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Il vecchio non tiene e il nuovo non viene

Esco dal seminato e dagli ambiti che comprendo un po’. E parlo del PD. Che evidentemente non capisco.

A giudicare dalle elezioni recenti, il PD è ancora alle prese con la sua transizione. Non convince chi non va a votare, evidentemente perché non dimostra che la sua politica non è irrilevante. Non convince molti che vorrebbero votarlo perché appare ancora come un misto di vecchie reti di potere e di nuovi spazi vuoti.

Al suo vertice nazionale c’è una squadra volenterosa ma isolata. Nelle periferie ci sono molti diversissimi modi di interpretare le occasioni elettorali che si presentano: dipende dalle persone più che dall’organizzazione. In generale manca una esplicita, metodica, organizzata, riflessione.

C’è sicuramente un iperattivismo, il cui significato rischia di essere oscurato dalle polemiche, alle quali si dà certamente più peso del necessario. Forse i vertici del PD non trovano abbastanza motivi per fidarsi delle leadership periferiche e queste ultime non trovano abbastanza appoggio dall’organizzazione centrale. Forse il PD non è fatto per essere un partito così leggero: forse dovrebbe essere nel territorio, in modo nuovo, senza reti di potere e senza spazi vuoti di pensiero. Curando il territorio. Offrendo soluzioni quotidiane e non soltanto gestione amministrativa. E da tutto questo, la visione affascinante che qualche volta riesce a esprimere, potrebbe trarre alimento di credibilità. Forse il PD deve continuare a voler dimostrare di essere un partito diverso. Più profondo, più serio, più concreto, più umano e meno corrotto. Forse ci vuole molto più tempo del tempo che ha a disposizione.

Ma un fatto è certo. Gli italiani hanno disertato in massa le urne. Lo scetticismo è latente. L’innovazione esiste se viene adottata. Sottovalutare il numero di persone che non vanno a votare è uno degli errori peggiori. Imho.

Probabilmente, la struttura politica italiana pesa su tutti i partiti. Compresi quelli nuovissimi. E probabilmente occorrerebbe un po’ di design dell’innovazione sociale. Ma per questo di deve partire da un’atto di ribellione, con un pensiero profondo e dunque rivoluzionario… Non violento. Intelligente. Orientato al servizio di chi deve usare questa innovazione, da adottare. Una letta a Ezio Manzini non farebbe male. Ma la riprogettazione dei partiti non avverrà facilmente. La profondità di analisi mancante va sviluppata. I sistemi intellettuali italiani sono chiamati a contribuire senza voler niente in cambio. Ce la faranno?

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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