La disinformazione è inquinamento

Non è una novità: internet ha abbattuto le barriere alla pubblicazione, rispetto all’epoca analogica, il che ha reso possibile un aumento dell’informazione disponibile e, dunque, anche della disinformazione. Sicché, con la classica distorsione interpretativa che si manifesta per le cose troppo nuove, il lamento sulla disinformazione nei social network è ancora troppo superiore alla progettualità di chi tenta di migliorare la situazione.

Per passare al progetto, occorre conoscere. Si può pensare di comprendere la disinformazione interpretandola nel quadro dell’etica, del diritto, della politica, dell’economia. E poi affidare a ciò che è “giusto” il compito di vincere e di convincere. Ma le ambiguità di questi approcci non facilitano: chi ha un’agenda politica o etica può sentire che fare disinformazione è tatticamente “giusto”; del resto il mercato non è il luogo che apprezza ciò che è “giusto” e anzi lascia ampio spazio sia all’informazione di qualità sia alla disinformazione più becera. Insomma, per comprendere e combattere la dinsinformazione ci vuole anche un’integrazione interpretativa.

Alla Biennale Democrazia ne hanno parlato Filippo Menczer e Luca Sofri. I due relatori hanno interpretato la disinformazione come elemento dell’analisi del sistema dei media.

Menczer, impegnato al Center for Complex Networks and Systems Research, ha mostrato come sui social network la disinformazione si diffonda seguendo le logiche della rete. Ha analizzato un caso di disinformazione che ha colpito proprio il suo lavoro. Ha descritto il progetto Truthy. Mostrando la complessità della circolazione dell’informazione in rete. E ha dato un’informazione straordinariamente importante: nelle reti con maggiore diversità sembrano più vivi gli anticorpi contro la disinformazione, nelle reti alle quali partecipano soprattutto persone che la pensano nello stesso modo, la disinformazione si diffonde di più.

Luca Sofri ha mostrato quanto il lavoro di distinguere la disinformazione nel mare magnum dell’informazione sia un lavoro infinito, difficile, che richiede capacità critiche molto sviluppate. E che soprattutto richiede un impegno costante e paziente. Che peraltro non offre grandi vantaggi per chi vi si dedica, anche se bisogna ammettere che Luca deve avere ricavato una bella soddisfazione vedendo come la platea torinese ascoltasse divertita e interessata il suo resoconto sulle più incredibili forme assunte dalla disinformazione nel sistema dei giornali italiani.

Il rinnovamento dei media ha aperto strade nuove per la disinformazione. Ma la maturazione di una consapevolezza su questo punto deve pure avvenire. E per progettare qualcosa di sensato per contenere la disinformazione dal punto di vista sistemico occorre certamente qualcosa che tenga conto di entrambe le testimonianze. Le piattaforme per la circolazione dell’informazione del futuro dovranno avere nell’insieme forti incentivi a fare incontrare persone che non la pensano nello stesso modo e che sono premiate se portano all’attenzione degli altri informazioni documentate, mentre sono penalizzate se fanno perdere tempo con informazioni prive di fondamento. È il percorso progettuale dei media civici. Le piattaforme civiche devono essere divertenti quanto quelle sociali ma devono anche sviluppare una “infodiversità” attiva e una valorizzazione dei contributi più documentati che nei social network non è prevista by design.

Un approccio che agganci il tema della disinformazione all’ecologia dei media è un progetto intellettuale di grande importanza (qui c’è un vecchio, piccolo contributo). Ma la strada è aperta.

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