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La conoscenza della cooperazione. La quantità di informazione non basta

Un’ipotesi quantitativa dell’informazione suppone che l’aumento dell’informazione disponibile migliori le decisioni delle persone. Più la gente ha accesso a una grande, potenzialmente infinita, quantità di informazioni più giuste saranno le sue scelte. Questa ipotesi giustifica ogni genere di operazione di piattaforma mediatica che generi una moltiplicazione dei messaggi: quelle operazioni che dicono “intanto facciamo accedere a tutta l’informazione che chiunque vuole condividere in qualunque modo; poi la gente troverà il modo di usare quell’informazione e di certo starà meglio”. In realtà, si osserva che la quantità di informazione accessibile non migliora di per sé la vita. Le caratteristiche qualitative dell’informazione e del suo trattamento sono importanti tanto quanto la quantità di informazioni disponibili. Non basta investire nella tecnologia che moltiplica l’informazione e l’accesso: occorre fare anche quell’umile lavoro che serve per valutare la qualità dell’informazione e delle sue fonti, comprenderne il significato, contestualizzarla, soppesare le conseguenze, discutere le scelte, e così via. L’una senza l’altra sono attività parziali e potenzialmente fuorvianti.

Chi abbia seguito i ragionamenti di James Surowiecki, quello della Wisdom of the Crowds, era già sull’avviso. Con un’osservazione empirica si arrivava a una conclusione paradossale: la gente presa a caso sceglie meglio degli esperti per esempio quando deve indovinare il peso di una mucca. Quindi la gente che non sia influenzata nelle scelte da una centrale di informazione che diffonda l’opinione degli esperti ha più probabilità di indovinare il peso di una mucca. Brutta notizia. Ma da approfondire. In effetti gli esperti non sono tanto utili per sondaggi su campioni scelti in modo casuale, e non sono tanto indispensabili per scoprire correlazioni, ma servono per comprendere le relazioni di causa-effetto tra i fenomeni, per elaborare modelli interpretativi su tematiche complesse.

Ma torniamo alla quantità di informazione e all’accesso. Un esempio interessante è quello delle persone che guidano nel traffico cittadino alla mattina e sono informate dalla radio sulle strade congestionate. La radio informa tutti nello stesso modo. Quindi tutti quelli che si dirigevano verso quelle strade congestionate possono cercare altre strade. In questo modo congestionano strade diverse da quelle che la radio segnalava come congestionate: la notizia giusta diffusa dalla radio crea le condizioni per diventare una notizia sbagliata. L’informazione modifica la realtà osservata. Occorrono sistemi decisionali sofisticati per ottenere comportamenti che migliorano la vita: non bastano le informazioni.

Se invece della radio le persone seguono le indicazioni delle app con le mappe il fenomeno non cambia. Anzi. Più persone seguono le app del traffico più si congestionano strade che prima non erano trafficate e poiché quelle strade sono spesso meno larghe e non sono disegnate per far defluire molto traffico, alla fine il risultato netto è più traffico (Atlantic).

Avere più accesso a più informazioni è importante ma non risolve i problemi: necessario ma non sufficiente. I problemi si risolvono avendo informazioni verificate, elaborazioni e deliberazioni di qualità, sistemi per il coordinamento cooperativo e non egoistico, nel caso della città, decisioni orientate al bene comune più che al bene personale. Quello che conta non è la quantità di informazione, ma la qualità dell’ìnformazione in relazione al sistema analitico e decisionale utilizzato. Gli esperti servono, perché tutta l’attività deliberativa e interpretativa, la critica delle fonti e l’elaborazione dei modelli previsionali o delle narrazioni dotate di senso, sono attività che richiedono impegno, studio, senso critico, nel quadro di una comunità metododologica e di una solidarietà nei confronti della conoscenza acquisita e da acquisire che le persone che reagiscono soltanto ai segnali informativi non possono avere.

Molta di questa esperienza si incarna poi nelle piattaforme che si usano per lo scambio di informazioni. Algoritmi e interfacce, teorie implicite e osservazioni immediate, insomma gli elementi dei quali sono costituite le piattaforme, influenzano i comportamenti e le opinioni. Modificando la realtà che intendono osservare. Non è che le piattaforme che si presentano come oggettive e immediate siano prive di una teoria: semplicemente non la esplicitano, manipolando gli utenti. Il caso di Cambridge Analitica sta mettendo a soqquadro le semplicistiche convinzioni delle persone che hanno fatto Facebook in modo candido e forse epistemologicamente acritico. Ma è solo il caso più rognoso di una questione montante alla quale occorrerà dare molto maggiore attenzione.

In un contesto nel quale la tecnologia digitale moltiplica all’infinito l’informazione disponibile, rendendo più difficile mettere a punto validi sistemi di controllo della qualità dell’informazione e mettendo in crisi i sistemi di deliberazione, filtro, confronto, emerge il bisogno di piattaforme che non siano basate sull’idea egoistica che ciascuno decide meglio seguendo il proprio interesse sulla base di una grande quantità di informazione: emerge il bisogno di piattaforme nelle quali le teorie e gli algoritmi siano espliciti, che funzionino seguendo una logica cooperativa per la creazione e la condivisione della conoscenza, per l’affinamento del metodo con il quale si tratta l’informazione, per la massimizzazione del bene comune e la minimizzazione del disagio generale. Le piattaforme cooperative emergono come essenziali per il futuro anche dal punto di vista dell’informazione e la generazione di conoscenza.

In passato, questo lavoro era affidato alle università, ai giornali, ai centri di ricerca. Per qualche anno è stato affidato all’informazione generata dagli utenti e alle piattaforme che li mettevano online acriticamente. Domani dovrà essere fatto dall’insieme di queste cose e da strutture innovative capaci di sviluppare mondi di senso nei quali ci si possa impegnare nelle attività pazienti e generative che servono per comprendere le cose a fondo.

Tra l’altro, chi voglia ragionare sui “giornali del futuro” potrebbe usare queste considerazioni. Imho.

Un libro aiuta a comprendere come la conoscenza sia un atto di cooperazione e comunità: Steven Sloman e Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli, Raffaello Cortina 2018

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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