Perché è tanto difficile cambiare l’Italia… 10 ipotesi

Un commento a un post precedente, faceva una domandina semplice: perché è tanto difficile cambiare l’Italia? Una risposta altrettanto semplice è impossibile. E ogni ipotesi è parziale. Anche perché l’Italia, in effetti, cambia. Anche se a cambiarla sono raramente i politici che costruiscono, mentre ci riescono i politici che distruggono. E poi i cambiamenti sono sempre molto parziali: la storia è fatta di un po’ di cose che cambiano in fretta in un oceano di cose che cambiano lentamente.

Provo dunque a riformulare la domanda. Perché i politici non riescono a cambiare l’Italia in modo costruttivo per aiutare il paese a vivere con una prospettiva di “progresso” invece che lasciarlo andare al dissesto? Ecco alcune ipotesi:

1. Le rendite di posizione organizzate per categorie sono molto importanti per poche persone che tendono a difenderle con ogni mezzo mentre le politiche volte a eliminarle offrono un vantaggio generale ma percepito piccolo e ipotetico dalla maggioranza. Se le rendite sono diffuse, piccole o grandi, tendono ad allacciarsi tra loro sul piano culturale: per riuscire a difendersi, ogni corporazione è di fatto alleata con ogni altra corporazione e tende a combattere l’innovazione. Se la maggioranza ha una piccola o grande rendita da difendere, di fronte all’innovazione che attenta alle rendite la maggioranza finisce per essere o indifferente o contraria.
2. Analogamente accade per le illegalità e gli altri attentati al sistema istituzionale. Se l’evasione fiscale, l’ abusivismo edilizio, la domanda di lavoro nero e altro sono pensate come un insieme di piccoli vantaggi – come le rendite – tra loro allacciati, la maggioranza finisce con l’essere o indifferente o contraria a una politica che li combatta.
3. La grande importanza simbolica delle possibili decisioni dei politici è meno reale che apparente. Per i limiti dei bilanci che gestiscono, per il muro di gomma delle burocrazie, per la distribuzione labirintica delle responsabilità. Anche per questo, i politici riescono di più quando promettono di proteggere l’esistente che quando promettono di cambiarlo. Gli innovatori – almeno a parole – tendono ad essere più evidenti, ma i conservatori sono spesso più efficaci, perché hanno la possibilità di allearsi con i citati motivi di immobilismo per frenare gli innovatori.
4. Gli innovatori nella burocrazia sono quasi sempre isolati, mentre i conservatori o formalisti nella burocrazia sono spesso di fatto alleati. Per innovare la burocrazia occorre molta energia. Per conservare la situazione esistente ne occorre poca. E soprattutto basta aspettare che gli innovatori si stanchino, vengano trasferiti, vengano promossi…
5. Quasi la stessa dinamica si vede nella grande impresa, nelle grandi associazioni di categoria, nelle grandi organizzazioni.
6. Se l’ascensore sociale meritocratico che passa attraverso una faticosa e rischiosa accumulazione di esperienza è sovrastato dall’ascensore sociale che funziona per lealtà, disponibilità alla connivenza con rendite e piccole illegalità, conquista della notorietà puntando sulla comunicazione e i media a prezzo di qualche compromesso sul piano etico, la competizione non si gioca sull’innovazione ma sulla compatibilità con il sistema esistente.
7. L’innovazione comunque costa qualcosa a qualcuno. Non sempre riesce. Non è facile dimostrare che la visione che la conduce è realistica. Non è sostenuta da un sistema finanziario o da network culturalmente laici nei confronti del fallimento o da una vera e propria ammirazione per il successo conquistato innovando. Quindi non è una soluzione sulla base della quale si costruisce un facile consenso.
8. In un contesto generalmente conservatore e pigro, le persone poco innovative si sentono confortate quando un innovatore non riesce o quando riesce ma viene scoperto qualcosa che ne peggiora l’immagine. Il sospetto che dietro ogni successo ci sia qualcosa di losco è, a sua volta, confortante. Quando poi qualcuno ha successo con l’innovazione e dunque mette a rischio i conservatori che fondano il loro potere sulla rendita che richiede network di protezioni incrociate, il resto della società tenta di metterlo in difficoltà. Nessuno deve salire troppo se non restituisce garanzie alla rendita.
9. Niente si fa in un paese che non sia compatibile con un insieme di tendenze internazionali. A meno che il paese non si escluda da tali tendenze.
10. La conoscenza delle strade dell’innovazione richiede lunghe spiegazioni e disponibilità alla ricerca. L’atteggiamento cinico e disilluso richiede poche spiegazioni basate sui pregiudizi. Molto adatte alla comunicazione veloce e spettacolare della televisione e di una pratica superficiale dei social network.

Certamente ci sono altri motivi. Chi ne vuole proporre altri è benvenuto. Anche perché serve sapere qualcosa di ciò che frena un paese quando ci si appresta a immaginare se i “nuovi” governi potrranno davvero fare qualcosa di innovativo.

Comments

21 Comments so far. Leave a comment below.
  1. Analisi perfetta, condivido parola per parola. E potrei testimoniare quanto tutto ciò sia vero, nel settore di cui mi occupo da più di venti anni, quello dell’editoria scolastica, dominio incontrastato delle rendite di un oligopolio chiuso e avverso ad ogni cambiamento…

  2. Lucidissimo. Ecco perche’ i Mercati sono rivoluzionari, nonostante la Finanza barbara. Perche’ possono lasciare senza stipendio e senza pensione un mucchio di questi simpatici e corporativi conservatori.

  3. Lina,

    Analisi perfetta. Condivido.

  4. Luciano Caroti,

    Ciao Luca,

    hai dato un’occhiata all’intervista su Wired a Tim O’Reilly quando parla del perché è difficile cambiare la pubblica amministrazione? Lui parla di Obama ma mi sembra applicabile al 120% anche da noi. E’ possibile che non si capisca che la leva tecnologica può essere usata per cambiare le cose e le organizzazioni?
    Si può tollerare un sistema sanitario nazionale e regionale che fa un uso frammentato e ipercostoso della tecnologia?
    E’ possibile che ogni reparto di ospedale abbia il suo sw?
    Io ci credo fermamente all’uso della leva tecnologica per cambiare l’organizzazione della PA . Cercasi politico che ha capito veramente a cosa serve la tecnologia….

    • Gabriele,

      Sono anch’io un forte sostenitore dell’uso della tecnologia come leva del cambiamento, però se è vero che la tecnologia può essere un mezzo per un cambiamento politico è anche vero che serve una strategia politica oltre che tecnologica perché ciò si avveri. Ovvero bisogna avere in mente un’idea diversa dello Stato per poterla realizzare con la tecnologia, proprio per creare una coalizione di persone per cui i vantaggi del nuovo sistema siano tali da vincere i sostenitori dell’immobilismo.

  5. Tutto vero Luca; e quindi, come proviamo a uscire da questo vicolo cieco? perché io vorrei che ci provassimo – di nuovo e fino a riuscirci.

  6. Condivido pienamente le tue ipotesi e aggiungo che rispecchiano perfettamente la natura dell’uomo. Per chi non l’ha letto consiglio di leggere il “Gene Egoista” di Dawkins (http://it.wikipedia.org/wiki/Il_gene_egoista), che offre una lettura perfetta del punto di vista evoluzionista del perché conservare è più semplice di innovare. Il compito dei nostri geni è quello di conservare il nostro stato così com’è, dove c’è evoluzione è solo perché c’è stato un errore evolutivo che si è adattato meglio al nuovo contesto dell’epoca. Ovviamente è una visione abbastanza semplicistica di un problema molto complesso, ma che secondo rende parzialmente l’idea.
    Basta pensare a tutte quelle persone che nonostante le proprie sofferenze non riescono a cambiare nulla di se stessi per migliorarsi e cercare qualcosa di diverso per la propria felicità.
    Come dici anche tu, cambiare costa, ma in questo la fisica ci insegna che senza energia non avviene nessun cambiamento.
    Sono sicuro che nei prossimi anni ci saranno persone con errori evolutivi che sopravviveranno e dinosauri che si estingueranno, in particolare mi riferisco a tutte quelle persone che hanno un’intelligenza emotiva particolarmente sviluppata e una consapevolezza del se e degli altri più profonda, oltre a tutta una parte di nuove generazioni che fortunatamente hanno già sviluppato anticorpi sociali ben più forti dei nostri.
    Dal mio punto di vista una soluzione che possa durare nel tempo deve per forza partire dal cambiare noi stessi, dal prendere tutti consapevolezza dei propri limiti e dei propri punti di forza, e che solo unendo tante piccole energie in armonia con la madre terra, potremmo ridare la terra ai nostri figli che ce l’hanno data in custodia.

    My 2 cent.

  7. E’ difficile innovare quando non si ha un sogno chiaro di quel che deve essere un futuro del paese; se uno lo avesse potrebbe, coinvolgendo la base e la cittadinanza e la popolazione, partendo dagli early adopter dell’innovazione, cambiare tutto, partendo dal basso e con persistenza. Ma ci vogliono sogni, idee e ideali Gramsciani che nessuno fin qui ha esposto, ne da destra, ne da sinistra, da almeno 30 anni.

  8. Luca, hai saputo sintetizzare benissimo lo sconforto che prova chiunque si senta innovatore, piccolo o grande, e agisca come tale in ogni contesto, dalla vita al lavoro.

    Anch’io mi sento di chiedere: come ne usciamo? L’unica risposta che riesco a darmi è: continuare ad essere noi stessi, agire come sempre, anche se ci sembra di nuotare nelle sabbie mobili.

    Non possiamo negare la nostra natura, perché vorrebbe dire arrendersi. E quelli come noi non si arrendono mai.

    Buona innovazione a tutte e tutti…

  9. Giovanni Panzeri,

    Un’analisi corretta e spietata della realtà italiana, non so se solo nostra. Sull’ultimo punto sono particolarmente sensibile, sopratutto in ambito industriale , dove la ricerca continua dell’idea migliore richiede inevitabilmente investimento in tempo, risorse e spesso il tempo tecnico medio-lungo è considerato inaccettabile e pertanto l’atteggiamento comune è inseguire il miraggio che prima o poi “l’idea geniale” mi cada addosso, senza nessun impegno.

  10. Claudio Erba,

    L’Italia non cambia perchè il web è pieno di articoli dal titolo “perché è tanto difficile cambiare l’Italia” con l’invevitabile codazzo di piagnistei. Tiratevi su le maniche, più fare e meno frignare su su!

  11. Florentin Hortopan,

    Bisogna richiedere strumenti istituzionali per ricostruire benessere e non solo profitto (vedi rendita) come un’anagrafe fiscale che certifichi i passaggi di danaro tra soggetti economici e che escluda i furbi, una vera e sana liberalizzazione (leggi liberta’ dalle caste e dalle corporazioni), una riforma delle banche che obblighi i capitali a cercarla l’innovazione, o lo sviluppo di nuove attivita’ (ad oggi le banche e l’impianto legislativo in cui vivono) sono il primo freno allo sviluppo..

  12. Daniela Vellutino (@DaVelSign),

    Paesi cambiano lentamente come loro lingue: Innovazione è come il lessico che denomina nuovi concetti e incide sulla sintassi

  13. @Claudio è probabile che chi lamenta una difficoltà sia già impegnato ad affrontarla ed abbia quindi titolo per denunciarla. Condivido pienamente l’articolo.

  14. Vincenzo Barbieri,

    Non si cambia anche perché:
    è più facile lamentarsi che dare l’esempio;
    Cambiare è faticoso, meglio attendere e sperare che la tecnologia risolva tutto;
    Tanto non cambia nulla. facciamoci una domanda: siamo certi che la maggioranza attuale degli italiani vuole un cambiamento vero, radicale, strutturale?
    Probabilmente quelli che vogliono veramente il cambiamento ora sono i più deboli perché sono quelli che non ci sono ancora…..

  15. Franco Censi,

    Condivido in toto l’analisi che potrei riassumere in poche righe (pessimistiche): poco o nulla cambierà perché ognuno di noi, o quanto meno la stragrande maggioranza, trae un piccolo o grande personale vantaggio dallo status quo. Siamo un popolo senza etica, individualista e asociale. Produciamo rifiuti ma a smaltirli ci pensi l’altro, consumiamo energia ma che a produrla ci pensi l’altro. Un popolo d’ ‘altruisti’ solo quando fa comodo.
    Che sconforto! @specchioditalia

  16. Simona,

    Sono d’accordo su tutto, hai fatto un’analisi disincantata, come sempre lucidissima. Forse – ma dico forse, e non sono obiettiva (ma tu mi conosci e sai “da dove vengo”:-)) – manca ancora un’ipotesi, o meglio una concausa dei punti 1. e 2.: il poco “senso civico/civile” di noi italiani come popolo, la ns. tendenza facile ad autoassolverci, a ritenere “peccati veniali” le illegalità e le evasioni del “tanto così fan tutti” e a ritenere sempre meno importante il bene pubblico del bene privato. Imho tutto questo in Italia ha anche radici storiche (e di pensiero, v. l’essere stati “risparmiati”, per cosi dire, da quel grande movimento che dal XVI sec in poi ha messo al centro “la libertà nella responsabilità” dell’essere umano davanti alla propria coscienza – e/o, per chi ci crede, davanti a Dio). In ogni caso, grazie.

  17. Un paese passivo-aggressivo
    La capacità d’analisi di Luca è straordinaria, ancor di più se si tratta di innovazione o meglio delle resistenze tipicamente italiane all’innovazione. Non ho dunque niente d’aggiungere, se non un punto di vista diverso, quello psichiatrico-psicanalitico, dal quale osservare lo stesso fenomeno. Da questa angolatura mi verrebbe da dire che il nostro paese ha una struttura – o temo piuttosto un disturbo – di personalità passivo-aggressiva. La solita etichetta psichiatrica? Cerco di spiegarla e motivarla. Sul primo aggettivo (“passivo”) credo che in realtà molte spiegazioni non ci vogliano (si veda anche il bel post “storico” di Simona) Qualsiasi marziano venisse in Italia si renderebbe presto conto che la mentalità prevalente a livello politico, sociale, finanziario etc è tirare a campare, “assettarsi”, stare a vedere, fare della pausa di riflessione il proprio stile di vita. Anzi il rischio è che il concetto di passività sia solo un sinonimo di resistenza al cambiamento. Secondo me ne è solo una parte. L’altra infatti è l’aggressività. Un’aggressività in realtà ben mascherata dal carattere festoso anzi pacioso che sta in superficie. Di primo acchitto siam tutti cordiali anzi appunto festosi ed ospitali col nuovo di turno. Fino ad arrivare alla sua idealizzazione. Quando tuttavia l’altro s’azzarda a dar mostra fino in fondo della propria diversità, si ostina a volerla mettere in atto, addirittura a viverla, eh no, qui non ci stiamo e la scure dell’aggressività cala su di lui/lei. In forma di disprezzo, maldicenza,ira, rabbia, calunnia, se non peggio ( http://www.umanamenteonline.it/al-posto-del-padre/ ).
    Siamo una grande famiglia – quale più abusata ma anche più calzante metafora ?- che ha sempre tirato a campare così e così deve proseguire perché così sta scritto nel libro di famiglia che nessuno ha mai letto nè alcuno ha mai mostrato ma di cui tutti conoscono o credono di conoscere le imperiture regole. Si tratta naturalmente di famiglia sì grande e magnanima da accettare, anzi da prevedere istituzionalmente, divisioni e lacerazioni al proprio interno. Ci sono i gialli ed i rossi, gli ortodossi e gli eretici, i guelfi ed i ghibellini, i b. e gli antib., i renziani ed i bersaniani, montiani ed antimontiani…Che magari sono gli stessi, ma fotografati ad ore diverse della giornata. Nel libro di famiglia sembra proprio stia scritto che le fratture devono rimanere – pur mutando i nomi, s’intende – così da scongiurare il pericolo! di una qualche aggregazione e trasformazione. Di volta in volta, di fazione in fazione, si grida allo scandalo, vergogna! vergogna! facciamogliela vedere, facciamogliela pagare. La rabbia nel paese sale, spesso a parole, talvolta tragicamente anche nei fatti. La pietra dello scandalo viene di volta in volta additata al pubblico ludibrio – l’indignazione mediatica è, si sa, sport nazionale – espulsa, epurata, minacciata, se non peggio, oppure dimenticata perchè nel frattempo ce n’è una nuova… Che poi è spesso quella che prima guidava la rivolta. E si ricomincia… con l’altra parte a correre e questa ad inseguire. L’importante è non fermarsi mai e soprattutto non trovarsi mai allo stesso tavolo con le stesse regole. Si correrebbe il rischio di rivolgere proficuamente la rabbia verso i problemi anzichè contro la parte avversa. Non sia mai. E così in un giro di giostra si inneggia al salvatore che in una trasformazione magica cambierà ed aggiusterà tutto e nell’altro lo si lincia perchè non ha mantenuto le sue promesse – o meglio quelle che noi gli abbiamo messo in bocca. Detto in altri termini, più psicanalitici, è una sorta di duratura alternanza tra regressione ed aggressione. Nella regressione siamo tutti desiderosi di tornare al caldo ed accogliente grembo materno, dove siamo nutriti ed accuditi senza dover prendere iniziative (politiche, sociali, aziendali, sindacali…) personali ma dove anche i contorni personali sfumano e la simbiosi prevale. Poi in un soprassalto di orgoglio di identità personale ci liberiamo bruscamente dalla confusione simbiotica, ci scagliamo verso l’altro, cui imputiamo la colpa di non poter essere noi stessi…. Come uscirne? Naturalmente non lo so. Innanzitutto per incompetenza personale ma anche perché la mia disciplina ha sempre il vantaggio di arrivare a giochi fatti, spiegandone a posteriori la logica, ma quando si trova a dover far previsioni, sappiamo tutti come va a finire…Ciò nonostante credo che un’agenda intesa come roadmap sia estremamente utile, soprattutto se non è l’agenda di qualcuno, cui rimproverare mancanze e/o eccessi, ma è, o meglio diventa la nostra. Perché mentre la costruiamo, oltre ad arricchirla di contenuti, definiamo sempre meglio la sua ma anche la nostra identità, così che l’agenda non è più una raccolta impersonale di impegni o desiderata ma diviene, può divenire un taccuino – digitale, per carità – collettivo. In cui c’è anche una parte di noi stessi, ci sono le nostre esperienze e soprattutto le nostre narrazioni del futuro – per usare un bel concetto caro a Luca. Perchè ad esempio non farlo narrare a tutti i diplomandi e maturandi e raccogliere i loro desideri, le loro proposte in una sintesi da far conoscere ai politici e soprattutto a tutti noi? Personalmente, dopo essermi tanto dilungato sul passato/presente, mi permetto di chiudere con una annotazione che (molto immodestamente) metterei volentieri nel taccuino collettivo per il futuro: l’assicurazione sanitaria psichiatrico-psicoterapeutica sul prestigioso esempio delle assicurazioni malattie dei paesi del centro europa. Una polizza (dapprima integrativa) che ogni cittadino potrebbe stipulare e pagare per aver diritto in caso di disturbo psichico ad un trattamento psichiatrico e psicoterapeutico presso uno psichiatra e/o uno psicoterapeuta o in una clinica di sua scelta, introducendo così un sistema a tre (paziente/terapeuta/assicurazione privata) sganciato dalla struttura statale e foriero di controlli incrociati e positive innovazioni in termini di libertà ed inizoativa personale. (Ma è cosa complicata su cui intendo tornare tra breve con maggiori dettagli).

  18. Scusate, ma qualcuno si è accorto che se dite che il problema è italiano, poi dite che il problema è anche americano, ma, soprattutto, alla fine dite che è anche genetico, allora c’è qualcosa che non quadra? E allora tirare in ballo l’Italia in questi termini, mi spiace dirlo, è ideologico, ossia quanto di più lontanto da qualsiasi anche timido concetto di innovazione. Ed è per questo che, come sempre, anche questo post rimarrà lettera morta. Per cronica mancanza di capacità di analisi. Quando mi spiegherete veramente perché in Italia è difficile innovare, lo leggerò con estremo interesse. Ma per questo credo necessario almeno un accenno di analisi politica.

  19. L’italia non cambia perche’ e’ caratterizzata da istituzioni economiche e politiche di tipo “estrattivo”.

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