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Il caso dell’app del Guardian su Facebook. Un successo controproducente

Istruttivo il caso dell’app che il Guardian ha pubblicato sul social network Facebook. Ha avuto un successo enorme, sulle prime, con milioni di lettori giudicati “nuovi” per i contenuti del giornale britannico. È seguita una flessione, ma un paio di milioni di lettori sono restati fedeli alla app. Ora però il Guardian ha deciso di chiudere sostanzialmente l’esperienza.

Motivo? Il giornale britannico non può accettare il livello di controllo che gli algoritmi della piattaforma Facebook esercitano sui suoi contenuti.

In particolare, si direbbe, non piace al Guardian il fatto che la piattaforma Facebook di fatto nasconde gli articoli che non hanno ricevuto dei “like” e valorizza solo quelli più popolari, nell’ambito della rete sociale di ciascun lettore. È un effetto della “filter bubble“.

Ma un giornale professionale ha il compito di superare quell’algoritmo che filtra l’information overload sulla base dell’idea banale secondo la quale chi ha cliccato su un contenuto è interessato a nuovi contenuti dello stesso tipo e non a contenuti di tipo diverso.

Un giornale deve servire alle persone anche ciò che non sanno di voler sapere. La sorpresa dell’inchiesta su un argomento nuovo è uno dei piaceri che aprono la strada alla crescita della conoscenza. E se un giornale non svolge questa funzione perde troppo valore. (Vedi: Mathew Ingram, GigaOm)

Update: intorno a questi temi indaga Marco Camisani Calzolari nel suo libro Fuga da Facebook.

Update 2: anche Washington Post molla Facebook (Mashable)

Update 3: ne parla a fondo il Giornalaio

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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