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Autenticità e pubblicità

La campagna pubblicitaria per la videocamera Flip, acquisita recentemente dalla Cisco, punta sull’idea che persone normali riprendano i fatti della loro vita quotidiana. Dovrebbe avere un sapore di autenticità, ma in qualche modo, secondo un pezzo del New York Times, non riesce ad apparire davvero autentica. 

Ma è possibile l’autenticità nella pubblicità?
Ci si può riflettere a lungo. Ma la risposta è sempre no. O meglio, si tratta comunque di una rappresentazione. Che ha tra l’altro uno scopo molto precisamente commerciale. Ma non è soltanto questo il punto. L’esperienza di una rappresentazione non è destinata a funzionare come l’esperienza della realtà. 
Carlo Goldoni, si difendeva dall’accusa che qualcuno gli muoveva, di fornire sì una critica della società nelle sue commedie, ma una critica edulcorata. E sosteneva, difendendosi appunto, che se avesse scritto commedie che descrivessero il “vero” il pubblico non ci avrebbe creduto; doveva invece scrivere qualcosa di “verosimile” perché il pubblico potesse sentirsi coinvolto e ricevere il messaggio fondamentale.
Non è una formula universale. Ma poiché in qualunque rappresentazione si pone il problema della costruzione di un mondo che possa essere accettato dal pubblico come adatto a fare da contesto per una storia, il problema della verosimiglianza si pone. 
Ed è persino troppo ovvio finire col trovare la dimostrazione che il verosimile non è il vero. Come nella casa del Grande Fratello.
Casomai, la questione è che la pubblicità, in quanto rappresentazione a scopo commerciale, studiatissima nelle sue conseguenze neurologiche e comportamentali, non dovrebbe promettere quello che non può mantenere. Quindi è meglio che non prometta di essere autentica, perché non potrebbe mantenere la promessa. Inoltre, se l’autenticità è cercata per abbassare le difese di incredulità del pubblico e poi fallisce, ottiene l’effetto opposto.
Giocare sui confini dell’autenticità, della verità, della verosimiglianza, è molto scivoloso. Soprattutto quando si ha un interesse preciso da portare avanti. Molto meglio il concetto di trasparenza.

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  • La pubblicità paradossalmente è autentica anche quando cerca di nascondere la propria costruzione finzionale, proprio perché lo scopo è a priori manipolatorio. Basterebbe tenerlo presente. Il problema è che ci si ritrova nel racconto autentico e non si effettua la “sospensione del giudizio”, come si riesce a farlo davanti un film, un romanzo o a teatro. Non è poi così critico difronte alle simulazioni pubblicitaria secondo me. Pensare il pubblico attento alle promesse è ragionevole, un pò meno forse è credere che sia così razionale nel distinguere fittizio e reale quando la valutazione non ricade sui benefici materiali di un prodotto ma su valori, da accettare o rifiutare: l’autenticità in fondo è un valore da interpretare con svariati effetti si senso. E’ partita con i primi backstage e è curioso vedere dove andrà a finire.

  • Non è poi così critico il presunto fruitore intendevo. Se lo fosse sarebbe inventato un altro metodo.

  • Ciao Luca,
    per continuare e rilanciare il concetto di trasparenza emerso a fine post, forse è utile citare la nuova trasparenza del poter rendere espliciti i dati ( e magari i fatti dei quali si parla ), e riconducibili ad una URI proprio come lo sono le pagine Web di oggi. Trasparenza fatta di metadati e di tracciamento automatico delle fonti: la parte pratica tecnologica di cui parlava David Weinberger anche alla VeniceSessions di novembre.
    Un caso iniziale di applicazione di tali cose sulle leggi che toccano la Rete in questa bistrattata Italia:
    -> A che punto sono le leggi di Internet?

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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