Category visioni

Connessi, contaminati, cosmopoliti

I cosmopoliti si sentono a casa dovunque pur restando sempre sé stessi. Non sono camaleontici, si riconoscono; non sono stranieri, si distinguono. Non colonizzano, esplorano; non impongono il proprio punto di vista, ma lo coltivano e lo affermano, con l’inesauribile stupore dei ricercatori esperti. Quindi non possono essere nazionalisti o localisti, intollareanti o ignoranti: infatti sono perseguitati nei regimi autoritari, sono accolti nei sistemi aperti, sono valorizzati nelle reti globali.

Per chi cerca prospettive, la rete è un grande generatore di opportunità. Tra le molte, ci sono quelle che riguardano le specializzazioni che generano un alto valore aggiunto e che grazie alla rete possono raggiungere un mercato piuttosto grande. In alcuni casi si tratta di prodotti. In altri di professionalità. In tutti i casi occorre sapersi sintonizzare con i diversi contesti culturali ai quali la rete consente di arrivare. La cultura cosmopolita è una precondizione favorevole.

Un vecchio libro, scritto nel 2001, aveva come sottotitolo: Connessi, contaminati, cosmopoliti. Era disponibile su questo blog, ma con i cambi di piattaforma si è un po’ perso. Ma è ancora su Archive.org. E su GoogleBooks. Cercava una prospettiva esplorando il cambiamento della nozione di globalizzazione: non coincideva più con l’idea di “americanizzazione del mondo”, tipica degli ultimi anni del secolo scorso, e si trasformava in qualcosa di nuovo, nel quale c’erano la Cina, l’internet, le questioni ecologiche planetarie…

La sintesi – “connessi, contaminati, cosmopoliti” – scritta sul retro della copertina, risuona ancora. Mentre i localismi si battono in difesa e i capitalismi si muovono all’attacco, le persone cercano il proprio posto nella piccola o grande storia che stanno vivendo. Qualcuno la vuole fare, moltissimi tentano semplicemente di non limitarsi a subirla. Di certo, i cambi di paradigma non sono facili da vivere. E la vera urgenza è la conquista della lunga durata: la liberazione dalla trappola del breve termine che può avvenire solo se si riesce a disegnare una prospettiva dotata di un senso empirico e teorico, pratico e visionario. Un mondo di significati nel quale l’utopia della liberazione si avvicini alla concretezza dell’azione.

Vedi anche:
Cosmopolitismo imperfetto
Una lezione di Ezio Manzini

Nuova Gorizia

E’ bella la storia di Gorizia che ha scoperto di non essere una città marginale italiana di 40mila persone ma una città internazionale da 70mila persone.

Il muro di Gorizia che separava la zona italiana da quella slovena è caduto come quello di Berlino. Ma è restato a lungo nella testa degli abitanti. Ora sembra cadere anche da lì e, come in un disvelamento, appare davanti agli occhi di tutti una città nuova, interessante perché dotata di una sua unicità.

E oggi la notizia che i bambini di Gorizia nasceranno in Slovenia senza che per questo la loro nazionalità sia diversa da quella dei loro genitori sembra fatta apposta per simboleggiare la nascita di una popolazione urbana nuova che potrebbe interpretare in modo nuovo la città (La Stampa).

L’esperienza ecologista può servire all’economia. E alla politica

Ancora vaghe intuizioni. Ma perché non tentare di elaborarle, scrivendone?

Ci sono voluti cinquant’anni, ma la sensibilità ecologica si è moltlo diffusa: era minoritaria, è maggioritaria.

Questa sensibilità conduce a pensare che il comportamento del singolo ha un’influenza sulla qualità dell’insieme che a sua volta avvantaggia il singolo. Io posso assumere un comportamento ecologicamente sano, so che con questo comportamento contribuisco davvero alla qualità dell’ambiente e mi rendo conto che questa qualità dell’ambiente è un vantaggio per me.

Questo approccio funziona se si è assorbita la cultura del bene comune e dei beni comuni. Se si è compreso che in un sistema complesso ogni elemento è davvero connesso a ogni altro e il suo contributo conta davvero. Se è chiaro che il progresso del sistema è il principale motivo di credibilità per il progresso del singolo.

Questo approccio non è ancora diffuso nel mondo dei media, nell’economia e nella politica. Ma potrebbe diventarlo.

Aggiungere inquinamento al sistema dei media per ottenere un vantaggio immediato personale ma a prezzo di peggiorare la qualità dell’informazione complessiva è un errore che una sensibilità ecologica ha superato per quanto riguarda l’equilibrio ambientale e che ancora non è superato nel quadro dei media. La consapevolezza della conoscenza come bene comune è ancora scarsa. E quindi è scarsa la consapevolezza che il miglioramento del sistema dipende da ogni gesto individuale e porta vantaggio a ogni individuo.

Come non vedere che lo stesso problema attiene all’economia e alla politica? La felicità del singolo non può esistere senza la felicità degli altri, ma l’economia tradizionale non sembra tenerne conto, come se non vedesse che l’inquinamento iperfinanziario e iperconsumista genera un peggioramento dell’insieme e dunque una difficoltà per molti singoli. Il senso civico come bene comune non è al centro del sistema politico: mentre la qualità del senso civico è frutto dei gesti di ciascuno e porta vantaggio a ciascuno.

Forse appare difficile questo approccio. Era più facile pensare che il singolo lavora, guadagna, consuma ed è contento. Ma era facile solo perché non si teneva conto delle esternalità negative. Se si tiene conto delle esternalità occorre cambiare registro mentale. Ma alla fine ci si arriva. Occorre: senso del bene comune, chiarezza del contributo di ciascuno, esperienza della relazione tra il vantaggio del sistema e il vantaggio del singolo. Ci si arriverà.

azione : previsione = innovazione : visione

In un contesto stabile si può agire in funzione di una previsione del futuro. In un contesto in grande trasformazione si innova in funzione di una visione. Una previsione è spesso frutto di un modello formale che estrapola dai dati le sue conclusioni e offre soluzioni a chi cerca una guida per le scelte e le azioni. Una visione è quasi sempre un insieme di esperienza, interpretazione e valori, che si esprime come una narrazione capace di creare un mondo di senso che non c’è ma potrebbe esserci innovando.

Big Data ci impone di guardare ai dati, riconoscere i pattern emergenti, interpretarli e decidere in base a una visione. Del resto l’internet – specie con mobile e cloud computing – sta cambiando le strategie di memorizzazione, le opportunità di elaborazione, le forme della comunicazione, tra i cervelli umani, abituandoli a un approccio al mondo meno deterministico e più probabilistico. E i valori entrano in gioco nel momento in cui di fronte a tutto questo ci domandiamo come si trasformano i diritti degli individui, la libertà di espressione e la privacy, per esempio. Tutto questo sottolinea l’importanza delle piattaforme che abilitano innovazioni impreviste in base a visioni diverse, garantendone la convivenza pacifica. Una visione immagina un futuro in base all’esperienza, lo esprime e lo costruisce innovando.

Non si coltiva una visione senza, insieme, empirismo e ispirazione, capacità progettuale e narrativa. C’è una fondamentale convergenza della ricerca tecnica e umanistica.

ImparaDigitale

Su TuttoScuola una recensione della riuscitissima manifestazione di Bergamo, organizzata venerdì scorso da ImparaDigitale (Vedi anche Studenti.it).

E’ dalle competenze e dalle passioni dei ragazzi che bisogna partire per costruire la scuola digitale del futuro. “Gli studenti devono diventare protagonisti del loro apprendimento. Solo ascoltandoli e comprendendo i loro bisogni potremo costruire una scuola che soddisfi le loro esigenze” spiega Dianora Bardi, vicepresidente del Centro Studi ImparaDigitale e artefice del metodo che dalle classi del Liceo Scientifico Lussana di Bergamo ha fatto da apripista per il progetto.

Vedi: La scuola può essere cambiata

Come alleggerire lo zaino che ci portiamo appresso ogni giorno

Magari nello zaino ci sono apparecchiature fondamentali che in effetti ci servono ogni giorno (tu cosa porti sempre? portatile, tablet, telefono, lettore libri, cavi e alimentatori… un libro…). Ma in effetti i dieci strumenti essenziali, secondo Jonathon Colman, non pesano molto (vabbè: è uno slideshow un po’ buonista ma il percorso della saggezza passa anche da qui…).

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La scuola può essere cambiata

In Italia, 9 milioni di persone vanno a scuola ogni giorno. E’ una parte enorme della società. Con il suo funzionamento influenza in modo diretto le vite di milioni di famiglie. In modo indiretto influenza milioni di imprese, enti pubblici, organizzazioni non profit. E’ collegata al successo potenziale del sistema dell’informazione, dell’università, della ricerca. Quindi è un sistema fondamentale per lo sviluppo e la democrazia. Ma non riesce a influenzare l’agenda del paese. Non abbastanza, non in proporzione alla sua importanza.

Gli interessi che la mantengono in questo limbo, in questa condizione sottotraccia, sono importanti: quanto il Muro di Gomma che separa l’Italia dal suo futuro. Quando cadrà quel Muro, che ha fatto e fa ogni giorno milioni di vittime, ne dovremo conservare dei pezzettini al museo. Ma sarà una grande festa di liberazione.

Può darsi che l’antico regime dell’economia che ruota intorno alla scuola abbia anche una responsabilità nel mancato cambiamento. Meglio tenere quel – circa – miliardo di euro di fatturato per l’editoria il più difeso possibile. Meglio tenere i fornitori – dalle mense ai servizi di pulizia e alle aziende dell’edilizia scolastica – in condizione di continuare a lavorare senza problemi. Meglio lasciare che gli insegnanti che non hanno tanta voglia di lavorare o i presidi che non hanno tanta voglia di prendersi dei rischi possano continuare nel loro tran tran.

Ma il fatto è che tutto questo non regge più. Non è adeguato alla società che si sta sviluppando attorno a noi. I ragazzi parlano con strumenti digitali. La formazione è continua per tutta la vita. Il senso civico è diventato una questione di vita o di morte per il sistema-paese.

E proprio perché sono consapevoli di tutto questo, migliaia di insegnanti si danno da fare per innovare. Quando la scuola non li segue, si arrangiano a innovare con mezzi di fortuna, peraltro spesso molto efficaci. E certamente i loro studenti sono i più fortunati. A loro volta migliaia di studenti chiedono innovazione e, con le loro famiglie, se non trovano corrispondenza a scuola, si arrangiano a trovare altrove soddisfazione alle esigenze emergenti di cultura, esperienza e formazione. E persino molte aziende danno una mano.

Dal centro ministeriale, ci vuole una mentalità non centralistica per risolvere il problema: non sarà un nuovo programma scolastico a risolvere. Sarà la liberazione e la valorizzazione delle esperienze migliori. Per questo ci vuole decisionismo: dichiarare che il Muro di Gomma, almeno nella scuola, si abbatte. Subito. Non si può negare che il ministero ancora in carica per gli affari correnti abbia dimostrato comprensione per questo approccio, anche se ha potuto fare solo un inizio del lavoro necessario.

Anche per questo, il convegno di venerdì a Bergamo è importante (via Marco Zamperini; vedi anche ImparaDigitale).

Mentre le istituzioni, fondamentali, prendono consapevolezza di tutto questo, insegnanti e studenti già consapevoli che vogliono innovare lo fanno. Dovrebbero documentare di più quello che fanno, in modo strutturato come si fa nella ricerca, con i risultati attesi e ottenuti, in una logica di informazione di mutuo soccorso. Il cambiamento ne risulterebbe razionalizzato, gli errori minimizzati, le probabilità di riuscita aumentati, i migliori casi valorizzati.

Link da non perdere:
Libri digitali, Profumo convince gli editori (Repubblica 26 marzo)
La filiera del libro e della carta contro il decreto Profumo (Aie 3 aprile)

Vedi anche:
I dati per migliorare la scuola
Ricerca Talis e le opinioni degli insegnanti
Scuola generatore di futuro
L’ampiezza del tema della scuola digitale
Scuola. La grande trasformazione

Jack Dorsey a 60 minutes. Come un simpatico introverso può riuscire a farsi conoscere

Jack Dorsey si lascia intervistare da Lara Logan di 60 minutes. Jack Dorsey appare schivo e riservato, ben poco propenso ad imporre aggressivamente il suo punto di vista. Piuttosto preferisce fare. E in effetti ha fatto. Già programmatore, è diventato imprenditore contribuendo a progettare e in parte scrivere il primo codice che è servito a costruire Twitter, usato nel 2012 da mezzo miliardo di persone per scambiarsi messaggi di 140 caratteri: circa 340 milioni di messaggi al giorno.

Il programma è bello. Ritrova una persona solitaria che ama sognare, pensare, immaginare. Sembra volersi aprire un po’ di più del solito e, passeggiando con l’intervistatrice, osserva il movimento della gente a New York e se ne esce con un pensiero che probabilmente ha coltivato nelle sue solitarie contemplazioni: «È meraviglioso come tutte queste persone si muovano in modo coordinato». Da bambino gli piacevano i treni e le mappe. Ascoltava i messaggi brevi dei servizi di emergenza della sua città, St Louis. Sembra nato per fare quello che fa.

Autobiografia intellettuale in pubblico. Un caso del 1993

In un documentario olandese del 1993, A Glorious Accident, gli scienziati Daniel Dennett, Freeman Dyson, Stephen Jay Gould, George Page, Oliver Sacks, Rupert Sheldrake e Stephen Toulmin stanno attorno a un tavolo per ore, discutendo. Tentano un esperimento di narrazione personale pubblica. Imbarazzo, ricordi più o meno significativi. E poi ritornano in confort zone sugli argomenti che li hanno resi famosi. Ma c’è qualcosa di effimero e improvvisato, che li mette in una condizione di rischio. Il vero scopo della trasmissione, una vera e propria serie, è cercare di divulgare le risposte più attuali alle domande fondamentali, sulla memoria, la coscienza, l’origine dell’intelligenza umana. Un incidente glorioso. Una recensione del NYTimes non è molto positiva. La televisione olandese ne ottenne però un successo clamoroso, nel 1994. Per seguire il dibattito ci vuole sicuramente pazienza. Ma l’esperienza vale ancora la pena, dieci anni dopo. (L’introduzione in olandese è breve. Il dibattito in inglese). C’è anche il libro… Una battuta tra le molte? “Nella mia vita ho dunque cercato le leggi del cambiamento, non il cambiamento delle leggi” (per sapere chi l’ha detto basta aspettare un po’ dopo il ventesimo minuto…). Segue: “Quando si occupano di questioni filosofiche, gli scienziati sembrano pensare di poter applicare leggi diverse”. E poi, sulla metafisica: “Ci sono questioni sulle quali non esiste una soluzione, ma ciascuno è comunque chiamato a cercare la sua”.

Statistiche ufficiali e Big Data. Cercando proposte

Le imprese che operano nella rete, i gestori delle grandi piattaforme di social networking, le società che offrono servizi e contenuti sui media digitali; le banche e le compagnie telefoniche, le autostrade e i produttori di navigatori gps, le compagnie aree e quelle delle carte di credito; un sacco di imprese raccolgono enormi quantità di dati sulle persone. Le città intelligenti, le loro pubbliche amministrazioni, i servizi machine-to-machine con sensori, rfid, e tutto il resto, collezionano a loro volta enormi quantità di dati. Sicché sanno cose che le istituzioni della statistica ufficiale non sanno o non controllano. Il pubblico ne è escluso o informato parzialmente o comunque ne viene a conoscenza solo in funzione dell’interesse di chi possiede quei dati. Mentre le statistiche ufficiali sono una componente essenziale per la cittadinanza che vuole sapere come stanno le cose.

I possessori di Big Data hanno dei vantaggi straordinari, nella tempestività della raccolta dei dati e, compatibilmente con le leggi vigenti, nel loro utilizzo. Le statistiche ufficiali hanno un vantaggio per quanto riguarda la tradizione scientifica del utilizzo dei dati.

Ci sono differenze di metodo nell’uso dei dati. Nell’elaborazione dei dati. Nell’estrapolazione dei dati. E nella comunicazione dei dati. Il problema è affrontato da tempo all’Unece. E naturalmente è coinvolta anche l’Istat guidata da Enrico Giovannini.

I principi fondamentali delle statistiche ufficiali sono definiti dall’Unstats:

Official statistics provide an indispensable element in the information system of a democratic society, serving the Government, the economy and the public with data about the economic, demographic, social and environmental situation.

I Big Data sono definiti per esempio da Gartner:

Big data are data sources that can be – generally – described as: “high volume, velocity and variety of data that demand cost-effective, innovative forms of processing for enhanced insight and decision making.”

Le sfide sono relative ai diritti, come la privacy e la libertà di accesso all’informazione, alla logica dello sfruttamento finanziario delle informazioni, alle politiche dell’accesso, alle tecnologie e alla concentrazione del potere. Ma sono anche relative alla qualità della conoscenza che emerge dai dati.

Le sinergie possibili tra i possessori di Big Data e gli uffici statistici pubblici sono forti dal punto di vista scientifico. Ma riguardano soprattutto la conoscenza come bene comune. E dunque come valore di cittadinanza. Inoltre hanno un chiaro valore come elemento dell’efficienza del mercato: le asimmetrie informative sono parte del potere delle grandi compagnie nei confronti delle altre aziende o dei consumatori, e la riduzione delle asimmetrie – pur non consentendo l’arrivo alla concorrenza perfetta, come ha dimostrato Joseph Stiglitz, che resta un mito ad alto tasso ideologico, favoriscono la dinamica dell’innovazione.

D’altra parte, ma è un’opinione del personale, si potrebbe sostenere che i cittadini hanno diritto a una parte del valore generato dai loro comportamenti registrati negli archivi di Big Data. E che quel valore – senza che questo comporti una transazione monetaria – può essere ritornato alla cittadinanza in termini di accesso a informazioni sintetiche e scientificamente corrette, attraverso la mediazione degli uffici pubblici di statistica che potrebbero elaborarle allo scopo di migliorare la convivenza civile e l’efficienza del mercato.

Biblioteche in cerca di alleati – Appunti per il convegno

In questo post, ci sono davvero solo appunti. Al Convegno “Biblioteche in cerca di alleati” si confrontano esperienze e conoscenze professionali per costruire il futuro di una delle dimensioni della produzione culturale tanto straordinariamente importanti quanto assurdamente sottovalutate. La quantità e qualità degli esempi in mostra al convegno dimostra la vitalità e buona volontà di molte biblioteche italiane dopo un trentennio di “distrazione”. La ricerca di alleati è una buona formula per definire una strategia. Ma qual è il contesto della sua applicazione?

In estrema sintesi:

1. Dal flusso di informazioni alla prospettiva della conoscenza
2. Dal network sociale alla piattaforma civica
3. Dall’economia dell’informazione all’ecologia dell’informazione

Un minimo di approfondimento in più:

1. Il contesto culturale è caratterizzato dall’attenzione rivolta alle nuove strategie di memorizzazione, elaborazione e comunicazione abilitate e incentivate dagli strumenti digitali connessi alla rete. Il flusso delle informazioni ne viene moltiplicato e accelerato. Con un effetto di iperpresente che non può non essere preso in considerazione. Perché mentre l’accesso alle informazioni diventa ipertrofico, ridefinendo le coordinate di tempo e spazio nelle quali le informazioni sono collocate, si rischia l’omogeneizzazione del significato. Ma allo stesso tempo il senso della prospettiva diventa un bisogno emergente.
2. Questo avvicina il destino delle biblioteche a quello degli archivi e dei musei. La loro geografia non è la custodia di una conoscenza passata, ma una sfida alla omogeneizzazione dell’informazione, agli algoritmi automatici della ricerca, all’impoverimento semantico della pura e semplice digitalizzazione. Sapere dove sono i libri (o gli oggetti della cultura o i documenti) aggiunge al flusso delle informazioni la sfida esperienziale posta dal tempo e dallo spazio che separano l’informazione dalla conoscenza.
3. Il bisogno di prospettiva emergente nella società e l’occasione di approfondimento dell’esperienza culturale che le biblioteche incarnano nella loro stessa struttura geografica sono evidentemente l’occasione per l’alleanza fondamentale: quella che eventualmente conduce la popolazione ad adottare l’innovazione proposta dalla biblioteca. Innovazione nella catalogazione e modalità di fruizione, valorizzazione delle regole di condivisione dei luoghi e dei momenti di accesso, esperienza dello spazio e del tempo dei libri o delle riviste: le biblioteche sono rilevanti se la loro rilevanza è riconosciuta dalla società; che ne ha bisogno ma che lo deve sapere.

La biblioteca apostolica vaticana si digitalizza in 2,8 petabyte (PB = 10 alla 15… un petabyte è un milione di miliardi di byte). La Media Library Online aiuta a connettere le biblioteche alla rete. David Weinberger insegna che la nuova catalogazione è ampia come il mondo dei link.

Con la fine del ciclo dell’individualismo ideologico, la biblioteca cessa di essere schiacciata dalla logica “pago le tasse pretendo un servizio efficiente” e diventa elemento strategico dello sviluppo nell’economia della conoscenza. Il valore del senso, la prospettiva dell’esperienza di diverse strategie di memorizzazione e accesso, la possibilità di sperimentazione nella ricerca di legami tra i saperi, la geografia della memoria: sapere dove sono i libri, significa coltivare un punto di riferimento nel flusso delle infomazioni, nella consapevolezza che l’ordine che collega i libri non è più uno – definito dagli scaffali – ma centomila. E l’identità della biblioteca dunque si rinnova, collegando le classificazioni operative ai link sociali, per portare il digitale nella geografia e la geografia nel digitale.

Probabilmente ci vorrà del tempo e molto combattimento perché la nostra sensibilità ecologica si estenda alla dimensione dei media. Ma le conseguenze dell’inquinamento informativo sono già sotto gli occhi di tutti. Non solo nella quantità insostenibile di messaggi che bombardano ciascun individuo occidentale e che spesso si definisce “information overload”. Non solo nelle pratiche della comunicazione commerciale e politica che, applicando una vera e propria scienza della persuasione, sfruttano le strutture cognitive per manipolare le capacità interpretative (framing), le pulsioni intuitive (priming) e le convinzioni sull’urgenza delle azioni da prendere o dei dibattiti ai quali prestare attenzione (agenda setting). A tutto questo, che indubbiamente è già grave, si aggiunge una tale accelerazione delle condizioni della comunicazione che provoca talvolta un approccio consumistico alle informazioni e alle conoscenze, che ne erode il senso, fino ad annebbiare la prospettiva, a ridurre la capacità di distinguere il reale dall’immaginario, a esaltare l’energia da dedicare alla comuicazione indebolendo la propensione a dedicare attenzione a ciò che costruisce conoscenza. Una sorta di dieta mediatica più sana si impone e tenderà a diventare necessaria. Anche perché le istanze essenziali della vita umana contemporanea si potranno affrontare soltanto attraverso uno scatto di consapevolezza. E si dovranno affrontare necessariamente: il cambiamento climatico che può sconvolgere la vita sul pianeta, la miseria di due miliardi di esseri umani, la disparità nell’accesso alla conoscenza e la polarizzazione insostenibile della ricchezza sono alcuni dei temi che sappiamo ci coinvolgono da vicino ma che dimentichiamo perché apparentemente troppo grandi perché come singoli individui sentiamo di poterci fare qualcosa. Analogamente, appaiono fuori scala i temi della crisi finanziaria e politica dell’Occidente. Così come il declino italiano: tanto che addirittura un quarto della popolazione è talmente incapace di riconoscere una possibilità di incidere sulla realtà da non andare neppure a votare alle elezioni, il che può essere normale altrove ma è un segnale anomalo in Italia. E questo distacco dalla realtà diventa paralisi. È un errore di percezione, la cui correzione può essere un compito decisivo per i prossimi decenni.

In conclusione:

1. Nell’economia della conoscenza la ricerca genera valore strategico e le biblioteche (con archi e musei) sono piattaforme della ricerca. Innovazione: crowdfunding, pubblico dominio e regole dell’open source, accesso e regole dei big data.
2. Nella ricerca di prospettiva le biblioteche sono parte dell’esperienza di produzione di supporti all’istruzione. Innovazione: crossmedialità, spazio e tempo dell’accesso, regole civiche, restituzione di link ed elaborati alla classificazione. Wifi locale per accesso a riviste in abbonamento e “libri” digitali disponibili. Gamification ed esperienze di addestramento. Long life learning.
3. Nel nuovo welfare le biblioteche sono luoghi dell’ecologia dell’informazione e della sanità della dieta mediatica. Come si va in palestra per i muscoli di braccia e gambe si va in biblioteca per il cervello?

Philippe Kourilsky. Il tempo dell’altruismo

Philippe Kourilsky scrive Il tempo dell’altruismo, dopo il fortunato Manifesto dell’altruismo (entrambi editi da Codice, 2012 e 2013). L’immunologo e genetista francese sta progressivamente esportando il metodo di lavoro tipico della sua materia verso temi sociali. La contaminazione, la viralità, la connessione, sono temi che valorizzano la sua esperienza nell’immunologia. La pubblicazione dei risultati, il confronto empirico delle idee con la verifica dei fatti, la comparazione delle esperienze, sono elementi metodologici che valorizzano la sua esperienza dell’epistemologia scientifica. L’applicazione di queste questioni alla lotta alla povertà lo ha condotto a fondare Facts Report. L’ispirazione scientifica per migliorare le azioni umane. Il libro dimostra come la dimensione individuale e quella sociale non siano separate: siamo contemporaneamente soggetti e reti di persone. L’altruismo è parte integrante di ogni comprensione che possiamo sviluppare della condizione umana.

Il discorso sul metodo è sempre più centrale nella relazione tra visione, verifica, trasmissione. Le piattaforme per lo scambio di informazioni hanno bisogno di questa riflessione. Verso la fondazione di media civici adatti alla nostra epoca.

Cibernetica. Il cervello funziona per feedback

La capacità di comprendere, elaborare e rispondere all’informazione che ci consente di agire seguendo uno scopo, dice Tom Stafford. Il pezzo è da leggere, su Bbc.

Cybernetics is the name given to the study of feedback, and systems that use feedback, in all their forms. The term comes from the Greek word for “to steer”, and inspiration for some of the early work on cybernetics sprang from automatic guiding systems developed during World War II for guns or radar antennae. Around the middle of the twentieth century cybernetics became an intellectual movement across many different disciplines. It created a common language that allowed engineers to talk with psychologists, or ecologists to talk to mathematicians, about living organisms from the viewpoint of information control systems.

Ci confrontiamo con il mondo e decidiamo per confronto di situazioni. Non siamo mai individui isolati, ma elementi di un sistema complesso, nel quale i pensieri e le azioni emergono dall’interazione.

Thanks to feedback we can become more than simple programs with simple reflexes, and develop more complex responses to the environment. Feedback allows animals like us to follow a purpose.

D’altra parte, questo ci mette in condizione di apprezzare o non apprezzare una situazione in funzione della distanza che la separa dal nostro passato, dalle nostre aspettative, da ciò che capita agli altri.

Questo è uno dei problemi che l’economia della felicità si pone: la soddisfazione per aver comprato un nuovo oggetto di consumo a sua volta si consuma velocemente (ci abituiamo a possederlo, vediamo che altri ne hanno uno migliore, ecc) e per ricostituirla siamo portati a volerne comprare un altro. Il consumo rischia così di diventare una dipendenza. E consumare altri valori – il tempo che dedichiamo agli altri, l’identità culturale, la qualità dell’ambiente – che hanno la capacità di offrire una soddisfazione di più lungo termine e meno legata a un gioco di feedback immediati.

Welcome Mr. Higgs

L’Ansa segnala che al Cern hanno ormai conferma: la particella scoperta l’anno scorso ha effettivamente le proprietà di spin che dovrebbe avere il bosone di Higgs. Il che ha qualcosa di esteticamente (ed epistemologicamente) bellissimo. Una teoria visionaria espressa nel 1964 ha una verifica empirica quasi 50 anni dopo, grazie al lavoro paziente di una comunità di ricercatori, oltre che all’evoluzione di tecnologie impensabili all’epoca della definizione teorica. Il metodo scientifico ha qualcosa di grandioso.

Microcosmo politico. La concretezza di internet e la virtualità della tv

Nel suo Microcosmi di oggi, Aldo Bonomi si occupa di politica. Premettendo e chiarendo che non è il tema centrale della rubrica e del mondo che racconta. Si avverte, immodestamente, un’assonanza con la normale assenza di temi politici anche su questo blog che, proprio per l’urgenza incredibile che si è creata in questa fase storica, è corretta transitoriamente da alcuni post che invece se ne occupano.

Aldo Bonomi esplora in modo magistrale i percorsi sociali che si inscrivono nel territorio. I suoi famosi neologismi illuminano realtà spesso dimenticate e della cui importanza ci si rende conto quando sono nominate con i termini ricchi di senso di Bonomi.

Bonomi prende in considerazione due ambiti sociali fondamentali.
1. Le reti degli imprenditori che hanno costruito una fase dello sviluppo italiano soffrono in questa epoca nella quale i flussi, i flutti della marea finanziaria, riducono la tenuta dei corpi sociali e organizzativi territoriali.
2. Le reti dei creativi urbani sottopagati che partecipano all’epoca della conoscenza per passione e per capacità senza però essere coinvolte nella costruzione di una prospettiva sensata di progresso.

Parla delle forme di rappresentanza che la Lega ha saputo garantire per i primi, raggiungendo l’apice dell’espansione alle tre grandi regioni del Nord paradossalmente proprio quando perde una parte molto grande dei suoi consensi elettorali. E parla della capacità di intercettare le istanze dei secondi da parte del M5S, il grande fenomeno del momento.

Tagliando con l’accetta, nel discorso di Bonomi ci sono almeno due argomenti da segnalare.

Il primo contributo della sua analisi è quello di spiegare come mai i partiti tradizionali non siano riusciti a interessare questi mondi. Perché non li hanno visti, non li hanno presi in considerazione, non li hanno ascoltati e non hanno parlato con loro.

Il secondo è il tema dello slittamento dei luoghi del dibattito dal mondo della televisione a quello dell’insieme composto dal territorio e dalla rete.

Questo secondo aspetto, che probabilmente contribuisce a spiegare il primo, sottolinea una realtà intorno alla quale si è diffusa un’interpretazione preconcetta e sbagliata: intrappolati nella metafora della realtà virtuale, molti hanno visto internet come un mondo inautentico e astratto; mentre è uno strumento molto autentico e profondamente concreto.

Internet è ormai parte del territorio, gli strumenti per l’accesso sono ormai parte del corpo, le relazioni attivate con la rete sono hanno ampliato e non ridotto lo spazio dell’autenticità.

Certo, questo ha comportato cambiamenti significativi nelle strategie di memorizzazione, elaborazione e comunicazione. E le conseguenze sul piano cerebrale sono in piena evoluzione. Ma di certo non si può più parlare di internet come di un “settore” o come un “medium” tra gli altri. La rete è parte dell’ambiente, lo arricchisce e lo modifica, sottolineando alcune possibilità e seppellendone altre, come ogni infrastruttura di impatto significativo sulle vite quotidiane. Internet serve per distribuire informazioni, ma serve anche per organizzare persone e per codificare comportamenti e sistemi decisionali. È certamente un “mezzo” ma non facilmente paragonabile con gli altri. E la consapevolezza dell’influenza che le sue strutture possono esercitare sulla fenomenologia dei comportamenti è un tema di approfondimento importantissimo, che non a caso è oggetto di riflessione e dibattito quotidiano, in una quantità incredibile di pubblicazioni e convegni, proprio per il bisogno concreto di “digerirne culturalmente” le conseguenze tanto significative.

E dunque tra i molti errori di percezione che sono stati compiuti dai partiti tradizionali e che sono emersi con il voto, la sottovalutazione dell’internet è un aspetto che emerge dal territorio e dalle reti sociali.

Non una sottovalutazione nel senso che non se n’è compreso l’impatto comunicativo. Che anzi forse quello è stato persino sopravvalutato. Una sottovalutazione delle sue logiche profonde, che fanno intravvedere nuove forme organizzative emergenti e opportunità inesplorate per migliorare la vita e la convivenza civile. E che spiazzano le concezioni troppo verticistiche e manipolatorie dell’informazione. Un problema che interessa certamente in molti casi i partiti tradizionali, ma che non potrà non interessare anche i partiti emergenti.

In questo senso, internet non è stata una risposta “virtuale” alla mediasfera centrata sulla televisione ma anzi ha portato una ventata di “autenticità”. O per lo meno ne ha intercettato il bisogno. Ma proprio per la sua natura, internet non è una costruzione data: è un ambiente di progettualità continua. Di certo, la storia non finisce qui.