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Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Come si è ricordato anche in passato, Lawrence Lessig, avvocato di cultura repubblicana, con una straordinaria storia di lotta per la libertà dell’accesso alla conoscenza, realizzata anche attraverso innovazioni fondamentali come la licenza creative commons ha scritto pagine da ricordare per il dibattito che si sta sviluppando intorno all’Internet Bill of Rights. Il suo contributo ha consentito di scoprire che la regolamentazione essenziale di internet è scritta nel codice e nell’architettura della rete. Nella riflessione sui diritti e la rete, l’alternativa esatta non è tra “regolamentare e non regolamentare”, ma tra “regolamentare a base di software e regolamentare a base di leggi”. E’ perfettamente chiaro che la politica delle leggine su internet è un pericolo per lo sviluppo della rete. Come peraltro è perfettamente chiaro – o lo sta diventando – che la politica delle grandi piattaforme extraterritoriali è una forma di regolamentazione di default per internet, solo in parte trascritta nei “terms and conditions”, molto più sottilmente implicita nel design e nelle strutture delle piattaforme: queste possono decidere quanto dare di privacy, quanto dare di interoperabilità, quanto dare di libertà di espressione.

IL punto di tutta la questione dell’Interet Bill of Rights non è dunque altro che l’emergere di un’esigenza “costituzionale”. Chi regola internet va regolamentato per salvaguardare l’equilibrio dei poteri: non può prevalere la logica delle lobby che governano la politica, come non può prevalere la logica del profitto privato extraterritoriale che governa le grandi piattaforme. Per questo serve una sorta di costituzione scritta in nome dei diritti umani, consapevole delle dinamiche specifiche dell’ecosistema internettiano. Lo sforzo compiuto dalla Commissione della Camera va in questa direzione. E non a caso è ispirato, come un po’ tutto questo movimento, dalla ricerca ventennale di Stefano Rodotà. Il suo risultato potrà essere migliorato con una consultazione e con il confronto internazionale che è già partito.

Ma il senso di questo post è semplicemente quello di ricordare che non si sta parlando di regolamentare internet: si sta parlando di regolamentare chi vuole regolamentare internet.

Ed ecco, a titolo di promemoria, quello che diceva Lessig.

Fin dai primi tempi del successo commerciale del web Lessig aveva maturato una intuizione. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada. Dice Lessig che in ogni epoca c’è un potere che minaccia la libertà e ci sono regole che la salvaguardano. La Costituzione è un insieme di regole pensato per impedire al potere federale di abolire la libertà degli americani. Il welfare è stato un insieme i misure per impedire al capitalismo di distruggere la libertà dei cittadini di vivere una vita decente. «La nostra è l’epoca del cyberspazio. E anche in quest’epoca c’è un potere che minaccia la libertà». Non è il governo. «Quel potere oggi è il codice: il software e lo hardware che danno al cyberspazio la forma che ha. Questo codice, o architettura, fissa le regole della vita nel cyberspazio. Determina quanto è facile proteggere la privacy, o quanto è facile la censura. Determina se l’accesso all’informazione è generalizzato o recintato. Influenza chi vede che cosa, o che cosa è monitorato». È un potere che non si vede se non lo si conosce.

A dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria, Lessig in tempi del tutto non sospetti, aggiungeva: «Il codice del cyberspazio sta cambiando. E questo cambiamento trasformerà il cyberspazio. Il cyberspazio era un posto che proteggeva l’anonimato, la libertà di espressione, il controllo individuale; diventerà un posto nel quale l’anonimato sarà più difficile, l’espressione meno libera, il controllo individuale confinato solo ai pochi superesperti». Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. «Internet originariamente è basata su un codice che implementa protocolli chiamati TCP/IP. Questi protocolli abilitano lo scambio di dati tra reti interconnesse. Questo scambio avviene senza che le reti conoscano il contenuto dei dati, senza conoscere chi invia i dati. Questo codice è neutrale in relazione ai dati, ignorante in relazione all’utente». Come conseguenza, in questa architettura, la singola persona è difficilmente tracciabile e lo scambio di dati è difficile da controllare: significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere chi commette illeciti. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? «Molti pensano che non ci si possa fare niente. Internet è così e non si tocca». È un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: «Ma nessun pensiero è più pericoloso per il futuro della libertà nel cyberspazio di questa fede nella libertà garantita dal sofware. Perché il codice non è fisso. L’architettura del cyberspazio non è un dato immodificabile. Altre architetture possono essere costruite sopra i protocolli internet di base. E queste nuove architetture possono rendere internet diversa e regolamentata in un modo diverso. Il commercio sta costruendo queste nuove archietture. Il governo sta aiutando. Insieme possono cambiare il carattere dell’internet. Possono farlo e lo stanno facendo». Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazione su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. I cavalieri dei bit agiranno in base a un codice d’onore o cederanno alla tentazione? «E noi dovremmo avere un ruolo nella scelta del codice, visto che questo codice influirà sui nostri valori?». Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. «La scelta non è tra regolamentazione o non regolamentazione. Il codice è una regola. Implementa dei valori. Abilita la libertà o la disabilita. Protegge la privacy o promuove la sorveglianza. Ci sono persone che operano delle scelte su tutte queste cose. Persone che scrivono il codice. Quindi la scelta non è “se regolamentare” ma se la comunità avrà un ruolo nelle scelte operate da chi scrive il codice».

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie delle aziende che scrivono il software. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: Lessig suggerisce un sistema di equilibri in modo che la libertà di mercato sia salvaguardata e allo stesso tempo sia bilanciata dai valori definiti dalla comunità.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

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  • Lessig is wrong, and has been wrong all along. As Stallman and Moglen have been with the free software movement. They’ve thought that “freeing” software they could citizens computing experiences.

    But that’s not nearly enough.

    Law is not “code” but code + hardware + processes, and it makes a hell of a difference. It’s a socio-technical problem. At the end the user-trustworthiness of our ICT relies on organizational processes that affect potentially critically, at any stage, an end2end computing service/device assurance levels.

    Rufo

  • […] Luca De Biase sul suo blog indica l’importanza del contributo offerto da Lawrence Lessig, avvocato statunitense con alle spalle una preziosissima esperienza nel campo delle libertà di accesso alla conoscenza. In un momento come questo dove il dibattito attorno all’Internet Bill of Right è molto acceso, la priorità non è nello scegliere se regolamentare o non regolamentare il web, ma nel trovare il giusto equilbrio per non far prevalere le lobby che governano la politica o i cosidetti “big guys” che governano le grandi piattaforme internazionali generando profitto privato. Per questo è bene comprendere al meglio il pensiero di Lessig. Leggi il post! […]

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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