Diritti di Facebook

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A fronte del divertimento di usare la sua piattaforma, Facebook d'ora in poi si appropria dei contenuti degli utenti. E ne può fare ciò che vuole. Per sempre. Anche quando le persone volessero rimuoverli.

Da approfondire:
1. il diritto d'autore rimane dell'autore e questi può a sua volta fare quello che vuole con i suoi contenuti?
2. se l'autore ha messo i suoi contenuti a disposizione solo dei suoi amici, Facebook può mostrarli al di fuori della cerchia di quegli amici?
3. se i contenuti dell'autore fossero a loro volta ripresi da altri, chi è responsabile, chi può far causa? E se fossero stati copiati prima di essere pubblicati? Chi è il responsabile?

Il cambio di licenza di Facebook sembra fatto apposta per fare arrabbiare molte persone e per non risolvere moltissimi dubbi. Vedi Consumerist. Vedi Giovy.

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A me sembra tanto si vada verso la vendita dei dati. Oltre alle tue giustificatissime e sacrosante domande mi chiedo: non avrebbero dovuto avvertire prima il cambiamento dei ToS??

Commento banale, forse, quello che sto per fare. Economia della conoscenza: il fattore chiave sono le idee, quello che passa nelle conversazioni, le parole, gli slogan, gli indizi di nuovi movimenti. Il mondo è una nicchia, dicono quelli del marketing, e per espandere le vendite di qualsiasi cosa devo individuare prima possibile le nicchie seguendo quegli indizi. Un modo di mettere al lavoro qualsiasi risorsa, anche le chiacchiere del tempo libero, al fine di valorizzare il capitale investito. E poi, fb come fa a sopravvivere se non vendendo contenuti spontaneamente offerti dai membri delle tante piccole community che vi risiedono? A me sembra che ci sia un grande inganno, in tutta questa faccenda…

Che si vada verso la prospettiva dello sfruttamento commerciale dei dati credo che ormai sia più di un'ipotesi.
Il problema, in parte, sta nella superficialità di molti utenti che su Facebook riversano una grande mole di dati personali senza pensare alle possibili conseguenze. Superficialità inconsapevole che si abbina con quella (più consapevole) che Facebook dimostra nel modificare i propri Terms Of Use senza darne notizia ai propri utenti, confidando nel fatto che a questi - per ritenere tutelati i propri diritti - siano sufficienti la dichiarazioni "Facebook ha sottoscritto il programma di protezione della privacy TRUSTe" e "Facebook partecipa al Regolamento Europeo per la Privacy così come sottolineato dal Ministero del Commercio degli USA".
A proposito: con queste illustri "adesioni", come si pone questa novità sul cambio di licenza di Facebook?

Che si vada verso la prospettiva dello sfruttamento commerciale dei dati credo che ormai sia più di un'ipotesi.
Il problema, in parte, sta nella superficialità di molti utenti che su Facebook riversano una grande mole di dati personali senza pensare alle possibili conseguenze. Superficialità inconsapevole che si abbina con quella (più consapevole) che Facebook dimostra nel modificare i propri Terms Of Use senza darne notizia ai propri utenti, confidando nel fatto che a questi - per ritenere tutelati i propri diritti - siano sufficienti le dichiarazioni "Facebook ha sottoscritto il programma di protezione della privacy TRUSTe" e "Facebook partecipa al Regolamento Europeo per la Privacy così come sottolineato dal Ministero del Commercio degli USA".
A proposito: con queste illustri adesioni/sottoscrizioni, come si pone questa novità sul cambio di licenza di Facebook?

Se Facebook dovesse perdere presa sui suoi utenti ed essere abbandonato un giorno, sarà proprio per la questione dei diritti che viola. Però resta appunto un condizionale che possa fallire.
Per un certo verso lo trovo intollerabile, dall'altro penso che prima o poi qualcuno intervenga e che FB ne paghi le conseguenze. Ormai il numero di utenti è troppo elevato perché poi possano dire: "Guardate, è quello che avete firmato accettando. Ci spiace ma non cambieremo nulla". Se avessero dati solo generici su di noi non lo troverei neanche così fastidioso (Età, sesso, livello di istruzione, nazionalità ...), è il costo del servizio, che in realtà non è un costo, perché poi ci guadagnamo in pubblicità mirata e servizi personalizzati (spero). Il fatto è che non si stanno prendendo dati da Istat, ma dati che in realtà non potrebbero toccare per lo stesso ordinamento giuridico vigente in molti paesi.
Un po' mi delude, devo dire.

sarà banale, ma se tutti minacciassero di cancellare l'account, forse FB farebbe marcia indiatro sui termini d'uso: un sito senza utenti non vale niente.

Io il mio l'ho gia' cancellato...

ed ora faro' riflettere mia moglie per far cancellare anche il suo. Vecchia carta e penna per tenersi le email dei vecchissimi compagni di scuola o amici che si eran persi per strada, e poi, email privata (e personale) di addio. Dove naturalmente ho spiegato perche' sono uscito da FB e perche' secondo me e' pericoloso (4 dati chiave in un solo posto, Nome, Cognome, Luogo di Nascita, Data di Nascita, permettono la creazione di un codice fiscale, ALTAMENTE A RISCHIO, visto che in Italia, tutti sono amici di tutti!).

Ora poi, con i nuovi legal terms... addio FB forever... non mi sembra che Linkedin, Hi5, Myspace, Twitter... (solo per citarne alcuni) facciano lo stesso...

Riflettete, riflettete...

Divertente. Facebook fa cose ai suoi utenti che se le facesse Microsoft verrebbe giù il mondo.... E' proprio vero che tira più un .... di un paio di buoi.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...