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Giornalismo senza pubblicità

Mentre la pubblicità – quella pratica, operativa, quella che ha un ritorno chiaro, quella delle offerte che sconfina con la promozione e la vendita – se ne va sulle piattaforme più adatte a ospitarla come Google e Facebook, la pubblicità di marchio e di prestigio resta una possibilità per molte altre organizzazioni. Spesso le aziende la sviluppano con campagne alla cui creatività sperano di poter pensare in casa. Almeno governando i mezzi (convegni e altro). Ai giornali resta una possibilità. Poche certezze, molto lavoro, qualche speranza.

Ma invece i giornali che riescono a farsi pagare da pubblico per il lavoro che fanno hanno una strada più chiara. Perché lì non ci sono discussioni: devi fare il giornalismo migliore, quello che al pubblico interessa e serve davvero, tanto che paga per accedervi.

Lo schema degli abbonamenti è il più adatto. E anche secondo Alberto Puliafito deve evolvere in una sorta di “membership” o di “orgoglioso sostegno”. Il suo ragionamento pubblicato su WanIfra è parte di una presa di consapevolezza montante.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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