società e l’occasione di approfondimento dell’esperienza culturale che le biblioteche incarnano nella loro stessa struttura geografica sono evidentemente l’occasione per l’alleanza fondamentale: quella che eventualmente conduce la popolazione ad adottare l’innovazione proposta dalla biblioteca. Innovazione nella catalogazione e modalità di fruizione, valorizzazione delle regole di condivisione dei luoghi e dei momenti di accesso, esperienza dello spazio e del tempo dei libri o delle riviste: le biblioteche sono rilevanti se la loro rilevanza è riconosciuta dalla società; che ne ha bisogno ma che lo deve sapere.

La biblioteca apostolica vaticana si digitalizza in 2,8 petabyte (PB = 10 alla 15… un petabyte è un milione di miliardi di byte). La Media Library Online aiuta a connettere le biblioteche alla rete. David Weinberger insegna che la nuova catalogazione è ampia come il mondo dei link.

Con la fine del ciclo dell’individualismo ideologico, la biblioteca cessa di essere schiacciata dalla logica “pago le tasse pretendo un servizio efficiente” e diventa elemento strategico dello sviluppo nell’economia della conoscenza. Il valore del senso, la prospettiva dell’esperienza di diverse strategie di memorizzazione e accesso, la possibilità di sperimentazione nella ricerca di legami tra i saperi, la geografia della memoria: sapere dove sono i libri, significa coltivare un punto di riferimento nel flusso delle infomazioni, nella consapevolezza che l’ordine che collega i libri non è più uno – definito dagli scaffali – ma centomila. E l’identità della biblioteca dunque si rinnova, collegando le classificazioni operative ai link sociali, per portare il digitale nella geografia e la geografia nel digitale.

Probabilmente ci vorrà del tempo e molto combattimento perché la nostra sensibilità ecologica si estenda alla dimensione dei media. Ma le conseguenze dell’inquinamento informativo sono già sotto gli occhi di tutti. Non solo nella quantità insostenibile di messaggi che bombardano ciascun individuo occidentale e che spesso si definisce “information overload”. Non solo nelle pratiche della comunicazione commerciale e politica che, applicando una vera e propria scienza della persuasione, sfruttano le strutture cognitive per manipolare le capacità interpretative (framing), le pulsioni intuitive (priming) e le convinzioni sull’urgenza delle azioni da prendere o dei dibattiti ai quali prestare attenzione (agenda setting). A tutto questo, che indubbiamente è già grave, si aggiunge una tale accelerazione delle condizioni della comunicazione che provoca talvolta un approccio consumistico alle informazioni e alle conoscenze, che ne erode il senso, fino ad annebbiare la prospettiva, a ridurre la capacità di distinguere il reale dall’immaginario, a esaltare l’energia da dedicare alla comuicazione indebolendo la propensione a dedicare attenzione a ciò che costruisce conoscenza. Una sorta di dieta mediatica più sana si impone e tenderà a diventare necessaria. Anche perché le istanze essenziali della vita umana contemporanea si potranno affrontare soltanto attraverso uno scatto di consapevolezza. E si dovranno affrontare necessariamente: il cambiamento climatico che può sconvolgere la vita sul pianeta, la miseria di due miliardi di esseri umani, la disparità nell’accesso alla conoscenza e la polarizzazione insostenibile della ricchezza sono alcuni dei temi che sappiamo ci coinvolgono da vicino ma che dimentichiamo perché apparentemente troppo grandi perché come singoli individui sentiamo di poterci fare qualcosa. Analogamente, appaiono fuori scala i temi della crisi finanziaria e politica dell’Occidente. Così come il declino italiano: tanto che addirittura un quarto della popolazione è talmente incapace di riconoscere una possibilità di incidere sulla realtà da non andare neppure a votare alle elezioni, il che può essere normale altrove ma è un segnale anomalo in Italia. E questo distacco dalla realtà diventa paralisi. È un errore di percezione, la cui correzione può essere un compito decisivo per i prossimi decenni.

In conclusione:

1. Nell’economia della conoscenza la ricerca genera valore strategico e le biblioteche (con archi e musei) sono piattaforme della ricerca. Innovazione: crowdfunding, pubblico dominio e regole dell’open source, accesso e regole dei big data.
2. Nella ricerca di prospettiva le biblioteche sono parte dell’esperienza di produzione di supporti all’istruzione. Innovazione: crossmedialità, spazio e tempo dell’accesso, regole civiche, restituzione di link ed elaborati alla classificazione. Wifi locale per accesso a riviste in abbonamento e “libri” digitali disponibili. Gamification ed esperienze di addestramento. Long life learning.
3. Nel nuovo welfare le biblioteche sono luoghi dell’ecologia dell’informazione e della sanità della dieta mediatica. Come si va in palestra per i muscoli di braccia e gambe si va in biblioteca per il cervello?

Comments

2 Comments so far. Leave a comment below.
  1. Luca,
    l’argomento e’ molto molto interessante. Mi permetto di integrare i tuoi appunti con un riferimento al Marketing dell’Informazione e della Conoscenza.

    La valorizzazione del ruolo delle Biblioteche, soprattutto considerandone lo status di Pubblica Amministrazione, da intendersi, a mio avviso, principalmente in un ambito territoriale – almeno all’avvio di progetti che poi, in un secondo momento, possono prendere anche un “ampio respiro geografico” – , deve passare necessariamente attraverso la ricerca di un metodo che possa soddisfare (ma io direi anche guidare) le esigenze dei singoli Cittadini o delle Imprese che operano nel territorio di riferimento. Occorrono delle risposte a tali questioni.

    Oltre a segnalarti, se gia’ non lo conosci, un testo davvero illuminante, “Il marketing dell’informazione e della conoscenza – Le biblioteche al tempo della net-economy” di Michele Rosco ( http://www.editricebibliografica.it/il-marketing-dell-informazione-e-della-conoscenza-le-biblioteche-al-tempo-della-net-economy.html ), per poterti dire piu’ organicamente come vedo la cosa (sperando sia un ulteriore tassello per i tuoi appunti), ti segnalerei anche un mio IGNITE del ForumPA di quasi tre anni fa https://www.youtube.com/watch?v=1CDCm0BRVQs ” Biblioteche sul web dal web e benessere (spirituale e materiale) per la comunita’ in cui facevo riferimento anche a Media Library Online.

  2. “Come si va in palestra per i muscoli di braccia e gambe si va in biblioteca per il cervello?”

    La domanda che proponi conclusione ami sembra un po’ fuori moda nel senso che quella che dai è una visione dicotomica tra mente, di cui il cervello è uno tra gli organi responsabili, e muscoli che comunque sono regolati sia dal cervello, sia condizionati dalla mente che sembra, secondo gli ultimi studi di neuroscienze, essere pervasiva in tutto il corpo. L’attività motoria fa bene anche al cervello, sempre. La lettura può far bene anche ai muscoli, come dimostrano gli studi sui neuroni specchio.

    Il problema della non lettura, così endemico nel nostro paese, credo abbia parecchie cause. A me sembra di averne identificata una nei libri scolastici in uso che non fanno certo innamorare gli studenti alla lettura, anzi, sembrano fatti apposta per far desistere, come se leggere fosse un’attività che richiede sacrificio.

    Concordo con il resto del post. :)

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