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Kindle newspaper

E dunque il Kindle è la soluzione ai problemi dei giornali? Le analisi di bilancio potrebbero dare ragione a chi sostiene che la distribuzione di giornali su supporti elettronici potrebbe diventare nel tempo conveniente. La spesa per la carta e tutto ciò che è connesso è tanto grande che, si calcola, se un grande giornale regalasse ai suoi lettori un apparecchio per leggere il giornale (un Kindle, un iPhone, un altro schermo intelligente connesso…) e chiedesse il pagamento per la lettura del giornale, rientrerebbe dall’investimento in un anno. Ma questo suppone che i lettori accetterebbero di leggere e pagare il giornale su quel supporto. E questa supposizione non è facile da provare.

In realtà, con il cambio di supporto anche il giornale cambierebbe. La carta ha un valore d’uso importante per la lettura panoramica delle notizie. E questo si perderebbe nel piccolo schermo elettronico. Quindi, per compensare quella perdita, bisognerebbe dare un valore in più al giornale in versione elettronica. D’altra parte, è pur vero che se la carta è una tale aggiunta di costi da rendere sempre meno sostenibile il business dei giornali, un cambiamento potrebbe rivelarsi inevitabile (il che avverrà man mano che i supporti elettronici miglioreranno).

E allora occorre domandarsi quale valore in più i giornali potrebbero cercare di avere nel momento in cui una parte delle risorse che utilizzano per la carta si liberassero. Se quelle risorse fossero destinate a migliorare la qualità dell’informazione, si potrebbe cominciare a sperare in un cambiamento positivo. Quei soldi andrebbero investiti nell’assunzione di giovani nelle redazioni, nell’aggiornamento continuo, nella verifica dei fatti, nel finanziamento di inchieste, nell’internazionalizzazione, nell’apertura alla concorrenza per l’informazione locale, nella riduzione dell’influenza attualmente cogente della raccolta pubblicitaria…Se tutto questo avvenisse, credo, i giornali migliorerebbero abbastanza da compensare il cambiamento nelle abitudini e nell’ergonomia della lettura.

Il tutto va pensato e progettato: non dovrebbe avvenire solo sulla spinta di qualche urgenza di bilancio. Ma questo non significa che si possa aspettare all’infinito o sperare che la bufera passi e tutto torni come prima.

I tempi dell’economia sono maturi per un cambiamento. I tempi della tecnologia stanno a loro volta maturando. Sono i tempi della cultura giornalistica ed editoriale che devono un po’ accelerare.

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  • “E allora occorre domandarsi quale valore in più i giornali potrebbero cercare di avere nel momento in cui una parte delle risorse che utilizzano per la carta si liberassero”
    Si potrebbe pensare a più edizioni, con gli aggiornamenti ad intervalli regolari.
    Tipo vado in pausa pranzo, mi scarico il giornale con le informazioni delle 1200.
    Oppure esco dal lavoro ecco mi prendo il giornale delle 1700
    In fondo quanti di noi prendono il giornale il mattino e poi leggendolo la sera trovano una sensazione di “scaduto”?
    Jak

  • Il vero tema del futuro dei giornali secondo me è un altro. Ormai credo che siamo tutti più o meno d’accordo che nel futuro (speriamo prossimo) si andrà sempre più verso forme di fruizione digitale dei contenuti giornalistici, nessuno lo mette in dubbio. Il campo di battaglia sui cui i giornali come siamo abituati a concepirli finora si giorcheranno le loro carte per la lotta alla sopravvivenza sarà, non tanto dove spendo i soldi che risparmio con la carta, ma come spendo quei soldi per cercare di intercettare l’attenzione delle persone sempre più “disattente”. Come potrà avvenire questo non lo so. Anche perchè se lo sapessi non starei qui a scrivere. 🙂

  • Kidle non so, mi sembra più adatto ai libri. Però con l’e-ink si è già arrivati a più di un A4. Ancora due anni si arriverà a oltre l’A3, magari a un tabloid aperto. A quel punto, sarà fatta. Alla fine, la differenza tra giornali e loro siti web diventerà evanescente. Dotate il tabloid di e-ink (al colore ci si arriverà in tre anni) di un collegamnento wireless, et voilà… a quel punto potrebbe essere il web (parte del web) a cambiare sulla base della tipica grafica dei quotidiani, con l’aggiunta dei video al posto delle foto statiche. Personalmente trovo la cosa estremamente eccitante. E poi, se ci mettiamo pure un’interfaccia di tipo touch, godo come un riccio.

  • I giornali, magari consorziandosi, potrebbero usare un po’ delle loro risorse per cominciare a sperimentare nuovi dispositivi e nuovi modelli di business, utilizzando un deciso e consistente apporto del pubblico.
    Che è poi l’unico modo di dar vita a qualcosa che non esiste ancora e che, per la sua complessità, non può essere pensato da una sola persona e nemmeno in una sola azienda editoriale.
    Si tratta di innovare un intero sistema, come passare dalla TV analogica al digitale, con problemi analoghi.
    Se servono 4 decoder in una casa, perchè ci sono 4 televisori analogici, forse servono 3 lettori di e-book per famiglia.
    Ma se dotare 4 televisori di decoder può costare 160/200 euro, ai prezzi attuali del Kindle (359$), una famiglia dovrebbe spendere 840 euro, il che è abbastanza improbabile.
    Quindi si deve agire su due lati:
    – regalare/sussidiare l’acquisto dei dispositivi
    – abbassarne il costo di produzione
    I modelli di pagamento possono anche essere uguali agli attuali:
    -abbonamenti annuali, con sconto e per famiglia, perchè non è pensabile che uno paghi due volte 149 euro per se e per la moglie.
    – prezzo a copia o per parti.
    – gratis, pagato dalla pubblicità

  • Il numero di settembre 2008 di Esquire è uscito negli States con la copertina fatta di e-ink….. Non c’è bisogno di consorziarsi. Basta volere rischiare. Certo che con la possibilità di piùedizioni, al limite di aggiornamento in tempo reale, le redazioni dovrebbero cambiare modo di lavorare e lavorare molto di più, come nelle TV all news. Eliminazione della divisione tra giornalisti e tipografici, per esempio. Vedo grossi problemi. E mi scappa da ridere pensando che la barca affonderà con tutta la Federazione della Stampa e la FIEG a bordo allacciatti in un tango desperado, tragico y final…

  • La Voce di Montanelli (di cui conservo gelosamente le prime 3 copie) non si è certo rivelato un modello di business vincente, tanto che chiuse in tempo record.
    Ma l’Indro mosse i suoi lettori da un’altra parte e credo che se fosse ancora vivo lo leggerebbero perfino in e-ink o kindle.
    E’ il buon giornalismo che può diventare business o si pretende di far diventare business qualsiasi giornalismo?
    Nel primo caso è bene investire i soldi nei protagonisti, nel secondo nei supporti.

  • Mah, probabilmente un giornale come Il Foglio o Il Riformista non avrà bisogno di andare su un supporto innovativo (nei prossimi 5 anni, poi si vedrà) per continuare a farsi leggere e comprare. Gli altri giornali meno caratterizzati non so. La storia che “tanto noi siamo un grande giornale di qualità” non regge più se non nelle rare eccezioni di cui sopra. A parte che vogliamo discutere della presunta “qualità” dei grandi giornali ?

  • Caro Luca,
    Sono soluzioni già adottate in altri mercati maturi/in declino. Oggi si parla dei risparmi sulla carta per il sistema editoriale, un tempo si toglievano i gradi alcoolici per risparmiare sul costo di prodotto [tasse utif] dei superalcolici.
    Il cost saving è sicuramente importante per qualunque impresa/sistema il problema resta e sono le prospettive.
    Un abbraccio.
    Pier Luca

  • Non sono nè d’accordo nè troppo ottimista sullo scenario. La carta stampata è in crisi profonda, perchè il calo dei lettori ha ridotto le entrate pubbicitarie, a loro volta decimate dal rallentamento dell’economia. Ma non esistono segnali evidenti che il trasferimento dei lettori porterà con sè anche quello degli inserzionisti. Se così fosse, il calo di fatturato cartaceo del San Francisco Chronicle sarebbe stato almeno in parte compensato dall’aumento di quello online, e l’editore non sarebbe sull’orlo del fallimento. E se non sta avvenendo in una regione del mondo dove sono wired anche gatti e canarini, non capisco che speranze ci siano per un Paese conservatore e retrogrado come il nostro.
    La storia insegna che i passaggi tecnologici non avvengono a causa di crisi profonde, al contrario dei cambi di paradigma nella scienza (Thomas Kuhn). La tv non è sorta perchè la radio perdeva colpi, nè il dvd è nato perchè nessuno più comprava videocassette. Al contrario, queste due rivoluzioni sono esplose mentre i “vecchi” supporti godevano di salute eccellente, e hanno trasferito ai nuovi media il proprio mercato.
    Credo che la chiave sia nella percezione errata dopo un decennio di bene informativo gratuito. Il gratis nella Rete è una illusione, la riproduzione improbabile del modello televisivo, e così lo è la blogosfera, che si nutre in grandissima parte di lavoro retribuito, in perdita, dall’informazione tradizionale. Finchè non si troverà il modo di guadagnare denaro con l’informazione online – e delimitare i confini del gratis – non avverrà alcun passaggio serio di business. Luca è il migliore osservatore italiano di queste cose, ma l’entusiasmo per una nuova economia gli fa spesso dimenticare i meccanismi di funzionamento della vecchia, che è poi quella attuale.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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