Category ricerche

Educatori chiedono di essere educati

Ricevo questo comunicato e lo condivido:

Comunicato Stampa

Scuola digitale, gli insegnanti chiedono più formazione

Più formazione per l’uso delle ICT nel mondo della scuola. È la richiesta dei docenti delle scuole italiane emersa da una ricerca nazionale condotta su un campione di 1.332 docenti dall’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con AICA e Telefono Azzurro. I dati sono stati presentati oggi nel corso del convegno “Smart Community: la città del futuro tra scuola e sviluppo sociale”, organizzata con il Comune di Cinisello Balsamo.

Milano, 11 aprile 2014 – L’83 per cento degli insegnanti italiani chiede maggiore formazione rispetto all’uso didattico delle nuove tecnologie, anche se l’82 per cento ha già partecipato a corsi in materia.

E’ la fotografia dell’uso delle nuove tecnologie nella scuola che emerge dalla “Ricerca nazionale sulla percezione dei problemi e sulle competenze legate all’ICT nel mondo della scuola” condotta per la prima volta a livello nazionale dal team di ricerca QUA_SI (Qualità della vita nella Società dell’Informazione), centro interdipartimentale dell’Università di Milano-Bicocca, realizzata in collaborazione con Telefono Azzurro e Aica (Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Distribuito) e presentata oggi a Cinisello Balsamo nell’ambito del convegno Smart Community: la città del futuro tra scuola e sviluppo sociale, organizzato assieme al Comune del Nord Milano.

L’indagine è stata realizzata da settembre 2013 a gennaio 2014 e ha coinvolto, tramite un questionario di trenta domande, un campione di 1.332 docenti (81,8 per cento donne e 18,2 per cento uomini, con un’età media di 50 anni) distribuiti in 148 centri urbani in tutta Italia. Il 37 per cento dei docenti insegna nelle scuole elementari, il 37,8 per cento nelle scuole medie e il 25,2 per cento nelle scuole superiori.

Le criticità emerse

Gli episodi da tenere sotto osservazione sono segnalati da oltre la metà dei docenti. In particolare, (vedi e scarica la tabella con il grafico)

l’aggressione sui social network (minacce, insulti, messaggi offensivi o di denigrazione) è l’episodio più ricorrente: 361 sono gli insegnanti che hanno segnalato almeno un caso di aggressione avvenuto nel proprio istituto o tra i propri studenti;
a seguire, la diffusione di dati personali (197 docenti segnalano questo tipo di problematica affermando di averla riscontrata da 1 a 4 volte), il furto della propria identità virtuale (163 docenti segnalano di averlo riscontrato tra i propri studenti da 1 a 4 volte) e i casi di copiatura scolastica (riferito da 82 insegnanti con una frequenza superiore ai 10 episodi, e da 170 con una frequenza da 1 a 4 volte);
non mancano anche i casi di sexting, ovvero lo scambio di messaggi e foto sessualmente espliciti (140 gli insegnanti che sono venuti a conoscenza della problematica almeno una volta) e di incontri a rischio (67 gli insegnanti che ne segnalano dei casi tra i propri studenti).
Gli episodi sono segnalati in tutti i livelli di scuola, nelle primarie con un indice più basso (29 per cento), che poi aumenta nelle medie (75 per cento), e si abbassa leggermente nelle superiori (73 per cento). Quattro professori su dieci, inoltre, dichiarano di essere entrati in contatto con uno studente che manifestava problemi di dipendenza dalle tecnologie, e a uno su dieci è successo quattro o più volte.

Formazione ed educazione, le risposte dei docenti

Ecco come rispondono gli insegnanti per aiutare i propri studenti:

anche se oltre l’80 per cento ha già partecipato a corsi di formazione, la richiesta di ulteriore formazione su questi temi rimane alta, e arriva fino all’ 83 per cento;
per i professori è ancora faticoso integrare le nuove prassi e procedure con i nuovi strumenti, anche perché l’utilizzo delle tecnologie in classe non è ancora totalmente integrato nella didattica e le strumentazioni informatiche vengono utilizzate solo occasionalmente;
nel 92 per cento dei casi gli insegnanti credono che i ragazzi abbiano bisogno di una formazione specifica sull’uso di Internet, dei social network, dei sistemi di messaggistica istantanea, e che debbano appoggiarsi a un adulto (nel 67 per casi). Tuttavia, non sembrerebbero essere i genitori questa guida: nell’80 per cento, gli insegnanti non li percepiscono presenti nella vita online dei figli e della scuola;
tra le proposte: continuare con la formazione, iniziare sin dalle scuole primarie un percorso di educazione sulla sicurezza online, coinvolgere i genitori in modo che parta anche da loro la richiesta di dialogo su questi temi, creare un’alleanza a quattro tra studenti, famiglie, docenti e tecnologie.
«Lo studio – spiega Davide Diamantini, docente di Sociologia dell’innovazione nel Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa” e coordinatore della ricerca – ha voluto investigare le problematiche legate all’introduzione delle ICT nella scuola italiana attraverso lo sguardo dei professori. Sono infatti loro i soggetti in prima linea da cui trarre la fotografia realistica della situazione attuale, interpellati ora per la prima volta dal mondo della ricerca. I dati riportati fanno riferimento alla percezione degli insegnanti e ai casi da essi riportati o di cui sono stati informati, ma si può supporre che le situazioni problematiche legate all’uso dell’ICT siano anche più diffuse, in quanto spesso non riferite o rese pubbliche dagli studenti».

Durante il convegno, è stato presentato un progetto pilota avviato lo scorso settembre in tutte le 17 scuole primarie e secondarie di primo grado di Cinisello Balsamo e tutt’ora in corso, che coinvolge 4.600 studenti e 218 classi, ognuna dotata di una rete wi-fi e di videoproiettore, collegati con il tablet fornito agli insegnanti, per un investimento totale di circa 600 mila euro nell’arco di un triennio da parte dell’amministrazione comunale. L’Università di Milano-Bicocca cura il percorso di formazione di oltre 500 docenti.

Per maggiori informazioni
Ufficio Stampa Università di Milano-Bicocca
ufficio.stampa@unimib.it

Don’t panic. Preparandosi a un convegno sui modelli familiari vale la pena di guardare questo video

Devo preparare un contributo di venti minuti sui modelli familiari emergenti. Già. A quanto pare, all’incrocio tra un passato di storico della famiglia e un presente di giornalista dell’innovazione si può trovare anche un compito tanto arduo.

È chiaro che l’evoluzione demografica mondiale è definita dalla trasformazione dei modelli di famiglia e che quelli che stiamo sperimentando oggi generano la demografia del prossimo secolo. Siamo arrivati al picco-bambini (gli umani tra 0-15 anni sono due miliardi da dieci anni e non crescono più). Ma le piattaforme che servono la relazione tra le persone hanno forse una conseguenza su questi modelli? Se sì, influenzerebbero le dinamiche più profonde e di lunga durata dell’evoluzione umana.

Hans Rosling intanto spiega la situazione globale così (da non perdere):

Il Parlamento europeo approva la linea Kroes

Il Parlamento europeo segue la linea Kroes. Il programma Connected Europe va avanti.

Antonello Giacomelli, Agcom.. e la Camera

Antonello Giacomelli ha fatto annunciare oggi alla Camera di essere pronto a ricevere alcune nuove deleghe per la digitalizzazione del paese. Il viceministro si occupa di telecomunicazioni nel ruolo che era di Catricalà e vedremo se ne seguirà le orme.

Di certo ha fatto sapere di essere d’accordo con il nuovo controverso regolamento Agcom sul diritto d’autore. Il contesto era quello di una discussione su questa materia. E molti interventi si sono dimostrati critici.

In attesa del TAR del Lazio, dell’Europa e delle prime mosse dell’Agcom, oggi comunque il regolamento è entrato in vigore. Non avrà vita facilissima, probabilmente.

Remo Lucchi a Cesena, per l’economia della felicità

Remo Lucchi, uno dei fondatori di Eurisko, è stato a Cesena per il Web economy festival. Appunti

Il quadro interpretativo dei valori italiani è rivoluzionario.

Negli ultimi 15 anni la capacità critica della popolazione si è impennata:
prima c’erano le masse ora ci sono le persone; che pretendono dalle istituzioni un certo insieme di risultati. Non se ne sono accorti in molti, con risultati disastrosi.

Forse tutto riparte dal famoso discorso del 1968 di Robert Kennedy sul Pil che non tiene conto di quello per cui la vita vale la pena di essere vissuta.

Dopo la caduta del muro di berlino, è esploso un grande cambiamento, con lo sviluppo della Cina e la concentrazione ipertrofica sugli obiettivi di breve periodo, gli incentivi ai manager per l’ottenimento di utili a breve periodo, quindi la riduzione degli investimenti: ne sono usciti meno crescita reale, utili massimi, meno costi, meno consumi, meno utili, ulteriore abbassamento dei costi e così via.

Al momento i governanti non rispondono bene e le aziende muoiono.

Il 70% degli italiani pensa che il futuro preoccupante. Più del doppio rispetto a dieci anni fa.

L’Italia pensa che il futuro sia negativo e il dato è peggiore rispetto al resto del mondo.

Ma in che senso pensano questo? Che cosa vorrebbero per giudicare il futuro migliore? I dati dimostrano che non cercano un miglioramento quantitativo dei consumi. Il modo di pensare è cambiato. Gli italiani vogliono una crescita qualitativa.

La quota di italiani che ha fatto la scuola superiore passa dal 22% nel 2000 al 44% oggi e tende all’80% per il 2020.

La gente capisce che i leader non conducono l’Italia nella direzione voluta. La cultura accentua senso critico, partecipazione, crea relazioni.
L’ignoranza è un muro che non mi fa vedere gli altri, la cultura fa valere gli altri e il rispetto degli altri e la sostenibilità della vita degli altri che arriveranno nel futuro.

Il web aiuta se c’è un progetto. Che tipo di progetto? Un progetto coerente con la nuova visione del mondo: “io sono io e non sono definito dall’avere” (una definiszione in base all’avere del resto conduce a obiettivi irrealizzabili, perché l’obiettivo di avere genera una insoddisfazione infinita).

Si passa da un’economia dell’avere a un’economia dell’essere. Io consumo il senso delle cose (non le cose): cerco i significati.

Oggi tutti consumi scendono salvo “salute e benessere” ma che cosa intendono gli italiani quando dicono di consumare per salute e benessere? Cercano sostenibilità economica, sostenibilità culturale (diversità), sostenibilità ambientale e sociale.

Voglio vantaggi pet la mia persona:
salute e personalità (corpo e cervello)
sicurezza e risparmio
relazioni amicizia alleanze
condivisione
natura e tempo libero e rilassato

Cerco logiche di un’esistenza sensata!

L’Italia senza progetto non esiste più. Eppure siamo forti in cinque sistemi di grande valore:
alimentazione
abbigliamento
arredamento
arte
ambiente

Oggi vince l’azienda che da al cliente più di quello che si aspetta. La fiducia è atto d’amore. Il punto di partenza non è essere un’azienda amata, ma un’azienda che ama i clienti e allora sarà amata.

Vedi anche:

Economia della felicità

Appunti: Economia della felicità e web

Digital october

L’”acceleratore” nella zona gentrificata verso la punta dell’isola di Mosca si chiama Digital October, è raccontato da uno dei manager che dice di aver lavorato con Buongiorno-Vitaminic. Gianluca Dettori, qui anche lui, alza la mano.. E dopo aver spiegato chi è, il fondatore di Vitaminic commenta: “small world”..

Note: fanno soprattutto mentorship e animazione educativa o networking; non entrano nel capitale delle startup. “Il mercato delle exit dalle startup si è un po’ arenato ultimamente”.

“Digital october crescerà soprattutto nell’educazione”.

I rapporti con le autorità pubbliche di questo “acceleratore” privato? “Credo ci siano forti similarità con l’Italia”. Non sembra una buona notizia..

Altri appunti. L’acceleratore-incubatore è vicino e si chiama Moscow Innovation Development Centre. Fondato dal sindaco. 40 aziende. Partnership con centri innovazione in Russia. Altri programmi per promozione, educazione, fab-lab e così via. Una search di innovazioni per la città. Call for projects. Aperto solo per aziende basate a Mosca. Non si paga l’affitto. Rapporti con grandi corporations? Rusnano per esempio cerca di sviluppare investimenti nelle nanotecnologie. Ma non è frequente.

Esempi di startup? Eduson.tv: corsi online con interactive video con le spiegazioni con domande e risposte cliccabili per fare esercizio e avere feedback. E poi una startup su realtà aumentata per commercio, un’altra su logistica, una su prozione pubblicitaria, e ancora su targeting advertising (su dati acquisiti “in gran parte” legalmente) attraverso il real time bidding. E Car-fin per operazioni finanziarie su acquisto auto. E GoBe nata con crowdfunding Indigogo per calcolare calorie mangiate e consumate in base allo zucchero nel sangue basato su ritmo del cuore e accelerometro con un braccialetto 80% di accuratezza prodotto in Cina e disegnato in Italia.

Referendum qui e là..

In Scozia il referendum per la seccessione è preparato con anni di anticipo. In Crimea è accaduto in un lampo. Il popolo della Crimea ha deciso di entrare in un sistema politico nel quale un referendum non sarebbe consentito. E nel quale la critica del regime a mezzo di stampa è considerata dalla legge un crimine.

Business is business

The Moscow Times, edizione online, riporta dell’attacco denial of service contro i siti Nato che criticano le operazioni russe in Crimea. Nell’edizione cartacea riporta il blocco – deciso dall’autorità federale russa che si occupa dei media – di molti giornali online di opposizione.

Oggi comunque comincia il Global Entrepreurship Congress a Mosca. Business is business.

Metafore del nuovo colonialismo

La Fondazione Feltrinelli si occupa di land grabbing nel quadro delle ricerche guidate da Salvatore Veca e con il suopporto specifico di Giorgia Giovannetti che insegna alla European University Institute e l’Università di Firenze. L’acquisizione di terra da parte di compagnie e stati stranieri nei paesi in via di sviluppo per lo sfruttamento delle risorse naturali viene vista come una sorta di nuovo colonialismo. Certo, in cambio arrivano soldi, per i potenti locali almeno. Ma la faccenda è enorme. E clamorosamente sotto raccontata.

Seguendo questa metafora, viene da pensare che una forma analoga di colonialismo per l’economia della conoscenza, cioè nei confronti di paesi sviluppati, potrebbe essere vista nell’acquisizione di quote di mercato tradizionale da parte delle compagnie che fanno da piattaforma per il commercio elettronico, nel turismo o nell’artigianato, con le quali prendono il 30% del valore. In cambio di una modernizzazione del sistema.

Il conialismo non è solo sfruttamento e cessione si sovranità ma anche costruzione imperiale di infrastrutture e talvolta progresso, come sanno gli indiani che usano ancora il treno inglese.

Eppure a un certo punto della storia, ogni colonialismo viene rigettato. E sappiamo che è giusto.

Le metafore raggiungono sempre un loro limite. Oltre il quale non tengono. Per ora non ci sono segnali di rigetto conteo questo nuovo conialismo. Vedremo.

Agcom studia internet

Agcom pubblica un vasto studio su internet per comprendere il mercato della pubblicità online. Parla molto di più dell’insieme di internet che della pubblicità. Tenta una tipologizzazione dei segmenti dei mercati internettiani con molti numeri e un tentativo di razionalizzazione. Non stupisce nell’insieme. Ma la notizia positiva è che Agcom studia con impostazione più consapevole della complessità della rete e dei soggetti che vi operano. È un inizio. L’Agcom deve essere un interlocutore consapevole per il mercato, superando la sua origine legata al mondo della televisione e delle telecomunicazioni. Per tutti può servire una survey che riassume molti dei temi economici della rete. Dovremo vedere più lavoro sull’interazione tra i diversi media e internet che non è soltanto uno di essi ma è anche una struttura che li sfida e innova tutti. Imho.

WhatsFaceappBook

Facebook compra Whatsapp. Meglio segnarsi l’evento

Facebook today announced that it has reached a definitive agreement to acquire WhatsApp, a rapidly growing cross-platform mobile messaging company, for a total of approximately $16 billion, including $4 billion in cash and approximately $12 billion worth of Facebook shares. The agreement also provides for an additional $3 billion in restricted stock units to be granted to WhatsApp’s founders and employees that will vest over four years subsequent to closing.

Commento… RT @jbenton: WhatsApp is worth 19 Instagrams, 76 Washington Posts, or 271 Boston Globes, apparently..

Vedi:
Zuckerberg
Sequoia

Post di servizio. Rapporto Caio completo

Il Rapporto Caio è stato pubblicato in italiano in forma riassunta. Il Rapporto completo è invece in inglese. E si trova qui.

Via JC De Martin vedo che Icann con BCG ha pubblicato uno studio sul rapporto tra connessione e sviluppo:
GREASING THE WHEELS OF THE INTERNET ECONOMY

Riporto qui sotto un commento al Rapporto Caio pubblicato oggi sul Sole:

Il secondo Rapporto sulle telecomunicazioni italiane realizzato con il contributo di Francesco Caio avrà una fortuna migliore del primo? Conteranno i risultati: sarà servito se finalmente avremo un programma di lavoro credibile per portare l’utilizzo della banda di connessione internet a un livello non più arcaico come oggi, ma almeno nella media europea entro il 2020. Ne hanno bisogno le imprese e i cittadini italiani che devono poter contare su un processo di modernizzazione.

Il Rapporto dice che: 1. in fin dei conti, continuando così è improbabile che l’Italia raggiunga tutti gli obiettivi previsti per l’agenda digitale europea; 2. non c’è un piano per sfruttare i fondi strutturali europei da investire per l’agenda digitale e per la banda ultralarga; 3. il governo deve dimostrare visione e leadership oltre a impegnarsi nel monitoraggio della realizzazione (e si direbbe anche l’accelerazione) dei piani di sviluppo dell’infrastruttura di connessione. La questione è che le compagnie di telecomunicazioni investono per servire la crescita della domanda: ma la modernizzazione digitale del paese può avvenire soltando se l’offerta si sviluppa proattivamente, nella convinzione (peraltro ben provata all’estero) che un’offerta elevata di banda larga sviluppa l’economia, alimenta l’innovazione, genera nuovi bisogni e dunque nuova domanda. Per questo, sulla scorta dell’agenda digitale europea, il governo deve prendere l’iniziativa.

Le probabilità di successo del “secondo rapporto Caio” sono migliorate rispetto a qualche anno fa dato che, almeno a quanto pare, il contesto sembra più favorevole: allora l’urgenza di raggiungere obiettivi importanti sull’agenda digitale era meno pressante, il controllo della Telecom Italia non rischiava ancora di passare a una compagnia di telecomunicazioni molto indebitata e il governo sembrava tenere più alla televisione che a internet. Era un clima tanto complicato che il primo Rapporto Caio era uscito su Wikileaks, neanche fosse stato un segreto di stato. Oggi il nuovo Rapporto esce con un presidente del Consiglio che lo sostiene e una Cassa Depositi e Prestiti che, come ha detto il suo presidente Franco Bassanini, l’ha voluto per poter ragionare in modo empiricamente fondato sull’eventualità di intervento pubblico nell’infrastruttura di accesso alla rete.

Ciò non significa che le raccomandazioni del Rapporto saranno davvero messe in pratica. Gli avversari non mancheranno. Il rapporto dà conto di qualche ragione di ottimismo sugli investimenti delle compagnie. Ma le telco seguono i loro tempi. La modernizzazione per via digitale, invece, non aspetta la domanda: la guida, la anticipa, la stimola. Per rendere più efficiente la pubblica amministrazione, favorire le imprese produttive e consentire agli italiani di usare di più la televisione via internet e meno quella via etere. Del resto, il rapporto non nasconde come sia possibile rendere più razionale il passaggio di alcune frequenze al servizio delle telecomunicazioni mobili. Ce n’è abbastanza per pensare che anche oggi, le forze coalizzate contro la crescita dell’infrastruttura digitale si faranno valere.

Se il processo deve accelerare e questo per qualche motivo non avviene, qualcuno deve intervenire. Chi esattamente? Che cosa succede se il monitoraggio dà esito negativo? A queste domande non risponde il Rapporto. Deve rispondere il paese. E chi lo guida.

La nuova storia del content marketing

I brand hanno pensato di elaborare una nuova forma di marketing dedicandosi a finanziare e diffondere contenuti, storytelling, punti di vista, fatti, visioni. Come se fossero editori. Ne avevano l’opportunità, grazie alla rete. L’hanno colta.

Ora però di questi contenuti ce ne sono troppi. Un’inchiesta del Guardian ne dà conto. Si dice che i consumatori sono bombardati da 5000 messaggi di brand al giorno. Troppi per essere efficaci. I brand scoprono quello che gli editori hanno scoperto molto tempo fa: un’estrema minoranza dei contenuti ce la fa. Pareto docet. Per alzare le probabilità si devono aggregare i singoli contenuti in frame, contenitori, luoghi del senso. Per questo gli editori hanno ancora qualche chance. Vedremo se sapranno coglierla. Elaborando nuovi modi per fare partnership con i brand.

Progettando l’istruzione informale

Ci sono materie che non si insegnano in modo formale. Che si imparano vedendo i maestri al lavoro. Che si assorbono facendo esperienza. Per queste materie non ci sono scuole. Ma per alcune di esse dobbiamo fare qualcosa. Il gusto, il senso civico, l’imprenditorialità sono esempi di queste materie. Possiamo disegnare percorsi di apprendimento pensati per queste materie per ricucire un’evoluzione culturale che per alcuni aspetti si è interrotta con l’interruzione di alcune relazioni tradizionali e che vanno riattivate con la consapevolezza della condizione contemporanea. Chissà se i commentatori hanno esempi da segnalare… sarebbero i benvenuti.

Allarme netneutrality

La netneutrality è il cuore generativo di internet. Una decisione della magistratura americana la mette in grave pericolo. Facciamo il possibile per proteggere la rete da chi la vuole snaturare.

Petizione
Quintarelli

(Mi scuso per la fretta. Domani ci torniamo)