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Diritti di Facebook: chiose

Nella comunicazione di ieri con la quale Mark Zuckerberg annunciava il ritiro delle nuove condizioni di utilizzo di Facebook c’è un passaggio che vale la pena di chiosare.

«More than 175 million people use Facebook. If it were a country, it would be the sixth most populated country in the world. Our terms aren’t just a document that protect our rights; it’s the governing document for how the service is used by everyone across the world. Given its importance, we need to make sure the terms reflect the principles and values of the people using the service.

Our next version will be a substantial revision from where we are now. It will reflect the principles I described yesterday around how people share and control their information, and it will be written clearly in language everyone can understand. Since this will be the governing document that we’ll all live by, Facebook users will have a lot of input in crafting these terms.»


Il paragone tra il popolo di Facebook e uno stato (che sarebbe il sesto più popoloso del mondo) è significativo proprio per preparare retoricamente il terreno al principio enunciato da Zuckerberg secondo il quale le condizioni di utilizzo sono una sorta di carta costituzionale che va a sua volta discussa e costruita con il consenso degli utilizzatori.
Se Facebook fosse uno stato non sarebbe una democrazia. Ma una dittatura illuminata che decide dopo aver cercato la collaborazione e il consenso della popolazione.
Come terrà conto delle variegate opinioni degli utenti? Come svilupperà un sistema più trasparente per l’espulsione degli utenti che non stanno alle regole? Come attiverà un sistema per ascoltare le istanze degli utenti e tenerne conto in modo tempestivo?
Di certo, Zuckerberg dovrà rendersi conto del fatto che la sua idea di Facebook non corrisponde a quella che ne hanno molti suoi utenti. In effetti, Zuckerberg continua a pensare a Facebook come a un sistema evoluto di comunicazione tra persone che si conoscono, non come a un sistema per pubblicare informazioni di interesse pubblico. Non è insomma, secondo lui, un’evoluzione dei blog, ma un’evoluzione della posta elettronica. Il fatto è che molti utenti non la pensano in questo modo. Anzi. Usano Facebook come un medium attraverso il quale dare informazioni, esprimersi liberamente, fare marketing e altro. 
E dunque. Le decisioni, in questo popolo, dovranno discendere da una decisione originaria sull’identità funzionale di Facebook. E’ una repubblica fondata sulla comunicazione tra “amici” o uno stato nel quale le persone fanno molte cose e sentono di avere il diritto alla libertà di espressione, alla garanzia della privacy, alla tutela contro la diffamazione, all’emigrazione, all’oblio? E, visto che è uno “stato” di proprietà di un’azienda sarà davvero possibile per il suo “popolo” imporre la sua voce al “dittatore illuminato” che la governa?
Beh, evidentemente la metafora di Facebook come “stato” non funziona fino in fondo. In realtà è e resta una piattaforma. Il problema forse è che gli stati veri, quelli che dovrebbero legiferare in materia, sono troppo lenti per star dietro alla dinamica del web in generale e del social network in particolare. E quindi assisteremo a un caso di autoregolamentazione di una comunità, con regole, discussioni e decisioni emergenti da una storia che resta ancora da scrivere.

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  • Per conto mio anche in queste cose si palesa la contraddizione non tanto fra i due grandi possibili utilizzi della piattaforma da parte dei suoi utenti (quella chiusa del SN fra persone note e quella aperata della piattaforma editoriale personale) ma fra le due grandi aspirazioni di FB stessa che vorrebbe da un lato essere sistema chiuso mantenendo il controllo, dando agli utenti l’idea di essere per loro spazio sociale individuale e dall’altro la propria cospicua contemporanea esigenza di business di sfruttare in maniera aperta i dati (fondamentalmente in due direzioni. per accrescere il numero di utenti, per aggregare inserzionisti in qualche maniera). I nuovi TOS dovranno riflettere queste due esigenze contrapposte e francamente non sara’ semplicissimo immaginare come.

  • Da quanto ho potuto capire FB è ancora quello strumento che era quando è nato: un modo per comunicare per ragazzini appena diplomati. Il bello (o il brutto, a seconda dei punti di vista) è che lo stesso fanno quarantenni e cinquantenni. In poche parole – e guardiamolo appunto come lo vede la maggior parte degli utenti e non i blogger che credo siano su FB in percentuale bassissima – è un modo per passare (o sprecare) un po’ di tempo davanti al pc, come si faceva con le chat. Sono iscritto e lo dico a ragion veduta: non ho ancora trovato qualcosa che mi abbia entusiasmato (a parte le applicazioni per i blog e i tumblr)anzi, molti gruppi, molte “cause” e svariati messaggini che si mandano gli “amici”, fanno cadere le braccia.

  • Personalmente trovo che sia intollerabile come FB si sia preso il controllo delle informazioni condivise. Anzi, non solo il controllo, ma la proprietà effettiva. Come commentavo in qualche altro blog ieri e l’altro ieri, o cambia o presto in molti lo lasceranno (senza guadagnarci nulla, ma nella speranza di non perdere il controllo su se stessi e la propria immagine).
    Gli stati, sì, dovrebbero legiferare in materia, ma non imponendo la chiusura dei SN poco politically correct, ma intervenendo sulla tutela della riservatezza dei propri cittadini, creando le condizioni favorevoli, perché i dati dei cittadini siano ospitati su server nazionali. Forse mi sbaglio, ma o si trova una maniera di legiferare a livello globale per la tutela di naviganti su internet, o si fa in modo che ciascuno, in forma di nazione o aggregazione di diversa specie, abbia il pieno controllo di sé e delle informazioni sensibili. Perché solo questa è la libertà.

  • La metafora dello stato non è inopportuna. Le regole per la condivisione delle informazioni e soprattutto cosa si fa di queste informazioni dovrebbero essere un’operazione condivisa, trasparente e soggetta a controlli indipendenti. Per ora i destini di questa nazione di 170 milioni di persone cambiano a seconda dei capricci di un ragazzino che ha potere assoluto sulle regole del gioco. Non che i politici delle nazioni “1.0” siano persone molto più mature dopotutto, però se questa è la prospettiva preferisco ancora questi.

  • Io direi che è il contrario. Sono gli utenti a usare Fb x comunicare…. mentre il politico Zuckerberg vorrebbe usarlo per ben altri scopi.

  • Zuckerberg?
    Credete davvero che un ragazzo di quasi 25 anni da solo possa prendere tali decisioni?
    E’è un pò come dire che Veltroni in questi mesi ha preso decisioni e poi si è dimesso in totale autonomia..
    Mi viene da ridere di fronte a tanta ingenuità. La mole di informazioni trattenuta da Facebook fa risparmiare un bel pò di tempo ad organizzazioni come la Cia e simili (guardare chi c’è nel consiglio d’amministrazione).

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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