Audience driven journalism… Opportunità e rischi

Nelle redazioni dei giornali online si sta facendo strada una serie di strumenti software per monitorare le reazioni del pubblico ai titoli e alle storie pubblicate. Servono a valutare il successo di ogni singolo elemento informativo del giornale online e puntano a predire il risultato degli articoli e dei titoli che si stanno per pubblicare. Ne parla Poynter in un articolo da leggere.

Il rischio è quello di avere un “effetto Auditel” anche nei giornali online, per il quale si pubblica solo ciò che fa click e non ciò che è importante pubblicare. In passato, la qualità della televisione si è trasformata storicamente in base alla disponibilità di strumenti in grado di valutare le reazioni dell’audience minuto per minuto: e non siamo certi che si sia trasformata in un senso culturalmente costruttivo. Il pragmatico modo di rispondere dei responsabili dei palinsesti, secondo i quali il pubblico decide, non è esatto: il pubblico decide in base a reazioni prevedibili, non razionali, orientate alla soddisfazione di curiosità immediate e non solo in base a valutazioni profonde e consapevoli del valore artistico, informativo o culturale dei programmi. Si dunque può temere che, portando le logiche del monitoraggio immediato alle estreme conseguenze anche nei giornali online, si vada nella direzione di uno scadimento verso “il minimo comun denominatore culturale” anche in questo settore dei media?
Ci sono molti motivi per accreditare questa ipotesi. La frenetica ricerca di una soluzione ai problemi economici dei giornali non aiuta certo a mantenere la calma e a difendere le posizioni più culturalmente avanzate ma meno popolari. E può aprire la strada a soluzioni populiste, demagogiche, orientate al consenso immediato, piuttosto che alla riflessione o alla ricerca. Ma non è tutto qui.
In effetti, il web è troppo grande per poter vivere solo del “minimo comun denominatore”. La quantità del web è sempre stata anche una forma di qualità: allude al fatto che se esiste qualcosa che si può pubblicare, questo qualcosa sarà pubblicato, da qualche parte. E farà concorrenza agli altri. La concentrazione di tutti sui contenuti più banali e immediatamente soddisfacenti può forse bastare ad alcuni contenitori, ma non sarà mai una soluzione per tutti i “prodotti editoriali” sul web. Al confronto, l’offerta di contenuti televisiva è costretta a restare molto limitata: questo tende a portare i palinsesti dei grandi network in una direzione relativamente più convenzionale di quella che si possono permettere i contenitori sul web. Puntare al “minimo comun denominatore culturale” in televisione può anche apparire come una scelta sensata, ma sul web sarebbe alla lunga piuttosto penalizzante.
In realtà, il web accentua l’importanza della forza identitaria dei contenitori. La loro qualità è decisiva per attrarre traffico quanto la curiosità suscitata dai singoli elementi contenutistici. Il singolo articolo e il singolo titolo possono essere studiati analiticamente con gli strumenti statistici più sofisticati. Ma avranno tanto più valore e successo quanto più riusciranno a essere parte di un tutto identitariamente forte. Non tutto il traffico va sulle home page dei giornali online. Ma non tutto il traffico arriva ai singoli articoli da Google News o da Facebook. L’equilibrio indentitario resterà decisivo per i contenitori che abbiano una strategia di sviluppo indipendente dai motori di ricerca e dai social network. Imho.

Comments

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  1. Il fenomeno che evidenzi sul web può non essere del tutto vero.
    Gli editori dei piccoli siti possono rinunciare a pubblicare articoli sugli eventi più importanti perché temono la concorrenza. Chi è più forte, sicuramente trarrà beneficio dal pubblicare le notizie più importanti.
    E’ solo che nei settori più competitivi, ci sono 3-4 operatori forti e centinaia di operatori piccoli, per cui sembra che ci sia molto più materiale di bassa qualità.
    Il punto è che chi scrive materiale di buona qualità, non potrà che trarne giovamento.
    Spero di essere riuscito a non fare troppa confusione in queste poche righe per un argomento che richiederebbe molto più spazio per essere discusso in modo corretto.

  2. Francesco Siliato,

    La quantità chiede i propri privilegi e il denaro glieli procura e assegna per via della comunicazione finalizzata alla promozione di prodotti/servizi e delle pratiche di pianificazione. La questione riguarda la distanza tra quantità e qualità, e qui la faccenda si fa troppo lunga.
    Ho inserito il tuo libro, Cambiare pagina, tra quelli selezionabili nel Corso di Cultura della comunicazione (Poli – Laurea magistrale in Design Orientamento Comunicazione) Tratterò l’argomento del post di oggi, ed altri comuni, ti andrebbe di venire in un lunedì di novembre ad esporre le tue tesi e discuterne in aula?

  3. A mio parere, ha poco senso illudersi che sul Web non vengano replicate le tristi pratiche che gia’ vediamo sui media tradizionali. Se il Corriere della Sera cartaceo dedica abitualmente una mezza pagina al giorno agli ultimi sviluppi del Grande Fratello (o del reality di turno), e’ chiaro che abbiamo gia’ imboccato la china del “minimo comun denominatore culturale”: mettiamo in evidenza le notizie piu’ trash e usiamo il fatto che la gente ci clicca sopra per metterne ancora di piu’. Basta aprire l’homepage di repubblica, corriere, eccetera, per rendersi conto di quale sia la situazione online.
    E’ pur vero che “il web è troppo grande per poter vivere solo del “minimo comun denominatore”", ma non dobbiamo dimenticarci che purtroppo anche il web si sta dirigendo a tutta forza verso una spiccata concentrazione dei contenuti: la maggior parte del traffico web converge su una manciata di siti e content provider. E’ vero che il numero assoluto di “voci” su Internet e’ in costante crescita, ma tutti questi nuovi blog, social network, forum, siti, eccetera, non va che a popolare una gia’ affollata “coda lunga”, che continua a rimanere minoritaria.
    Francamente, non so quali armi abbiamo per contrastare tutto cio’.

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