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Month February 2009

Silvio to go (if only)

Sulla copertina dell’Economist di questa settimana, il disegno raffigura i leader di Germania, Francia e Gran Bretagna si disperano per il conto salatissimo che l’Europa dovrà pagare per i suoi problemi attuali, dalla crisi dell’Est ai vecchi difetti dell’Ovest. Un cameriere presenta il menù con un lungo elenco di pietanze difficili da digerire, cioè di problemi da affrontare. L’ultimo in fondo, piccolo piccolo, riguarda l’Italia. Dice: “Silvio to go (if only)”.

Un problema, una soluzione, un desiderio…
(Guardando Google News, più Repubblica e Corriere, mi pare di vedere che se n’è accorto solo Il Sussidiario).

Ayn Rand e la crisi

L’Economist segnala che il libro di Ayn Rand sull’eroico imprenditore circondato da un corrotto sistema economico statalizzato, Atlas Shrugged, è in piena ascesa nella classifica dei più venduti su Amazon. E propone un magnifico grafico che mostra come nei giorni durante i quali i giornali parlano di più della crisi il libro migliori la sua posizione in classifica: le notizie passano nei social network, molte persone citano Atlas Shrugged, molti lo comprano… In effetti è stato citato anche qui in questo periodo.

In principio sara’ Facebook

Mark Zuckerberg torna sulla questione delle regole di utilizzo di Facebook. “Il nostro primo obiettivo, qui a Facebook, è contribuire a costruire un mondo più aperto e trasparente”dice Mark “dunque dobbiamo essere d’esempio”. Per questo a Facebook hanno deciso di pensare in modo diverso e far crescere le nuove regole con la collaborazione degli utenti.

Ci sono due nuovi documenti da discutere. Uno riguarda i principi e un altro le regole.

Tra i principi, uno riguarda la questione sollevata qualche tempo fa sulla “proprietà” delle informazioni condivise dagli utenti. E questo è il testo proposto: “People should own their information. They should have the freedom to
share it with anyone they want and take it with them anywhere they
want, including removing it from the Facebook Service. People should
have the freedom to decide with whom they will share their information,
and to set privacy controls to protect those choices. Those controls,
however, are not capable of limiting how those who have received
information may use it, particularly outside the Facebook Service”.

L’ultima clausola è comprensibile: si tiene conto della realtà dei fatti, cioè della possibilità per chiunque di copiare da Facebook qualcosa di qualcuno e postarlo altrove… Ma questo non dovrebbe essere un tema di principi. Forse dovrebbe essere un tema di regole. Il principio, piuttosto, dovrebbe essere che le persone devono essere consapevoli del fatto che qualcuno può prendere i contenuti e copiarli altrove. Dunque ciò che si condivide non deve essere un’informazione che non si vuole rendere pubblica.

I principi si chiudono con un’interessante questione: “The Facebook Service should transcend geographic and national boundaries and be available to everyone in the world”. Questo principio potrebbe aprire la strada a un comportamento di Facebook in Cina diverso da quello tenuto a suo tempo da Microsoft, Yahoo! e Google.

Le puntate precedenti di questa vicenda: il problema, la prima risposta, la ritirata, le chiose.

La bandiera nera dei pirati

Andrew Orlowski pubblica su Register una storia inquietante sul – si dice – principale azionista e grande sostenitore di Pirate Bay, Carl Lundström. La fonte principale è il blog di Andrew Brown.

Ebbene: Lundström sarebbe un nazi con un passato piuttosto burrascoso. Non certo il rappresentante della cultura libertaria e ingenuamente progressista che si ritiene sottenda il mondo dei Pirati.

Comunque la cultura dei Pirati va conosciuta meglio, come dimostra il bel libro di Luca Neri, La Baia dei Pirati. L’anima eventualmente nera di uno dei suoi sostenitori non annulla il senso generale di quello che credono di fare molti altri Pirati della Baia.

In … alla balena

Crisi della caccia alla balena in Giappone. I magazzini frigoriferi sono pieni di carne di balena invenduta, dice Greenpeace. Eppure, il governo continua a sostenere con fondi pubblici questa attività.

Facebook in tribunale

In Ontario, Canada, le notizie pubblicate su Facebook possono essere usate in tribunale, dice Agoravox. E’ spesso richiesto dalle parti in causa l’accesso agli account di Facebook alla ricerca di prove.

Il problema, come sottolineava Stefano Rodotà, è che mentre noi possiamo stare attenti a quello che scriviamo su Facebook, non possiamo sapere molto di quello che gli altri pubblicano di noi su Facebook, né del contesto in cui viene inserito quello che è pubblicato su di noi. Il che in generale non è ovviamente un problema. Ma non si può escludere che possa diventarlo.

In fondo a destra

La destra si sta liberando di tutti gli ostacoli intellettuali all’abbattimento dei poteri che non le appartengono. La sinistra sembra rispondere con lo stupore di chi si scandalizza per l’attacco ai principali tabù che riteneva intoccabili. La destra sa che il paese è disattento, preoccupato da questioni più urgenti.

Ma una politica coerentemente di destra va presa in considerazione seriamente. Le sue conseguenze sono vantaggiose solo per una parte. I ceti esclusi dal potere non ne traggono vantaggio e se l’appoggiano lo fanno soprattutto per mancanza di speranze alternative: meglio un’ideologia gratificante oggi che un programma serio domani (specialmente se il programma serio alternativo a quello della destra non si vede all’orizzonte). Se la sinistra vuole farsi notare e farsi prendere in considerazione deve fare emergere una capacità di innovazione orientata a valorizzare le capacità di chi lavora, di chi non appoggia la sua forza sul potere ma sulle capacità, di chi crede nella cittadinanza e nello stato di diritto, di chi dà valore al pubblico e non solo al privato, di chi crede che la felicità di ognuno dipenda almeno un po’ anche da quella degli altri…

La serie di misure che la destra sta decidendo è frutto di un programma coerente. Non prende in considerazione le conseguenze. Ma solo le tappe di una demolizione anche ragionevole di alcuni blocchi all’innovazione legati a sistemi di diritti che erano diventati sistemi di potere, appoggiati a tabù. Ma i tabù non sono difese solide per la cittadinanza.

Scorriamo la Repubblica di oggi:

1. Lo sciopero virtuale, lo sciopero che si fa solo se il 50% dei lavoratori è d’accordo… Appellarsi ai tabù non è la risposta.
2. Le ronde con lo sponsor, la privatizzazione della sicurezza, sono un pericolo pubblico, possono degenerare. Non si fermano scandalizzandosi.
3. Il nucleare deciso senza tener conto in modo serio delle energie alternative, dello smaltimento delle scorie, delle reazioni delle popolazioni locali, è un fatto affaristico-ideologico più che un’ìinnovazione nel sistema dell’energia. Ma non si ferma pensando che il referendum valga per l’eternità.
4. Il blocco alle intercettazioni e alla loro pubblicazione con la minaccia della galera per i giornalisti non è un fatto solo privato degli intercettati arrabbiati. Ha conseguenze sul sistema della giustizia e dell’informazione. Non si ferma lanciando alti lamenti.
5. La questione del testamento biologico non può essere decisa da uno stato straniero e imposta all’Italia. Ma non si affronta senza una profonda riflessione, umanamente responsabile.

La sinistra non difende la cittadinanza e un modello sociale soltanto dicendo che quello che fa la destra è scandaloso e infrange tabù intoccabili. Occorre cominciare a costruire un modello innovativo di convivenza. Che a sua volta infranga dei tabù. (La storia di questi giorni ha infranto il tabù del capitalismo finanziario come decisore ultimo di ogni scelta economica, ma non ha costruito una nuova credibilità dello stato). Il pensiero del pubblico, nel senso del pensiero di ciò che è di tutti, non emerge dal dibattito. Ci sono innovazioni che possono essere fatte, per esempio, a favore della cooperazione, della solidarietà e del non profit che possono diventare la bandiera un un nuovo modello sociale ed economico. Possibile che nessuno racconti una storia alternativa a quella della destra e che si presenti coerente e innovativa?

La difesa dei tabù non è un racconto di innovazione, ma di conservazione. Se la sinistra si ferma alla conservazione, tradisce sé stessa.

E’ il momento di prendere coraggio. Di coltivare una maggiore libertà intellettuale. Di cominciare a raccontare un progetto nuovo e alternativo a quello dilagante della destra. Non è facile. Ci vorrà molta pazienza. Molta resistenza.

Kindle newspaper

E dunque il Kindle è la soluzione ai problemi dei giornali? Le analisi di bilancio potrebbero dare ragione a chi sostiene che la distribuzione di giornali su supporti elettronici potrebbe diventare nel tempo conveniente. La spesa per la carta e tutto ciò che è connesso è tanto grande che, si calcola, se un grande giornale regalasse ai suoi lettori un apparecchio per leggere il giornale (un Kindle, un iPhone, un altro schermo intelligente connesso…) e chiedesse il pagamento per la lettura del giornale, rientrerebbe dall’investimento in un anno. Ma questo suppone che i lettori accetterebbero di leggere e pagare il giornale su quel supporto. E questa supposizione non è facile da provare.

In realtà, con il cambio di supporto anche il giornale cambierebbe. La carta ha un valore d’uso importante per la lettura panoramica delle notizie. E questo si perderebbe nel piccolo schermo elettronico. Quindi, per compensare quella perdita, bisognerebbe dare un valore in più al giornale in versione elettronica. D’altra parte, è pur vero che se la carta è una tale aggiunta di costi da rendere sempre meno sostenibile il business dei giornali, un cambiamento potrebbe rivelarsi inevitabile (il che avverrà man mano che i supporti elettronici miglioreranno).

E allora occorre domandarsi quale valore in più i giornali potrebbero cercare di avere nel momento in cui una parte delle risorse che utilizzano per la carta si liberassero. Se quelle risorse fossero destinate a migliorare la qualità dell’informazione, si potrebbe cominciare a sperare in un cambiamento positivo. Quei soldi andrebbero investiti nell’assunzione di giovani nelle redazioni, nell’aggiornamento continuo, nella verifica dei fatti, nel finanziamento di inchieste, nell’internazionalizzazione, nell’apertura alla concorrenza per l’informazione locale, nella riduzione dell’influenza attualmente cogente della raccolta pubblicitaria…Se tutto questo avvenisse, credo, i giornali migliorerebbero abbastanza da compensare il cambiamento nelle abitudini e nell’ergonomia della lettura.

Il tutto va pensato e progettato: non dovrebbe avvenire solo sulla spinta di qualche urgenza di bilancio. Ma questo non significa che si possa aspettare all’infinito o sperare che la bufera passi e tutto torni come prima.

I tempi dell’economia sono maturi per un cambiamento. I tempi della tecnologia stanno a loro volta maturando. Sono i tempi della cultura giornalistica ed editoriale che devono un po’ accelerare.

“Il teatrino della politica”

Dice Baricco: il teatro pagato con soldi pubblici non raggiunge gli obiettivi per i quali era stato pensato (accesso alla cultura, salvaguardia del patrimonio culturale, democrazia). E quindi? Dice di spostare investimenti sulla scuola: può essere sensato se si pensa a progetti eccellenti. Ma dice, in aggiunta, che si possono spostare investimenti sulla televisione… Su questo non sono d’accordo. Il servizio pubblico è già finanziato, può già fare una politica culturale.

Cambiare il modello può essere necessario: ma solo se lo si fa con una buona dose di pensiero. Non privatizzando come viene. Lasciare i teatri pubblici ai privati può andar bene, se i privati si obbligano a fare teatro per il pubblico e non pubblicità. Se rischiano e fanno cultura ben venga. Se fanno solo eventi pseudo-televisivi in teatro, con spot tra un atto e l’altro, direi che si perde valore culturale.

E infine: le comunità possono esprimersi anche attraverso modelli cooperativi e solidaristici. Perché escludere – come sembra pensare Baricco – le fondazioni, le cooperative, il non profit dal ragionamento? Non siamo più in un’epoca in cui c’è solo l’alternativa tra stato e mercato. (E meno male visto che entrambi non cessano di dare pessima prova di sè…)

Obblighi nucleari

Per Scajola (vedi viale dell’Astrologia) il nucleare è una scelta obbligata. Certo: se fossimo stati liberi di scegliere avremmo chiesto dove vanno a finire le scorie…

Carlo Ratti e’ a Parma

Carlo Ratti studia le conseguenze urbanistiche e architettoniche della diffusione in città di sensori e computer portatili connessi alla rete. E lavora a comprendere come questo sviluppo possa diventare l’occasione per ripensare la città e migliorare la vita quotidiana delle persone. Il progetto di ricerca SENSEable City è al Mit. L’Adit l’ha intervistato sulla città del futuro. Euronews ha un video con le sue idee. Oggi pomeriggio Ratti è a Parma a Palazzo Soragna alle 17.30. Con Giuseppe Roma, del Censis.

TechCrunch e il delicato valore del prestigio

Richard Jones di Last.fm nega con tutte le sue forze. TechCrunch aveva scritto in un post (spesso aggiornato) che Last.fm (che appartiene alla Cbs) avrebbe dato alla Riaa l’accesso ai nomi delle persone che ascoltavano un disco degli U2 diffuso illegalmente. Lo aveva scritto sulla base di una sola fonte. Anche la Riaa ha smentito. The register e Ars Technica seguono la vicenda.

Mathew Wingram fa notare che la pratica di verificare le notizie basate su una sola fonte con almeno un’altra fonte è ormai acqua passata anche nei grandi giornali tradizionali. Ma non nega che TechCrunch abbia rischiato grosso pubblicando una notizia tanto grave sulla base di una sola voce di terza mano. 
In gioco c’è il prestigio e la credibilità, valori essenziali: o li perde Last.fm, o li perde TechCrunch. O entrambi. 
Il metodo, nella ricerca giornalistica, non è un impedimento all’informazione tempestiva. E’ piuttosto un percorso per avere un’informazione di qualità. Cercare un metodo e una forma di autoregolamentazione per l’informazione in un’epoca tanto complessa come l’attuale è un compito difficile ma importante. Vale per i giornali e vale per i blog.

Terreno inesplorato

La Microsoft non sa quasi nulla del territorio per lei inesplorato delle pratiche per i licenziamenti. E così si è sbagliata con i pagamenti ai collaboratori licenziati: ad alcuni ha pagato di più del dovuto, ad altri di meno. La settimana scorsa ha inviato lettere a coloro che avevano ricevuto più denaro del dovuto per riaverlo indietro. Questa settimana il capo delle risorse umane, Lisa Brummel, ha deciso di “cambiare strada” e ha rinunciato a questo difficile aspetto della sua strategia. Assicurando nel contempo a coloro che avevano ricevuto di meno che i loro diritti saranno soddisfatti al più presto. (Ina Fried).

Normale varieta’ umana

Affascinante problema. C’è un filone scientifico interessante che induce alcuni ricercatori a indagare intorno alle differenze tra gli esseri umani. Ma quelle indagini provocano tra i ricercatori una bizzarra preoccupazione: se si traesse da tali indagini la conclusione che gli esseri umani presentano delle differenze, si potrebbe rischiare di fare discorsi politicamente scorretti? Ne discute su Edge, Armand Leroi, biologo. The nature of normal human variety.

In una società come quella italiana, nella quale qualunque pregiudizio rischia di diventare un fatto, questo problema è ancora più sottile.

Animal house

Gli architetti Beckmann-N’Thépé e il designer di paesaggi TN+ rifaranno lo zoo Korkeasaari di Helsinki. Dezeen.