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Perché si fanno ancora i tornei di scacchi

Nel maggio del 1997 ero nel palazzo di New York nel quale si svolgeva la sfida a scacchi tra il campione del mondo Garry Kasparov della Russia e il computer Deep Blue dell’IBM. Era una rivincita di una sfida che nel 1996 era stata vinta da Kasparov. E quella volta fu Deep Blue a prevalere.

«Oggi è difficile che un campione di scacchi riesca a battere il suo telefonino» dice Kenneth Rogoff, su Project Syndicate. Eppure si fanno ancora i tornei di scacchi tra umani.

Perché? Perché le partite da umani e quelle tra umani e computer sono qualcosa di radicalmente diverso. Le partite tra umani sono divertenti. Le partite con intelligenze artificiali no.

E tra l’altro non sono divertenti neppure le partite giocate tra avversari umani che usano il computer per farsi suggerire le mosse. Come non sarebbe divertente la seduzione di una persona che facesse facesse la corte a un’altra dicendo le frasi suggerite da un computer collegato a un auricolare.

L’autentico impegno per vincere sfide difficili come queste è più importante del risultato tecnico, si direbbe.

Non conta chi vince ma il modo in cui si vince. Il percorso creativo che serve per vincere. L’intelligenza artificiale automatizza la vittoria. L’automazione abbatte il valore, banalizza il percorso, codifica la struttura dell’azione e la rende infinitamente replicabile. Il valore emerge nel confronto con la complessità.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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