Category visioni

Clayton Christensen: la finanza come baco di sistema del capitalismo americano

Dopo ogni recessione, tra il ritorno al livello di Pil precedente e il ritorno al livello di occupazione precedente c’è un intervallo di tempo crescente. Il ritardo è dovuto secondo Clayton Christensen a un elemento sbagliato del capitalismo americano: la logica della finanza. La spiegazione nel video è molto chiara. Vedi anche NyTimes: ci sono innovazioni di tipo diverso (empowering, sustaining ed efficiency innovations) e la finanza tende a investire i risultati in efficiency innovation che di per se non produce occupazione nuova. (Via Alberto Di Minin)

La bella scuola

A Rinascimente si espone la “bella scuola” che coinvolge la mente, il corpo e il cuore nell’educazione. Commovente esordio con musica e acrobazie tenerissime dei bambini. E prosecuzione con i valori di un movimento che conta sulla dedizione degli insegnanti. Ecco il manifesto.

Edge 2015 e le macchine pensanti

La domanda di Edge di quest’anno è: che cosa pensi delle macchine che pensano? Domanda che tenta di impostare la discussione in modo da superare il pregiudizio (tecnocentrico o luddista). E che ha generato come sempre una quantità di idee bellissime da vedere su Edge. Una selezione è anche su Nòva.

Paul Saffo chiarisce che il terrore per un mondo governato da intelligenze artificiali è comprensibile ma che un mondo privo di intelligenze artificiali è invivibile oggi. Tomaso Poggio suggerisce di rispondere in base a una ricerca sull’etica. Kevin Kelly invita a prendere atto del fatto che le intelligenze sono molte e diverse: impariamo a gestirci in un pianeta con una ricca diversità di intelligenze. Impossibile riassumere tutto: il lavoro va letto. Il dibattito in materia è vivo.

Il mio contributo quest’anno è concentrato su un’idea: per immaginare un mondo dove l’intelligenza artificiale gioca un ruolo essenziale, autonomo, potenzialmente molto rischioso è bene cominciare dall’esperienza. E l’esperienza l’abbiamo nella finanza autoreferenziale degli ultimi decenni. Il terribile effetto che l’intelligenza artificiale può produrre sulla vita di miliardi di persone però non è dato dalla macchina ma dalla struttura incentivante che le dà forma e funzione. Deresponsabilizzando l’individuo: il testo dell’intervento in materia su Edge.

Il post-umano è umano. La forma assunta dall’intelligenza artificiale è data dalla narrazione prevalente che una civiltà si dà come prospettiva storica. La finanza autoreferenziale ne è una forma potenzialmente devastante.

Fede, democrazia e terrorismo. Un libro di Eric Hoffer. Una considerazione di Martin Wolf

La domanda che Martin Wolf si pone sul Financial Times è quella che abbiamo in mente tutti: perché esiste gente che uccide per la sua fede e come devono rispondere le democrazie? (Ft, edizione a pagamento)

libri-The_True_BelieverWolf cerca una risposta a partire dal libro di Eric Hoffer, pubblicato nel 1951, The True Believer: Thoughts on the Nature of Mass Movements (il libro è disponibile gratuitamente in pdf).

La discussione passa velocemente intorno alle questioni del fanatismo, della religione, del nazionalismo e arriva a un’intuizione densa di conseguenze: il fanatico, quella persona che può uccidere e morire per la sua fede, non si spiega con la povertà, ma con la frustrazione.

Dunque, dice Wolf, il fanatismo nasce dalla distanza tra ciò che si pensa sia giusto e ciò che si vede nella realtà, ma si sviluppa radicalizzando l’adesione a una fede in cui credere che conforta aiutando a individuare una strada da percorrere per aggiustare la situazione, una strada che spesso definisce un nemico e legittima la violenza.

La conclusione di Wolf: che cosa deve fare un cittadino di una democrazia liberale che vuole restare tale?
1. prepararsi a una lunga partita di contenimento
2. riconoscere che il centro della questione è altrove; l’occidente può aiutare ma non vincere una guerra del genere
3. offrire l’idea di eguaglianza nella cittadinanza come alternativa alla violenza
4. comprendere e rispondere alla frustrazione che molti sentono
5. accettare il bisogno di misure per garantire sicurezza ricordando però che la sicurezza assoluta non è raggiungibile
6. restare fedele ai valori democratici perché senza di essi non abbiamo nulla da offrire in questa battaglia (e quindi mantenere un giusto e sano “stato di diritto” e rifuggere dalla tortura). Se rinunciamo a questi valori abbiamo perso. Reagire esagerando apre la strada alla sconfitta.

Tra queste indicazioni alcune sono rivelatorie. Una democrazia non vince mettendosi sullo stesso piano dei fanatici, non può garantire l’assoluta sicurezza e dunque non ha senso che rinunci ai valori democratici in nome di una impossibile garanzia di sicurezza. Per Wolf la guerra si vince nel lungo termine, aiutando a superare i motivi di frustrazione. E’ un razionale approccio non violento che individua un obiettivo sensato. Forse gli Stati Uniti potrebbero prendere in considerazione questo ragionamento, almeno quando discutono sulla scelta che in qualche caso hanno operato immolando sull’altare di una fede fanatica per l’”assoluta sicurezza” alcuni valori fondamentali come il rifiuto della tortura. Il senso dell’equilibrio e la precisione della consapevolezza sul valore dei diritti umani è la principale arma strategica dell’Occidente in questo confronto estremo con una parte degli abitanti più frustrati e fanatici del pianeta. Imho.

The Future is Now! Maxxi 19 dicembre 2014 – 15 marzo 2015

The Future is Now! Il titolo paradossale della mostra che si può visitare al Maxxi di Roma (sala Sala Gian Ferrari e Sala Carlo Scarpa: 19 dicembre 2014 – 15 marzo 2015) ridefinisce la relazione con l’avvenire costringendoci a pensarla come conseguenza di ciò che facciamo nel presente.

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THEFUTURE IS NOW MAXXI: Lim Minouk The Weight of hands 2006

Comunicato (versione non integrale):

THE FUTURE IS NOW!
Opere dalla collezione di New Media Art del MMCA, Corea
19 Dicembre 2014 – 15 Marzo 2015
www.fondazionemaxxi.it
People talk about the future being tomorrow, but the future is now!
Nam June Paik
Roma, 18 dicembre 2014. Più di trenta opere video e installazioni con diversi media, per raccontare la scena artistica coreana della New Media Art dalle opere pioneristiche di Nam June Paik alle sperimentazioni degli anni Ottanta, passando per la rivoluzione digitale e i cambiamenti culturali portati dalla rete e dai social network. E’ THE FUTURE IS NOW! La mostra organizzata dall’MMCA Museo Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Corea e coprodotta con il MAXXI che espone 41 opere di 33 artisti coreani dal 19 dicembre 2014 al 15 marzo 2015.

Il 2014 è l’anno del 130 anniversario dell’inizio delle relazioni diplomatiche tra Italia e Corea in seguito al trattato del 26 giugno del 1884. Da quel momento l’Italia e la Corea sono state strettamente legate e hanno lavorato costantemente per rafforzare l’amicizia tra i due paesi. Quest’anno entrambi i governi celebrano l’anniversario con molti eventi, di cui la mostra al MAXXI è uno dei momenti più significativi.

THE FUTURE IS NOW! presenta la collezione di New Media Art dell’MMCA con l’obiettivo di riflettere sui “futuri” analizzando la New Media Art dalla fondazione nel 1987 ad oggi. La mostra presenta non solo le opere provenienti dalle collezioni del museo, ma anche una vasta gamma di materiali audiovisivi.

Sembra un paradosso, ma se si sogna il futuro, bisogna concentrarsi completamente sul presente, perché sono le nostre scelte, decisioni e azioni di oggi a determinarlo. E’ questo il senso del titolo della mostra tratto dalla famosa frase di Nam June Paik con cui l’artista descriveva la sua idea di futuro.

Oggi sappiamo che le prime opere di New Media Art realizzate in tempi in cui c’era poca comprensione per questa nuova forma di espressione, sono il fondamento delle opere prodotte oggi, fatto che dimostra ancora come le azioni di oggi siano fondamento del nostro futuro.

L’esposizione realizzata nella Sala Gian Ferrari e nella Sala Carlo Scarpa è organizzata in quattro sezioni cronologiche: 1/I Pionieri della New Media Art in Corea, 2/La combinazione di Arte e Tecnologia: l’epoca dello sviluppo e della sperimentazione, 3/Lo sviluppo di internet e della New Media Art e 4/La cultura creativa nell’era del digitale.

Sezione 1 – I PIONIERI DELLA NEW MEDIA ART IN COREA
La prima parte della mostra presenta i lavori di alcuni pionieri coreani della New Media Art come Duck Jun Kwak, Hyun Ki Park e Nam June Paik. Organizzati in modo cronologico, questi lavori illustrano lo sviluppo di questa forma artistica in Corea a partire dalla metà degli anni Sessanta grazie a lavori pioneristici di Nam June Paik come Magnet, Zen for TV, e Highway Hacker.
Anche se Paik ha subito ottenuto un grande riconoscimento all’estero, all’epoca i suoi lavori furono esposti in Corea soltanto sporadicamente. Questa parte della mostra comprende anche i lavori di altri artisti che lavoravano all’estero come Kwak e quelle di artisti che vivevano e lavoravano in patria, e che stavano cercando di sviluppare una loro visione artistica come Hyun Ki Park.

Sezione 2 – LA COMBINAZIONE DI ARTE E TECNOLOGIA: L’EPOCA DELLO SVILUPPO E DELLA SPERIMENTAZIONE
Negli anni Ottanta, la diffusione della tecnologia video aiuta la diffusione della video arte anche su larga scala: dai tre progetti satellite di Nam June Paik del 1984, 1986 e 1988, l’installazione Dadaikseon (The More The Better) realizzata nel 1988 all’MMCA, passando per il Daejeon Expo del 1993 e la Biennale del Whitney. Eventi che sono stati di ispirazione per gli artisti coreani e spingendoli a considerare i new media come una disciplina artistica, tendenza che culmina nel 1992 con la mostra New Visions New Voices, dove un gruppo di artisti nati negli anni Sessanta, mettono in mostra i loro lavori sperimentali che combinano arte e tecnologia. Questi artisti tra cui Kong Sunghoon, Yook Taejin, Kim Haemin sono parte di una vera e propria “generazione video” che sviluppa una nuova sensibilità nei confronti di questo mezzo, e che si cresce guardando una grande quantità di programmi televisivi e film di Hollywood.

Sezione 3 – LO SVILUPPO DI INTERNET E DELLA NEW MEDIA ART
Con l’avvento del nuovo millennio, la rivoluzione digitale ha allargato in modo esponenziale l’accesso a internet e ha trasformato le modalità dell’arte contemporanea rendendo possibile la riproduzione illimitata di immagini, lo sviluppo di nuovi temi legati alla produzione e riproduzione delle opere, la possibilità di essere sempre connessi e raggiungibili, la globalizzazione.
Gli artisti nati nel 1970, che hanno cominciato le loro carriere alla fine degli anni Novanta, hanno creato lavori che riflettono il nuovo stato dell’arte in una società in cui internet, video e altri new media sono diventati strettamente connessi alla vita quotidiana di tutti. La video arte che una volta esisteva solo legata alla performance o alle installazioni, si è evoluta in una forma di arte indipendente, mezzo di riflessione dell’artista sulla società e pilastro della cultura visiva. Questi cambiamenti traspaiono dai lavori di Kim Sejin, Im Heungsoon, Ham Yangah e di altri. Per una generazione cresciuta nella cultura dell’immagine, i new media non sono più una forma espressiva sconosciuta ma uno strumento familiare, in grado di esprimere la società in cui operano.

Sezione 4 – LA CULTURA CREATIVA NELL’ERA DEL DIGITALE
In seguito alla diffusione dei dispositivi digitali e dei social network, la società coreana ha sperimentato grandi cambiamenti sociali e culturali, come il tentativo di superare il neoliberismo economico attraverso la condivisione, la cooperazione e le comunità locali. Per quanto riguarda la creazione artistica, i tentativi di sperimentazione integrata tra arte, design e ingegneria si sono progressivamente incrementati. In questo contesto di sperimentazione si incontrano personalità come Moon Kyung won e Jeon Joonho che lavorano con esperti in vari campi dall’architettura, alla danza, al design, BANG & LEE che lavorando contemporaneamente sia sulle possibilità sia sui pericoli dei media dal punto di vista storico e artistico, e Everyware che tentano una via tecnologica più morbida che combini la sensibilità analogica e tecnologia digitale. E’ stato grazie alla collaborazione tra discipline che il suono e la performance sono entrate nel campo artistico e nello stesso modo l’analisi di possibilità, significati e limiti dei new media li ha inseriti in un ampio contesto culturale, non riducendoli a semplici novità espressive.

La mostra è sostenuta dall’Ambasciata di Corea in Italia.

Doc Searls e David Weinberger: internet è commons

Come il primo Cluetrain Manifesto, anche questa nuova versione tocca una corda fondamentale. Stiamo parlando delle idee di due straordinari conoscitori della rete. Persone che ne hanno assorbito la dinamica, che ci vivono dentro e che con la loro visione la sanno comprendere fino in fondo. Doc Searls e David Weinberger hanno partecipato alla prima versione e ora puntano alla nuova questione centrale. Le loro parole hanno conseguenze. E il loro messaggio oggi ci dice: internet è un bene comune.

Internet non è il luogo delle novità. Internet è uno spostamento dell’asse della storia. Internet si interpreta adottando un approccio strutturale, concentrato sulla lunga durata, orientato a una prospettiva storica consapevole del prima, del dopo e del contemporaneamente.

Vedi anche:

Giuseppe Granieri
Massimo Mantellini

Il nostro Pil cresce. Un messaggio dalla Cina di Stefano Pierucci

Per la serie “Il nostro Pil è in crescita” ricevo e rilancio un pezzo dalla Cina di Stefano Pierucci, di Daxue Consulting.

Perchè è importante conoscere l’economia Cinese

All’interno del mercato mondiale, l’economia cinese riveste un ruolo in crescente evoluzione. Il volume degli investimenti cinesi all’estero sta rapidamente eguagliando l’impiego di capitali all’interno del paese ed entro i prossimi due anni lo stesso diventerà il più importante investitore nel mercato globale.

Le aziende pubbliche cinesi (国有企业, 国营企业), oggi in ascesa, da sempre rappresentano la principale finestra finanziaria sull’estero, aperta ai paesi in via di sviluppo con maggiore disponibilità di risorse naturali. Tali risorse, che costituiscono in parte ancora un’importante quota di portafoglio per le aziende cinesi, cedono tuttavia progressivamente il passo ad economie più sviluppate, su cui si concentrano più di due terzi degli investitori cinesi all’estero, i quali costruiscono attorno a tale obiettivo la propria business strategy.

Questo cambiamento si giustifica considerando il profilo storico dell’economia cinese. Per decenni la Cina è rimasta uno dei principali centri manifatturieri a basso costo, il cui monopolio è stato ultimamente minacciato dall’ingresso di altri paesi in via di sviluppo nello stesso mercato. Tale fenomeno ha reso necessario un rinnovamento dell’industria locale, convertita perciò al terziario ed all’Information Technology.

L’interesse cinese nel mercato estero si spiega inoltre alla luce del crescente accumularsi, in passato, di riserve monetarie, il quale ha attivato pressioni internazionali finalizzate a rendere il renminbi più flessibile e convertibile rispetto ad altre valute.

Attraverso decisivi processi di acquisizioni societarie all’estero e Joint Ventures per conto delle aziende statali, la Cina ha impiegato le riserve utili ad accrescere la propria conoscenza e presenza all’interno del mercato globale.

Le privatizzazioni su larga scala, realizzate dal Governo Centrale a partire dal 1992 e accresciute attraverso una stock therapy che ha permesso minori vincoli politici, sociali e strategici, hanno creato un ambiente favorevole anche per le aziende private ((私营企业, 民办企业), le quali possono operare ora in un mercato più competitivo.

Nel Marzo 2014, le aziende private hanno infatti rivelato una più alta profittabilità, con un incremento nel loro valore aggiunto dell’11.7%, contro il 4.5% di quelle pubbliche.

Quello a cui si assiste in Cina è una crescita senza precedenti, sostenuta da un tasso annuo controllato del 7.5% che garantisce i migliori standard di sviluppo per le nuove energie, le biotecnologie, l’IT e l’High-End Equipment Manufacturing.

Alcune illustri letterature hanno brillantemente decostruito il falso mito che riveste le economie in tardo sviluppo come la Cina, secondo cui tale ritardo rispetto alle controparti occidentali, che occupano lo stesso mercato da tempi considerevolmente superiori, definirebbe un grave svantaggio per lo sviluppo internazionale dell’imprenditoria locale.

Ai sensi di tale corrente di pensiero, i primi paesi ad essersi industrializzati sono invece coloro che più frequentemente incorrono in numerosi ostacoli, inevitabili per chi entra nel mercato per primo, mentre coloro che fanno il loro ingresso in un secondo momento, possono conseguire un successo economico notevole, come è avvenuto al Giappone ed alla Germania che, assorbendo e sfruttando sapientemente le ultime innovazioni tecnologiche, sono emerse libere dal c.d. bagaglio istituzionale accumulatosi negli anni.

Parlando di bagaglio istituzionale, il Governo Centrale cinese è stato in grado di ridurre il rapporto tra debito e Pil durante l’ultimo Piano Quinquennale (2011-2015) dal 33% nel 2011 fino al 22.4% nel 2014 con un tasso medio di circa -13% annuo.

Non vi è dubbio che sia necessaria una maggiore apertura ai mercati internazionali da parte dell’Europa.

Sotto il profilo del commercio estero, ciò è testimoniato dall’aumento significativo della domanda cinese di risorse e servizi all’estero che ha fatto crescere complessivamente il valore delle esportazioni europee in Cina del +15.8% dal 2009, in linea con il coinvolgimento del Paese nel mercato globale.

La Cina rappresenta quindi un’opportunità responsabile per la ripresa economica del mercato globale. Con un graduale ma persistente avvicinamento ad essa ed alla sua cultura millenaria, sarà possibile maturare una migliore consapevolezza esterna e aprirci allo scambio globale rendendo gli investimenti italiani all’estero più efficaci e sicuri.

Stefano Pierucci
Chinese Institutions and Business Development Consultant
Daxue Consulting

chinaCC

Foto di yezi9713 su Flickr in CC

Qualitative easing. Draghi’s possible way to deal with both deflation and growth

There is no best time for a monetary easing than a low inflation – or almost deflation – context. But “quantitative easing” is not the only solution. Which is good since buying national bonds with new digital money issued by the Central Bank seems to be an unconvincing solution. There could be a different way?

Quantitative easing effects are not easy to asses. The matter has generated important and controversial studies. One problem is about the real impact that a quantitative effect has on growth: by lowering real interest rates it should positively impact investments, but there is no guarantee that it works this way; on the other hand, it generates some kind of expectation about the Central Bank’s will to fight deflation while creating some concerns about governments’ will to fight for structural reforms.

But why should a Central Bank limit its choices only to buying or not buying any kind of national bonds? Why not trying to influence national policies by declaring the will to buy only a special quality of bonds? This approach could be called “qualitative easing”.

Here is just an example. The “qualitative easing” could be designed in such a way that gives money to the economy while still managing to avoid lesser attention to structural reforms. It could be done by the Central Bank buying not just any debt: the Central Bank could buy new bond only aimed at completing important infrastructural projects to be implemented through a transparent process. Italy, for example, badly needs a new digital infrastructure; it has hundreds of important investments to do in roads, railroads, airports and ports; it has to invest in its environment, which has been impoverished by decades of wild building and of industrial sites abandoned. Investing in such things could start a cicle of growth, but there is no money to do it. Qualitative easing could be a way to look differently at this problem: fighting deflation while investing in growth at the same time. Moreover: if one takes into account the idea that reforming the public administration is a very much needed structural reform in a country like Italy and that this could be done by investing in a modern and transparent digital platform for citizens dealing with public burocracy, then the country could issue special bonds only to finance this digitalization and the Central Bank could buy them. And the process could be internationally monitored in such a way to limit corruption and mismanagement.

In other words, qualitative easing could have the same impact as the quantitative easing but with a twist: it would have both a monetary effect and a growth effect.

In Europe, a quite good monetary policy is not matched by a fiscal policy. But qualitative easing could be a sort of proxy of a good fiscal policy for growth, and a very effective one.

Definizione
Discussione
Divulgazione
Cronaca

Edge presenta Chiara Marletto. La fisica del possibile e dell’impossibile

Un nuovo contributo di Edge: presenta il lavoro di Chiara Marletto una scienziata partita da Torino per arrivare a Oxford dove si occupa di fisica teorica. Ha lavorato all’idea del computer quantico e molto altro. Edge la presenta per il suo contributo alla formulazione di un approccio innovativo alla fisica. Un approccio che invece di considerare l’evoluzione di un fenomeno a partire dalle condizioni iniziali e leggi di movimento tenta di riformulare tutto in termini di “possibile e impossibile”. Basta leggere il pezzo su Edge per scoprire la fascinazione di questo approccio.

I’ve been thinking about constructor theory a lot in the past few years. Constructor theory is this theory that David Deutsch proposed—a proposal for a new fundamental theory to formulate science in a completely different way from the prevailing conception of fundamental physics. It has the potential to change the way we formulate science because it’s a new mode of explanation.

When you think about physics, you usually describe things in terms of initial conditions and laws of motion; so what you say is, for example, where a comet goes given that it started in a certain place and time. In constructor theory, what you say is what transformations are possible, what are impossible, and why. The idea is that you can formulate the whole of fundamental physics this way; so, not only do you say where the comet goes, you say where it can go. This incorporates a lot more than what it is possible to incorporate now in fundamental physics.

Jamais Cascio: promemoria per come vediamo il futuro

All’Institute for the Future dicono: “La legge fondamentale degli studi sul futuro è che non esistono fatti sul futuro. Solo narrazioni”. Le previsioni in effetti non attraversano un momento di grande popolarità. L’Economist ha scritto in proposito: “L’economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate”. E il successo di Nassim Taleb è connesso a queste vicende perché è orientato a ragionare sull’evoluzione dei fenomeni complessi negando il valore dei fenomeni tanto fragili da funzionare soltanto quando si riescono a tenere sotto controllo con le previsioni.

Queste narrazioni hanno bisogno di materiale, ovviamente. Jamais Cascio scrive un appunto da tenere a mente quando progettiamo un pensiero sul futuro:

1. Clima ed ecologia
2. Demografia
3. Modelli sociali
4. Potere e ricchezza
5. Arte

L’equilibrio tra questi elementi è azzeccato. Tendiamo a dare molta importanza a potere e ricchezza, ma valgono solo per un quinto del problema. Ecologia e demografia sono decisamente più importanti per ispirare visioni di grande impatto e vagamente realistiche. I modelli sociali sono la parte più complicata, vanno dalla religione al costume, dalle abitudini familiari alle dinamiche della comunicazione (difficile tirarne fuori qualcosa che non rischi di essere molto fantasioso). L’arte invece è spesso dimenticata quando si parla del futuro: ma è forse la fonte più grande di ispirazione per la credibilità delle grandi narrazioni sorprendenti.

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Il nostro Pil è in crescita

Il nostro Pil è in crescita. Soffriamo, arranchiamo, ci contraiamo: ma questo avviene se ci consideriamo chiusi nella gabbia territoriale italiana. E invece cresciamo, miglioriamo, creiamo opportunità: se riusciamo a vedere che la nostra economia è quella del pianeta. Questa non è la negazione di una realtà difficile: è una prospettiva per uscire dalla difficoltà.

Le aziende italiane che esportano sono pensate per stare in un’economia che cresce. Quella del Pil mondiale. Il Sole 24 Ore oggi riporta i dati di una crescita che continua. Dai macchinari agli alimentari, le aziende che esportano crescono. E Adriano Moraglio mostra nel suo libro quali sono le imprese che restano agganciate all’economia internazionale.

Questa non è una soluzione: è una prospettiva.

Ma vedendo l’economia in questo modo, cioè considerando prima di tutto il contesto internazionale, si pone il problema in modo che appare almeno degno di una soluzione. Internazionale significa, per l’Italia:
1. trovare chi riconosca il valore aggiunto delle nostre conoscenze, del nostro gusto, della nostra ricerca
2. trovare domanda crescente
3. imparare a stare alle regole, a mantenere gli impegni, a innovare continuamente: perché all’estero e soprattutto per gli italiani non vale la furbizia, non vale la rendita di posizione, vale la capacità di dare valore.

Questa è la strada anche per attrarre investimenti (siamo scesi al livello della Colombia da questo punto di vista). E’ la strada per modernizzare il paese. E’ la strada per comprendere il valore della rete. E’ la strada per acquisire una mentalità cosmopolita, non solo come aziende, ma anche come professionisti, giovani, creativi…

Se ci si svela davanti agli occhi che la nostra economia cresce, allora cominciamo a progettare in modo sensato e vincente. Improvvisamente acquista senso la necessità di apprendere e informarsi seriamente sulle regole, le opportunità, i comportamenti accettabili all’estero. E acquisisce senso informare in modo trasparente e intelligente sulle nostre qualità e i nostri difetti. Perché il valore aggiunto della cultura italiana è tale se è riconosciuto: all’estero è riconosciuto, se è conosciuto.

Agganciarsi con la mente all’economia internazionale che cresce è la premessa per dipingere una prospettiva costruttiva, in base alla quale scrivere progetti sensati e puntare a una nuova forma di prosperità. Coerente con i valori italiani. Che in fin dei conti sono concentrati intorno al tema della qualità della vita, della qualità delle relazioni, della qualità dell’ambiente, della qualità della cultura.

Restare chiusi nella gabbia della nostra piccola e disorganizzata nazione, invece, non fa che aumentare la litigiosità, abbattere la progettualità, definire una prospettiva di declino. Il cui unico effetto è quello di spingere il sistema ad avverare le più negative previsioni.

Se impariamo a vedere che il nostro contesto è quello internazionale, impariamo a riconoscere le opportunità, comprendiamo i nostri difetti e assorbiamo profondamente l’esigenza di imparare a innovare. La globalizzazione è la competizione tra tutti i territori del pianeta. Quelli che vincono valorizzano le loro capacità: per gli italiani si tratta di valorizzare l’unicità di una cultura e di un amore per la qualità che genera valore aggiunto e che si dimostra attraente e riconoscibile. Il nostro punto di vista locale, con una buona dose di umiltà, va superato. Imho.

A lot a lot. And I like David Weinberger’s take on the Italian draft “Declaration of Internet Rights”

David Weinberger has a set of comments about the Italian draft “Declaration of Internet Rights”. He says he likes the draft a lot. «A lot a lot». He quotes the draft, the opening for public comment and Fabio Chiusi’s report.

«I like the document a lot. A lot a lot. The principles are based on a genuine understanding of the value that the Net brings and what enables the Net to bring that value. This is crucial because so often those who seek to govern the Net do so because they see it primarily as a threat to order or a challenge to their power.

The Declaration focuses on the rights of individuals, taking the implicit stance (or so I read it) that the threat to those rights comes not only from Internet malefactors and giant Internet conglomerates run amok, but also from those who seek to govern the Net. It includes as rights not only access to the Net, but access to education about how to use the Net, a point too often forgotten.»

What is wonderful – and, sadly, rare – in David’s comment is the fact that he actually read the draft and found out what it is meant for. It isn’t about regulating the Net. It is about regulating those that want to regulate the Net. And it does so in the name of human rights by focusing on the actual character of the Net, which the draft describes as a great opportunity and not a threat: what’s threatening are governments and big companies that want to change the Net to control it.

Net neutrality, for example, is not a form of regulation that limits market’s freedom. On the contrary: it is an enabler for freedom in the market of innovation and expression. And samething similar can be said about the notions of “platforms’ interoperability” and “digital impact assessment” (meaning: the institution that wants to decide something about the Net must first demonstrate it understands the ecosystemic consequences of what it is trying to do).

David also stresses this aspect of the draft by suggesting that it contains something like “Every effort will be made to enable the governance of the Net bottom up and by the edges.” Which is a truly internettian wording that I personally like a lot a lot.

Yes. Because the draft – which I timidly helped writing at the Commission – can be improved. Maybe its wording could be even simpler, its goals should be clearer, its limits should be more understandable. That is why we should hope in a rich public debate about the draft.

Post hoc ergo propter hoc. Da Joan Robison a Susan Etlinger

Susan Etlinger, a TED, cita la famosa formula che Joan Robinson aveva pensato per spiegare come si può sbagliare guardando ai dati senza senso critico: post hoc ergo propter hoc è l’errore tipico di pensare che siccome una cosa segue nel tempo un’altra cosa, allora la prima è la causa della seconda. Il senso critico, dice Etlinger, non viene guardando semplicemente i dati, ma cercandone il senso: dunque viene dallo studio della filosofia e della storia, dalla sociologia. Probabilmente dall’arte.

La ricerca umanistica che si confronta con quella scientifica e tecnica: è una risposta intelligente alla formula (nata vecchia) di Chris Anderson che aveva annunciato la fine della teoria. Vale la pena di dare un’occhiata ad alcune correlazioni assurde. Per poi guardare il video di Etlinger.

Lessig e Snowden

Per chi l’ha persa, questa intervista-lezione di Lawrence Lessig a Edward Snowden, in Harvard.

Viviamo nelle storie. Vediamo di scrivere la nostra

Importante, riflessivo intervento di Jonathan Gottschall sull’infinita domanda intorno a che cosa ci rende umani. La risposta: viviamo di storie, immersi nelle storie. Ricordi che rivediamo nel teatro della memoria. La successione degli attimi, delle fotografie del presente, che interpretiamo e comprendiamo solo pensandole in relazione a un film simulante tra quelli che abbiamo sviluppato nella nostra mente. Quantità ingestibili di informazioni che elaboriamo inquadrandole in storie.

Già. Steve Jobs invitava a trovare ciò che amiamo fare e non lasciare che siano altri a scrivere la storia della nostra vita. E a sapere ogni giorno che chi verrà dopo di noi sarà a sua volta autore della sua vita. È anche questa una storia, che ci accomuna come individui: che dunque è singolarmente collettiva.