Cultura è innovazione

Cultura è innovazione. È probabilmente la questione decisiva per lo sviluppo italiano. Del resto, l’incrocio dei due temi è straordinariamente generativo.

Ci sono centinaia di definizioni del concetto di cultura e forse ancora di più del concetto di innovazione. Ma cercando gli incroci vengono in mente tre dimensioni:
1. Cultura/natura: cultura come caratteristica essenziale dell’evoluzione della specie umana, che si adatta ovviamente per via genetica sulla scala dei milioni di anni, ma si adatta per via culturale sulla scala dei secoli o dei decenni dell’innovazione. E l’adattamento del cervello, mentre la specie umana supera i 7 miliardi e si avvia ai 9 miliardi, accelera con le protesi digitali nelle funzioni dell’elaborazione, della memorizzazione e della connessione. Forse con la conseguenza di accelerare grazie alla scienza possibile con le tecnologie digitali anche dal punto di vista genetico.
2. Cultura/antropologia: cultura come insieme dei punti di riferimento che uniscono un gruppo piccolo o grande, dotato di una sorta di identità; archetipi; miti; storie; riti e mezzi dell’informazione; strutture e ambienti della relazione sociale. Beni comuni e organizzazione della loro manutenzione. L’adattamento accelera con i media digitali nella progettazione e utilizzo di tutti questi strumenti della costruzione di punti di riferimento.
3. Cultura/industria: la cultura come insieme di industrie culturali, che supera l’ormai ovvia dimensione del cinema e della tv, dei giochi o della musica, dei musei o delle biblioteche, per allargarsi alle diverse fonti di generazione di valore, monetario e non. Open source e copyright evolvono a loro volta con i nuovi modelli di business. Il digitale è un ambiente di innovazione accelerata nelle industrie della cultura.

Tutto questo è premessa di sviluppo. Perché il contesto italiano è quello dell’economia della conoscenza. Nella quale il valore si concentra sull’immateriale: ricerca, design, informazione, immagine, narrazione, senso… E tutto questo ha bisogno di investimenti fondamentali in educazione. La nuova educazione. Quella che sa che la scuola prepara persone a vivere in un mondo imprevisto. Che sa che la formazione è continua per tutta la vita. Che conosce il potere formativo delle strutture mediatiche, delle interfacce, delle metafore che presentano gli ambienti dell’interazione. Con logiche consapevoli della dinamica del gioco e dell’impegno per il miglioramento continuo. E dunque in piena innovazione.

Vedere l’educazione come investimento impone uno sguardo di lungo termine. La consapevolezza che ne consegue, in termini di qualità, impone un approccio alla sostenibilità: cioè al lungo termine. Sicché la cultura e l’innovazione sono soggette, tra l’altro, a una dinamica che potremmo chiamare ecologia dei media. Nella quale l’inquinamento è un rischio gigantesco e la ricerca della qualità è un obiettivo fondamentale.

locandina-perugiaPerché alla fine la sintesi dello sviluppo italiano è nella pacificazione del rapporto tra tradizione e innovazione. Una pacificazione generativa che passa dall’idea che la tradizione non sia fare le cose come si sono sempre fatte: la tradizione è una sorgente di conoscenza per una società orientata a fare le cose bene. E fare le cose bene, sulla scorta della tradizione, significa saperle fare con i mezzi contemporanei. Che consentono di farle bene e meglio. Cioè farle bene oggi. Nel contesto attuale.

Cultura è innovazione perché l’evoluzione culturale è il motore dell’innovazione e perché non c’è un passaggio di questo ragionamento in cui non ci sia un’occasione per incrociare la propulsione della tecnologia con la ricerca di senso.

Se n’è parlato all’università di Perugia con Gianluca Vinti, Alfredo Milani, Osvaldo Gervasi, Michele Bilancia, Nicola Mariuccini e Bruno Bracalente.

Comments

4 Comments so far. Leave a comment below.
  1. Alessandro,

    Scusa Luca, ma è l’inizio di un temino o cosa? Nel senso, gli argomenti veri dove sono, a parte quelli scontati qui elencati? Cultura è anche uscire dal già detto, dal rifiutare il riduzionismo che è la vera parola chiave della nostra società italiana dal 1994 ad oggi, dal chiudere col profetismo alla jobs de noantri quando è la nostra cultura profondamente italiana che deve essere totalmente riscoperta, che passa da Corradino D’Ascanio a Calvino, da Casorati a Giò Ponti, da Adriano Olivetti a Alberto Alessi. Educazione come investimento, i beni culturali come giacimento da sfruttare, io direi anche che Pippo Baudo è un professionista e poi le abbiamo dette tutte! Andiamo avanti, che a forza di chiacchiere vecchie e luoghi comuni da conferenze siamo diventati l’ultimo paese d’Europa!

  2. zil,

    Interessantissimo e attualissimo dossier sul potere nel numero nuovo di Focus, attualmente in edicola… lo consiglio!

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