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Qualitative easing. Draghi’s possible way to deal with both deflation and growth

There is no best time for a monetary easing than a low inflation – or almost deflation – context. But “quantitative easing” is not the only solution. Which is good since buying national bonds with new digital money issued by the Central Bank seems to be an unconvincing solution. There could be a different way?

Quantitative easing effects are not easy to asses. The matter has generated important and controversial studies. One problem is about the real impact that a quantitative effect has on growth: by lowering real interest rates it should positively impact investments, but there is no guarantee that it works this way; on the other hand, it generates some kind of expectation about the Central Bank’s will to fight deflation while creating some concerns about governments’ will to fight for structural reforms.

But why should a Central Bank limit its choices only to buying or not buying any kind of national bonds? Why not trying to influence national policies by declaring the will to buy only a special quality of bonds? This approach could be called “qualitative easing”.

Here is just an example. The “qualitative easing” could be designed in such a way that gives money to the economy while still managing to avoid lesser attention to structural reforms. It could be done by the Central Bank buying not just any debt: the Central Bank could buy new bond only aimed at completing important infrastructural projects to be implemented through a transparent process. Italy, for example, badly needs a new digital infrastructure; it has hundreds of important investments to do in roads, railroads, airports and ports; it has to invest in its environment, which has been impoverished by decades of wild building and of industrial sites abandoned. Investing in such things could start a cicle of growth, but there is no money to do it. Qualitative easing could be a way to look differently at this problem: fighting deflation while investing in growth at the same time. Moreover: if one takes into account the idea that reforming the public administration is a very much needed structural reform in a country like Italy and that this could be done by investing in a modern and transparent digital platform for citizens dealing with public burocracy, then the country could issue special bonds only to finance this digitalization and the Central Bank could buy them. And the process could be internationally monitored in such a way to limit corruption and mismanagement.

In other words, qualitative easing could have the same impact as the

Edge presenta Chiara Marletto. La fisica del possibile e dell’impossibile

Un nuovo contributo di Edge: presenta il lavoro di Chiara Marletto una scienziata partita da Torino per arrivare a Oxford dove si occupa di fisica teorica. Ha lavorato all’idea del computer quantico e molto altro. Edge la presenta per il suo contributo alla formulazione di un approccio innovativo alla fisica. Un approccio che invece di considerare l’evoluzione di un fenomeno a partire dalle condizioni iniziali e leggi di movimento tenta di riformulare tutto in termini di “possibile e impossibile”. Basta leggere il pezzo su Edge per scoprire la fascinazione di questo approccio.

I’ve been thinking about constructor theory a lot in the past few years. Constructor theory is this theory that David Deutsch proposed—a proposal for a new fundamental theory to formulate science in a completely different way from the prevailing conception of fundamental physics. It has the potential to change the way we formulate science because it’s a new mode of explanation.

When you think about physics, you usually describe things in terms of initial conditions and laws of motion; so what you say is, for example, where a comet goes given that it started in a certain place and time. In constructor theory, what you say is what transformations are possible, what are impossible, and why. The idea is that you can formulate the whole of fundamental physics this way; so, not only do you say where the comet goes, you say where it can go. This incorporates a lot more than what it is possible to incorporate now in fundamental physics.

Jamais Cascio: promemoria per come vediamo il futuro

All’Institute for the Future dicono: “La legge fondamentale degli studi sul futuro è che non esistono fatti sul futuro. Solo narrazioni”. Le previsioni in effetti non attraversano un momento di grande popolarità. L’Economist ha scritto in proposito: “L’economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate”. E il successo di Nassim Taleb è connesso a queste vicende perché è orientato a ragionare sull’evoluzione dei fenomeni complessi negando il valore dei fenomeni tanto fragili da funzionare soltanto quando si riescono a tenere sotto controllo con le previsioni.

Queste narrazioni hanno bisogno di materiale, ovviamente. Jamais Cascio scrive un appunto da tenere a mente quando progettiamo un pensiero sul futuro:

1. Clima ed ecologia
2. Demografia
3. Modelli sociali
4. Potere e ricchezza
5. Arte

L’equilibrio tra questi elementi è azzeccato. Tendiamo a dare molta importanza a potere e ricchezza, ma valgono solo per un quinto del problema. Ecologia e demografia sono decisamente più importanti per ispirare visioni di grande impatto e vagamente realistiche. I modelli sociali sono la parte più complicata, vanno dalla religione al costume, dalle abitudini familiari alle dinamiche della comunicazione (difficile tirarne fuori qualcosa che non rischi di essere molto fantasioso). L’arte invece è spesso dimenticata quando si parla del futuro: ma è forse la fonte più grande di ispirazione per la credibilità delle grandi narrazioni sorprendenti.

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Il nostro Pil è in crescita

Il nostro Pil è in crescita. Soffriamo, arranchiamo, ci contraiamo: ma questo avviene se ci consideriamo chiusi nella gabbia territoriale italiana. E invece cresciamo, miglioriamo, creiamo opportunità: se riusciamo a vedere che la nostra economia è quella del pianeta. Questa non è la negazione di una realtà difficile: è una prospettiva per uscire dalla difficoltà.

Le aziende italiane che esportano sono pensate per stare in un’economia che cresce. Quella del Pil mondiale. Il Sole 24 Ore oggi riporta i dati di una crescita che continua. Dai macchinari agli alimentari, le aziende che esportano crescono. E Adriano Moraglio mostra nel suo libro quali sono le imprese che restano agganciate all’economia internazionale.

Questa non è una soluzione: è una prospettiva.

Ma vedendo l’economia in questo modo, cioè considerando prima di tutto il contesto internazionale, si pone il problema in modo che appare almeno degno di una soluzione. Internazionale significa, per l’Italia:
1. trovare chi riconosca il valore aggiunto delle nostre conoscenze, del nostro gusto, della nostra ricerca
2. trovare domanda crescente
3. imparare a stare alle regole, a mantenere gli impegni, a innovare continuamente: perché all’estero e soprattutto per gli italiani non vale la furbizia, non vale la rendita di posizione, vale la capacità di dare valore.

Questa è la strada anche per attrarre investimenti (siamo scesi al livello della Colombia da questo punto di vista). E’ la strada per modernizzare il paese. E’ la strada per comprendere il valore della rete. E’ la strada per acquisire una mentalità cosmopolita, non solo come aziende, ma anche come professionisti, giovani, creativi…

Se ci si svela davanti agli occhi che la nostra economia cresce, allora cominciamo a progettare in modo sensato e vincente. Improvvisamente acquista senso la necessità di apprendere e informarsi seriamente sulle regole, le opportunità, i comportamenti accettabili all’estero. E acquisisce senso informare in modo trasparente e intelligente sulle nostre qualità e i nostri difetti. Perché il valore aggiunto della cultura italiana è tale se è riconosciuto: all’estero è riconosciuto, se è conosciuto.

Agganciarsi con la mente all’economia internazionale che cresce è la premessa per dipingere una prospettiva costruttiva, in base alla quale scrivere progetti sensati e puntare a una nuova forma di prosperità. Coerente con i valori italiani. Che in fin dei conti sono concentrati intorno al tema della qualità della vita, della qualità delle relazioni, della qualità dell’ambiente, della qualità della cultura.

Restare chiusi nella gabbia della nostra piccola e disorganizzata nazione, invece, non fa che aumentare la litigiosità, abbattere la progettualità, definire una prospettiva di declino. Il cui unico effetto è quello di spingere il sistema ad avverare le più negative previsioni.

Se impariamo a vedere che il nostro contesto è quello internazionale, impariamo a riconoscere le opportunità, comprendiamo i nostri difetti e assorbiamo profondamente l’esigenza di imparare a innovare. La globalizzazione è la competizione tra tutti i territori del pianeta. Quelli che vincono valorizzano le loro capacità: per gli italiani si tratta di valorizzare l’unicità di una cultura e di un amore per la qualità che genera valore aggiunto e che si dimostra attraente e riconoscibile. Il nostro punto di vista locale, con una buona dose di umiltà, va superato. Imho.

A lot a lot. And I like David Weinberger’s take on the Italian draft “Declaration of Internet Rights”

David Weinberger has a set of comments about the Italian draft “Declaration of Internet Rights”. He says he likes the draft a lot. «A lot a lot». He quotes the draft, the opening for public comment and Fabio Chiusi’s report.

«I like the document a lot. A lot a lot. The principles are based on a genuine understanding of the value that the Net brings and what enables the Net to bring that value. This is crucial because so often those who seek to govern the Net do so because they see it primarily as a threat to order or a challenge to their power.

The Declaration focuses on the rights of individuals, taking the implicit stance (or so I read it) that the threat to those rights comes not only from Internet malefactors and giant Internet conglomerates run amok, but also from those who seek to govern the Net. It includes as rights not only access to the Net, but access to education about how to use the Net, a point too often forgotten.»

What is wonderful – and, sadly, rare – in David’s comment is the fact that he actually read the draft and found out what it is meant for. It isn’t about regulating the Net. It is about regulating those that want to regulate the Net. And it does so in the name of human rights by focusing on the actual character of the Net, which the draft describes as a great opportunity and not a threat: what’s threatening are governments and big companies that want to change the Net to control it.

Net neutrality, for example, is not a form of regulation that limits market’s freedom. On the contrary: it is an enabler for freedom in the market of innovation and expression. And samething similar can be said about the notions of “platforms’ interoperability” and “digital impact assessment” (meaning: the institution that wants to decide something about the Net must first demonstrate it understands the ecosystemic consequences of what it is trying to do).

David also stresses this aspect of the draft by suggesting that it contains something like “Every effort will be made to enable the governance of the Net bottom up and by the edges.” Which is a truly internettian wording that I personally like a lot a lot.

Yes. Because the draft – which I timidly helped writing at the Commission – can be improved. Maybe its wording could be even simpler, its goals should be clearer, its limits should be more understandable. That is why we should hope in a rich public debate about the draft.

Post hoc ergo propter hoc. Da Joan Robison a Susan Etlinger

Susan Etlinger, a TED, cita la famosa formula che Joan Robinson aveva pensato per spiegare come si può sbagliare guardando ai dati senza senso critico: post hoc ergo propter hoc è l’errore tipico di pensare che siccome una cosa segue nel tempo un’altra cosa, allora la prima è la causa della seconda. Il senso critico, dice Etlinger, non viene guardando semplicemente i dati, ma cercandone il senso: dunque viene dallo studio della filosofia e della storia, dalla sociologia. Probabilmente dall’arte.

La ricerca umanistica che si confronta con quella scientifica e tecnica: è una risposta intelligente alla formula (nata vecchia) di Chris Anderson che aveva annunciato la fine della teoria. Vale la pena di dare un’occhiata ad alcune correlazioni assurde. Per poi guardare il video di Etlinger.

Lessig e Snowden

Per chi l’ha persa, questa intervista-lezione di Lawrence Lessig a Edward Snowden, in Harvard.

Viviamo nelle storie. Vediamo di scrivere la nostra

Importante, riflessivo intervento di Jonathan Gottschall sull’infinita domanda intorno a che cosa ci rende umani. La risposta: viviamo di storie, immersi nelle storie. Ricordi che rivediamo nel teatro della memoria. La successione degli attimi, delle fotografie del presente, che interpretiamo e comprendiamo solo pensandole in relazione a un film simulante tra quelli che abbiamo sviluppato nella nostra mente. Quantità ingestibili di informazioni che elaboriamo inquadrandole in storie.

Già. Steve Jobs invitava a trovare ciò che amiamo fare e non lasciare che siano altri a scrivere la storia della nostra vita. E a sapere ogni giorno che chi verrà dopo di noi sarà a sua volta autore della sua vita. È anche questa una storia, che ci accomuna come individui: che dunque è singolarmente collettiva.

Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto

Questo post è un po’ lungo…

L’approccio

Lawrence Lessig ha avuto l’intuizione fondamentale. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada:

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“Every age has its potential regulator, its threat to liberty. Our founders feared a newly empowered federal government; the Constitution is written against that fear. John Stuart Mill worried about the regulation by social norms in nineteenth-century England; his book On Liberty is written against that regulation. Many of the progressives in the twentieth century worried about the injustices of the market. The reforms of the market, and the safety nets that surround it, were erected in response.

Ours is the age of cyberspace. It, too, has a regulator. This regulator, too, threatens liberty. But so obsessed are we with the idea that liberty means “freedom from government” that we don’t even see the regulation in this new space. We therefore don’t see the threat to liberty that this regulation presents.

This regulator is code—the software and hardware that make cyberspace as it is. This code, or architecture, sets the terms on which life in cyberspace is experienced. It determines how easy it is to protect privacy, or how easy it is to censor speech. It determines whether access to information is general or whether information is zoned. It affects who sees what, or what is monitored. In a host of ways that one cannot begin to see unless one begins to understand the nature of this code, the code of cyberspace regulates.”

E aggiungeva, a dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria:

“This regulation is changing. The code of cyberspace is changing. And as this code changes, the character of cyberspace will change as well. Cyberspace will change from a place that protects anonymity, free speech, and individual control, to a place that makes anonymity harder, speech less free, and individual control the province of individual experts only.”

Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. “The basic code of the Internet implements a set of protocols called TCP/IP. These protocols enable the exchange of data among interconnected networks. This exchange occurs without the networks knowing the content of the data, or without any true idea of who in real life the sender of a given bit of data is. This code is neutral about the data, and ignorant about the user”. La conseguenza è che in questa architettura è che la singola persona è difficilmente tracciabile e che lo scambio di dati è difficile da controllare il che significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere per esempio la pedofilia, la diffusione di materiali filonazisti e altro. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? “There are many who think that nothing can be done: that the unregulability of the Internet is fixed; that there is nothing we can do to change it; that it will, so long as it is the Internet, remain unregulable space. That its ‘nature’ makes it so”. E’ un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: “But no thought is more dangerous to the future of liberty in cyberspace than this faith in freedom guaranteed by the code. For the code is not fixed. The architecture of cyberspace is not given. Unregulability is a function of code, but the code can change. Other architectures can be layered onto the basic TCP/IP protocols, and these other architectures can make behavior on the Net fundamentally regulable. Commerce is building these other architectures; the government can help; the two together can transform the character of the Net. They can and they are”. Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazioni su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. “So should we have a role in choosing this code, if this code will choose our values? Should we care about how values emerge here?”. Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. Perché chi decide c’è sicuramente.

“Our choice is not between “regulation” and “no regulation.” The code regulates. It implements values, or not. It enables freedoms, or disables them. It protects privacy, or promotes monitoring. People choose how the code does these things. People write the code. Thus the choice is not whether people will decide how cyberspace regulates. People—coders—will. The only choice is whether we collectively will have a role in their choice—and thus in determining how these values regulate—or whether collectively we will allow the coders to select our values for us”.

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? “For here’s the obvious point: when government steps aside, it’s not as if nothing takes its place. It’s not as if private interests have no interests; as if private interests don’t have ends that they will then pursue. To push the antigovernment button is not to teleport us to Eden. When the interests of government are gone, other interests take their place. Do we know what those interests are? And are we so certain they are anything better?”.

Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: “Our first response should be hesitation. It is proper to let the market develop first. But as the Constitution checks and limits what Congress does, so too should constitutional values check and limit what a market does. We should test both the laws of Congress and the product of a market against these values. We should interrogate the architecture of cyberspace as we interrogate the code of Congress”.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

Tutto questo svela due ordini di realtà piuttosto importanti.

Chi ritiene che il mercato sia in grado di autoregolarsi e non debba subire l’interento del governo può avere se sue ragioni sul piano economico, ma queste si fermano di fronte alla scoperta che il codice ha conseguenze normative: le scelte dei programmatori possono essere influenzate dalle logiche del mercato ma non ne sono completamente governate. Perché esiste una dimensione indipendente nella quale valgono i valori dei programmatori, le logiche evolutive della tecnologia, la stessa capacità di interpretare le conseguenze della programmazione sui comportamenti degli utenti. Anzi, questa dimensione non è ininfluente sulla struttura del mercato: la forza normativa del codice software entra in gioco e contribuisce a regolare, implicitamente o esplicitamente, le stesse relazioni di mercato, limitandone alcune e favorendone altre.

Analogamente, chi ritiene invece che il governo debba intervenire per dare una voce democratica alla regolamentazione dei comportamenti umani nel mondo della rete dovrebbe tener conto a sua volta del fatto che il codice ha conseguenze normative. In una certa misura, si può dire che le leggi scritte sulla carta hanno conseguenze mediate dalla tecnologia. La tecnologia, si scopre, ha conseguenze normative autonome e in qualche caso indipendenti dalla lettera delle leggi. Un po’ come la qualità della burocrazia influisce sulla qualità dell’applicazione delle decisioni del governo, così la qualità del software influisce sulla qualità dell’applicazione delle norme decise dal governo. E così come la capacità della burocrazia di interpretare interessi e momenti storici è importante nell’applicazione delle decisioni politiche, allo stesso modo l’interpretazione normativa del codice è importante per comprendere quanto e come le norme politiche saranno davvero efficaci.

Di fronte a tutto questo, la storia ci dice che i governi democratici tendono a subire l’influenza delle lobby finanziarie e ad essere limitati nella loro azione da una conseguente ideologia economicista. Da questo punto di vista gli spazi di manovra per gli interventi regolamentari da parte dei governi sembrano essersi ridotti di fronte alla libertà d’azione della finanza e, grazie agli spazi così aperti nelle normative, le piattaforme tecnologiche di maggior successo si sono rese fondamentalmente autonome dagli stati: dal punto di vista fiscale e dal punto di vista normativo, quasi fossero repubbliche – o imperi – indipendenti.

Ma non è la fine della storia. Forse perché la storia non ha fine. La politica ritorna in mille modi a farsi sentire: nel confronto tra le potenze globali, tra le democrazie occidentali, il nazionalismo russo, la partitocrazia capitalistica cinese, le diverse interpretazioni politiche dell’islam e così via; nella gestione delle tensioni sociali che emergono durante la grande trasformazione che pervade le vecchie economie dominanti che lasciano spazio alle nuove economie emergenti; e nell’invenzione continua di innovazioni anche politiche che emergono dalle profondità dell’internet originaria, ancora generativa e relativamente libera.

La politica

Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione. Questo è quanto abbiamo appreso dall’evoluzione del dibattito sul tema posto da Lessig.

Byung_Chul_HanAndrebbe letto il libro di Byung-Chul Han “La società della trasparenza”: il filosofo coreano che insegna a Berlino discute con straordinaria lucidità del mito della trasparenza e lo accosta all’ideologia della perfetta circolazione della moneta, alla concezione efficientista della tecnologia dell’informazione, alla società dell’apparire. Ne emerge una critica fortissima del mito secondo il quale la trasparenza è giusta, bella e vera di per sé. Un’argomentazione da discutere ma che lascia il segno. E andrebbero letti mille altri contributi, sulle conseguenze della rete, comprese quelle politiche. Come per esempio il libro di Antonio Floridia, “La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi” (Carocci 2012), oppure Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti” (Laterza 2012, segnalazione), o addirittura per chi abbia tempo in eccesso, il libro dell’autore di questo testo “Media civici” (Feltrinelli 2013). Ma la bibliografia è sterminata. Non è possibile ricostruire tutto in poche righe. Ma si può scegliere. A partire dalla premessa: Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione.

In un contesto nel quale le regole fondamentali poste dalla legge del software sono strutturali, cioè vagamente simili a forme costituzionali, il primo passo è quello di individuare i modi con i quali la politica consapevole, se non addirittura democratica, riprende una libertà di manovra e una capacità di influenza sul modo con il quale la società prende decisioni che riguardano i fondamenti della convivenza.

In assenza di politica, la tecnologia pone le sue regole. E le regole dei media sociali influiscono sulla convivenza in un modo molto preciso. Facebook, la più diffusa piattaforma per il social networking, sceglie di condurre le persone che la usano a connettersi sulla base della regola del “mi piace”. Ogni volta che si dichiara che un post “mi piace” la selezione viene registrata e un algoritmo che funziona di default sulla piattaforma fa in modo che le prossime volte che si entra su Facebook le prime informazioni che si vedono sono quelle postate da persone alle quali in passato si è dato un “mi piace”. Poiché il tempo che si passa sulla piattaforma non è infinito, le prime informazioni sono probabilmente molto più viste di quelle che apparirebbero andando avanti nella lettura: alla lunga ci si connette prevalentemente con le persone alle quali si è fatto “mi piace”. Questo algoritmo è un filtro contro l’eccesso di informazione. Comodo, gradevole e con importanti conseguenze. Si formano secondo Eli Pariser (“The filter bubble”) delle bolle mentali e sociali all’interno delle quali le persone incontrano solo persone simili a loro, per curiosità, interessi, ideologie. E’ un modo divertente di socializzare e piuttosto gratificante perché come i “mi piace” si danno, in queste bolle è probabile che i “mi piace” si ricevano. Ma non è necessariamente un buon modo per prendere decisioni che abbiano una valenza politica per una popolazione.

In effetti, le decisioni politiche si prendono anche insieme a chi non piace. Anzi il problema è proprio questo: come costruire regole “costituzionali” che servano a decidere con gli altri cittadini che non hanno necessariamente le stesse opinioni ma secondo un metodo legittimato da tutti. E a questo proposito sta emergendo una nuova ondata innovativa per la generazione di piattaforme che abbiano questa funzione, fatte con un condice, delle regole e un’intefaccia che favoriscano comportamenti adatti a svolgere questa funzione.

Fino a che al di sotto delle piattaforme più utilizzate dalla popolazione connessa in rete esiste sempre una internet neutrale resta possibile l’emergere di nuove piattaforme governante da nuove regole. Nelle profondità della rete, programmatori e innovatori continuano a costruire forme diverse di interpretazione della realtà e dunque nuove opzioni di convivenza connessa. Comprese quelle che riguardano i modi con i quali le società prendono decisioni politiche. E i primi segni di questo lavoro stanno conquistando lentamente il loro posto in rete. Dopo i media sociali, potrebbe essere ora dell’avvento dei media civici.

Le soluzioni in proposito non mancano. Uno studio offerto al Senato della Repubblica Italiana dalla Fondazione Ahref ne ha fatto una sintesi in uno studio che si trova online: I media civici in ambito parlamentare. Liquid Feedback, IdeaScale, Civi.ci e molte altre piattaforme si stanno affacciando all’attenzione delle istituzioni che cercano modi per rigenerare la loro relazione con la popolazione e rivitalizzare la democrazia. La ricerca che li conduce è consapevole del fatto che il codice è legge, l’algoritmo è regola e l’interfaccia è interpretazione: il che significa che i comportamenti degli utenti sono influenzati – spesso profondamente – dalla forma delle piattaforme. La civicità di quei comportamenti è il risultato probabile del design di quelle piattaforme, oltre che di molte altre cose relative al contesto storico e geografico nel quale vengono applicate. L’adozione di quelle piattaforme da parte delle popolazioni nelle loro relazioni con le istituzioni non dipende certo solo dalla forma delle piattaforme, ma di certo le conseguenze di quell’eventuale adozione sono precise per quanto riguarda il comportamento delle persone e dunque la qualità delle decisioni che prendono.

I media civici tengono conto, implicitamente o esplicitamente, di regole che riguardano il modo con il quale le persone si informano, si scambiano opinioni, aggregano le opinioni in istanze operative, votano per mettere in ordine di priorità le loro istanze e confrontano le istanze con i vincoli posti dalla realtà per verificarne la compatibilità per ritornare a generare informazioni e riaprire eventualmente il ciclo. Si danno media civici usati da popolazioni o gruppi che intendono auto-organizzarsi e si danno media civici usati per riqualificare la relazione tra le popolazioni e le istituzioni o addirittura i partiti e le aziende.

Quello che importa sottolineare è che le regole dei media civici sono regole strutturali che influenzano le decisioni. Quindi se la tradizione costituzionale viene presa in conto si possono ispirare i programmatori a costruire piattaforme che per regola tendano a generare comportamenti equilibrati nello scambio di informazioni, nella proposta di opinioni, nelle discussioni per organizzare le istanze, nella qualità della relazione tra le priorità desiderate e le compatibilità storiche vincolanti. Un equilibrio che riguarda la salvaguardia delle minoranze, l’efficacia dei sistemi decisionali, la qualità della documentazione che serve alle informazioni, la condivisione sui vincoli che definiscono le compatibilità, e così via. Non esiste ancora una piattaforma che faccia tutto questo. Ma la strada è segnata e non è detto che sarà mai serviva da una sola piattaforma.

Ma un fatto è certo: queste nuove proposte emerse dalle profondità della rete e dalla sua qualità generativa non potrebbero innovare il panorama socio-politico se l’internet non fosse neutrale, come diceva Lessig, rispetto alle persone e alle idee che fa circolare. E senza regole politiche non esisterebbe alcuna motivazione per pensare che internet possa restare neutrale, o che tenda ad essere facilmente accessibile a tutti. Gli incentivi di mercato, le esigenze delle grandi corporation capitalistiche, o altre forme di influenza sull’evoluzione dei valori e delle decisioni dei programmatori che fanno le piattaforme potrebbero benissimo fare evolvere la rete verso una condizione di accesso non universale a una internet non neutrale. Come è già avvenuto per esempio per quanto riguarda la rete mobile, un enorme successo scaturito da innovazioni tecnologiche, da posizioni conquistate sul mercato, da regolamentazioni sulle aste delle frequenze pubbliche, ma non da un dibattito democratico intorno a questa questione: se gli operatori controllano quello che può e non può passare sulla rete, gli innovatori possono presentare le loro idee solo chiedendo il permesso. E questo limita enormemente l’innovazione. Compresa quella politica, che in un certo senso potrebbe avere conseguenze sul potere dei tecnici e degli operatori. In realtà, la generatività di un sistema dell’innovazione sta nell’equilibrio tra le tensioni legate alle logiche della politica, le evoluzioni legate alla dinamica del mercato e, da non dimenticare, le collaborazioni e le opportunità legate alle condizioni dei beni comuni, risorse che non rispondono né allo stato né al mercato essendo di tutti e ciascuno, manutenute in base a consuetudini e regole sociali e culturali come la vecchia internet neutrale.

rodotà_democrazia_tecnologiaNe viene fuori il dibattito sull’Internet Bill of Rights. Che alla Camera dei deputati italiana ha dato vita a una Commissione dedicata. Il tema è arrivare a una dichiarazione dei diritti, come appunto il secentesco Bill of Rights britannico, per indirizzare le successive normative che riguardano internet tenendo conto degli equilibri che vanno mantenuti per sviluppare il bene comune della conoscenza rappresentato dall’internet salvaguardando e valorizzando i diritti umani che le diverse interpretazioni della rete possono sviluppare oppure comprimere. Il Brasile ha approvato il Marco Civil. E l’Italia, nel semestre del suo speciale servizio all’Europa, si prepara a contribuire a un tema decisivo per la vita civile.

Gli argomenti in discussione sono: la neutralità della rete, privacy e libertà di espressione, accesso universale, apertura dei dati pubblici, sicurezza. Questa è politica nel senso della costruzione di una visione costituzionale che serva a indirizzare le decisioni operative che si prendono in rete, con la rete, per la rete. Ovviamente è solo un aspetto della politica. Ma è quello fondamentale. Le policy non ne sono una conseguenza, ma se tutto va bene, non emergono senza tener conto dei principi costituzionali. E altrettanto si potrebbe dire del software che sostanzia quelle policy.

Già, perché alla fine dei conti, il modo più efficiente di fare le leggi e di farle funzionare è immaginare che siano a loro volta costruite come software.

La policy

Ci avevano pensato in molti. Anche gli scrittori di fantascienza Vernor Vinge e Tom Maddox. La loro visione era quella di uno stato che scrive le leggi come software e le fa applicare come tecnologie. Avevano, in quel lontano 1996, una visione un po’ troppo ispirata al terrore del Grande Fratello, ritenendo che l’efficienza del governo sia sempre collegata alla tentazione di raggiungere un maggiore potere autoritario e non avendo ancora visto quanto le piattaforme private possono ottenere in assenza di interventi statali.

Oggi le premesse per allargare la relazione tra policy e software si sono create. E andrebbero colte, nel rispetto del potenziale Internet Bill of Rights, per ottenere alcune conseguenze piuttosto decisive:

1. più facile accesso alla conoscenza delle leggi
2. più facile innovazione e semplificazione delle leggi
3. più chiaro funzionamento delle leggi
4. più chiare modalità per fare rispettare le leggi
5. più semplice valutazione dell’impatto delle leggi

Sacco_FrancescoViene da pensare, con l’economista Francesco Sacco che ne ha scritto su Nòva Il Sole 24 Ore, che al di là della domanda di diritti elaborata a fondo nel XX secolo, le popolazioni del XXI secolo chiedano anche e forse soprattutto risultati. “In Italia” scrive per esempio Sacco “gli imprenditori chiedono meno burocrazia e il Governo vorrebbe accontentarli. Ma ridurre la burocrazia, che si nutre di leggi, con nuove leggi, è una cura che funziona con difficoltà. Va cambiato alla radice il sistema operativo del Paese, il modo in cui esso stesso funziona. Da analogico-burocratico andrebbe trasformato in digitale-applicativo”. Quella di Sacco non è una metafora ma una proposta: “La maggior parte delle norme prescrivono – come farebbe un algoritmo – ciò che va fatto o potrebbe esser fatto al ricorrere di certe condizioni oppure, come fa un modello entità-relazioni per definire un database, sono definitorie di entità – soggetti o fattispecie – e/o delle loro relazioni”. Inoltre, per Sacco, questa proposta non è utopistica ma già in corso di attuazione: “In parte la trasformazione delle leggi in formato digitale-applicativo è già in corso. Ad esempio, l’intero Codice di Procedura Civile italiano, ma anche le statistiche di funzionamento di tutti i tribunali, sono già stati incorporati in un software (Epc) che è usato in Italia da tutte le principali banche e assicurazioni con circa 20mila operatori che gestiscono quotidianamente circa 150 miliardi di crediti incagliati in 1,5 milioni di pratiche distribuite su più di 15mila legali. I costi legali del recupero crediti si sono ridotti anche del 30%, ma, soprattutto, si sono ridotti enormemente gli errori procedurali con notevoli impatti sull’efficienza del recupero. Considerando che un miglioramento dell’1% vale 1,5 miliardi di euro, è un investimento sicuramente redditizio. Se fosse incorporato anche solo in parte nella gestione della giustizia italiana o dell’amministrazione, sarebbe una concreta rivoluzione” (Nòva). La stessa interpretazione delle norme è “digitalizzabile” almeno per quanto riguarda i temi più noti e stabilizzati e il sistema di condivisione della conoscenza giuridica progettato e realizzato dallo Studio Toffoletto De Luca Tamajo è una risposta già operativa che ha conseguenze rilevanti sul funzionamento dello studio e sul suo servizio ai clienti (Nòva).

I passaggi di maturazione di questa tendenza in altri paesi lasciano pensare che possa essere qualcosa di più di un’ipotesi. Nel Regno Unito tutto il corpus legislativo è ufficialmente online in un sistema che consente interrogazioni ed elaborazioni ampie ed efficienti (Nòva). In pratica ogni legge e ogni comma sono dotati di un identificativo unico e sono disponibili in formato aperto usando un’interfaccia programmabile (Legislation). Non è facilissimo, naturalmente. Ma si può immaginare che un buon sistema di programmazione su una base di dati come questa possa arrivare a riconoscere le leggi definitivamente abrogate, quelle che sono in funzione anche se sono state emendate e le renda più leggibili connettendo le norme e gli emendamenti in modo meno astruso di quello che si usa sulla carta (dove le nuove leggi sono infarcite di rimandi alle precedenti e non si riescono a leggere in modo semplice). In Italia, Normattiva è un inizio in questa direzione, anche se non gode dell’ufficialità che è invece attribuita alla versione inglese.

La digitalizzazione della normativa, la sua utilizzabilità con programmi che la analizzino, la sua interpretazione con l’ausilio di basi di dati giurisprudenziali efficienti rispondono all’esigenza di facilitare la conoscenza della legge e probabilmente aprono la strada a una concreta semplificazione.

Ma per quanto riguarda la facilità di applicazione delle leggi e delle modalità con le quali si fanno rispettare i passaggi progettuali vanno ancora approfonditi e sperimentati. Sacco ha un’idea, in proposito: “Partendo dalla ridefinizione recente delle banche dati d’interesse nazionale e dalle tre priorità definite dalla task force del precedente Governo (anagrafe unica digitale, fatturazione elettronica e identità digitale), l’intero processo legislativo potrebbe essere rivisto, puntando a definire prima ancora di una nuova legge la sua implementazione software e la sua integrazione all’interno del sistema informatico pubblico. La si potrebbe immaginare come una lunga serie di scelte fatta su un’app su Internet, ma che alla fine produce gli effetti desiderati in modo trasparente, eliminando tutta la carta che va in giro. Questa soluzione rispetto ad una norma “analogica” non solo sarebbe più flessibile per i piccoli aggiustamenti o chiarimenti, che sono sempre necessari ma avrebbe un costo di controllo e di enforcement praticamente nullo, perché ciò che non è possibile scegliere in un menu non può semplicemente essere fatto”.

Forse non tutte le leggi sono applicabili in questo modo. Ma di certo molte leggi che hanno un impatto pratico sulla vita quotidiana potrebbero essere fatte così. Non c’è nulla di strano: già oggi, ogni giorno seguiamo le leggi imposte dalla nostra applicazione preferita sul cellulare e non abbiamo problemi a rispettarle.

C’è poi una conseguenza in più di un’impostazione del genere. Poiché le leggi di questo tipo si rispettano usandole, cioè applicandole, il sistema in cloud che offre il servizio raccoglie informazioni. Potrebbe essere un Grande Fratello. Ma potrebbe essere un modo per valutare i risultati raggiunti da una legge. E correggerla in funzione della sua efficacia. Ma che si vada nella prima o nella seconda direzione dipende dal contesto costituzionale e politico. Oltre che educativo e culturale.

La rivalutazione della cultura tecnica in questo contesto politico, giuridico e amministrativo serve a impedire una rinuncia implicita alla capacità di governare la convivenza democraticamente che potrebbe avvenire in una società che non sia consapevole del fatto che il codice è codice. Serve a responsabilizzare i tecnici sottilineando come i loro valori e i loro comportamenti hanno una conseguenza culturale e sociale di primissimo ordine. Serve a motivare una politica di profondo investimento nell’educazione digitale della popolazione di una società che voglia almeno un po’ essere autrice del proprio destino.

Vedi anche
Rodotà: democrazia e tecnologia
L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Questo post è un work in progress ovviamente. Spero molto nei contributi e nelle segnalazioni dei commentatori per arricchire di esempi esperienze e segnalazioni questa ricerca.

La linea del tempo..

Citazione superfamosa di Agostino che ha detto, più o meno: «Se non me lo chiedono so che cos’è il tempo. Se me lo chiedono non lo so più». Tempo circolare dell’orologio e delle stagioni, tempo ritmico della musica, tempo lineare della successione dei giorni e degli anni, tempo come quarta dimensione. Tempo senza ritorno del passato, tempo senza certezza del futuro. La pluralità delle durate del tempo sociale.

Il tempo è anche un modo per aggregare i dati e i fatti per conoscerli e immaginarli insieme, con le storie. Forse indispensabile strumento cognitivo. Sintesi di emozione e ragione, notizia e ricostruzione, dato e struttura. Un bell’insieme di suggestioni è qui: il viaggio mentale nel tempo ci rende umani.

Il postumano è umano?

Nella discussione sul post-umano si aggiunge il contributo del numero 361 di Aut-Aut intitolato, in una sorta di gioco di parole, al passaggio dell’attenzione dalla “condizione postmoderna” alla “condizione postumana”. Ne parla Francesco Monico su Doppiozero.

Non occorre riassumere qui. Piuttosto chiosare.

autautPerché uno dei possibili sottotesti è condotto dalla domanda: “il postumano è umano”? Se ci si chiede se una o più entità collettive, incarnate in una costituzione o in una piattaforma digitale, diventino soggetti dell’azione che conta sul destino del pianeta più di quanto non siano le persone, si giunge alla tentazione di immaginare che quelle entità collettive evolvano per via robotica, neuroscientifica e biomedica incidendo sul destino della specie umana fino a fondare una sorta di nuovo “dna” di una specie postumana. Si tratta di entità generate dall’azione umana che però la superano abolendo ciò che c’era di umano nell’uomo? Oppure è semplicemente così che è la specie umana?

Il mito della singularity ha reso molto di moda la premessa di quella domanda. Ma non risponde.

Certo, un Frankenstein come la finanza è lì a dimostrare che un’entità collettiva è davvero in grado di governare il destino del pianeta senza che nessun singolo individuo la possa imbrigliare con le sue scelte: nessuna azione individuale sembra ormai in grado di incidere sulla logica, il funzionamento, le conseguenze della finanza. Soltanto un’altra logica collettiva, costituzionale per esempio, può servire a mettere limiti alla finanza. Sarebbe la premessa di un pensiero capace di avvalorare non per via mitica ma per via fattuale l’idea del postumano. Ma anche questo non risponde alla domanda.

In realtà, la condizione umana sembra proprio essere data dalla capacità di evolvere più di altre specie per via culturale. L’informazione neuronale sembra collaborare con l’informazione genetica nella costruzione della specie e della sua evoluzione. Ma più che nel campo della scienza, qui siamo nel campo della filosofia. O addirittura della fantasia. Del resto, questi “campi” stanno convergendo.

Transdiegetico: lezione di Luciano Floridi a Nexa e Scudo

Luciano Floridi ha tenuto ieri una lezione a Nexa e Scudo, Politecnico di Torino, con il titolo: “Transdiegetic information: what it is and why it matters”. E ha fatto emergere una parola meravigliosa che viene dalla cultura del cinema e dei videogiochi. La parola “diegetico”.

A quanto pare in un film la musica che viene ascoltata dagli spettatori e dai personaggi è “diegetica”. Quando la musica non interferisce con l’azione e viene ascoltata solo dagli spettatori è “non diegetica”. Tipo: John Wayne cavalca nel deserto dell’Arizona mentre gli spettatori sono caricati di attenzione da una bella musica che segnala qualcosa che sta per succedere (non diegetico o extradiegetico); John Wayne cavalca nel deserto e si trova nei guai ma stanno arrivando le giubbe blu e suonano la carica con la tromba sicché anche John Wayne si sente sollevato (diegetico o intradiegetico), vedi Treccani. La diegesi è una disciplina nata dalla scuola aristotelica dell’analisi del racconto e mi pare un soggetto stupendo.

Floridi ha trovato un punto di vista straordinario per qualificare l’evoluzione dell’informazione nel mondo contemporaneo nel quale l’informazione è diventata un tema strategico e, come il filosofo scrive, vitale. Si è domandato se l’informazione riguardi il contesto o l’azione della vita umana conteporanea e suggerisce che sta creando una situazione in cui l’informazione è transdiegetica, concetto nuovo e sul quale c’è un mondo di riflessioni da sviluppare: “Data is one of the few resources that is not only renewable and repurposable, it is also expandable and pervasive. As a result, we increasingly live in a world of information (infosphere). Borrowing some technical vocabulary from film studies and game design, in this lecture I shall argue that new Information and Communication Technologies are breaking the boundaries between diegetic and non-diegetic information, in favour of a transdiegetisation of the infosphere. The talk does not presuppose any previous knowledge and all technical concepts will be clearly and simply explained during the lecture.”

Vedi:
Philosophy of information

ps. sto recuperando perché ieri purtroppo ho perso questa lezione che come tutti mi hanno detto è stata fantastica

Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

Un precedente post dedicato alla progettazione dell’istruzione informale è stato commentato in modo profondamente istruttivo: grazie a Marco, Maurizio, Piero, Annamaria, Paolo, Alessandro. Ci torniamo e rilanciamo, a partire da questo vecchio ma interessante dato di fatto (via Leonardo Tosi di Indire):

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In pratica, impariamo la maggior parte di ciò che sappiamo in modo informale, anche se spendiamo la maggior parte di quello che ci costa l’educazione in attività di istruzione formale. Ci sono delle differenze da tener presente nelle diverse dimensioni dell’apprendimento: addestramento, istruzione, educazione.

Alcune tendenze favoriscono un’ulteriore accelerazione di questo fenomeno nell’addestramento. Basta pensare al fatto che gli strumenti più complessi che usiamo più spesso – come il cellulare – sono progettati in modo da non obbligare agli utenti a leggere un manuale. L’interfaccia è organizzata in modo da guidare l’utente. Quello che non capiamo direttamente lo chiediamo agli amici. Alcuni strumenti complessi quindi concentrano il contenuto educativo nella progettazione e ne liberano la fruizione.

Questo può accelerare l’adozione dell’utilizzo e contemporaneamente aumentare l’analfabetismo tecnico generando una genia di utenti troppo guidati dallo strumento e da chi lo progetta. La capacità di valutazione e confronto dei diversi strumenti viene meno se si sanno usare solo gli strumenti che hanno un’interfaccia facilitante. L’istruzione alla partecipazione attiva sui linguaggi che generano gli strumenti è fondamentale per coltivare una visione critica e favorire il confronto tra le soluzioni diverse: d’altra parte l’istruzione non si limita alla lettura ma insegna anche alla scrittura.

L’educazione è a sua volta un motore della dinamica culturale che non può più essere concepita se non in relazione all’innovazione.

Si arriva a comprendere che la progettazione di soluzioni per guidare e rigenerare l’educazione informale equivale alla progettazione di:
1. metodi per l’espressione dei contenuti educativi formali allo scopo di aggiungere la trasmissione informale di passione e interesse per le materie
2. piattaforme per lo scambio di conoscenze tra pari che garantiscano la gradevolezza dell’esperienza e l’efficacia informativa delle attività
3. percorsi per l’accesso a esperienze necessarie all’apprendimento di materie non codificabili in modo formale

L’educazione informale non si fa col manuale, per definizione. Ma si fa pensando alle strutture nelle quali si fanno esperienze di valore culturale. Ogni passaggio della vita ha un valore educativo informale, in fondo. E c’è una responsabilità educativa nei progettisti. Ma, senza andare tanto per le generali, queste considerazioni possono condurre ad architettare nuove strutture dell’istruzione che valorizzino lo scambio informale di conoscenze per cambiare i connotati della tabella mostrata in alto.

Vedi anche:
Modesto contributo per una visione di lungo termine nel sistema “scuola, università, ricerca”

Cultura è innovazione

Cultura è innovazione. È probabilmente la questione decisiva per lo sviluppo italiano. Del resto, l’incrocio dei due temi è straordinariamente generativo.

Ci sono centinaia di definizioni del concetto di cultura e forse ancora di più del concetto di innovazione. Ma cercando gli incroci vengono in mente tre dimensioni:
1. Cultura/natura: cultura come caratteristica essenziale dell’evoluzione della specie umana, che si adatta ovviamente per via genetica sulla scala dei milioni di anni, ma si adatta per via culturale sulla scala dei secoli o dei decenni dell’innovazione. E l’adattamento del cervello, mentre la specie umana supera i 7 miliardi e si avvia ai 9 miliardi, accelera con le protesi digitali nelle funzioni dell’elaborazione, della memorizzazione e della connessione. Forse con la conseguenza di accelerare grazie alla scienza possibile con le tecnologie digitali anche dal punto di vista genetico.
2. Cultura/antropologia: cultura come insieme dei punti di riferimento che uniscono un gruppo piccolo o grande, dotato di una sorta di identità; archetipi; miti; storie; riti e mezzi dell’informazione; strutture e ambienti della relazione sociale. Beni comuni e organizzazione della loro manutenzione. L’adattamento accelera con i media digitali nella progettazione e utilizzo di tutti questi strumenti della costruzione di punti di riferimento.
3. Cultura/industria: la cultura come insieme di industrie culturali, che supera l’ormai ovvia dimensione del cinema e della tv, dei giochi o della musica, dei musei o delle biblioteche, per allargarsi alle diverse fonti di generazione di valore, monetario e non. Open source e copyright evolvono a loro volta con i nuovi modelli di business. Il digitale è un ambiente di innovazione accelerata nelle industrie della cultura.

Tutto questo è premessa di sviluppo. Perché il contesto italiano è quello dell’economia della conoscenza. Nella quale il valore si concentra sull’immateriale: ricerca, design, informazione, immagine, narrazione, senso… E tutto questo ha bisogno di investimenti fondamentali in educazione. La nuova educazione. Quella che sa che la scuola prepara persone a vivere in un mondo imprevisto. Che sa che la formazione è continua per tutta la vita. Che conosce il potere formativo delle strutture mediatiche, delle interfacce, delle metafore che presentano gli ambienti dell’interazione. Con logiche consapevoli della dinamica del gioco e dell’impegno per il miglioramento continuo. E dunque in piena innovazione.

Vedere l’educazione come investimento impone uno sguardo di lungo termine. La consapevolezza che ne consegue, in termini di qualità, impone un approccio alla sostenibilità: cioè al lungo termine. Sicché la cultura e l’innovazione sono soggette, tra l’altro, a una dinamica che potremmo chiamare ecologia dei media. Nella quale l’inquinamento è un rischio gigantesco e la ricerca della qualità è un obiettivo fondamentale.

locandina-perugiaPerché alla fine la sintesi dello sviluppo italiano è nella pacificazione del rapporto tra tradizione e innovazione. Una pacificazione generativa che passa dall’idea che la tradizione non sia fare le cose come si sono sempre fatte: la tradizione è una sorgente di conoscenza per una società orientata a fare le cose bene. E fare le cose bene, sulla scorta della tradizione, significa saperle fare con i mezzi contemporanei. Che consentono di farle bene e meglio. Cioè farle bene oggi. Nel contesto attuale.

Cultura è innovazione perché l’evoluzione culturale è il motore dell’innovazione e perché non c’è un passaggio di questo ragionamento in cui non ci sia un’occasione per incrociare la propulsione della tecnologia con la ricerca di senso.

Se n’è parlato all’università di Perugia con Gianluca Vinti, Alfredo Milani, Osvaldo Gervasi, Michele Bilancia, Nicola Mariuccini e Bruno Bracalente.

La misurazione come narrazione. La scuola nella stretta tra modernizzazione e perdita di senso

Un’intervista (via @demartin) a Giorgio Israel sulla valutazione a scuola va letta.

E.A: Gli insegnanti di scuola sono alle prese con due spinte contrastanti: da un lato si richiede loro di rendere misurabili, oggettivabili e dunque valutabili gli apprendimenti, dall’altro gli si richiede di tener conto nella prassi didattica, e dunque anche in sede valutativa, di tutte le soggettività e individualità presenti nella classe. Si direbbe che a scuola esiste una cultura dello standard oggettivo che convive con una cultura della soggettività discrezionale.

G. I: Il modo stesso in cui è posta la questione indica l’equivoco – diciamo pure il patente errore epistemologico – che, malauguramente. è stato reso senso comune in questi anni: la valutazione esiste soltanto se gli apprendimenti sono misurabili e oggettivabili. Ma i giudizi aventi carattere oggettivo – il che significa che s’impongono in modo indiscutibile al di là di qualsiasi dissenso, come 2 + 2 = 4 – sono pochi e sono possibili soltanto entro una parte limitata delle scienze cosiddette “esatte” e in un complesso di constatazioni empiriche elementari. Il resto è affidato a valutazioni con una componente soggettiva che possono aspirare, attraverso il confronto di opinioni, a un grado quanto più possibile elevato di consenso (insisto su questa idea: grado quanto più possibile elevato di consenso). Le grandezze misurabili sono in numero molto limitato. Si può parlare di misurabilità soltanto quando è possibile definire in modo univoco (anche soltanto operativo) un’unità di misura. Altrimenti, parlare di misurabilità è una presa in giro: neppure la temperatura era una grandezza misurabile, nell’epoca dei termometri e prima dell’introduzione del concetto di zero assoluto in termodinamica. Quando venne introdotto il concetto che ancor oggi ha un ruolo chiave nella rappresentazione matematica delle scelte soggettive, e cioè il concetto di utilità (e di funzione di utilità), il fondatore dell’economia matematica moderna Léon Walras fu costretto ad ammettere che non si trattava di una grandezza misurabile, dicendo che se l’economia matematica non poteva essere concepita come una scienza fisico-matematica si poteva tentare di pensarla come una scienza psichico-matematica in cui la matematica consentiva rappresentazioni quantitative generali dei processi economici senza aspirare a misurazioni concrete.

L’intervista prosegue offrendo informazioni di grande valore. Trascrivo alcuni appunti preliminari a un commento che, sebbene appaia urgente, è ancora immaturo. La misurabilità, a scuola come in economia, ha l’effetto di un frame narrativo che consente una comprensione della realtà, ma come ogni frame ne esclude una parte. Di conseguenza, la concentrazione sulle realtà misurabili genera una realtà percepita nella quale si prendono decisioni semplificate o addirittura banalizzanti. Non per questo è un disvalore assoluto. Il problema è quello di trattarla per quello che è, non per quello che non è. Ci sono alcuni caratteri della misurabilità di cui essere consapevoli:
1. consente di stabilire un terreno comune di valutazione, ma deresponsabilizza i singoli in funzione di un contesto narrativo accettato acriticamente
2. consente di prendere decisioni dotate di un certo consenso, ma apre la strada alla tipica frustrazione di chi vede che la realtà percepita si allontana dall’esperienza umana, generando aspettative che non corripondono ai risultati
3. rischia di concentrare l’attenzione intorno alla discussione sul metodo e di sottrarla alla pratica dell’apertura mentale necessaria alla scoperta di nuovi elementi di realtà.

Abbiamo bisogno di misurare i fenomeni. Ma dobbiamo ricordare in ogni passaggio i termini della semplificazione che per misurare ci imponiamo. Per poter scegliere di agire in funzione non di una percezione della realtà ma di un approccio alla realtà da ricercatori a mente aperta.

La metodologia della valutazione qualitativa va indagata con altrettanta energia di quella che si dedica alla metodologia della valutazione quantitativa. Con lo stesso scopo di arrivare a informazioni sulle quali esista un certo consenso epistemologico. Per poter decidere insieme in modo efficace. Ma senza escludere una parte della realtà che non è misurabile, senza fingere che tutto sia misurabile, senza limitare l’evoluzione intellettuale al rapporto tra le realtà misurabili e le teorie interpretative.

Anche perché, con i Big Data sta emergendo una nuova attività di ricerca. Si tratta di dati che non corrispondono a misurazioni ma a comportamenti, trattati non con modelli deduttivi ma con approccio induttivo: la ricerca di pattern per via empirica funziona solo se si mantiene la mente aperta alla rivelazione di “cigni neri” imprevisti dalla teoria precedente. Si riconosce quello che si è preparati a riconoscere: quindi occorre praticare un intenso allenamento per mantenere la mente aperta alla scoperta. Imho.