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Armonie Future. Accordature innovative per tempi cacofonici

Può esistere un’innovazione armonica? In Cina, come si sa, rispondono a modo loro che “deve” esistere. Ma in l’Occidente come si risponde? È possibile progettare una dinamica armonica del cambiamento oppure questa parte del mondo, cinicamente, crede soltanto alla forza, al potere, al conflitto? Le due civiltà possono forse imparare qualcosa l’una dall’altra, ma il percorso dell’Occidente deve passare per una maturazione culturale profonda. A questo è dedicata un’iniziativa di ricerca articolata che si propone di contribuire a un’elaborazione originale intorno al tema dell’armonia nella trasformazione. Un libro scritto con Francesco Cicione intitolato, appunto, “Innovazione armonica” è servito a cominciare questa riflessione. Un convegno e una serie di saggi che saranno pubblicati con Springer hanno sviluppato da molti punti di vista scientifici la questione. Una ricerca a più voci intorno al possibile cambiamento in chiave armonica nella produzione è stata riportata nel volume curato da Luigino Filice, “L‘industria armonica“. Ma per proseguire occorre sviluppare una prospettiva. Alla sua ricerca è dedicato questo libro: “Armonie future. Accordature innovative per tempi cacofonici“, Rubettino-Entopan 2021. Qui ne riporto le prime pagine.

 

MORFOLOGIA DEL FUTURO

Chi siamo? Che cosa abbiamo in comune? Che cosa ci succederà? C’è una morfologia dei racconti del futuro. E la sua struttura fondamentale è originata da quelle tre domande.

I futuri sono storie che uniscono gli umani. Talvolta, quei futuri parlano di armonia. Altre volte evocano scenari terribili. Ispirano aspettative di felicità, incutono timore, instillano certezze: in generale, se ritenuti credibili, allineano i comportamenti delle persone. Perché rispondono a quelle domande.

Ma si sa che la scelta delle risposte è proprio il problema delle domande. I racconti del futuro sono molti proprio perché esistono diversi modi per rispondere. Si possono trovare punti in comune nel funzionamento della mente, nella costruzione di metodi disciplinari di indagine, nelle dinamiche dell’aggregazione e del consenso: ma si possono sviluppare anche molti pregiudizi che rendono impossibile comunicare.

Gli esempi non mancano. Chi siamo? Siamo i diseredati, siamo i potenti, siamo gli occidentali, siamo i giovani, siamo i seguaci della vera fede, siamo i lavoratori, siamo le donne… Che cosa abbiamo in comune? Un avversario, una mentalità, una risorsa, un’ingiustizia… Che cosa ci succederà? Se ci uniremo, vinceremo. Se studieremo, sapremo superare le difficoltà. Se convinciamo tutti della nostra idea, il mondo sarà migliore. Se convinciamo molti a non credere a quei pochi che li manipolano, il mondo sarà migliore. E così via. Le domande sono sempre le stesse, come in tutte le narrative. Le risposte vengono in qualche caso direttamente dall’osservazione, più spesso dalla teoria, molte volte dall’ideologia e dall’interesse.

Ma perché ci interessano i racconti del futuro? Il punto è che non c’è un modo chiaro per sapere che cosa succederà, ma è pur vero che gli umani tendono a operare facendosi un’idea delle conseguenze delle loro azioni. Il racconto del futuro tende a modellare il comportamento e dunque a generare, almeno in parte, quello che accade. Il che, appunto, ha delle conseguenze.

Si può dire, forse, che in un’epoca di grande trasformazione, le persone e le comunità si possono trovare spiazzate e disorientate, sicché si moltiplicano le preoccupazioni e le ansie, così come le speranze e le illusioni: in breve, si moltiplicano le osservazioni, i ragionamenti, le emozioni che influenzano i racconti del futuro.

In qualche caso, la grande trasformazione viene costruita alimentando grandi aspettative, il che conduce vaste parti della popolazione ad adattarsi al cambiamento. In altri casi, qualsiasi cambiamento viene negato, il che favorisce l’ordine precostituito. Ma queste banalizzazioni riescono a mantenere una certa credibilità soltanto per un breve tempo, perché la storia si incarica sempre di sconfessarle. E così, perse nella complessità del reale, tante narrazioni continuano a farsi sentire, scontrandosi con le altre, in una grande cacofonia generale.

È possibile il contrario? Che cosa si può pensare dell’idea di un futuro armonico? Sarebbe sicuramente una buona idea. Ma che tipo di idea? È un progetto, un’ideologia, una speranza, un’ispirazione, una sfida concettuale? Partire dal presupposto che sia un’utopia irrealizzabile fa torto alla funzione dell’utopia. Immaginare che possa essere un progetto fa torto all’intelligenza e all’esperienza. Ma parlarne fa bene. E in questo libro si cerca perché.

Il successo di questa indagine non sarebbe conseguito se si arrivasse in fondo con un’ipotesi limitata allo storytelling. Non sarà la presenza di racconti consolatori, energetici, convincenti, capaci di abbellire, banalizzandola, la realtà, a spiegare il percorso di una società che attraversa una grande trasformazione. Sarà una ricerca che casomai aiuta a smontare lo storytelling, in relazione a una più umile, consapevole, aperta, concreta prospettiva della storia.

Già: per parlare di futuro occorre parlare di storia. E cominciare dall’inizio. Dalla discussione del senso delle parole che ispirano le questioni analizzate in questo libro.

L’accostamento di due concetti altamente problematici come “futuro” e “armonia” impone una premessa semantica: non esistono definizioni stabili di questi concetti, storicamente dinamici. In questo lavoro, quindi, si sceglie di utilizzare un sistema definitorio aperto e pragmatico, con l’obiettivo – non necessariamente destinato a riuscire – che il ragionamento sviluppato in queste pagine possa resistere al cambiamento di contesto che inevitabilmente accoglierà questo testo.

Il futuro è il tempo di ciò che può accadere ma che, ovviamente, non è accaduto. L’armonia è una sorta di cooperazione tra una pluralità di voci, in un certo spazio mediatico. Mettere insieme queste componenti implica lavorare contemporaneamente sulla storia, nella pluralità delle sue dimensioni, e sull’ecologia dei media, nella complessità delle sue tensioni. Il problema centrale è che il futuro è certamente un insieme di possibilità, ma sarà il frutto delle scelte operate nel presente tra le possibilità alternative. Altrettanto ambiguamente, l’armonia si potrebbe immaginare in relazione a due prospettive molto diverse: come il risultato del consapevole discernimento attuale, cioè l’esercizio della libertà che si traduce in decisioni e riduce le alternative; oppure come l’adattamento al cambiamento avvenuto. Probabilmente queste ambiguità si sciolgono nella storia, più che nella teoria.

Ma certamente possiamo domandarci se, dopo un’analisi storica più significativa di quella che si può tentare in queste pagine, si possa arrivare a individuare delle regolarità che servano a comprendere quali sono le precondizioni favorevoli al disegno di una prospettiva armonica per il futuro. Una prospettiva duratura, sostenibile. Possiamo ipotizzare che un’infrastruttura presente sia favorevole all’armonia se apre a molte possibilità e che una cultura presente sia orientata all’armonia se sa discernere le conseguenze delle scelte? Domande retoriche.

Si potrebbe tentare una sorta di teorizzazione preventiva, quasi un piano d’azione, per poi andare a verificarne il realismo sul campo. Oppure si può cercare di osservare ciò che avviene e farne il motivo per una successiva teorizzazione. Probabilmente, per mantenere un approccio pragmatico all’argomento, riducendo per quanto possibile il peso dei pregiudizi, è più fruttuoso scegliere la seconda strada.

Ma prima consideriamo ancora alcuni punti di riferimento che possono accompagnare questa esplorazione. Perché non vale la pena di affrontarla senza avere almeno tentato di sincronizzare l’attenzione di chi scrive e chi legge queste righe. Nella speranza di trovarci sulla stessa pagina.

VOI SIETE QUI

Il cartello con la mappa e la scritta “Voi siete qui” è, in fondo, geniale. È un esempio di previsione azzeccata. Chi lo ha creato sa solo dove si trova il cartello, ma non sa quando nel futuro verrà guardato e soprattutto non sa da chi verrà letto. Eppure offre un’informazione vera. Perché è un’informazione che diventa vera non quando è emessa, ma quando viene ricevuta. Quel “voi” si riferisce, inequivocabilmente, proprio alle persone che lo leggono, del tutto imprevedibili per chi ha scritto. È un messaggio in bottiglia affidato alle onde del tempo che non dice nulla di chi lo invia, ma dice qualcosa di chi lo riceve, lo decodifica e lo applica alla sua condizione, magari decidendo in base a quell’informazione la strada da seguire per arrivare alla meta.

Nel mondo fisico, questo scambio di informazioni è in fondo realistico. Il paesaggio non cambia facilmente. La mappa resta a lungo più o meno giusta. Il cartello ben piantato nel terreno non si sposta, se non per opera di qualche vandalo. Nel mondo digitale, però, questo scambio di informazioni viene registrato anche altrove, grazie allo smartphone che si trova in tasca del viandante: una macchina sa dove avviene, nel momento stesso in cui avviene. E può costruire una conoscenza indipendentemente da chi la lasciato il cartello e da chi lo la letto e utilizzato per la sua passeggiata. Quella conoscenza può riverberare in mille diverse direzioni, ignote a chi ha messo il cartello e a chi lo ha letto. Si tratta di una conoscenza che servirà a calcolare le probabilità che si manifestino altri comportamenti e fenomeni: preferenze di consumo, problemi di salute, velocità di apprendimento.

Se il mondo fisico tradizionale si muoveva lentamente, suggerendo qualche garanzia di prevedibilità, la tecnologia digitale emerge in un contesto storico che cambia velocemente, suggerendo al massimo la certezza della complessità: il tutto genera un bisogno ossessivo e quasi sempre deluso di migliorare la capacità di prevedere.

Chi siamo, dunque? Siamo coloro che sono certamente qui, ma non nello stesso tempo e nello stesso luogo. Siamo identità plurali: siamo corpi e menti, figli e genitori, amici e amanti, comunità e civiltà, culture e collettività. Ci possiamo identificare in contesti disciplinari diversi, come entità economiche, politiche, sociali, culturali, ecologiche. Ci possiamo conoscere, come fa Antonio Damasio, sulla base delle neuroscienze, che studiano «la costruzione di menti che pensano, creano narrative e significati, ricordano il passato e immaginano il futuro» mentre interpretano la «logica del sentimento e della coscienza, responsabile delle connessioni reciproche tra le menti, il mondo esterno, e le rispettive vicende». Il che conduce a una delle mille possibili risposte su ciò che abbiamo in comune: «Nel loro bisogno di affrontare i loro cuori in conflitto, nel loro desiderio di riconciliare le contraddizioni poste dalla sofferenza, la paura, la rabbia, e la ricerca del benessere, gli umani si sono rivolti alla meraviglia e allo stupore, e hanno scoperto la musica, la danza, la pittura e la letteratura. Hanno proseguito nel loro intento creando quelle storie epiche, spesso bellissime e talvolta incoerenti, che vanno sotto i nomi di credenze religiose, ricerche filosofiche, governi politici. Dalla culla alla tomba, queste sono state alcune delle vie con le quali la mente culturale ha considerato il dramma umano».

Che cosa ci succederà? Di certo, qualcosa di imprevisto, risponde con sicurezza Margaret Heffernan. L’imprenditrice, autrice del bestseller “Uncharterd” che si occupa di navigare in un futuro inesplorato, sostiene che il cervello umano è evoluto in modo da orientare l’attenzione verso l’anticipazione di quanto sta per accadere: in realtà, comprendere il gesto amichevole o aggressivo di un’altra persona, sapere se una pietanza è appetitosa o disgustosa, ignorare o interessarsi a un libro, sono tutte attività di predizione. Gli umani lo fanno continuamente, tanto che si aspettano che il futuro sia prevedibile. Ma qualcosa di imprevisto, certamente, accade. E alimenta la paura, il sospetto, l’intolleranza, la rabbia. Il fatto è che il futuro riserva sempre sorprese, cioè non è prevedibile, dice Heffernan. Anzi, l’incertezza è addirittura la caratteristica definitoria del concetto di futuro, come diceva Hannah Arendt. E per Heffernan, la distanza tra le aspettative e la realtà, con le sofferenze che provoca, con il conseguente desiderio di ridurre l’incertezza, ha provocato una grande parte del progresso: l’osservazione dei fatti, a confronto con le convinzioni, ha generato pensieri, ricordi, conoscenze da trasmettere di generazione in generazione, che hanno reso gli umani più bravi ad anticipare. Senonché anche questo genere di progresso si è scontrato con la crescente complessità della realtà. Sono emerse credenze, modelli, opinioni, algoritmi, propaganda: tutto ciò che basta a chi accetta di subire la realtà, la sua complessità, la guida di chi afferma di conoscere. Invece, per partecipare alla costruzione della conoscenza, per essere protagonisti invece che seguaci, occorre partire dalla consapevolezza che il futuro è inconoscibile: a quel punto si ragiona per esperimenti, scenari, progetti. Un approccio ottimista, in tutto questo, non è ingenuo: è semplicemente un modo di essere energico, attivo, convinto che le cattive notizie non sono permanenti, sicuro che i problemi si superano migliorando qualcosa. «I pessimisti evitano i problemi. Gli ottimisti li affrontano e li risolvono» dice Heffernan.

Una cacofonia di problemi irrisolti si contrappone a un’armonia di energiche azioni per risolverli. Ma tutto questo non è soltanto una questione di stato d’animo.

In realtà, alcune tendenze invece abbiamo imparato a prevederle: grazie alla fisica, alla matematica, all’osservazione. Soprattutto sui fenomeni che hanno un’inerzia di moto significativa. Il clima. La demografia. Le grandi regolarità secolari socio-economiche. Ed è importante notare come proprio in questo genere di questioni si stiano concentrando le sfide essenziali che l’umanità dovrebbe imparare ad affrontare, non tanto per capire il futuro: per avere un futuro.

La scienza del clima ci dice che le emissioni di gas-serra provocano il riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Prevede che qualora la produzione e il consumo umano non vengano corretti, il pianeta diventerà inabitabile per gli umani. La demografia anticipa l’invecchiamento della popolazione dei paesi sviluppati e l’esplosione della popolazione dell’Africa. La statistica registra la crescente distanza in termini di risorse disponibili tra l’1% dei più ricchi e il 99% degli altri. Spesso di fronte a queste questioni emergono imperativi declinati al futuro. Dovremo azzerare le emissioni nette di CO2 per impedire la distruzione della specie umana. Dovremo, più in generale, imparare a rispettare il pianeta: gli ecosistemi più diversi hanno bisogno di umani più consapevoli e pragmaticamente lungimiranti. Le ingiuste differenze tra i privilegiati e gli altri generano sofferenze che vanno mitigate: non sono solo questioni di soldi, ma anche e persino soprattutto di accesso alla conoscenza, alle relazioni abilitanti, alla qualità della vita. Un nuovo orientamento dei modelli di sviluppo sembra essere urgente.

Non si può certo sostenere che l’eventuale soluzione di questi problemi creerà il futuro armonico: ma tutto questo fa parte della grande collaborazione che gli umani devono avviare se vogliono affrontarli.

E qui emerge il penultimo punto da citare in questa apertura. La percezione di chi sono i protagonisti della vicenda umana, di che cosa hanno in comune, di quello che accadrà loro, è generata dai fatti ma forse ancor più dal modo che gli umani hanno di leggere quei fatti, di venirne a conoscenza, di comprenderli. Gli umani sono immersi in un ecosistema di mezzi di comunicazione che media le relazioni degli umani tra loro e con il pianeta. Il punto è che questa percezione può essere attratta dall’insostenibile gioco illusorio dello storytelling, oppure può essere allenata a imparare la disciplina necessaria a comprendere le conseguenze delle azioni nella storia. La sostenibilità, la qualità, l’armonia, non nascono dalla manipolatoria negazione delle conflittualità e delle paure, ma dall’accettazione delle risposte che la realtà non cessa di fornire alle ipotesi, ai progetti, alle convinzioni. Quello che ci distingue possono essere le opinioni: quello che ci accomuna sono i fatti. E quello che ci accadrà è molto, molto collegato ai fatti di oggi.

Ebbene: noi siamo qui. Ed è tutt’altro che ovvio. Una barzelletta irlandese racconta di un signore che cammina tranquillamente nella sua verde terra quando un’automobile si ferma accanto a lui. Il guidatore abbassa il finestrino e gli chiede indicazioni per andare a Dublino. Il signore risponde: «Ma caro signore, se fossi in lei, per andare a Dublino, non partirei certo da qui».

ARRIVI E PARTENZE

In un presente cacofonico, il tema dell’armonia sembra destinato a sconfinare nell’irrealistico. Ma non lo è se invece di concludere con gli imperativi declinati al futuro ai quali si è accennato sopra, si cerca di partire da lì per ricostruire quali dinamiche storiche sarebbero necessarie ad aumentare le probabilità che gli umani prendano la strada giusta. Se l’argomentazione si struttura in una sequenza di descrizioni di problemi e di soluzioni da imporre, si rischia il libro dei sogni. Se invece si parte da ciò che serve per risolvere i problemi e si ricostruiscono le dinamiche storiche in atto per scoprire che cosa è realistico che accada si può forse inserire nel processo qualche contributo progettuale concreto.

Alla base dell’ipotesi di trovare queste dinamiche storiche si trova la crisi del metodo con il quale si sono affrontati i problemi del passato. Le società e i sistemi di potere che le governavano percepivano essenzialmente problemi di approvvigionamento di risorse, di gestione della stabilità sociale, di difesa e attacco nei confronti delle altre società: in quei contesti, nel passato, si pensava logicamente che fossero metodologicamente adatte strategie come il conflitto, la geopolitica del “divide et impera”, il capitalismo della supremazia dei blocchi politico-economici, le lotte tra le classi, la repressione convenzionale delle diversità e delle libertà. Ma di fronte ai problemi della contemporaneità, dalla crisi climatica alla polarizzazione della conoscenza e della ricchezza, dalla pandemia – che potrebbe diventare endemica e che comunque nessuno pensa non possa ripetersi – alla segregazione sociale di grandissime categorie, come i giovani e le donne, non basterà salvare una parte della popolazione a scapito dell’altra: questo genere di problemi si affrontano tecnicamente strutturando azioni rivolte all’insieme, perché ciascun punto debole della rete mette a rischio tutti. Quindi la collaborazione, fondamento di un approccio armonico, diventa realistica. Non per salvare il pianeta. Per salvare l’umanità. E non solo, per la verità.

Di che cosa può mai parlare la ricerca intorno ai futuri e all’armonia? La tentazione è sempre quella di partire da un’analisi per poi passare a una diagnosi e a qualche forma di indicazione normativa. Ma questo appare ormai un approccio inutile. Se i problemi sono comuni a tutti, come si possono risolvere imponendo l’idea risolutiva di pochi? In realtà, se i problemi sono comuni a tutti devono emergere metodi che consentano a tutti, consapevolmente e consensualmente, di trarre vantaggio dalle soluzioni. Potrebbe essere meno assurdo di quanto appaia a prima vista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli umani hanno sviluppato la tecnologia della bomba nucleare montata su missili intercontinentali: in pratica, hanno imparato a distruggere completamente l’umanità. Ma non lo hanno fatto, finora. Perché il vantaggio per tutti di non scatenare la guerra nucleare era superiore al vantaggio di ciascuno, in qualunque scenario. Questo approccio vale a maggior ragione sulla questione climatica o per ciò che attiene alle pandemie. Con un po’ di sforzo si vedrà che vale anche per le grandi esclusioni: la povertà, la segregazione femminile e giovanile, il knowledge divide. Certo, le sagge decisioni che si operano “non facendo” qualcosa, sono più facili delle sagge decisioni che implicano di “fare qualcosa”. Ma il punto è che un sistema decisionale coordinato e coerente al bene di tutti si dimostra possibile. E per definizione non dipende dalla prevalenza dell’interesse di una parte sulle altre, ma da una dinamica che in qualche modo deve coinvolgere e convincere l’insieme.

Insomma, il rapporto tra i futuri possibili e l’armonia non si definisce come il raggiungimento di un obiettivo positivo progettato da qualcuno, ma come una condizione emergente che richiede l’apporto di tutti perché per riguardare il bene comune deve avvantaggiare tutti nella sostanza e nella percezione. L’armonia non discenderà dall’imposizione sulla storia di una visione del mondo unilaterale, artificiale, individuale o collettivizzata, di parte: non sarà l’ennesima ideologia o l’ennesima vittoria del grande potere. Avrà un aspetto del tutto diverso: sarà forse il riconoscimento dell’armonia nella storia della pluralità di forme di vita e di intelligenza che esistono e possono esistere in un processo di adattamento continuo al cambiamento che si compie coltivando un genere di innovazione che si distingue perché interpreta una direzione che, appunto, rispetta e avvantaggia tutti. Non è per nulla teorico: tutto questo serve se porta a una forma di organizzazione del sistema decisionale che aiuta a coltivare il bene comune. Come si valorizza, per esempio, la diversità, senza rischiare di imbrigliare il dibattito in un’immobilità dovuta all’incertezza su come conciliare i punti di vista? Come la si interpreta in modo che mantenga la promessa di arricchire il risultato progettuale?

In tutto questo, il percorso e il punto di arrivo non sono troppo distinti. Si è spesso attribuita a Niccolò Machiavelli la convinzione secondo la quale il fine giustifica i mezzi. Si è pensato che il realismo fosse dalla parte di questo pur cinico motto. Ma condizioni attuali è molto più realistico affermare con il Mahatma Gandhi che “il fine è nei mezzi come l’albero nel seme”.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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