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Momenti che definiscono la prospettiva degli italiani. Nel bene o nel male

Ecco altri appunti. Ci stavamo domandando se l’Italia può cambiare. I commenti, preziosissimi, attendono qualche approfondimento. Ci arriviamo più sotto. Ma prima riassumiamo un po’ di fatti.

Due anni fa, nel 2011, per la prima volta oltre la metà degli italiani erano online, diceva il Censis. E per la prima volta quell’anno internet è diventata decisiva nelle elezioni amministrative e nei referendum. Qualche mese dopo, la politica buffonesca nella quale il paese sembrava intrappolato ha lasciato il posto alla serietà del governo Monti. Nelle successive consultazioni elettorali locali, la popolazione italiana è apparsa divisa tra una rassegnata accettazione di una linea di rigore necessaria e un disimpegno politico vagamente istintivo, un po’ legato all’abbassamento delle tensioni che avevano mantenuto accesa l’attenzione in precedenza e un po’ a una forma di disillusione epocale. In quello spazio si è fatta strada una certa quantità di innovazioni politiche che in questo inizio di campagna elettorale non vanno sottovalutate. E neppure sopravvalutate.

Le novità fattuali:
1. Un’aggregazione di partiti è nata da un programma di governo relativamente coerente (Monti).
2. Un partito abbastanza tradizionale ha fatto delle primarie intense, sia per il leader che per i candidati (Pd).
3. Un partito nato dalla rete è in lizza con possibilità importanti di farsi valere (M5S).
4. Un sistema di potere che ha dominato la scena per quasi vent’anni sembra superato (Pdl).
5. Un partito locale importante si è ristrutturato dopo una sbornia di scandali in modo molto deciso e veloce (Lega).

Il dibattito sempre più interessato, mediatico, frammentato, sta però soffocando il potenziale innovativo di alcune di queste novità. L’interesse di parte, gli espedienti elettorali, la lentezza decisionale sembrano rallentare invece che accelerare l’innovazione della quale ci sarebbe bisogno. Probabilmente è inevitabile che la concitazione prenda il sopravvento. Ma è un peccato. Anche perché i temi da affrontare sono seri, profondi, complicatissimi. E se non si dà l’impressione di volerli affrontare dicendo la verità, una parte dell’elettorato resterà incerta e disorientata, vagamente scettica: invece per l’innovazione di cui c’è enorme bisogno ci vuole un’energia socialmente avvertibile, alimentata da una prospettiva forte e chiara. Per quanto possibile. Vediamo di ricostruirne alcuni aspetti.

Ci si domandava dunque perché è tanto difficile cambiare l’Italia e si proponevano dieci ipotesi che segnalavano in particolare come nel contesto attuale, le reti sociali tendano a coagularsi intorno alla conservazione e all’espulsione o all’isolamento degli innovatori (Marco, Gigi, Alberto). I commenti hanno messo in luce una certa quantità di argomenti da approfondire:
1. La crisi e la logica del mercato sono la strada per spezzare i legami tra queste categorie abbarbicate ai loro piccoli privilegi (Agostino, Francesco, Fabio)
2. La tecnologia è uno strumento di cambiamento fondamentale per la pubblica amministrazione posto che tra i politici almeno qualcuno capisca che con la tecnologia la macchina dello stato si può riformare in modo deciso
3. Lo stato richiede spirito di servizio e la politica può maturare una capacità di incidere sulla realtà solo adottando questo spirito
4. I cittadini devono prendere consapevolezza dei propri limiti, difetti e parzialità per ripartire con più forza nel percorso evolutivo necessario (Francesco). Su questo filone, Giuliano ha scritto una serie di post che – mi scuso per l’estrema sintesi, cui invito a rimediare leggendo gli originali – in fondo suggeriscono agli italiani di “prendersi cura” di sé stessi, perché ne hanno bisogno
5. Occorre un ideale, una visione e lanciare un’innovazione che sia adottata dalla società (Luca)

Soprattutto, molti dicevano (Alessandra, Pietro, Fausto): l’analisi è condivisibile; e adesso che si fa? Vediamo di individuare dei sensori per riconoscere chi farà di più per innovare il paese? Ecco alcune domande per farsi una check list con la quale valutare quello che ci dicono i politici in campagna elettorale:

1. Sappiamo ormai che il tema delle compatibilità economiche del nostro paese non sarà più abbandonato. Ma credo che ormai sappiamo anche che la questione del debito si affronta adesso (dopo le necessarie misure dell’anno scorso) dando priorità massima a quello che si può fare per la crescita. Ma crescita e rigore stanno insieme solo se c’è innovazione. Chi ha i programmi più coerenti in questa direzione?
2. La crescita non si fa proteggendo mini o maxi categorie ma innovando; dunque abbattendo la logica delle alleanze surrettizie tra mini e maxi privilegiati. Chi ha le maggiori probabilità di tagliare le vecchie pratiche pro-categorie privilegiate? (l’Economist da questo punto di vista sottolinea le passate azioni di Monti e Bersani)
3. L’innovazione può far paura dunque va accompagnata da un welfare non organizzato per mini o maxi categorie, ma più semplice da usare e con meno eccezioni; la società di categorie minoritarie conservatrici o dedite alla piccola illegalità che di fatto si alleano contro l’innovazione è nemica del rigore, della crescita e dell’innovazione. Chi fa un programma sensato alla ricerca di questo equilibrio?
4. La logica della riduzione dei freni fiscali e burocratici un poco per tutti in cambio dell’eliminazione di protezioni a categorie privilegiate o illegali di solito paga poco politicamente (i privilegiati perdono molto e dunque strillano molto, i cittadini normali sentono di guadagnare poco e si fanno sentire meno) ma se c’è un po’ di tempo davanti al nuovo governo alla lunga può trovare consenso; le diverse interpretazioni regionali di questi principi devono comunque stare nei parametri di compatibilità nazionali. Chi può essere meno dipendente dall’immediato vantaggio politico e più orientato al lungo termine?
5. L’illegalità è una minaccia contro il merito e la bravura degli onesti e aumenta i costi del sistema per favorire il privilegio dei disonesti. Chi ha il programma più coerente per l’abbattimento dell’illegalità (nelle istituzioni, nel lavoro sommerso, nell’evasione fiscale)?

Per adesso si parla troppo poco, in questa campagna elettorale, di agenda digitale, startup, facilitazioni burocratiche e fiscali alla creazione di nuova imprenditorialità. Non è un buon segno.

Naturalmente ci sarebbero altri “sensori” da applicare a quello che sentiamo dire in campagna elettorale. Spero nei commenti.

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  • La diffidenza culturale verso l’innovazione è un caso specifico di un atteggiamento più generale di diffidenza verso il “fare” più in generale.
    Gruppi di potere, piccoli o grandi tendono ad alimentare l’immobilismo decisionale per la semplice paura che un gruppo di potere antagonista possa trarne un qualsiasi beneficio.
    Anche le operazioni più semplici (non necessariamente innovative) possono essere fatte solo se consentono un equilibrio tra i potenziali beneficiari.
    Un piccolo comune può vedere il parco pubblico chiuso per anni se questo porta vantaggio ad uno solo dei due bar principali.
    Una autostrada può essere sospesa perchè non collimano gli interessi tra le località interessate e le uscite autostradali spesso dipendono più dall’origine territoriale del decisore di turno che da reali logiche di convenienza.
    Molto spesso le lotte intestine tra poteri decisionali (forse sarebbe meglio definirli poteri indecisionali) vengono superate attraverso abbondanti deroghe ai processi legali di attribuzione.
    Poichè si risolve un problema avvantaggiando una parte, per compensare l’equilibrio delle parti occorre spesso “forzare” altre decisioni.
    Di qui il balletto tristemente noto di incarichi assegnati senza reali motivazioni, appalti conferiti senza gara, approvazioni ottenute con procedure emergenziali.
    Di qui la prassi istituzionalizzata della cultura emergenziale su cui si muovono molti interventi (si veda ad esempio il modus operandi della Protezione Civile) dove con la scusa dell’urgenza autoindotta si autorizzano i maggiori scempi (e si tarpano le ali all’innovazione).
    Di qui l’inabitudine a considerare i processi “legali” e regolari come una prassi ostativa contrapposta alla cultura del “fare” a tutti i costi (anche contro le regole di trasparenza e democrazia) pur di ottenere un risultato.
    Propongo pertanto il mio “sensore”.
    Chi ci appare più in grado di saper fare senza deroghe? affrontando i problemi per tempo, seguendo e rispettando tutte le procedure ed eventualmente non eludendole ma lavorando per renderle più “rispettabili”?

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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