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Prossimi incontri. Alberto Sangiovanni Vincentelli. Mancati incontri. Il sottosegretario allo sviluppo digitale

Alberto Sangiovanni Vincentelli, professore a Berkeley, parla oggi a Padova, nell’ambito di Segnavie, la serie di incontri organizzati dalla Fondazione Cariparo. E parla di senso del rischio, dell’imprenditorialità, delle infrastrutture che servono a dare forza a un ecosistema dell’innovazione. La distanza che separa l’Italia dalla California. Nella speranza che si spinga a raccontare anche come e se è interpretare in modo originale le opportunità offerte dall’innovazione, anche se non si è basati a San Francisco (CorriereInnovazione).

Intanto, Riccardo Donadon manifesta una critica forte contro i ritardi nell’applicazione del decreto crescita per quanto riguarda le starup e la semplificazione delle condizioni per l’avvio di iniziative imprenditoriali innovative (CorriereInnovazione).

In effetti, la politica necessaria a sviluppare il potenziale di crescita legato all’innovazione e alle startup sembra sia stato messo in secondo piano nei primi giorni di questo nuovo governo. Come negare che manca una figura di riferimento per tenere alta l’attenzione e l’azione intorno ai temi dell’agenda digitale, dell’infrastrutturazione digitale, della modernizzazione della pubblica amministrazione, della facilitazione alla nascita di nuove imprese innovative… Non è mai troppo tardi, certo. Nella speranza che alla nuova compagine governativa manchi solo un po’ di attenzione: sarebbe grave, visto che si tratta di uno degli argomenti sui quali si può costruire di più e con risultati probabilmente più veloci da raggiungere; ma sarebbe rimediabile presto, almeno scegliendo un responsabile del coordinamento delle politiche in materia.

La più grande startup del pianeta è cresciuta

Steve Jobs diceva che la Apple è organizzata come una startup. «Siamo la più grande startup del pianeta» dice circa dopo un’ora nell’intervista riportata qui sotto. A quel punto Steve parla di management. Spiega che Apple non può abbandonare i suoi valori fondamentali, anche se è diventata grossa. Il focus è e resta quello di fare i migliori prodotti possibili.

Ovviamente, viene voglia di risentire questa intervista in un momento in cui l’innovatività della Apple è messa in discussione: sarebbe ingiusto dire che non è più innovativa, ma forse è il momento di ricaricare l’energia innovativa.

L’intervista è da sentire anche per gli editori e soprattutto i giornalisti che vogliono essere incoraggiati a cercare di creare prodotti che la gente sia disposta a pagare. Nel mondo di Jobs il mercato è semplice: fai il miglior prodotto possibile e poi la gente vota comprandolo o non comprandolo. Ed è così che c’è un motivo per andare a lavorare il giorno dopo. È talmente dura che solo se si ama quello che si fa si riesce a perseverare nell’innovazione per arrivare a realizzare il miglior prodotto possibile: lo diceva in un’intervista precedente, quella che ha fatto insieme a Bill Gates. Da non perdere…

Già che ci siamo si può rivedere anche l’intervista perduta…

Qui si può vedere Tim Cook in una situazione simile. Il ceo di Apple dice con sincerità che non si è mai posto il problema di sostituire Steve Jobs. «Io sono me stesso e penso che è questo che devo essere» dice, più o meno.

In questi giorni, mentre le aspettative nei confronti dell’innovatività della Apple sono meno soddisfatte del solito, la compagnia sta facendo operazioni finanziarie. Se ne discute qui.

Ora stavo cercando il video dell’intervento di Jobs con i baffi, all’inizio degli anni Ottanta, in cui dice che il computer è la bicicletta del cervello. E stavo cercando un altro video nel quale a un certo punto dice che le aziende innovative a un certo punto subiscono la tentazione di concentrarsi sul marketing per fare molti soldi con le innovazioni fatte in passato riducendo il focus sulle innovazioni da fare in futuro. In questo modo lentamente cessano di essere innovative e prima o poi vanno in crisi. Se qualcuno le incrocia e le segnala nei commenti sarà benvenuto.

ah ecco il video del 1980:

Per Stefano Rodotà presidente

Stefano Rodotà è tra i candidati alla presidenza della Repubblica. Citato da diverse parti per la sua competenza e per la sua storia, per la sensibilità al tema dei diritti umani e per la consapevolezza sulle opportunita che la rete offre alla crescita della democrazia, per la sua saggezza costituzionale e per la sua esperienza internazionale, per l’originalità del suo pensiero e per la meravigliosa qualità di oratore.

Ma per chi ha avuto la gioia di conoscerlo è un piacere sottolineare soprattutto il valore della sua profonda umanità.

È probabilmente per questo che, nonostante la presenza di diversi autorevolissimi candidati, è proprio per Rodotà che un centinaio di persone, che nell’insieme non appaiono schierate con qualche specifico partito ma che dimostrano da tempo la loro partecipazione civica, hanno voluto scrivere una lettera di sostegno.

Appello per Stefano Rodotà presidente della Repubblica

Il ruolo del Presidente della Repubblica è una fondamentale garanzia costituzionale e, proprio in quanto tale, è sempre più importante in un contesto politico incerto.

Questa fase storica è, per la nostra Repubblica, particolarmente complessa, perché il paese attraversa una trasformazione importantissima, densa di difficoltà e di opportunità. A deciderne la direzione saranno le scelte che verranno operate nei prossimi mesi e il prossimo Presidente della Repubblica avrà in questo un’importanza determinante.

Gli italiani si chiedono chi potrà svolgere con adeguata sensibilità questa importante funzione.

Tra i molti candidati citati in questi giorni, noi cittadini del mondo delle professioni, della cultura, dell’associazionismo, dei movimenti, uomini e donne di diversa fede politica, sosteniamo Stefano Rodotà.

Da sempre attento al tema dei diritti della persona e della responsabilità, conosce a fondo il senso politico e sociale delle nuove tecnologie, riflette da tempo sulle loro conseguenze nel campo dei diritti e interpreta le opportunità che offrono per un rinnovamento e uno sviluppo della democrazia. Ma non solo.

In perfetta coerenza con tutto questo, negli ultimi anni si è preoccupato di sottolineare un tema essenziale: quello della giustizia sociale e della gestione pubblica dei beni comuni. Rodotà dimostra una straordinaria consapevolezza intorno al fatto che in un momento di gravissima crisi diventano prioritari i diritti alla sopravvivenza. Per questo ha insistito sulla istituzione di un reddito di cittadinanza per tutti.

Rodotà è un laico che rispetta ogni confessione religiosa. Sempre attento alla differenza del pensiero femminile e ai contributi da esso generati, è uomo del dialogo che rifiuta la violenza come strumento per la risoluzione delle controversie.

Noi riteniamo che Stefano Rodotà incarni fedelmente i valori della nostra carta fondamentale.

E il nostro paese ha bisogno di una persona come lui, indipendente, di grande saggezza ed esperienza e con una visione moderna dei problemi, che sia garante della Costituzione italiana ed europea.

Se come supremo garante del nostro assetto costituzionale avremo una figura adeguata ai tempi, gli italiani potranno avere maggior fiducia nel sistema, sapranno che le pulsioni autoritarie potranno essere fermate, la logica dell’”uomo solo al comando” potrà essere vinta.

Vi chiediamo quindi di sottoscrivere questo appello per raccogliere il più ampio consenso intorno a alla candidatura di Stefano Rodotà alla Presidenza della Repubblica e di sollecitare i membri del Parlamento di tenere in conto la voce delle cittadine e dei cittadini italiani.

Grazie

Roma, 15 aprile 2013

Seguono le firme dei 101 promotori dell’appello

Laura Abba
Giovanni Boccia Artieri
Raffaele Barberio
Sofia Basso
Gabriel Benigni
Sara Bentivegna
Marco Berlinguer
Mariella Berra
Vittorio Bertola
Stefano Maria Bianchi
Carlo Blengino
Stefano Bocconetti
Raffaela Bolini
Giuseppe Bronzini
Massimo Brutti
Rosangela Caberletti
Luciano Canfora
Andrea Capocci
Mauro Capocci
Luciana Castellina
Giuseppe Corasaniti
Stefano Corradino
Robert Castrucci
Vanni Codeluppi
Fiorello Cortiana
Stefano Cristante
Umberto Croppi
Domenico D’Amati
Nicola D’Angelo
Fiorella De Cindio
Giulio De Petra
Tana De Zulueta
Juan Carlos De Martin
Santo Della Volpe
Ettore Di Cesare
Arturo Di Corinto
Vittorio Emiliani
Massimo Esposti
Antonello Falomi
Tommaso Fattori
Marisa Fiumana
Carlo Formenti
Francesca Fornario
Anna Carola Freschi
Tommaso Fulfaro
Domenico Gallo
Filippo Giannuzzi
Alessandro Gilioli
Giuliano Girlando
Alex Giordano
Beppe Giulietti
Sandro Gobetti
Leda Guidi
Nello Iacono
Antonello Impagliazzo
Raniero La Valle
Riccardo Luna
Betto Liberati
Fiorella Mannoia
Gianfranco Mascia
Flavia Marzano
Loris Mazzetti
Enrico Menduni
Angelo Raffaele Meo
Claudio Messora
Fulvio Molena
Fausto Napolitano
Maso Notarianni
Ugo Onelli
Federico Orlando
Gianni Orlandi
Ottavia Piccolo
Marco Quaranta
Mauro Paissan
Flavia Perina
Antonio Pizzinato
Luca Poma
Giovanni Razza
Marco Ricolfi
Anthony Rimoli
Carla Ronga
Giulia Rodano
Claudio Rossoni
Ernesto Maria Ruffini
Laura Sartori
Fulvio Sarzana
Marcella Secli
Giovanna Sissa
Guido Scorza
Luca Telese
Tommaso Tozzi
Carlo Testini
Nicola Tranfaglia
Luca Tremolada
Marco Trotta
Stefano Trumpy
Francesco Tupone
Luigi Vernieri
Vincenzo Vita
Carlo Von Loesch
Felice Zingarelli

Jack Dorsey a 60 minutes. Come un simpatico introverso può riuscire a farsi conoscere

Jack Dorsey si lascia intervistare da Lara Logan di 60 minutes. Jack Dorsey appare schivo e riservato, ben poco propenso ad imporre aggressivamente il suo punto di vista. Piuttosto preferisce fare. E in effetti ha fatto. Già programmatore, è diventato imprenditore contribuendo a progettare e in parte scrivere il primo codice che è servito a costruire Twitter, usato nel 2012 da mezzo miliardo di persone per scambiarsi messaggi di 140 caratteri: circa 340 milioni di messaggi al giorno.

Il programma è bello. Ritrova una persona solitaria che ama sognare, pensare, immaginare. Sembra volersi aprire un po’ di più del solito e, passeggiando con l’intervistatrice, osserva il movimento della gente a New York e se ne esce con un pensiero che probabilmente ha coltivato nelle sue solitarie contemplazioni: «È meraviglioso come tutte queste persone si muovano in modo coordinato». Da bambino gli piacevano i treni e le mappe. Ascoltava i messaggi brevi dei servizi di emergenza della sua città, St Louis. Sembra nato per fare quello che fa.

Philippe Kourilsky. Il tempo dell’altruismo

Philippe Kourilsky scrive Il tempo dell’altruismo, dopo il fortunato Manifesto dell’altruismo (entrambi editi da Codice, 2012 e 2013). L’immunologo e genetista francese sta progressivamente esportando il metodo di lavoro tipico della sua materia verso temi sociali. La contaminazione, la viralità, la connessione, sono temi che valorizzano la sua esperienza nell’immunologia. La pubblicazione dei risultati, il confronto empirico delle idee con la verifica dei fatti, la comparazione delle esperienze, sono elementi metodologici che valorizzano la sua esperienza dell’epistemologia scientifica. L’applicazione di queste questioni alla lotta alla povertà lo ha condotto a fondare Facts Report. L’ispirazione scientifica per migliorare le azioni umane. Il libro dimostra come la dimensione individuale e quella sociale non siano separate: siamo contemporaneamente soggetti e reti di persone. L’altruismo è parte integrante di ogni comprensione che possiamo sviluppare della condizione umana.

Il discorso sul metodo è sempre più centrale nella relazione tra visione, verifica, trasmissione. Le piattaforme per lo scambio di informazioni hanno bisogno di questa riflessione. Verso la fondazione di media civici adatti alla nostra epoca.

Una lezione di Ezio Manzini

Ezio Manzini ha pensieri importanti e un modo molto interessante per offrirli. Manzini fa ricerca da 30 anni sul design dell’innovazione sociale. Cerca di contribuire alla costruzione di una società sostenibile. Parte da una visione della next-economy e arriva alla progettazione. Un’idea del suo modo di raccontare è nella proposta delle sue quattro parole chiave per definire tutto ciò che sarà sostenibile: piccolo, locale, aperto, connesso. A un certo punto dice che forse una volta era facile capire la coppia “piccolo e locale”, come oggi è facilissimo capire la coppia “aperto e connesso”. Ma il bello arriva quando si considerano le coppie “piccolo e connesso” e “locale e aperto”. La suggestiva lezione è stata tenuta a Savannah, in Georgia, nel 2010 e si rivede volentieri proprio per il modo che Manzini ha di argomentare. Qui un’intervista con Manzini su Shareable.

Aaron Swartz

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Remember Aaron Swartz

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Ungaretti: nostalgia di un visionario. La civiltà dell’elettronica, dal 1953 al futuro

Giuseppe Ungaretti, stimolato da Leonardo Sinisgalli, scrive nel 1953, nel primo numero de La Civiltà delle macchine:

Caro Sinisgalli, mi chiedi quali riflessioni mi vengono suggerite dal progresso moderno, irrefrenabile, della macchina. (…). Ho detto una volta e già sono passati molti anni, che ritenevo la civiltà meccanica come la maggiore impresa sorta dalla memoria, e come essa fosse insieme impresa in antinomia con la memoria.

La macchina richiamava la mia attenzione perché racchiude in sé un ritmo (…). La macchina è il risultato di una catena millenaria di sforzi coordinati. Non è materia caotica. (…). Le calcolatrici elettroniche riescono a risolvere come niente equazioni che richiederebbero, se quei conteggi avesse da farli direttamente il matematico, anni e anni di lavoro, e forse gli anni non basterebbero; ma il prodigio non è qui: il prodigio metrico non è tanto nei prodotti di calcolo di quella macchina quanto nella macchina stessa: nei suoi congegni, nelle funzioni che, dai rapporti che tra di essi istantaneamente s’istituiscono, derivano, possono senza fine derivare. In quel prodigio di metrica noi possiamo ammirare il conseguimento di una forma articolata che, per raggiungere la sua perfetta precisione di forma, dovette richiedere ai suoi ideatori e ai suoi costruttori un’emozione non dissimile da quella, anzi identica a quella, cui il piacere estetico dà vita.

Ungaretti insegue quell’emozione, la sente e la comprende, ma ne trova un’altra:

Vi è una forza, che è della macchina, che si moltiplica dalla macchina generatrice inesauribile di macchine sempre più poderose, che ci rende sempre più inermi davanti alla sua cecità, alla sua metrica che si fa cieca per l’uomo, che perde ogni memoria per l’uomo smemorando essa l’uomo.

Era stato vicino al Futurismo, Ungaretti, ed era andato oltre. Le intuizioni della grande ricerca sembrano capaci di andare a sincronizzare il pensiero con la lunga durata. E infatti ancora i pensieri di Ungaretti riemergono, per esempio, nelle parole di Nicholas Carr. Ma Ungaretti precede e va molto oltre il polemista americano. E rivolgendosi ancora a Sinisgalli, scrive:

Tu sai dell’acceleramento portato alla storia dalla macchina, e della precarietà che ne viene agli istituti sociali, e del linguaggio che non sa più come fare per avere qualche durata da portersi volgere indietro e in qualche modo verificarsi lungo una qualche prospettiva. Quale sforzo dovrà sempre più fare l’uomo per non essere senza amore, senza dolore, senza tolleranza, senza pietà, senza ironia, senza fantasia; ma crudele, con il passato crollato, insensibilmente crudele come la macchina? Quale forzo dovrà sempre più fare per ridare valore sacro alla morte?

Perché la macchina supera la fantasia:

Il volo, l’apparizione delle cose assenti, la parola udita nel medesimo suono casuale di chi l’ha profferita senza ostacoli di distanza di tempo e di luogo, gli abissi marini percorsi, il sasso che racchiude tanta forza da mandare in fumo in un baleno un continente, tutte le favolose meraviglie da Mille e una notte, e molte altre, si sono avverate, la macchina le avvera. Hanno cessato d’essere slanci nell’impossibile della fantasia e del sentimento, sogni , simboli della sconfinata libertà della poesia. Sono divenuti effetti di strumenti foggiati dall’uomo. Come l’uomo potrà risentirsi con essi strumenti grande, traendo forza solo dalla sua debole carne?

Come potrà l’umanità essere grande di fronte alla sua stessa opera?

Forza morale!

La rivista che inizia con questo numero le sue pubblicazioni, e che tu dirigi, si propone di richiamare l’attenzione dei lettori anche sulle facoltà strabilianti d’innovamento estetico della macchina. Vorrei anche che essa richiamasse l’attenzione su un altro ordine di problemi: i problemi legati all’aspirazione umana di giustizia e di libertà. Come farà l’uomo per non essere disumanizzato dalla macchina, per dominarla, per renderla moralmente arma di progresso?

ps. “La civiltà delle macchine” è stata una rivista straordinaria, realizzata da Sinisgalli tra il 1953 e il 1958. Cinque anni durante i quali l’Italia volava verso l’industrializzazione, concentrava i suoi talenti e inventava macchine e prodotti di importanza globale. E, come dimostra “La civiltà delle macchine”, cercava anche di comprendere ciò che le stava accadendo, ricorrendo alla ricerca insieme artistica e scientifica. Credo che questo “insieme” sia la cifra della missione nella ricerca dei popoli come quelli che abitano l’Italia e molta parte dell’Europa. Quando la perdiamo, perdiamo ispirazione. E non comprendendo, usciamo dalla parte attiva della storia, finendo per subirla.

Bill Fontana ascolta il suono dei protoni

L’artista del suono Bill Fontana (nella foto) ha accettato di passare un po’ di tempo al Cern per imparare, partecipando a un programma organizzato insieme ad Ars Electronica. La sua arte è basata sul suono. E si possono vedere-ascoltare alcune opere sul suo sito. La collisione tra scienza e arte è uno dei modi con i quali la nostra cultura sta tentando di digerire l’enorme accelerazione della conoscenza e delle sue conseguenze evolutive.

Telmo Pievani parla della Vita Inaspettata (video originale)

L’evoluzione della vita, l’apparizione dell’homo, le varie specie di esseri umani che hanno convissuto, hanno popolato la terra, mescolandosi, emigrando, inventando soluzioni inaspettate per modificare a loro vantaggio l’ecosistema.

Nessuna eccezione rende gli umani in alcun modo una “specie speciale”, ultimo e terminale anello di una catena finalistica. Il motore dell’evoluzione non è il caso e neppure il disegno intelligente. Ma la contingenza storica. Concetto da comprendere a fondo.

Telmo Pievani è uno straordinario ricercatore, filosofo della scienza, maestro di umiltà e coraggio intellettuale. Porge i risultati delle sue esplorazioni con la gentilezza di chi le condivide e certo non le impone. Anche perché le sue scoperte, per certe sensibilità, scottano. In questo video parla della sua proposta interpretativa. Che sintetizziamo nella nozione di “contingenza”.

Nel frattempo c’è un nuovo libro di Telmo Pievani: La fine del mondo, Il Mulino 2012.

(Scommetto che la qualità di questi video si può migliorare…)

Imagine 72

Oggi John Lennon compirebbe 72 anni. Era solo per ricordarlo.

Perché non è come se fosse qui. Ma un po’ sì.

ps. A proposito di leadership e lunga durata.

L’informazione di Luciano Floridi

Luciano Floridi ha scritto “La rivoluzione dell’informazione” un paio d’anni fa per l’Oxford University Press. Ora è arrivata la traduzione italiana di Codice (Wikipedia, Philosophy of information).

Floridi parte dal testo di Claude Shannon che, come inventore del “bit”, è diventato il principale artefice dell’enorme diffusione, trasformazione e ingegnerizzazione della nozione di informazione: Shannon dice che non è possibile avere una definizione di informazione che vada bene in tutti i contesti. E subito dopo Floridi passa a Warren Weaver che osserva come l’argomento dell’informazione riguardi almeno tre temi: gestione tecnica, semantica e effettività sul comportamento umano. In effetti, la questione è ormai indecifrabile se non la si approccia in modo consapevole della teoria della complessità. E in effetti Floridi si risolve a proporre una mappa per fissare la famiglia di concetti di informazione.

Chi abbia a cuore la convergenza della ricerca tecno-scientifica con quella umanistica dovrebbe studiare il libro di Floridi. Consente di proseguire nella ricerca con maggiore energia.

I sette minuti e mezzo
di Jane McGonigal

Ok. Jane McGonigal, game designer, ha cominciato il suo discorso stamattina a TED. Ma mentre parlava, circa sette minuti dopo l’inzio, è saltata la luce. Era l’ultimo discorso della mattinata. Quindi, McGonigal ha finito il discorso prima della prima sessione del pomeriggio. Senonché si è scoperto che la prima parte non si era registrata. Quindi alla fine dell’ultima sessione ha dovuto ripetere la prima parte. Il tutto per registrare il video: che è il vero moltiplicatore della notorietà di coloro che intervengono a TED. E ricominciando ha ripetuto anche un dato che era sfuggito. «Mi dò una missione per questo intervento. Voglio aumentare la durata della vita di tutti quelli che l’ascoltano di 7 minuti e mezzo»… Sette minuti. Sembra proprio un gioco.

A proposito. La vita si allunga se si gioca di più, secondo Jane, se cioè si cerca di essere felici.

Deyan Sudjic. E si scopre sa il design cita l’Italia. Non dovrebbe sorprendere

Deyan Sudjic, curatore e direttore del museo di design di Londra, conosce ovviamente molto bene l’Italia. Incontrandolo a TED si scopre il piacere di essere riconosciuti per qualcosa di diverso dalla crisi, le follie politiche e la pasta. È tempo che ci pensiamo seriamente. Il design non è stato sufficiente all’Olivetti per passare con successo dal mondo meccanico a quello digitale. Ma il ricordo dell’Olivetti è ancora vivo tra coloro che conoscono la storia. Possibile che non si riesca a fare qualcosa di importante a partire da questo fatto?

Sto giusto leggendo il suo libro: The language of things (recensione del Guardian). La strategia della disattenzione portata avanti con la quantità di cose che possediamo e che parlano di una cultura – come minimo – confusa.

Philip Campbell, Nature: le pubblicazioni scientifiche si aprono

Philip Campbell, direttore di Nature, incontrato a TED, osserva il più grande cambiamento editoriale del momento nel mondo della scienza: «Se i fondi pubblici finanziano la scienza, la scienza deve essere accessibile senza costi eccessivi per l’acquisto delle riviste». E, dimostrando molta lungimiranza, Campbell appoggia questo cambiamento. Non solo. La sua rivista rilancia. E avvia un dibattito sull’apertura culturale della scienza, la trasparenza delle regole per chi partecipa agli esperiementi, la qualità della partecipazione della società all’evoluzione della pratica scientifica. Mentre i grandi atenei americani aprono gli insegnamenti alla rete.

È un cambiamento che annuncia una nuova fase della ricerca scientifica. Più partecipata socialmente. Più giusta e aperta. Più creativa. Dopo una fase di chiusura ed esagerato orientamento alla protezione della proprietà intellettuale.

La cultura scientifica
è accessibile. O non è

L’oligopolio delle pubblicazioni scientifiche in effetti sta esagerando. La biblioteca di Harvard si difende e contrattacca. Un memorandum del consiglio degli insegnanti dell’università parla chiaro e forte: «La politica dei grandi editori di riviste scientifiche sta generando una condizione fiscalmente insostenibile e accademicamente restrittiva». I prezzi degli abbonamenti stanno andando alle stelle, con aumenti anche del 145% negli ultimi sei anni e prezzi che ormai raggiungono l’ordine delle decine di migliaia di dollari all’anno. Il presidente del consiglio dice: «La crescita è semplicemente spettacolare e ci sta danneggiando seriamente». Il consiglio suggerisce a tutti i professori e alle associazioni disciplinari di cominciare a lavorare con pubblicazioni aperte per riprendere il controllo della comunicazione accademica che rischia di diventare impossibile. Intanto, all’Mit, un gruppo di 45 ricercatori ha formato l’Open Access Working Group. Negli ultimi 25 anni circa il costo per gli abbonamenti alle riviste scientifiche dell’Institute è cresciuto del 426% nonostante che il numero di riviste acquistate sia stato ridotto del 16 per cento.

Non è soltanto una questione di costi, come dicono a Harvard e all’Mit. È anche – e forse soprattutto – un problema di accesso alla conoscenza. La ricerca si fonda sulla condivisione dei risultati di tutta la comunità scientifica e viene certamente frenata dalle difficoltà di comunicazione. Inoltre, come osservava l’Economist, c’è una profonda irrazionalità in una condizione nella quale una buona parte della spesa in ricerca è pubblica ma i suoi risultati sono privati e inaccessibili se non a prezzi esorbitanti. Col risultato che le biblioteche pubbliche devono svenarsi per comprare conoscenze che sono state generate da soldi pubblici.

Gli editori di pubblicazioni scientifiche godono di una situazione particolarmente privilegiata: non pagano per gli articoli e in generale non pagano per le valutazioni professionali sulla loro dignità di pubblicazione, sono centri di potere crescente visto che la carriera accademica è sempre più legata alle pubblicazioni e alle citazioni nei giornali più importanti e spesso costosi, lavorano in un mercato poco concorrenziale. La Elsevier, uno dei principali editori del settore, ha fatturato nel 2011 oltre 2 miliardi di dollari con un profitto del 37 per cento. La casa editrice ha fatto sapere di non ritenersi coinvolta nella critica mossa da Harvard.

Comunque sia, questa situazione potrebbe essere destinata a cambiare. Proprio a causa del fatto che la pubblicazione, la valutazione e la revisione degli articoli scientifici è realizzata gratuitamente dai ricercatori e serve ad altri ricercatori, si stanno moltiplicando le iniziative che consentono di accedere alle pubblicazioni liberamente online. Intanto, la varietà dei contributi si amplia, con la diffusione di working papers, riassunti per gli studenti, scambi di opinioni e informazioni nei social network anche specializzati: ResearchGate, una rete di scienziati nata in Germania, ha raggiunto il milione e mezzo di iscritti e si sta espandendo proprio sulla base di una sanissima convinzione: è probabile che la conoscenza sia potere ma è inaccettabile che il potere definisca la conoscenza.

ps. parte di questo post era uscito su Nòva alcune settimane fa.