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Imparando dalla start-up nation

Israele è il paese con più start-up per chilometro quadrato del mondo. Ed è anche il paese che attira più capitale di rischio destinato alle start-up tecnologiche del mondo. Ne parla l’Economist di questa settimana. Che tra l’altro cita il libro di Dan Senor e Saul Singer intitolato “The start-up nation” (2009): un sistema molto concentrato sulla predisposizione di tutte le condizioni più favorevoli alla creazione d’impresa. Difficile copiare un sistema con tante precondizioni positive, ma c’è comunque da imparare:

1. C’è un effetto-rete, compresa una logica di emulazione, che induce i talenti tecnologici a pensare di creare una start-up invece di aspettare di trovare un posto in un’università o in una grande impresa. Come si innesca questo orientamento?
2. Le precondizioni che attirano e generano i talenti tecnologici possono variare. In Israele sono legate all’immigrazione di tecnici, ai forti investimenti militari e alle connessioni con il capitale americano. Ma la generazione di competenze e la disponibilità di denaro possono essere accelerate in qualunque modo.
3. Il problema è creare un sistema nel quale sia molto facile e chiaro come creare un’azienda e ci siano una grande quantità di occasioni che fanno vedere come dalla creazione di un’azienda si possa ricavare un successo economico e intellettuale.
4. La grande forza trainante delle start-up in un paese piccolo con poca domanda interna è il collegamento operativo e concreto con i mercati internazionali. Questo va coltivato con precisione ed energia senza pari, perché è questa l’infrastruttura fondamentale che consente di rendere sostenibile il sistema.
5. L’approccio pragmatico è essenziale. Non si tratta di spendere soldi per sostenere start-up ma si tratta di investire nella generazione delle risorse che producono start-up in grado di stare sul mercato internazionale e attirare capitale più grande di quello che è stato investito. L’innesco dell’effetto-rete non si costruisce come i muri degli incubatori: si incentiva con i collegamenti al mercato, la visibilità dei risultati, la facilità di creare un’impresa, la disponibilità di mentor e servizi, l’innovazione culturale, il contesto comprensivo e favorevole.

ps. È chiaro che questo avviene per poli di aggregazione più che per investimenti a pioggia.

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  • Sono tutti punti validi, il problema è come metterli assieme, perché già da questa analisi si vede che non è così semplice.
    «Difficile copiare un sistema con tante precondizioni positive, ma c’è comunque da imparare»
    Il punto non è che sia difficile, ma che non si deve fare. Gli inglesi tentano di copiare gli americani, da anni in tutti i settori, ed i risultati sono scarsi. Semplicemente non possiamo essere più americani degli americani o più israeliani degli israeliani.
    I punto 3(serve cultura) e 5(servono cose che funzionano) dicono due cose vere, ma l’analisi le porta in contraddizione. Ad esempio gli incubatori non generano un effetto-rete economico, ma possono supportare un effetto-rete culturale.
    Non è realistico aspettarsi che un numero sostanziale di persone senza esperienza imprenditoriale crei aziende solo perché odono che qualcuno “ha fatto il botto” con una startup. Se non c’è educazione, accessibile e diffusa, è difficile anche solo trovare qualcuno di competente che voglia lavorare in una startup, men che meno fondarla.
    In questo senso degli incubatori, o delle istituzioni come Y Combinator, purché non siano semplicemente rivolte al proprio piccolo orto, possono servire come pezzo di una grande rete. D’altronde è certamente vero che gli incubatori universitari creati come cattedrali nel deserto non servono a nulla.
    Il problema non è quindi, secondo la mia modesta opinione, questa o quella istituzione di per sé, bensì adattare i successi di altri Paesi al caso italiano e trovare un modello di sviluppo condiviso su cui ognuno possa innestare il proprio contributo.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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