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Generazioni sconnesse?

Generazioni sconnesse? Il progetto di una nuova comunicazione può essere difficile. Ma non può essere abbandonato. Non c’è ingiustizia più insopportabile di quella che fa soffrire i giovani

Questi sono appunti. Per una riflessione ogni giorno più importante. Mi scuso per quanto queste note sono parziali e incomplete.


Certamente, è successo qualcosa alla socialità dei ventenni che hanno attraversato la pandemia e ora stanno gestendo la riconnessione. Del resto, da tempo accade qualcosa ai giovani che manifestano contro l’inerzia dei potenti sul tema dell’emergenza climatica, incontrando un’approvazione paternalistica da parte dei grandi e scontrandosi contro quel muro di ipocrisie chiamato greenwashing. Di sicuro, si stanno trasformando le relazioni tra le generazioni in un ecosistema dei media che valorizza la frammentazione mascherandola da personalizzazione. E soprattutto: ci sono probabilmente riflessi sulle personalità e le mentalità delle ragazze e i ragazzi investiti incessantemente da previsioni che disorientano – se non addirittura spaventano e disperano – in relazione al futuro del mondo, del paese, dell’economia e delle loro possibilità di lavorare e costruirsi un avvenire, amare e fare una famiglia, contribuire alla società.

C’è bisogno di connettere le generazioni. Per il bene di tutti. 

C’è chi dice: se non vogliono essere aiutati vanno lasciati liberi. C’è chi semplicemente ignora il fenomeno. C’è chi lo sfrutta. 

Ma c’è anche chi cerca di alimentare una rispettosa e creativa comunicazione tra le generazioni? La musica, certo. L’università, per obbligo. Lo sport, perché è facile. Anche altri lo fanno, di sicuro. Ma molti, troppi mancano all’appello.

E loro come vivono questa scarsità di comunicazione?

Generalizzare è inutile. Ma è possibile immaginare che vivano nella diffidenza, nel timore, nella pragmatica ricerca di soluzioni. Difficile che coltivino molte certezze che non siano valoriali. Su che base si possono trovare risposte migliori di queste banalità? Chi incontra i ventenni nelle università italiane ha certamente qualche possibilità di trovare risposte, anche se molto parziali e anedottiche. In fondo, quasi metà dei giovani italiani continua a non andare all’università (Censis). E i ragazzi che si laureano e non hanno genitori laureati sono solo il 13,9% (media Ocse 32,3%) segno che tra l’università e la mobilità sociale ci sono poche relazioni (Global Social Mobility Index 2020).

Ma incontrando quei giovani all’università si scopre che le distanze tra le generazioni potrebbero essere in crescita. Certo, in tutte le epoche i giovani devono contestare gli adulti, devono rendersi autonomi anche attraverso il conflitto. Ma lo stile del conflitto è indicativo dei cambiamenti di scenario sociale.

Ci sono conflitti aperti e costruttivi. Ci sono conflitti sordi e sotterranei. Ci sono conflitti ipocriti o disperati. Ci sono coloro che per contestare si immolano per essere vittime dei loro valori; ci sono coloro che per protestare ignorano gli altri e rifiutano ogni aiuto; ci sono coloro che diffidano sempre delle idee delle altre generazioni ma non ne rifiutano il sostegno monetario; ci sono coloro che non vedono oltre il limite dei loro problemi e ci sono coloro che vedono talmente lontano da smascherare sempre ogni ipocrisia dei grandi, uscendone purtroppo disgustati. Ci sono anche coloro che imparano a connettersi. E sono di conforto per tutti. Perché riescono a imporre il loro punto di vista nella comunicazione senza subirla.

Per i vecchi o gli adulti la sfida è rispettare fino in fondo i giovani. Che probabilmente in questi tempi soffrono come non succedeva da decenni.

Una sofferenza insopportabile per chi riesca a entrare in contatto. Una sofferenza che fa male a tutte le generazioni. I giovani che rifiutano la connessione sono – spesso consapevolmente – disorientati. Ma gli adulti che ignorano l’importanza di connettersi alle giovani generazioni sono disorientati senza esserne consapevoli.

Il tema è infinito. E cruciale.

C’è l’immagine di una società frammentata in bolle e tribù, nella quale la polarizzazione delle risorse diventa ogni giorno più estenuante allontanando la base e la cima della piramide della ricchezza, nella quale le opinioni si radicalizzano. E c’è la possibilità della comunicazione, l’azione cioè di mettere in comune la conoscenza, per costruire un terreno comune dal quale partire per affrontare il futuro. Fintantoché la comunicazione è al servizio della società frammentata, tribalizzata, polarizzata, resta un’attività di piccola prospettiva e i problemi della società si risolvono nel conflitto. Se la società frammentata impara a comunicare pone le basi della soluzione dei problemi. La diversità può essere ricchezza o disunione. La diversità dei punti di vista tra le generazioni è ricchezza. Ma la disunione sgomenta. È tempo di fare qualcosa davvero. Ne saremo capaci?

L’ecologia è il punto di partenza per trovare un terreno comune. Le necessità dell’ecologia sono destinate a imporsi, unendo tutti. L’ecologia dei media è l’ambiente culturale nel quale le menti e le mentalità si possono incontrare. Occorre superare la forza apparente dei manipolatori che popolano il potere nel mondo. Il loro potere incontrerà i limiti della loro incapacità di affrontare la realtà che non si adatta alla loro narrazione. L’ecologia è il punto di partenza per risanare le relazioni che costruiscono l’ambiente. E l’ecologia dei media è il punto di partenza per risanare le relazioni che costruiscono la cultura.


Foto.”Each generation has its own books” by dannymol is licensed under CC BY-ND 2.0.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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