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Modesto contributo per una visione di lungo termine nel sistema “scuola, università, ricerca”

Stefania Giannini, ieri, alla presentazione italiana di Horizon 2020, ha detto che il suo scopo è portare il Miur a pensare per il lungo termine. È un’affermazione di grande importanza: fondamentalmente generosa, visto che significa lavorare probabilmente anche per il prossimo ministro; particolarmente ambiziosa, visto che significa lavorare sulle strutture più importanti del sistema del quale, attualmente, ha la responsabilità.

Il Miur si occupa di scuola, università, ricerca e innovazione. Difficile pensare a qualcosa di più importante.

Pensare alla lunga durata significa pensare a questioni relative a questi argomenti:
1. Visione
2. Metodo
3. Metafora
4. Interfaccia
5. Infrastruttura
6. Macchina organizzativa

Faccio qualche esempio di che cosa significa pensare a questi argomenti di lunga durata. Sapendo quando poco io sia qualificato per parlarne. Sono condotto solo dalla passione per un’impostazione che finalmente si orienta alla strategia e alla lunga durata. Per condividere l’impressione della grandezza dell’argomento.

1. Visione

Il tema della visione è chiaramente legato all’idea di società e di cittadinanza che immaginiamo stia evolvendo nell’epoca contemporanea. Una bambina che si iscriva alla prima elementare quest’anno arriverà a lavorare, se tutto va bene e riceve un’educazione relativamente completa, nel 2032. Non abbiamo un’idea di che mondo del lavoro si troverà di fronte.

Sappiamo che non smetterà mai di imparare. Sappiamo che il valore che saprà generare dipenderà da quanto potrà trasformare quello che impara in qualcosa che esprime le sue fondamentali capacità. Sappiamo che non esiste una formula buona per tutti: sappiamo che dovrà avere basi di conoscenze, punti di riferimento, informazioni, atteggiamenti necessari a facilitarne l’adattamento al contesto in cui si troverà. E di certo dovremmo sapere di più.

La scuola serve a fare in modo che la società sia una società che impara e si adatta velocemente al cambiamento. Serve a fare in modo che gli individui che la compongano siano capaci di convivere in modo tale che la loro contribuzione personale possa essere valorizzata dall’insieme e nello stesso tempo possa contribuire a valorizzare l’insieme.

In effetti, non sappiamo molto. Salvo che quel poco che sappiamo ci dice che la scuola attuale non ha moltissimo a che fare con la visione di cui stiamo parlando. Quindi occorre una grandissima innovazione. Quindi occorre ricerca. Quindi occorre una relazione molto più profonda tra l’università e la scuola. E tra il mondo del lavoro e i sistemi di apprendimento. Formali e informali.

La relazione tra scuola, università, ricerca va innovata. Stiamo parlando di sistemi diversi ma connessi profondamente. Possono diventarlo se si pongono insieme a confronto con le grandi sfide della società. È un po’ il messaggio di Horizon 2020. C’è una saggezza nei principi del nuovo programma quadro dell’Unione Europea. Che va declinata e applicata. La leadership del sistema Miur ha la responsabilità di questa declinazione e applicazione. È una visione importante: ed è una visione urgente.

2. Metodo

L’approccio alla conoscenza che serve per ottenere una società che si adatta meglio al cambiamento, nel quale il contributo dei cittadini all’insieme è valorizzato e contemporaneamente valorizza il carattere della società, ha bisogno di un rapporto di rispetto nei confronti della conoscenza. E data la visione che si è appena accennata, questo significa che il metodo fondamentale dell’insegnamento può tendere ad assomigliare al metodo fondamentale della ricerca: teoria, ipotesi, verifica; rispetto dei fatti; accettazione dell’errore; sperimentazione; mutua condivizione delle esperienze; costruzione della nuova conoscenza e diffusione dei suoi risultati come precondizione della ulteriore costruzione di conoscenza; apertura dell’accesso alla ricerca e didattica dell’espasione della ricerca. Imparare a imparare.

Condivisione delle nozioni basilari insieme alle fonti inesauribili di ispirazione: i linguaggi, dalla letteratura alla matematica e all’informatica; i contesti, dalla storia alla geografia; le frontiere, dalla scienza all’arte; le pratiche, dall’economia alla cura del corpo e alla produzione di beni; le regole della convivenza civica; e così via. Nello stesso tempo la sperimentazione personale con le nozioni acquisite, per favorire l’espressione individuale, la capacità di confronto e discussione costruttiva, la prova e l’errore e il risultato positivo. E infine, l’esperienza che insegna in modo informale ma denso di significato, in relazione con i protagonisti della società, dell’economia, della cultura, per accedere alle dinamiche evolutive reali. E per restituire al sapere di chi vive nelle dimensioni attive della contemporaneità il valore di materia di apprendimento di pari dignità di quella che è canonicamente contenuta nei manuali.

3. Metafora

Per descrivere un insieme complesso e poterlo trattare in modo efficiente in rapporto ai suoi obiettivi, occorre una metafora. A che cosa assomiglia l’insieme di scuola, università e ricerca? Scuola, università, ricerca, intese come dimensioni diverse di un’unica filiera della conoscenza generativa, orientata alla crescita e all’accelerazione dell’adattamento della società alle sfide contemporanee, possono essere descritte con una metafora nuova? Una metafora che spieghi ciò che la visione cerca di dipingere e il metodo per raggiungerla? Il sistema della generazione e diffusione di conoscenza, per la crescita delle idee e la loro sperimentazione, insomma il sistema che chiamiamo educazione può essere raccontato con la metafora di un incubatore? Forse.

Se la scuola fosse un grande incubatore di soluzioni per la diffusione di nozioni fondamentali, di idee creative, di progetti culturali, di metodi innovativi per l’apprendimento e per la connessione della conoscenza con la società e l’economia, potrebbe presentarsi come un’organizzazione adatta a gestire il cambiamento invece che subirlo. Una metafora non è mai precisa, ovviamente. Ma può indirizzare l’attenzione verso pensieri costruttivi.

4. Interfaccia

L’interfaccia del sistema è un ambiente formato di scuole, sedi universitarie, centri di ricerca e internet. La dimensione digitale è parte integrante del sistema, che lo si voglia o no. I giovani vivono in un ambiente digitalizzato. Se la scuola vuole restarne fuori si taglia le gambe da sola.

Per riprogettare un’organizzazione si può partire dal sistema produttivo o dallo scopo che si vuole raggiungere.

Pensare l’interfaccia significa partire dall’obiettivo. E l’obiettivo è servire al meglio la società e coloro che devono apprendere.

Allora l’interfaccia deve creare una considizione in cui sia facile usare la scuola, l’università e la ricerca. Venga voglia di farlo. Sia piacevole e interessante, mentre allo stesso tempo è importante. Riprogettare la scuola a partire dall’interfaccia non è incoerente con l’idea della scuola incubatore: perché sappiamo che quello che conta è la didattica e ciò che viene insegnato, il modo e la passione che gli insegnanti adottano per insegnare. Questo è ciò che conta. Un’interfaccia che valorizzi questi insegnanti e il loro rapporto con i discenti rende i loro sforzi ancora più importanti.

5. Infrastruttura

La rete di relazioni tra gli studenti, gli insegnanti, i ricercatori, le aziende e le organizzazioni sociali è un’infrastruttura che va pensata. Perché potenzialmente è il più grande laboratorio di apprendimento del paese, con tutta la gente che coinvolge. Se si pensa a Big data e Open data, la scuola ne è potenzialmente un generatore fantastico. Se si pensa a come la conoscenza sui comportamenti e le esigenze di nove-dieci milioni possono essere studiati in modo da garantire la privacy ma alimentare l’efficienza del sistema si può immaginare l’inizio di una grande stagione di grandi progetti: un’infrastruttura come questa potrebbe liberarsi dal peso delle infrastrutture private e internazionali per generare le condizioni di partenza di un’infrastruttura di rete davvero orientata al bene comune? Questo non potrebbe essere un grande progetto di ricerca che diventa insegnamento e viceversa? La condivisione di conoscenze che avverrebbe su un’infrastruttura del genere, standard e interoperabile, aperta e garante della privacy, non potrebbe diventare la premessa della reinvenzione degli strumenti didattici?

Viene voglia di pensare di sì. Viene voglia di sperare di sì.

6. Macchina organizzativa

Una macchina che riguarda quasi dieci milioni di persone, più le famiglie. Una macchina nella quale quasi mezzo milione è composto da persone che si definirebbero precari. Una macchina nella quale i risultati educativi sono profondamente diversi tra città e città, tra zone urbane e rurali. Una macchina nella quale alcuni insegnanti e dirigenti particolarmente illuminati hanno reso un grande servizio ai giovani fortunati che hanno frequentato le loro scuole. Chi fa il ritmo della macchina nel suo complesso? Dai problemi più gravi o dai battistrada?

È chiaro che il centro, il governo, deve dare un framework visionario e metodologico, garantire standard e interoperabilità per il riuso delle soluzioni. Ma in una macchina che va alla velocità definita da chi ha paura di perdere il poco che ha conquistato o che è indifferente al cambiamento perché ha speso la vita a contribuire senza essere riconosciuto o di chi non riesce ad accedere a un sistema che promette garanzie, una macchina che va alla velocità della conservazione non coglie le opportunità. La leadership centrale, in questo caso, deve dare il ritmo all’insieme.

Credo che ci siano pochi mestieri altrettanto difficili. E credo che si possa e debba rispettare qualunque impegno sincero orientato a portare una macchina così complessa nella direzione di darsi un ritmo strategico di innovazione adatto a costuire un futuro decente. Ma se l’azione riuscisse, non sarebbe un risultato importante: sarebbe il risultato più importante per tracciare una prospettiva in una società che ne ha disperato bisogno.

Ognuno dei sei capitoli citati meriterebbe un lavoro vero di analisi. E molti grandi esperti lo stanno conducendo. Mi scuso per la superficialità di queste righe. Servono, se servono, solo a mettere in fila i problemi di un lavoro di riflessione-azione sempre più necessario se si vuole guardare, come è necessario, al lungo periodo.

What if.. Naval Ravikant e il Quinto Protocollo

Un pezzo visionario di Naval Ravikant, co-fondatore di Venture Hacks e AngelList. Persino troppo visionario.

Naval porta alle estreme conseguenze il bitcoin. Il pezzo è intitolato tanto intelligentemente da indurre anche il lettore poco tecnico a superare i suoi timori per addentrarsi in una ricerca che sarebbe adatta a un libro di Dan Brown. Il quinto protocollo è un titolo evocativo di rara accortezza.

Naval non ci mette molto a svelare i primi quattro protocolli:

The Four Layers of the Internet Protocol Suite are constantly communicating. The Link Layer puts packets on a wire. The Internet Layer routes them across networks. The Transport Layer persists communication across a given conversation. And the Application Layer delivers entire documents and applications.

Il quinto emerge dalla visione di un protocollo internettesco che riesce in modo peer-to-peer a stabilire i rapporti di valore tra i pacchetti che viaggiano in rete. Nasce dall’esperienza del bitcoin ma si generalizza e trasforma fondendosi nel traffico online e aggiungendo una dimensione. I pacchetti con i loro attributi per applicazioni, servizi, link, indirizzamenti si confrontano tra loro per garantire identità, sicurezza, priorità, secondo logiche trasparenti di confronto-collaborazione peer-to-peer. Qui è meglio leggere l’originale.

È certamente un’idea visionaria. Pure troppo. La supposizione di una logica paritaria salva la netneutrality ma consente l’efficientamento del traffico, il che in una visione si può dare come possibile. Ma dal punto pragmatico apre scenari problematici che andranno affrontati.

I bit sono stati creati uguali. Il loro valore nei diversi contesti è diverso. Non si può dare loro una misura di valore assoluto. E poiché non esiste autorità centrale a priori, non si può dare neppure una misura di valore relativo a un punto di riferimento accettato da tutti. Questo salva la logica internettiana. In teoria. Ma in pratica si osserva che anche nel bitcoin le autorità rischiano di emergere per via tecnologica: chi ha computer più potenti può concentrare più ricchezza. Diventando autorità di fatto capace di forti conseguenze sul sistema.

La soluzione sarebbe la moneta che non si accumula, come il Sardex. Ma sarà questa la via prescelta?

Il bitcoin è ancora anche una merce accumulabile. Questo ne mina alcune qualità che sarebbero necessarie nella visione di Naval, imho.

Don’t panic. Preparandosi a un convegno sui modelli familiari vale la pena di guardare questo video

Devo preparare un contributo di venti minuti sui modelli familiari emergenti. Già. A quanto pare, all’incrocio tra un passato di storico della famiglia e un presente di giornalista dell’innovazione si può trovare anche un compito tanto arduo.

È chiaro che l’evoluzione demografica mondiale è definita dalla trasformazione dei modelli di famiglia e che quelli che stiamo sperimentando oggi generano la demografia del prossimo secolo. Siamo arrivati al picco-bambini (gli umani tra 0-15 anni sono due miliardi da dieci anni e non crescono più). Ma le piattaforme che servono la relazione tra le persone hanno forse una conseguenza su questi modelli? Se sì, influenzerebbero le dinamiche più profonde e di lunga durata dell’evoluzione umana.

Hans Rosling intanto spiega la situazione globale così (da non perdere):

Nava Swersky Sofer a Cesena

Nava Swersky Sofer è a Cesena per il Web economy festival. Appunti.

Israele ha prodotto innovazioni molto popolari. Una quantità di nuove tecnologie che oggi usiamo quotidiane. Per esempio Waze, socially based navigation app, acquisita da Google per un miliardo di dollari. Una spesa oltre 4% in ricerca sul Pil (Italia intorno all’1%). Un venture capital in proporzione superiore a quello americano. Ogni anno nascono 600 startup innovative. Vengono acquisite da grandi aziende che incorporano nella loro oggerta le tecnologie sviluppate e spesso tengono in Israele i team come centro di ricerca. Il mercato di prodotti venduti con una licenza israeliana vale 22 miliardi di dollari all’anno.

Israele è grande come la Sardegna, isolata, senza risorse naturali. Ha ottime università, lavoriamo in modo interdisciplinare, non abbiamo modi tradizionali per fare le cose.

Abbiamo un esercito forte e che chiede innovazione. Abbiamo gente disciplinata che passa più anni nell’esercito. Una visione internazionale è parte integrante della steuttura sociale. Brain power. In crescita demografica. Dobbiamo costruire schemi funzionanti per creare posti di lavoro.

Gli incubatori sono nati come modo per creare lavoro. Se hai limoni, fai una limonata.

Il sistema del technology transfer è fatto come business non come funzione burocratica. Ci sono leader aziendali nei board. Il Chief Scientist coordina la relazione tra accademia e industria.

Nanotechnology genera oggi 830 collaborazioni tra università e aziende, 206 startup e 1.500 articoli scientifici come risultato.

Ricetta per l’innovazione: infrastruttura, ambiente, cultura. Fattori basilari: educazione, ricerca, funding e management; regulation, tax, market access, investimenti; la cultura si fa accettando che le cose si fanno in un modo nuovo, con imprenditorialità, accettando il fallimento.

Le università prendono una quota molto grande del valore della licenza dei prodotti (40% ai ricercatori, 20% all’università, 40% alle aziende è una soluzione molto diffusa). Continuare il flow di relazioni tra accademia e aziende. Con incentivi molto chiari e grossi.

Si lavora in inglese. Le aziende nascono globali in Israele. E si pensano sul mercato internazionale.

Michalis Vafopoulos a Cesena

Michalis Vafopoulos è a Cesena per il Web economy festival. Appunti.

Il web è diffuso, contrastato, contraddittorio: va conosciuto. È come una strada. È un’infrastruttura di base. Nella quale viaggiano bit di informazione. Che influenzano la conoscenza. Web ha cominciato come collegamento di siti (1.0), è diventato connessione di persone (2.0), ora diventa rete di dati (3.0).

Il web 2.5 è mobile, non solo content ma anche context, low cost. Cloud non device. Con nativi, immigrati, mediatori.

Come vivere in questa complessità? Intelligenze multiple, Howard Gardner. Più altro probabilmente.

Web goods traggono valore dalla digitalizzazione e connessione. Il traffico genera flussi di valore che si autoalimentano. Le caratteristiche sono attività dei consumatori, la personalizzazione dei servizi. Con peer production: incentivata non solo da
reddito e proprietà ma anche come
arricchimento dei commons. Musopen. Multisided platforms: combinazione di network effect.

Che succede se si applicano queste novità a web 3.0? Bidirectional and massivrly processable data. Ogni dato è riutilizzabile. Open data: accesso, scala, publish once use many times. Miliardi di euro spesi in gestione di dati. È sempre infrastruttura.

Come si crea valore? Remixing machine processable context. Trasparenza, open government e rottamazione dei walled garden.

Che fare? Che deve fare lo stato? Creare un framework publico: con infrastruttura, educazione, pratiche.

Ancora su: “Abbiamo cambiato l’Italia mettendo Dallas in televisione”

Ieri, parlando della crisi attuale e della prospettiva che abbiamo bisogno di raccontarci per uscirne, Mauro Magatti (autore con Laura Gherardi di “Una nuova prosperità“) ha sottolineato come con il 2008 si sia chiusa una fase storica ventennale. Certo, la datazione dell’epoca iperliberista guidata dal capitalismo tecno-nichilista appartiene a chi ha pensato il concetto. Non ne cambia molto il senso tentare di aggiungere qualche considerazione in più, che peraltro allunga la durata di quell’epoca aiutando forse a pensarla nella sua interezza. Proprio per definirne la fine.

Ovviamente il 1989 è stato uno spartiacque straordinario, con la caduta del Muro di Berlino e l’avvio del decennio trionfale del capitalismo finanziario. In quest’ottica, però, la chiusura del ciclo avviene nel 2001 che ha segnato la fine del “nuovo ordine mondiale” centrato sugli Stati Uniti. Se la dimensione che ci interessa per datare l’iperliberismo è piuttosto quella simbolico-culturale, verrebbe da dire che l’avvio dell’epoca iperliberista è precedente e la sua fine è successiva. Il suo avvio sarebbe nell’avvento di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli Stati Uniti. E la sua fine nel 2008-2010 quando, in America prima e in Europa poi, l’attrattiva del pensiero iperliberista entra in crisi insieme alla credibilità del sistema finanziario. L’epoca che dobbiamo imparare a pensare, dunque, sarebbe lunga trent’anni. E imparare a pensare che è finita, quell’epoca, si aiuta a cercare una nuova prospettiva.

Per l’Italia, l’avvio simbolico del trentennio iperliberista potrebbe essere stato non politico ma televisivo. E’ un’immagine che è venuta in mente al leader della destra, attuale rifondatore di Forza Italia, che nel 1989 era soltanto il magnate della tv privata. E che in un’intervista di quell’anno disse: “Abbiamo cambiato l’Italia mettendo Dallas in televisione”. Era il 1981 quando quella telenovela texana è andata in onda in Italia, proprio gli anni fondativi dell’epoca avviata con l’ideologia allora vincente di Thatcher e Reagan. E Dallas era coerente: i ricchi – che in un paese catto-comunista apparivano spietati e senza scrupoli – diventavano gli eroi se si ammetteva che il contesto culturale da adottare era definito da regole fatte per consentire la prevalenza del più forte nella convinzione implicita che in questo modo si generano soldi a palate. Il successo di quella serie televisiva fu segnato dall’adesione ideologica di numerose famiglie che in quegli anni chiamarono jeiar e suellen i loro figli e figlie (fatti registrati dai giornali di allora con un bel po’ di sopravvalutazione). Una frattura ideologica fondamentale, accompagnata dal contesto internazionale e sostenuta in Italia dalla diffusione della regina dei media del trentennio che si è concluso.

Si è concluso nel mondo perché ormai non è più un presidente degli Stati Uniti o un premier britannico a dare il tono ideologico al pianeta. La Cina conta almeno altrettanto. Russia, Brasile, India, mondo islamico, sono poli culturali e simbolici che generano visioni del mondo di potenza rilevantissima.

Si è concluso perché la finanza non è più credibile. Anche se resta enormemente potente.

Si è concluso perché per uscire dalla crisi nella quale l’indebitamento al quale la finanza ha costretto il mondo occidentale non c’è altra strada che ridefinire il percorso verso la prosperità. Imparando a intendere la prosperità in modo nuovo. Come suggeriscono Magatti e Gherardi.

Si esce cominciando a guardare avanti. Come suggerisce il suffisso pro- delle parole chiave con le quali si può guardare avanti: prosperità, prospettiva, progresso, progetto, programma. Ma a queste parole occorre dedicare un post specifico.

Una chiosa. Si è discusso anche ieri in rete di quell’intervista, in uno scambio di battute su Twitter. Un’intervista di venticinque anni fa, senza più appunti che ne attestino i contenuti, si può ricordare a memoria. E per un giornalista che era presente diventa importante precisare. La frase “abbiamo cambiato l’Italia mettendo Dallas in televisione” è stata detta senza dubbio. Un’altra frase in quel contesto è stata: “Il Maurizio Costanzo Show è il circolo illuminista del nostro secolo”. Molte parole sono state spese per parlare dello speciale modello pubblicitario inaugurato dalla Publitalia. Non si è parlato per quanto ricordo di Drive In.

Altra chiosa. In questo secolo la televisione non cambia più il mondo. La fine del Grande Fratello in Uk è forse il fatto più evidente. Internet è certamente una sorgente di innovazione più importante oggi. Ma la tv è ancora un’enorme generatore di immaginario. E può darsi che l’apertura di un nuovo periodo sia stata segnata dall’aver messo in televisione Don Matteo.

Vedi anche
Il racconto della prospettiva
Dallas non era un progetto, dice
L’estetica protestataria e lo spettro del capitalismo

Pierre Lévy e Alain Finkielkraut: intelligence collective

In una playlist la conversazione tra Pierre Lévy e Alain Finkielkraut sull’intelligenza collettiva caricata su YouTube 4 anni fa… (solo audio..)

Gli intellettuali e l’ecologia dei media

Il dibattito sul destino delle forme di autorità culturale tradizionale viaggia tra due estremi, parrebbe: la critica dello “specialismo baronale o autoreferenziale” e l’orrore per la la “democratizzazione del sapere”. I contributi migliori, ovviamente, sono quelli che non si fermano alle posizioni estreme ma argomentano tenendo conto dei fenomeni nel complesso. Giuliano da Empoli ha scritto a proposito del primo punto di vista un libro importante. E Tom Nichols ha scritto recentemente un articolo sul Federalist che vale davvero la pena di leggere a proposito delle conseguenze negative della perdita di credibilità degli esperti. Naturalmente questo ha a che fare con la crisi dei giornali, la crisi dell’università, la crisi della fiducia negli argomenti della scienzamedica, la crisi del dibattito civico in politica e molto altro ancora.

Il problema nasce fondamentalmente dalla crisi di credibilità delle autorità culturali tradizionali, peraltro spesso molto ben meritata. Che d’altra parte non elimina il bisogno diffuso di attribuire fiducia all’opinione di qualcuno che si assuma il ruolo di pensa per gli altri. E dunque avviene che al posto delle autorità tradizionali sorgano al ruolo di generatori di opinioni persone che hanno percorsi si preparazione poco affini alle metodologie tradizionali di selezione dell’autorità culturale. Il loro punto di forza è essenzialmente nella capacità di farsi notare. Ne deriva una generale incertezza e una sfiducia diffusa, quasi un cinismo nei confronti di ogni sapere profondamente coltivato o semplicemente affermato, che rende ogni dibattito difficile da portare in fondo costruttivamente. Ma il punto è che, una volta si siano osservati questi fenomeni, occorre progettare una sorta di risposta. Anche qui il pensiero dell’innovazione è il principale percorso da avviare.

La crisi delle autorità culturali tradizionali, giornali, università, scienziati, è differenziata e non omogenea. La fiducia in alcuni tipi di esperti resiste meglio di altri e nei diversi ceti o gruppi sociali si osservano diverse opinioni in proposito. La credibilità della magistratura o dell’insegnamento scolastico regge in alcuni ambiti della società meglio che in altri. I giornali e i politici sono in ribasso più generalizzato. I finanzieri e i banchieri, in quanto esperti di economia, hanno avuto qualche grosso problema di recente. Gli scienziati sono tutto sommato ancora credibili per chiunque abbia studiato un po’, ma di fronte a dibattiti sulle medicine miracolose non reggono facilmente il confronto delle opinioni di massa più manipolabili.

Non si può dire che non ci siano buoni motivi per queste crisi:

1. La velocità del cambiamento epocale che viviamo svela la scarsa adattabilità di alcuni sistemi di selezione della qualità culturale. L’università baronale orientata più alla gestione delle cordate di carriera che alla generazione di conoscenze di qualità è giustamente messa in crisi dalla velocità culturale dell’epoca internettiana. La tenuta dell’élite culturale è meno forte in un contesto nel quale la rete consente di accedere a qualunque genere di informazione anche approfondita. I giornali non hanno più il monopolio dell’informazione in un contesto nel quale tutti possono contribuire con notizie, commenti e approfondimenti. E così via. La velocità di adattamento al nuovo contesto da parte delle autorità culturali tradizionali è stata troppo lenta per poter reggere al confronto delle soluzioni emergenti. D’altra parte, questo fenomeno lascia dei vuoti devastanti dei quali occorre tener conto.
2. Le forme di finanziamento del lavoro dei professionisti culturali che negli ultimi trent’anni si sono aperte a ogni forma di compromesso intellettuale con i detentori della ricchezza o del potere non hanno giovato alla credibilità di quel genere professionale; gli scienziati della medicina che hanno accettato si sostenere idee che avevano il solo valore di rafforzare la grande industria farmaceutica; gli esperti di economia che hanno accettato supinamente le richieste ideologiche delle grandi organizzazioni della finanza sostenendo nei confronti della politica riforme iperliberiste che si sono rivelate come minimo poco lungimiranti e delle quali paghiamo le conseguenze; i professori universitari che si sono prestati a sostenere le opinioni dei politici più ideologizzati e cinici pur di ottenere qualche vantaggio economico, politico, televisivo; i giornalisti che hanno abbandonato i criteri dell’indipendenza e della completezza per cedere alla tentazione di vivere nei flussi di attenzione generati dai dibattiti meno costruttivi… C’è molto da ammettere per queste categorie: la loro credibilità non era mai stata scontata ma alcuni l’hanno davvero svenduta mettendo a rischio l’insieme.
3. La tecnica della manipolazione delle opinioni nel contesto dei media di massa è stata adottata massicciamente per ridefinire i rapporti di autorità culturale a sfavore della paziente costruzione intellettuale e a favore della mera notorietà degli opinionisti. Insomma: a fare le spese del dissesto ecologico dei media di massa sono stati soprattutto coloro che esprimono conoscenze da argomentare, generate con metodo controllato e orientato all’analisi dei fatti; mentre se ne sono avvantaggiati coloro che erano disponibili a dire qualunque cosa purché in breve tempo, ad alta voce e davanti a audience gigantesche. Ne è uscito un sistema di generazione di idee fondato sul pregiudizio, la brevità sloganistica, la ricerca dell’applauso emotivo. E così via. Un contesto nel quale è stata penalizzata ogni forma di ricerca approfondita. E ha dato potere sulla selezione dell’autorità culturale ai gestori dei media di massa, televisione in testa.

Tutto questo ha messo in crisi l’autorità culturale tradizionale. Non è certo internet la causa del fenomeno. Casomai, internet è stata una via d’uscita contemporaneamente costruttiva e distruttiva. Ha accelerato la crisi. E ha aperto la strada a risposte, in alcuni casi ottime, in altri pessime. Ora è tempo di andare avanti: raccontata la crisi, direbbero gli americani, let’s move on.

L’approccio costruttivo per progettare la prossima struttura della selezione di autorità culturali non può partire dalla lode del passato. Ma dalla visione di un futuro di qualità migliore. Il lavoro intellettuale che serve alla società può essere riprogettato. I filtri all’information overload possono essere ripensati. La formazione profonda può essere riattivata. Ma occorre pensare avanti, non indietro.

Le novità si susseguono, in questa materia strategica per l’economia della conoscenza. Ma selezionare quelle che hanno conseguenze importanti da quelle che sono semplicemente attraenti richiede pensiero, visione e spirito empirico. Dobbiamo costruire.

Come sempre ci sono valori che superano le trasformazioni perché hanno una durata più lunga. Università, giornali, laboratori, centri di analisi economica non sono ancora macerie. Ma se non lo sono ancora è perché contengono un germe culturale fondamentale. Sono i portatori di un metodo. La conoscenza ha bisogno di metodo: ispirazione, visione-teoria, ipotesi-progetto, verifica-sperimentazione; indipendenza, completezza, accuratezza; rispetto dei diritti, spirito di servizio. Questi valori si possono inscrivere nelle nuove piattaforme di gestione e generazione della conoscenza che dobbiamo progettare e realizzare: che molti stanno progettando e realizzando. Ovunque nel mondo. I tentativi sono numerosi. Quelli che andranno in porto sono meno numerosi. Ma il compito è questo: riprogettare le piattaforme della conoscenza, perché su internet lo spazio di innovazione è ancora ampio.

In materia, qui è possibile solo andare per cenni. I temi di azione, per l’ecologia dei media digitali di rete sono molti. La qualità dei filtri. La critica della personalizzazione algoritmica. L’analisi dei big data in chiave commons. Le metafore civiche per la gestione delle discussioni. E così via. Cè abbastanza da lavorare per tutti. Questa è la “democratizzazione” di internet: non tutti i pensieri sono uguali a tutti gli altri; ma tutti i pensieri possono andare a verificare se reggono di fronte alla storia. Parlare di metodo e di conseguenze culturali del metodo, in questo senso, è strategico.

Cibo come bene comune

Un articolo interessante sulla dimensione dei beni comuni suggerisce che il cibo andrebbe considerato nella dimensione dei beni comuni (theBroker).

Si osserva nell’articolo che aria, acqua e cibo sono essenziali per la vita umana e sono soggetti a diversa interpretazione istituzionale. L’aria è prevalentemente pensata come un bene comune. L’acqua è di solito un bene comune ma spesso sta passando nella dimensione dello sfruttamento privato. Il cibo è prevalentemente privato, salvo i casi della raccolta in contesti naturali.

In effetti, i beni comuni non sono solo dati, ma anche consumati, rinnovati e prodotti. L’aria è prevalentemente prodotta da fenomeni naturali e protetta da decisioni umane. L’acqua è prodotta dalla natura ma spesso distribuita da organizzazioni umane nelle aree urbanizzate, il che la rende più adatta dell’aria all’iniziativa privata. Il cibo si forma di solito per sfruttamento di fenomeni naturali ma con forte intervento umano per moltiplicarne la quantità. Sicché il cibo generato dall’agroindustria, che è frutto di attività di mercato nella maggior parte, potrebbe essere pensato come frutto di attività di manutenzione e saggio sfruttamento delle risorse naturali nella logica dei beni comuni.

L’articolo suggerisce che il mercato è riuscito a moltiplicare il cibo ma non a eliminare la fame. Del resto questo non è riuscito neppure all’economia pianificata statale. La logica dei beni comuni applicata al cibo potrebbe in effetti aggiungersi all’agroindustria per correggere il risultato parzialmente ma non completamente positivo del sistema di mercato?

C’è dell’innovazione da realizzare anche in questo settore. Ma questa visione è una sfida interessante.

Papa Francesco, internet, cultura, comunicazione

Antonio Spadaro commenta le parole del papa sulla comunicazione e la rete.

Ecco i sei punti principali:
1. Internet esprime la «profezia» di un mondo nuovo
2. Internet: una rete di persone, non di fili
3. Chi è il mio «prossimo» nell’ambiente digitale? Le «reti di prossimità»
4. Una Chiesa «accidentata», ma dalle porte aperte anche in rete
5. Per una comunicazione non «di massa» ma «popolare»
6. Dialogo e rapporto tra Ecclesia e Agorà

La rete di papa Francesco è la rete fondata sulla pratica del dono, sull’orientamento aperto, sui beni comuni. E’ la rete delle persone non delle tecnologie. E’ la ridefinizione del “prossimo” e la sfida al consumismo. E’ un arricchimento della nozione di ambiente. Non alimenta la cultura di massa ma impone un ripensamento della cultura popolare. Dichiara che la chiesa vive la contemporaneità senza rifiutare di vederne la pienezza, problematica ma densa di speranza.

E’ una buona novella, si direbbe.

Che cosa succede se i prezzi dell’energia cadono più velocemente dei costi di produzione

In un contesto a bassa disponibilità di denaro dovuto alla crisi finanziaria, la domanda di energia non è forte. In un contesto in cui si trovano nuove fonti di energia fossile che possono essere estratte solo ad alto costo, occorrono prezzi dell’energia elevati per generare profitti limitati. Ma se la domanda non è forte i prezzi tendono a scendere. La produzione di energia potrebbe andare in crisi con un andamento discontinuo, tale da generare uno scenario di cambiamenti repentini. La complessità, i cigni neri, le crisi finanziarie a ripetizione sono parte della normalità. La finanza è parte del problema ecologico, come i modi di produrre l’energia. È uno degli scenari discussi su The Automatic Earth. Un fatto è certo: le previsioni non si fanno più come una volta.

Edge – What scientific idea is ready for retirement? The tragedy of the commons

La domanda annuale di Edge, come s’è segnalato qui, è drastica: quali idee scientifiche sono pronte per andare in pensione? Se ne parla in una pagina di Nòva oggi.

Quanto al mio contributo è stato proporre di mandare in pensione la teoria della “tragedia dei beni comuni“: un’idea del 1968 proposta da Garrett Hardin secondo la quale i commons sono destinati inesorabilmente a essere ipersfruttati e a deperire. È evidente che questo può avvenire e che avviene. Ma la nozione di tragedia, come dice Hardin, precisa che si tratta di un destino, di una conclusione inevitabile. Questo non è vero. Lo ha dimostrato Elinor Ostrom.

Un’applicazione di questo pensionamento riguarda internet. Anche se non tutti sono d’accordo, internet può essere considerata un bene comune, il protocollo ip e gli standard che lo fanno funzionare come sappiamo. Compagnie private e organizzazioni statali stanno operando in modo da sfruttare eccessivamente questo bene comune e rischiano di farlo deperire. Ma non è un destino ineluttabile. Possiamo impedire che avvenga.

Vedi
Net neutrality. Perché è importante.

L’homo oeconomicus va in pensione

L’homo oeconomicus va mandato in pensione, secondo Margaret Levi. La politologa ne scrive su Edge, rispondendo così alla domanda dell’anno lanciata alla community animata da John Brockman.

Homo economicus is an old idea and a wrong idea, deserving a burial of pomp and circumstance but a burial nonetheless. People can be individualistic and selfish, yes, and under some circumstances narrowly focused on economic wellbeing. But, even those most closely associated with the concept never fully believed it. Hobbes argued that people prefer to act according to the golden rule but that their circumstances often made it difficult. Without rule of law and in a world of theft and predation, people act with defensive selfishness. Adam Smith, whose invisible hand required individual pursuit of narrow interest, recognized that individuals have emotions, sentiments, and morals that influence their thinking. Even Milton Friedman was not sure if narrowly selfish individualism was a correct assumption about human behavior; he didn’t care if the supposition was right or wrong but only cared if it was useful. It no longer is. Continua su Edge.

Da leggere l’insieme delle risposte. Compresa, con indulgenza, quella dell’autore di questo blog dedicata a un tema doveroso: mandiamo in pensione la teoria della tragedia dei beni comuni.

Parola di Karl Gustav Jung

Un’intervista del 1957 a Karl Gustav Jung, il meraviglioso studioso che ha portato alla nostra attenzione temi di enorme portata culturale come quello dell’inconscio collettivo, col risultato di contribuire in modo decisivo all’avanzamento della psicanalisi, è segnalata e commentata su Open Culture.

[\hang2column]

Il gesto di Ai Weiwei che indica la Moon

Ai Weiwei, il grande artista cinese, non può essere presente di persona a Falling Walls. È collegato via Skype con una connessione criptata (dicono gli organizzatori). Nonostante sia chiuso fuori dalla comunicazione libera è stato possibile fare un ponte con il resto del mondo per quest’occasione. E non c’è dubbio che sia un momento commovente. E in questo contesto il suo contributo assume un valore amplificato. Ai Weiwei propone di compiere un gesto. La libertà riguarda proprio la possibilità di lasciare un segno. E condividerlo. Il progetto si chiama moon moon moon moon. Lasciare un segno. Un invito da un luogo del mondo e della mente che sta costruendo il suo futuro e sviluppa una sua forma di pensiero della libertà. Un invito proposto da un uomo coraggioso.