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Le startup all’italiana

C’è un tema di contesto burocratico-fiscale per le startup italiane. Ma c’è anche un tema di contesto economico-culturale.

C’è un tema di design dei modelli di business per le startup italiane. Un grande filone di sviluppo è quello di seguire l’onda internazionale, per cercare il fatturato sui grandi mercati internazionali del apps costruiti sulle piattaforme di Apple, Facebook, Google, Amazon. Ma ci sono altri filoni, sui quali c’è da inventare di più. E dunque forse da generare più valore aggiunto.

Perché gli italiani non dovrebbero essere in grado di produrre piattaforme in grado di servire i mercati internazionali con le loro specificità? Perché non si riesce a investire a sufficienza nella costruzione di relazioni forti tra il sapere artigiano divenuto ormai digitalmente consapevole di molte aziende di successo italiane e l’onda internettiana più generale di questi tempi?

Del resto, anche pensando alle startup che generano non piattaforme ma semplicemente prodotti e servizi, esistono diversi filoni di sviluppo per le nuove imprese. Se ne parlava qui.

Stefano Micelli invita a riflettere design dei modelli di business delle startup italiane e a cercare di collegare le notizie come quelle che riguardano l’Ikea o la China Garments che scelgono l’Italia per le loro produzioni che richiedono un saper fare specifico e che l’Italia continua a dimostrare di possedere.

Il salto di attenzione che stiamo osservando sul tema delle startup italiane potrebbe condurre a rendere più concreto, più grande e meno apparentemente estemporaneo, oltre che meno finanziariamente ristretto, l’ecosistema dell’innovazione. La nascita di nuove imprese è una strada obbligata per fronteggiare la grande trasformazione economica e culturale che stiamo vivendo.

È necessario migliorare il modo che usiamo per informarci su questi temi. E continuare a imparare dall’esperienza compiuta all’estero, ma forse renderci culturalmente meno dipendenti dai punti di vista che si sono formati in altri contesti economici come quello americano.

Vedi anche:
ItaliaStartup
SviluppoEconomico

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  • Salve
    il discorso delle start-up (o meglio del venture capitalist) non è nuovo, anzi è vecchio quanto l’industria italiana.
    Il fatto che si parli poi di start-up in ambito ‘digitale’ è dovuto solo al fatto che le barriere all’ingresso sono (in generale) inferiori (idea, business plan e capacità di programmare sito/app sono decisamente più raggiungibili/gestibili che creare un impianto industriale – oppure attendere 6 anni in media per il via libera del comune per l’installazione di un impianto fotovoltaico).
    La cosa che fa pensare è per l’appunto il fatto che essendo un problema ‘vecchio’ (legato alla ‘vecchia’ economia) non è mai stato preso in seria considerazione, anzi si è sempre messa di mezzo la burocrazia ed il fisco (non so nemmeno se la normativa preveda il termine ‘venture capital’…).
    In secondo luogo (qualora davvero di trovasse un venture capitalist che investa – in base alle leggi vigenti – i propri capitali in una nuova impresa) rimane sempre il problema che l’impresa neo-costituita deve sempre affrontare quello che tutte le altre imprese affrontano quotidianamente (che non è l’art. 18 – anzi, un non-problema creato da questo Governo per chissà quale motivo).
    A mio modo di vedere, facilitare solo le start-up (con venture capital o meno) per poi lasciarle ‘ingolfate’ con le altre imprese ‘normali’ serve a ben poco; magari a invogliarle a prendere armi e bagagli ed andare all’estero (dopo aver speso tempo, soldi ed energia in Italia).
    Sarebbe più logico rivedere TUTTO il sistema fiscale e normativo delle aziende operanti in Italia.
    – meno burocrazia nella creazione/cambiamento/modifica: andare da un notaio per ogni singola cosa, poi registrarsi a PAGAMENTO presso la camera di commercio e altri istituti; le CCIAA *dovrebbero* fare questo in automatico, ovvero fare da GARANTI nei confronti dei terzi, banche, creditori, liberi cittadini ecc
    – tutte le imprese dovrebbero essere SRL o SPA; niente più società di persone (vedi punto sopra) (il capitale minimo è fissato in 20.000 euro – in pratica il costo di un’auto… una cifra abbordabile da 2 persone);
    – fisco a scaglioni (sulla falsariga dell’IRPEF, per quelli che la pagano);
    – riduzione della base imponibile sulla base degli investimenti ‘migliorativi’ (che NON siano l’acquisto di un nuovo computer…) e che siano ‘certificati’ o ‘certificabili’ (da associazioni esterne, cciaa, confimprese ecc) – magari rendendo pubblici quali investimenti sono stati effettuati (es: acquisto di brevetti, sviluppo di un certo software ecc)
    oppure (anche se complicato) permettere uno sconto fiscale entro 3/5 anni se a seguito degli investimenti effettuati vi è discostamento positivo nel volume di affari riconducibile agli stessi;
    – obbligo di costituire ‘riserve’ di capitale (vincolate in banca) a titolo di ‘garanzia’ dei venture-capitalist (e del fisco per via delle tasse a scaglioni);
    – contratti con università e centri di ricerca più semplici e facilmente gestibili;
    – modifiche sulle leggi esistenti per la ricerca: è impossibile – ad esempio – la ricerca sulle staminali se poi è necessario ‘acquistare’ dall’estero le linee di cellule… è da stupidi pensare di fare ricerca (con ricadute) se non si può essere ‘liberi di sperimentare’;
    – contratti per i ricercatori ‘puri’: assunzione minima per 3-5 anni, rinnovabili, senza contribuzione per le imprese se la ricerca è reale e funzionante (nonchè cedibile a terzi) con riconoscimento economico (con un minimo individuato dalla legge) al ricercatore (dovrebbe contribuire a far rimanere in Italia e ad innalzare gli stipendi dei nostri bravi ricercatori);
    – aiuto/linee guida/tutor nella definizione/creazione/deposito di domande di brevetto (esistono società private, ma se lo Stato da una mano forse ne traiamo vantaggi tutti quanti)
    – specificatamente per i venture capitalist esenzioni ‘totali’ (visto che rischiano e quindi possono anche ‘perdere’ tutto), eccetto la normale tassazione sugli utili distribuiti (se e quando ci saranno) – con obbligo di indicazione pubblica dei loro dati ed importi;
    – limiti per le Banche (o loro emanazioni): possono ‘partecipare’ come finanziatori, ma non devono avere altra voce in capitolo (non ho molta stima per le banche)
    Non mi sembra complicato o difficile da realizzare
    Rimangono alcune lacune, in primis la ricerca implicita (ovvero la ricerca che viene fatta senza reparti di R&D veri e propri, cosa che caratterizza la stragrande maggioranza delle PMI nostrane): ritengo tuttavia che – come nel caso dei brevetti – l’azienda, se vuole godere dei benefici fiscali (eventuali) – dovrebbe ‘rendere pubblici’ questi suoi sforzi: ad esempio con un ‘progetto’ da depositare presso la CCIAA (prima dell’inizio delle procedure), con riscontri sui tempi di produzione pre e post ecc.
    Stabilire un quadro unico è impossibile, ma ci si può sempre provare.
    ps: quando leggo che il Governo sta creando una task-force mi vengono i brividi: escono sempre cose assurde, costose ed inefficaci (oltre che inefficienti). In genere poi hanno la postilla ‘nuove tasse per finanziare XXXXX’ (inserire quello che si vuole ‘ricerca, protezione civile, autostrade, start-up, digital-divide’…
    Ciao

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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