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Startup: il decreto passa e il suo significato resta. Critiche infondate e miglioramenti da introdurre

Oggi il decreto startup e agenda digitale diventa legge insieme a molte altre norme definite come favorevoli allo sviluppo. E’ un passaggio culturale di valore storico perché per la prima volta il sistema normativo prende in considerazione il valore delle nuove aziende innovative per la crescita, l’occupazione e l’innovazione del sistema produttivo italiano.

Il percorso che ha portato a questa soluzione è stato accidentato e criticato. Centinaia di persone hanno partecipato alla raccolta di idee. Decine hanno criticato il metodo. Molte hanno criticato il risultato. E tutti hanno le loro ragioni. Si sarebbe potuto far meglio. E se il cammino si fa un passo alla volta c’è da sperare che si arrivi a migliorare la normativa in futuro.

Una critica infondata molto importante, che sembra difficile da estirpare dall’insieme dei più diffusi pregiudizi, è quella che riguarda i limiti di applicazione. Si dice che i limiti sono troppo stringenti ma bisogna intendersi. Le startup che entrano nel programma devono fare innovazione, ma non è vero se non hanno brevetti o soci col dottorato di ricerca non passano. Se anche non hanno questi requisiti sono ammesse se destinano una quota precisa degli investimenti a ricerca e sviluppo: questo requisito è sufficiente per definire innovativa una startup e praticamente tutte le imprese che sviluppano prodotti o servizi innovativi investono inevitabilmente in ricerca e sviluppo.

I parlamentari che avevano già prima lavorato per questi concetti si sono trovati nell’impossibilità di intervenire con emendamenti e ne sono comprensibilmente delusi. Antonio Palmieri e Paolo Gentiloni sostengono con forza che la legge andrà migliorata ma ammettono che è meglio di niente. Mancano per esempio previsioni specifiche per l’ecommerce e per la diffusione dell’informazione intorno alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie attraverso la Rai. Si dovrà fare di più. (Webnews).

Ma il fatto resta. E partire da un fatto aiuta a compierne altri.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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