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E le aziende scoprono che internet impone un cambiamento strategico nel loro dialogo con la società

Questo è un doppio post. Prima riprendo una cosa che si diceva oggi su NòvaEsperienze. Poi ricordo quello che si è detto oggi a #chicreailweb.

Internet non è più soltanto una tecnologia. È ormai parte integrante dell’ambiente.

Gli strumenti di accesso in mobilità, dai tablet agli smartphone, sono talmente pervasivi nei paesi occidentali da dare l’impressione che la rete si sia sciolta nell’ecosistema. Del resto, internet connette ogni giorno qualcosa di più: le automobili alle centrali operative delle assicurazioni, le luci delle case ai centri di coordinamento delle reti elettriche, i sistemi di sorveglianza agli occhi elettronici posti in ogni luogo che ne richieda il servizio, le carte di credito e i pacchi delle merci spedite ai mercati di esportazione. Internet è ovunque, come le informazioni registrate in rete. Le persone connesse in rete sono dotate di una forma di presenza in più. E le possibilità internettiane di espressione, memorizzazione, elaborazione estendono i cervelli individuali suggerendo continuamente nuove scoperte e comportamenti. E le macchine sulle quali questo gigantesco insieme di dati si registra possono disegnare mappe della vita capaci di restituire l’immagine della complessità in movimento ma offrendo gli strumenti per attraversarla con una nuova forma di conoscenza.

Così, la rete diventa anche un ambiente nel quale si sviluppa una radicale, continua riconfigurazione dell’architettura delle organizzazioni.

Continuando così, probabilmente, non si parlerà più di aziende internettiane, perché lo saranno tutte. Anche se il percorso per arrivarci passa per un profondo rinnovamento culturale. Nel quale la connessione sarà una necessità, la piattaforma cloud sarà una risorsa essenziale, l’insieme delle applicazioni attiverà le relazioni tra le organizzazioni, le persone e i loro contesti. In un sistema interoperabile.

In questo senso, non potrà che cambiare drasticamente anche il ruolo di chi offre servizi informatici. E quello di chi in azienda interagisce con i fornitori di tecnologia. Perché le loro interazioni non potranno che riconfigurarsi in relazione all’ambiente modificato da internet. Sta già abbondantemente succedendo, come mostrano le storie raccolte in questo numero di Nòva Esperienze, un piccolo inserto che si concentra sulla verifica sperimentale delle visioni emergenti nell’ecosistema dell’innovazione. I clienti e i vendor di una volta, orientati a costruire “soluzioni” che si limitavano a digitalizzare l’esistente senza prendere atto del futuro e chiudendo le informazioni in silos isolati gli uni dagli altri, sono figure superate, in nome delle nuove partnership tra innovatori.

Per disegnare le nuove aziende occorrono architetti che ne interpretino i connotati identitari e partner che li connettano ai luoghi dell’innovazione. Vince chi è talmente avanti sul piano culturale da condurre l’architettura delle aziende alle sue forme essenziali. Non ovvie. Semplici.

Stamattina, a #chicreailweb (un convegno di Culture e Isimm, si parlava di comunicazione aziendale e dei casi Telecom Italia, Enel, Montecitorio, Rai, Bnl. Piero Gaffuri, amministratore delegato di Rai Net, ha detto che siamo passati dalla logica delle “vetrine” alla logica delle “piattaforme di comunità”. Il mantra del Cluetrain Manifesto, i mercati sono conversazioni, è diventato una sfida consapevole per tutti. L’impressione fortissima è stata che di fronte a questa trasformazione le persone che si occupano di comunicazione aziendale hanno imparato prima di tutto l’umiltà. Se si conversa, del resto, non si può proporre una presenza arrogante agli altri.

Ma non è solo questa la consapevolezza emergente. Le piattaforme si impongono sulla conversazione, perché la loro forma ha conseguenze sulla qualità dei comportamenti delle persone. E la raccolta di dati che consentono di realizzare è un valore in più che nessun mezzo di comunicazione tradizionale consentiva di sviluppare.

Di fronte alle piattaforme, gli esperti di comunicazione si pongono cercando di creare contesti di senso che indirizzino la conversazione. E motivino il dialogo.

Resta il fatto che la nuova organizzazione aziendale che la rete impone, deve connettersi alla nuova comunicazione che la rete suggerisce. La digitalizzazione dell’esistente non ha più senso.

E la comunicazione che avviene attraverso le funzioni consentite dalla piattaforma organizzativa può rivelarsi almeno altrettanto potente della comunicazione che avviene sulle piattaforme dedicate alla conversazione.

E’ un altro motivo per pensare che una tendenza strategica fondamentale sia quella di ripensare le piattaforme, non subirle. Il design dell’azienda è contemporaneamente il design della sua organizzazione e della sua comunicazione, che a quel punto è essenzialmente la dichiarazione della sua identità. La comunicazione è pensata come parte integrante dell’organizzazione. L’azione comunica e la comunicazione efficace agisce. La convergenza tra “fatti” e “parole” è una strategia.

Vedi anche:
Giuseppe Granieri, Come preparare la tua azienda al XXI secolo

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  • A proposito di “una radicale, continua riconfigurazione dell’architettura delle organizzazioni” volevo segnalare un nuovo modello di relazioni lavorative che stiamo mettendo in pratica con una webagency con cui collaboro. Stiamo cercando di tenere unito e coeso un network di professionisti del web e non solo attraverso un meccanismo di gamification del nostro lavoro che porta come obiettivo primario quello di sentirsi parte di un network e di accrescere le proprie competenze attraverso percorso formativi dedicati, anche one to one.

    Dall’altro lato il network di persone contribuisce a favorire lo sviluppo dei progetti (vere e proprie start up piuttosto che di singole attività) di ogni individuo o microgruppo all’interno del network che rimane coeso attraverso il meccanismo di gioco.

    La possibilità di fare affidamento su un network di questo tipo è soprattutto quella di poter collaborare sulla base dei bisogni e degli obietti e non sulla base di stipendi o commesse. Tra l’altro questo modello tiene lontani (almeno per ora sta funzionando) rapporti segnatamente gerarchici tra i singoli nodi del network. E’ un bell’esperimento che si sta consolidando in questi primi mesi di vita. Qui c’è un brevissimo racconto della prima uscita pubblica del network (di persone e di progetti) magari può essere interessante riparlarne http://www.evermind.it/un-network-aperto-e-inclusivo-la-prima-uscita-di-play-evermind/#.UyGHx3lz85w

    Alessio

  • Che fatica, pero….
    Mi chiedo infatti se non siano solo, ancora, operazioni di facciata. In aziende grandi, quali quella in cui lavoro, le piattaforme web sono ancora concepite come funzionali ( alla produttività, al reporting, allo storage) e non conversazionali, collaborative, co-operative. Certo, se intervisti il top management, probabilmente direbbe quello che è stato detto a quel convegno, e magari anche in buona fede, ma in questi si dovrebbero sentire i quadri intermedi.

  • Molto interessante, come tutto il tuo blog, che ho appena scoperto. Mi occupo di Finanza da molto tempo e trovo il tuo punto vista intelligente ed originale. Fabrizio Capanna

  • […] Luca De Biase, “E le aziende scoprono che internet impone un cambiamento strategico nel loro d…: Gli strumenti di accesso in mobilità, dai tablet agli smartphone, sono talmente pervasivi nei paesi occidentali da dare l’impressione che la rete si sia sciolta nell’ecosistema. Del resto, internet connette ogni giorno qualcosa di più: le automobili alle centrali operative delle assicurazioni, le luci delle case ai centri di coordinamento delle reti elettriche, i sistemi di sorveglianza agli occhi elettronici posti in ogni luogo che ne richieda il servizio, le carte di credito e i pacchi delle merci spedite ai mercati di esportazione. Internet è ovunque, come le informazioni registrate in rete. Le persone connesse in rete sono dotate di una forma di presenza in più. E le possibilità internettiane di espressione, memorizzazione, elaborazione estendono i cervelli individuali suggerendo continuamente nuove scoperte e comportamenti. E le macchine sulle quali questo gigantesco insieme di dati si registra possono disegnare mappe della vita capaci di restituire l’immagine della complessità in movimento ma offrendo gli strumenti per attraversarla con una nuova forma di conoscenza. […]

Luca De Biase

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