Essere stati è ancora una condizione per essere

“Essere stati è ancora una condizione per essere?” è il titolo di un convegno, oggi, a Firenze (info su Museo dei Ragazzi, inToscana, Sopravvissuta). Si parla di biblioteche, archivi e musei, e del loro ruolo nella creazione di una prospettiva. Ne abbiamo bisogno, schiacciati dall’iperpresente.

Ecco una prima reazione al titolo. Si approfondirà, andando oltre il teorico, oggi con gli altri (non ho riletto, mi scuso per la conseguente lungaggine..):
A meno di grandi sorprese, la domanda è, ovviamente, almeno la metà
della risposta. Che cosa dunque ci stiamo domandando? Si intuisce che
stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con tematiche come
l’identità, la coscienza, la cultura, in una prospettiva storica. E in
sottofondo ci domandiamo quale possa essere il ruolo, oggi, di
istituzioni fondamentali per quel genere di tematica, come i musei, le
biblioteche, gli archivi.

Innanzitutto, il “noi” implica che stiamo escludendo le risposte di
tipo immediatamente neurologico, come quella definita da Nicholas
Humphrey in Rosso (Codice Edizioni): per Humphrey la coscienza è una
funzione che consente a una persona di mettere insieme la successione
di fotografie insensate che è il presente sensibile, attraverso la
memoria dell’immediato passato e l’immaginazione dell’immediato futuro.
Dove la brevità dell'”immediato” varia da persona a persona. Se fosse
dunque una domanda alla prima persona singolare, la risposta sarebbe
neurologicamente affermativa. Tipo: “non posso dire di essere se non
sono stato”.

Non è detto che questo sia vero anche se parliamo di “noi”. Almeno
fino a che ci troviamo a pensare di dover scegliere tra due modelli:
quello che concepisce la società, la comunità, come un organismo che
più o meno funziona come una persona, oppure quello secondo il quale la
società non è altro che un insieme di individui cui accade di vivere
nello stesso contesto. Probabilmente impareremo a considerare il gruppo
come qualcosa di diverso sia dall’una che dall’altra immagine. Ma
questo non può avvenire se non attraverso un percorso complesso.
Osservare il funzionamento dei neuroni-specchio, studiare il
comportamento dei gruppi di persone nei social network online, può
lasciarci intuire la possibilità di una sorta di un’intelligenza
collettiva al lavoro. Ma dall’intuizione alla comprensione passa molta
strada. Resa impervia anche dal fatto che, come sempre, mentre il punto
di osservazione è plurale e il racconto cui si immagina di voler
arrivare è singolare.

In realtà, quando “noi” ci domandiamo qualcosa di “noi” facciamo
appello contemporaneamente a molte nostre facoltà: la facoltà di
osservare individualmente, la facoltà di osservare insieme, la facoltà
di condividere le osservazioni, raccontandole, in base a un metodo e a
un linguaggio condiviso… e molto altro. È mettere al lavoro
consapevolmente queste facoltà all’unisono che è difficile. Per questo
ci appelliamo a convinzioni indiscusse che ci tranquillizzano. Come
potrebbe essere l’affermazione secondo la quale “essere stati è
condizione per essere”. Ma oggi dobbiamo fare a meno di questo
tranquillante perché ci siamo consapevolmente dati il compito di
discutere precisamente quella convinzione.

A partire dalla parola “condizione”. Starebbe a significare che se
non si è stati non si può essere. Ma allude anche al condizionamento
che l’essere stati in un certo modo ha conseguenze ineludibili sul modo
in cui si è. E, infine, quell'”ancora” risolve una parte del problema e
ne qualifica un’altra: perché quell'”ancora”, appunto, significherebbe
che, in passato, il passato ha certamente condizionato il presente; ma
non è detto che lo condizioni anche oggi. O forse più allusivamente
significherebbe che, in passato, si era convinti che il passato
condizionasse il presente; mentre oggi quella convinzione è diventata
discutibile. O forse addirittura che dovrebbe diventarlo. E infine: una
volta discussa, si dovrebbe tornare a dire che “sì” è ancora
condizione, o che “no” non lo è più?

Discutiamo di tutto questo perché ci rendiamo conto che
l’autorevolezza dell’idea secondo la quale “l’essere stati è condizione
per essere” è discussa, distrattamente, dalla società contemporanea.
Primo, perché una semplificazione insostenibile ma apparentemente
gratificante ci induce a pensare che il continuo, eccessivo, flusso di
novità sia la dimostrazione che ci troviamo in un’epoca che ha poco a
che fare con il passato, lo può dimenticare e trattare come un pesante
fardello culturale. Secondo, perché il richiamo indiscusso al rapporto
tra l'”essere stati” e l'”essere” è più che altro utilizzato in chiave
ideologico-difensivistica in tutti i casi in cui larghe parti della
società, populisticamente o ideologicamente guidate, si dimostrano
impaurite del diverso dall’abituale, come nel caso dell’immigrazione o
della trasformazione della famiglia tradizionale.

Dal punto di vista di istituzioni votate all’approfondimento
contemporaneo della relazione tra l'”essere stati” e l'”essere” – come
potrebbero essere i musei, le biblioteche, gli archivi – il raccordo
tra il passato e il presente non può più dunque permettersi di essere
visto come un fastidioso fardello che disturba il consumismo di novità
e contemporaneamente non si può prestare a fare da semplice stampella
per le operazioni ideologiche difensivistiche nei confronti della
trasformazione storica.

In realtà, musei, biblioteche e archivi, sono piuttosto i simboli
di un’opportunità rovesciata: favorire l’innovazione e la
trasformazione sociale in coerenza con l’epoca storica che viviamo,
aiutando nel contempo a decodificare il flusso di novità
“consumistiche” come meno trasformativo e gratificante di quanto appaia.

Per arrivare a cogliere questa opportunità occorre un piano d’azione.

Il
racconto costruttivo della relazione tra l'”essere stati” e l'”essere”
si risolve in un insieme di azioni che dimostrino come:
1. il racconto maggioritario, consumistico e reazionario che appare
prevalente, ha una storia e probabilmente è legato a un ciclo
trentennale per il quale si potrebbe anche cominciare a immaginare una
fine
2.
un racconto equilibrato del rapporto tra passato e presente, che aiuta
a decodificare le novità consumistiche e le reazioni ideologiche, ha
l’effetto fondamentale di aprire al futuro, mentre il racconto
prevalente oggi tende a schiacciarci sul presente
3. musei, biblioteche e archivi hanno la qualità istituzionale e
l’autorevolezza culturale per candidarsi a partecipare alla costruzione
di un racconto sociale innovativo del genere proposto.

Tutto
questo è probabilmente tanto più possibile quanto più riusciremo a
sviluppare una sorta di coscienza innovativa del valore personale e
collettivo dei beni comuni, delle forme di scambio non monetario, della
ricerca di qualità come premesse per un obiettivo cui il percorso fin
qui seguito dall’economia tradizionalmente consumistico-monetaria non è
mai riuscito a indirizzare: la felicità.

Non c’è alcun motivo per accettare supinamente che l'”essere stati”
sia condizione per “essere” se si pensa tra i due momenti possono
intervenire eventi drammatici come la morte, la distruzione,
l’invasione barbarica. Ma ci sono buoni motivi, braudelianamente, per
pensare che con mente aperta e spirito di ricerca si ritrovino sempre
nella pluralità dei tempi sociali i segni della lunga durata
contemporaneamente ai ritmi delle mode e ai bagliori degli avvenimenti.
Il problema è raccontare tutto questo. In un quadro di progresso
ridefinito in base a un obiettivo di felicità, che di fatto implica la
capacità di una società di raccontarsi il valore dei beni relazionali,
dei beni ambientali, dei beni culturali.

La discussione riparte da queste esigenze. Ma tutti i relatori porteranno a loro volta punti di vista molto diversi.

Esistono
progetti che possono essere praticamente avviati a partire dalla rete
dei musei-biblioteche-archivi per contribuire a questo innovativo
racconto?

Tre opportunità:

1. La cura, la custodia, la manutenzione,
la classificazione, la rappresentazione, la narrazione, restano i
compiti qualificanti di musei, biblioteche e archivi. Sono la
testimonianza del lavoro che si può fare per i beni culturali comuni e
per il loro valore a favore dell’insieme della società. Quella
testimonianza può essere mitizzata e valorizzata, per contribuire al
nuovo racconto. Non facciamoci tentare, ma si potrebbe fare una grande,
divertente serie-video da trasmettere via web con lo scopo di
raccontare in modo contemporaneo la vita delle istituzioni
museo-archivio-biblioteca…

2. Si può fare un’ipotesi: una società che abbia vissuto trent’anni
sempre più schiacciata sul suo presente, ha bisogno di aria, di
prospettiva e di sorgenti di valutazione della qualità. In questo c’è
l’opportunità strutturale di musei-biblioteche-archivi. Il problema è
connettere quell’opportunità alle pratiche di quelle istituzioni. La
definizione di che cosa sia la qualità è un bisogno emergente per tutte
le istituzioni che si sono schiacciate sul mercato e il breve termine,
a partire dalle banche ma per arrivare alle funzioni educative della
vita quotidiana nei social network. Abbiamo bisogno di fare emergere il
giudizio sulla qualità, sull’eccellenza: e per farlo musei,
biblioteche, archivi che siano al nostro servizio e che nella vita
quotidiana rispondano all’esigenza della custodia di un legame con il
nostro passato, di fatto fanno qualcosa di più: il modo in cui
custodiscono quel legame diventa il metodo con il quale una società
impara a decidere sulla qualità, sull’eccellenza. Esplicitare questa
valutazione della qualità, renderla autonoma dalle altre dinamiche come
il mercato o il potere politico, sono missioni imprescindibili per
queste istituzioni. Se mancano la società non può risolvere il problema
della qualità, dell’eccellenza. Come legittimare questo compito senza
più la leva top-down, in una società che è profondamente bottom-up? A
sua volta, questa narrazione ha bisogno di una narrazione. Partecipare
ai social network in modo strategicamente definito dalla volontà di
cogliere questa opportunità è possibile…

3. Il compito di queste istituzioni è essere levatrici di un nuovo
racconto, meno schiacciato sul presente: il che avviene solo
connettendo non più il passato al presente, ma il passato al futuro: in
una prospettiva nella quale il presente assuma un senso diverso. Più
largo. La conquista non avviene con la mera trappola dell’essere stati:
avviene ampliando le dimensioni di ciò che siamo, richiamando le molte
dimensioni (pubbliche, comuni, private; monetarie, gratuite) del
passato e le molte dimensioni delle aspirazioni per il futuro
(sviluppo, ambiente, felicità). Il racconto di cui abbiamo bisogno è
quello di un progresso meno unidimensionale. Spiegare l’importanza del
passato soltanto in funzione del presente è una trappola narrativa,
perché mette musei-biblioteche-archivi nelle mani dei poteri del
presente: connettere il passato al futuro apre a nuove alleanze, con
tutte le forze che puntano a contribuire al costruire il futuro.

Comments

3 Comments so far. Leave a comment below.
  1. Infatti il futuro si costruisce nel passato.
    Mi sembra tanto più vero per quanto riguarda musei, biblioteche, archivi e così via (oltre che per quanto riguarda la storia sia singola, sia di un gruppo o di una relazione fra gruppi).

  2. Ho potuto seguire (quasi) tutto il convegno in streaming. In estrema sintesi (caratteristica non esattamente propria dei partecipanti).
    Tutti i vari responsabili, direttori, curatori, professori sono ovviamente molto competenti sul loro lavoro, sono molto orgogliosi del proprio lavoro, sono decisamente molto convinti del valore del loro lavoro. Come tutti i tecnici è chiarissimo il perché e il per come del “loro” museo, ma “non lo sanno trasmettere” (pochi visitatori … ). Sembra quasi che spiegare in modo semplice quello che si fa svilisca il “loro lavoro”.
    Mi associo all’elogio dell’incompetente. Facciamo i luoghi di cultura anche nostri, aperti, partecipati e non si offendano i tecnici se non tutti ci emozioniamo della firma autografa di Dostoijevski o delle pagine/straccio lavate dopo l’alluvione.
    Magari è sufficiente che l’incompetente uscendo dagli Uffizi abbia “solo” tanta voglia di tornarci.

  3. Emanuele,

    Leggendo l’intervento sono riuscito mettere a fuoco l’idea portante, la vorrei riprendere per impostarci quello che ultimamente mi sta disarmando. Mi sono assunto la responsabilità di far aderire ad un progetto il polo bibliotecario della provincia dove abito, con tanto di circuito museale. Non c’è dinamismo qui e paradosso vuole che in tali condizioni il presente sembra ancora più forte.
    Dato che il progetto “deve” (imperativo del presente) far leva sull’innovazione tecnologica nella cultura, perché è quell’ambito che viene finanziato, mi piacerebbe non scadere nel solo ambito tecnico. In realtà essendo un settore in cui molti modelli di analisi economica saltano, mi stà mettendo molto in difficoltà. Sono consapevole che se l’obiettivo da raggiungere è una sorta di impatto per allargare il pubblico (due gatti) dovrei abbassare la qualità e rivolgermi a tematiche tormentone tradotte in chiave edutainment impacchettate per digestoni veloci. Oggi parlavo con degli archeologi e qualche smanettone per valutare la possibilità di visualizzare in delle mappe territoriali, i luoghi dimenticati dalla storia e le cattedrali del consumo. Dicono che tecnicamente si può fare tutto, anche fare in modo che un passante qualunque riceva in audio guida la storia del monumento nel suo cellulare mentre lo attraversa.
    Ci pensavo tornando a casa, ma alla fine mi dicevo, e poi? Nell’articolo c’è una risposta a quel mio e poi. Bisognerebbe affrontare quella sfida delle qualità, soprattutto come arrivare a trasmettere l’importanza che non sia solo autorevolezza e comprendere perché quello che attualmente è ritenuto importante nella cultura cozza con l’interesse del pubblico. Se è una concezione della cultura desueta, se è il modo di raccontarla o se la cultura della qualità interessa più chi la crea che non chi la dovrebbe fruire e magari è l’unico modo per conservarsi tale.

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