February 2009 Archives
Ci sono due nuovi documenti da discutere. Uno riguarda i principi e un altro le regole.
Tra i principi, uno riguarda la questione sollevata qualche tempo fa sulla "proprietà" delle informazioni condivise dagli utenti. E questo è il testo proposto: "People should own their information. They should have the freedom to share it with anyone they want and take it with them anywhere they want, including removing it from the Facebook Service. People should have the freedom to decide with whom they will share their information, and to set privacy controls to protect those choices. Those controls, however, are not capable of limiting how those who have received information may use it, particularly outside the Facebook Service".
L'ultima clausola è comprensibile: si tiene conto della realtà dei fatti, cioè della possibilità per chiunque di copiare da Facebook qualcosa di qualcuno e postarlo altrove... Ma questo non dovrebbe essere un tema di principi. Forse dovrebbe essere un tema di regole. Il principio, piuttosto, dovrebbe essere che le persone devono essere consapevoli del fatto che qualcuno può prendere i contenuti e copiarli altrove. Dunque ciò che si condivide non deve essere un'informazione che non si vuole rendere pubblica.
I principi si chiudono con un'interessante questione: "The Facebook Service should transcend geographic and national boundaries and be available to everyone in the world". Questo principio potrebbe aprire la strada a un comportamento di Facebook in Cina diverso da quello tenuto a suo tempo da Microsoft, Yahoo! e Google.
Le puntate precedenti di questa vicenda: il problema, la prima risposta, la ritirata, le chiose.
Ebbene: Lundström sarebbe un nazi con un passato piuttosto burrascoso. Non certo il rappresentante della cultura libertaria e ingenuamente progressista che si ritiene sottenda il mondo dei Pirati.
Comunque la cultura dei Pirati va conosciuta meglio, come dimostra il bel libro di Luca Neri, La Baia dei Pirati. L'anima eventualmente nera di uno dei suoi sostenitori non annulla il senso generale di quello che credono di fare molti altri Pirati della Baia.
Il problema, come sottolineava Stefano Rodotà, è che mentre noi possiamo stare attenti a quello che scriviamo su Facebook, non possiamo sapere molto di quello che gli altri pubblicano di noi su Facebook, né del contesto in cui viene inserito quello che è pubblicato su di noi. Il che in generale non è ovviamente un problema. Ma non si può escludere che possa diventarlo.
Ma una politica coerentemente di destra va presa in considerazione seriamente. Le sue conseguenze sono vantaggiose solo per una parte. I ceti esclusi dal potere non ne traggono vantaggio e se l'appoggiano lo fanno soprattutto per mancanza di speranze alternative: meglio un'ideologia gratificante oggi che un programma serio domani (specialmente se il programma serio alternativo a quello della destra non si vede all'orizzonte). Se la sinistra vuole farsi notare e farsi prendere in considerazione deve fare emergere una capacità di innovazione orientata a valorizzare le capacità di chi lavora, di chi non appoggia la sua forza sul potere ma sulle capacità, di chi crede nella cittadinanza e nello stato di diritto, di chi dà valore al pubblico e non solo al privato, di chi crede che la felicità di ognuno dipenda almeno un po' anche da quella degli altri...
La serie di misure che la destra sta decidendo è frutto di un programma coerente. Non prende in considerazione le conseguenze. Ma solo le tappe di una demolizione anche ragionevole di alcuni blocchi all'innovazione legati a sistemi di diritti che erano diventati sistemi di potere, appoggiati a tabù. Ma i tabù non sono difese solide per la cittadinanza.
Scorriamo la Repubblica di oggi:
1. Lo sciopero virtuale, lo sciopero che si fa solo se il 50% dei lavoratori è d'accordo... Appellarsi ai tabù non è la risposta.
2. Le ronde con lo sponsor, la privatizzazione della sicurezza, sono un pericolo pubblico, possono degenerare. Non si fermano scandalizzandosi.
3. Il nucleare deciso senza tener conto in modo serio delle energie alternative, dello smaltimento delle scorie, delle reazioni delle popolazioni locali, è un fatto affaristico-ideologico più che un'ìinnovazione nel sistema dell'energia. Ma non si ferma pensando che il referendum valga per l'eternità.
4. Il blocco alle intercettazioni e alla loro pubblicazione con la minaccia della galera per i giornalisti non è un fatto solo privato degli intercettati arrabbiati. Ha conseguenze sul sistema della giustizia e dell'informazione. Non si ferma lanciando alti lamenti.
5. La questione del testamento biologico non può essere decisa da uno stato straniero e imposta all'Italia. Ma non si affronta senza una profonda riflessione, umanamente responsabile.
La sinistra non difende la cittadinanza e un modello sociale soltanto dicendo che quello che fa la destra è scandaloso e infrange tabù intoccabili. Occorre cominciare a costruire un modello innovativo di convivenza. Che a sua volta infranga dei tabù. (La storia di questi giorni ha infranto il tabù del capitalismo finanziario come decisore ultimo di ogni scelta economica, ma non ha costruito una nuova credibilità dello stato). Il pensiero del pubblico, nel senso del pensiero di ciò che è di tutti, non emerge dal dibattito. Ci sono innovazioni che possono essere fatte, per esempio, a favore della cooperazione, della solidarietà e del non profit che possono diventare la bandiera un un nuovo modello sociale ed economico. Possibile che nessuno racconti una storia alternativa a quella della destra e che si presenti coerente e innovativa?
La difesa dei tabù non è un racconto di innovazione, ma di conservazione. Se la sinistra si ferma alla conservazione, tradisce sé stessa.
E' il momento di prendere coraggio. Di coltivare una maggiore libertà intellettuale. Di cominciare a raccontare un progetto nuovo e alternativo a quello dilagante della destra. Non è facile. Ci vorrà molta pazienza. Molta resistenza.
In realtà, con il cambio di supporto anche il giornale cambierebbe. La carta ha un valore d'uso importante per la lettura panoramica delle notizie. E questo si perderebbe nel piccolo schermo elettronico. Quindi, per compensare quella perdita, bisognerebbe dare un valore in più al giornale in versione elettronica. D'altra parte, è pur vero che se la carta è una tale aggiunta di costi da rendere sempre meno sostenibile il business dei giornali, un cambiamento potrebbe rivelarsi inevitabile (il che avverrà man mano che i supporti elettronici miglioreranno).
E allora occorre domandarsi quale valore in più i giornali potrebbero cercare di avere nel momento in cui una parte delle risorse che utilizzano per la carta si liberassero. Se quelle risorse fossero destinate a migliorare la qualità dell'informazione, si potrebbe cominciare a sperare in un cambiamento positivo. Quei soldi andrebbero investiti nell'assunzione di giovani nelle redazioni, nell'aggiornamento continuo, nella verifica dei fatti, nel finanziamento di inchieste, nell'internazionalizzazione, nell'apertura alla concorrenza per l'informazione locale, nella riduzione dell'influenza attualmente cogente della raccolta pubblicitaria...Se tutto questo avvenisse, credo, i giornali migliorerebbero abbastanza da compensare il cambiamento nelle abitudini e nell'ergonomia della lettura.
Il tutto va pensato e progettato: non dovrebbe avvenire solo sulla spinta di qualche urgenza di bilancio. Ma questo non significa che si possa aspettare all'infinito o sperare che la bufera passi e tutto torni come prima.
I tempi dell'economia sono maturi per un cambiamento. I tempi della tecnologia stanno a loro volta maturando. Sono i tempi della cultura giornalistica ed editoriale che devono un po' accelerare.
Cambiare il modello può essere necessario: ma solo se lo si fa con una buona dose di pensiero. Non privatizzando come viene. Lasciare i teatri pubblici ai privati può andar bene, se i privati si obbligano a fare teatro per il pubblico e non pubblicità. Se rischiano e fanno cultura ben venga. Se fanno solo eventi pseudo-televisivi in teatro, con spot tra un atto e l'altro, direi che si perde valore culturale.
E infine: le comunità possono esprimersi anche attraverso modelli cooperativi e solidaristici. Perché escludere - come sembra pensare Baricco - le fondazioni, le cooperative, il non profit dal ragionamento? Non siamo più in un'epoca in cui c'è solo l'alternativa tra stato e mercato. (E meno male visto che entrambi non cessano di dare pessima prova di sè...)
In una società come quella italiana, nella quale qualunque pregiudizio rischia di diventare un fatto, questo problema è ancora più sottile.
| Alcuni libri che ho comprato | Impressioni mentre leggo |
| Edoardo Boncinelli Prima lezione di biologia Laterza Erri De Luca Il giorno prima della felicità Feltrinelli | Di passaggio in passaggio, dal dna agli ecosistemi, alla biosfera... Il sottilissimo spazio della vita è complesso, fragile, soprendente. A Napoli. Le avventure di un bambino che inopinatamente scopre una sete inestinguibile di sapere. E trova libri e racconti memorabili. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
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In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
Ringrazio Massimo Russo per il tempo e la competenza che ha dedicato al mio piccolo paper sull'ecologia dell'attenzione. E tento di contribuire con alcune ulteriori considerazioni.
Russo teme che le promesse della rete possano essere tradite nei prossimi anni.
E come si può negare una simile possibilità? Il timore che le promesse della rete possano essere tradite è condiviso da molti. Le condizioni che garantiscono un equilibrato sviluppo dell'ecosistema della conoscenza che si è sviluppato nell'ambiente internettiano possono essere inquinate, consumate, rovinate da molti cambiamenti possibili.
Il pericolo può arrivare dall'esterno: una possibile politica orientata all'abolizione della net neutrality, leggi che vietino la libertà di espressione online, lobby favorevoli a media diversi e più tradizionali... Ma Massimo Russo si domanda se non ci sia anche nello stesso ecosistema della conoscenza, per come si sta sviluppando, una potenziale contraddizione che lo condurrà fatalmente al collasso.
Il problema è, mi pare: il percorso di sviluppo del medium delle persone che cresce su internet è sostenibile?
Russo cita volentieri lunghi passi del mio paper che contengono chiaramente la consapevolezza dei rischi che l'ecosistema corre nel caso che i parassiti superino le specie che vivono in modo simbiotico.
Ma Russo sembra temere che questo sia destinato ad avvenire per quello che immagina sia il fatale conflitto tra le piattaforme (da Google alle telco) e i produttori di contenuti. Russo coltiva tre perplessità. Come può crescere in modo equilibrato un ecosistema nel quale esistono fortissime asimmetrie nei rapporti di forza? Come possono convivere operatori tanto diversi come quelli che si trovano online? Come fanno le specie deboli ad accaparrarsi le risorse vitali per prosperare?
Penso che l'idea che le piattaforme siano destinate per una loro dinamica interna a volersi mangiare i produttori di contenuti o a ridurli a uno stato di commodity proponga uno scenario possibile ma non attuale e neppure molto probabile.
Le piattaforme hanno interessi e potere molto diversi da quelli dei generatori di senso che vivono in rete, dice mi pare Russo. E questo è innegabile. Ma il punto è capire se le piattaforme possono vivere senza i generatori di senso (oppure mangiandoseli). Russo dice che le piattaforme non hanno interesse a veder crescere contenuti di qualità e hanno il potere di omogeneizzarli dal punto di vista qualitativo. Ma è vero? Il potere di Google è immenso, ma finora è stato esercitato contro le piattaforme concorrenti (concessionarie di pubblicità, altri motori di ricerca, altre società di software...) più che contro i produttori di contenuti. E questo sembra indicare che finora Google è consapevole che la sua forza discende dalla grande disponibilità di contenuti interessanti. Non ha un incentivo interiore a moltiplicarli o a governarli verso la qualità, ma non ha neppure un incentivo a ridurli o a peggiorarli. Fino a che si comporta così è simbiotico. E' stato accusato di essere parassitario in qualche caso da alcuni giornali (in Belgio per esempio per Google News) ma sta di fatto che un buon terzo dei visitatori dei giornali online arriva da Google. I parassiti casomai sono altri. Come quelli che sfruttano l'algoritmo di Google per salire nel ranking senza aggiungere contenuti originali ma solo riproponendo automaticamente contenuti altrui. Cosa che per esempio Tumblr ha deciso di combattere. Insomma: i grandi e potenti possono sempre cambiare atteggiamento, ma per ora sono stati attenti a non penalizzare i contenuti perché la loro crescita è dipesa da coloro che li producono. E se poi dovessero cambiare, siamo certi che non ci sarebbero alternative? Il timore di Facebook quando gli utenti si arrabbiano come nei giornl scorsi è di perderli a favore di qualche altra piattaforma. Certo, non si cambia velocemente piattaforma, ma finora nessuna piattaforma internettiana ha raggiunto il potere di impedire agli utenti di abbandonarla a favore di qualche concorrente. (Ricordiamoci - benché visti i risultati tendiamo a dimenticarlo - che poi esistono anche le autorità antitrust....).
In realtà, i conflitti latenti nel mondo dei contenuti non sono quelli che - come dice Russo - opporrebbero le piattaforme ai produttori: i conflitti più importanti sono quelli che oppongono certi produttori di contenuti nati e cresciuti fuori dalla rete al loro pubblico quando va in rete. Le lobby delle major - soprattutto musicali - hanno combattuto duramente il loro pubblico in rete tentando di difendere le vecchie forme di fruizione dei contenuti. Sono queste lobby che possono indurre le piattaforme a controllare gli utenti, limitando la network neutrality: ma finora le piattaforme hanno più o meno resistito, anche se hanno dovuto fare qualche concessione (come nel caso di YouTube). Altri nemici della rete possono arrivare da certe ideologie politiche o da certi interessi televisivi, cinematografici, pubblicitari. Ma finora, bisogna pur ammetterlo, queste forze non sono riuscite a sconfiggere la rete.
Comunque, fin qui si tratta di valutazioni sui fatti e sulle loro conseguenze, sugli scenari e le loro probabilità. Tutto discutibile. Il punto sul quale vorrei davvero cercare un po' più di chiarezza è l'ultimo.
Dice Russo: «L'attenzione e la sua principale forma di monetizzazione, la pubblicità, sono una risorsa scarsa. Tutti gli attori del sistema ne hanno bisogno per sopravvivere, non esistendo al momento significativi modelli di business alternativi. Chi, se non il più forte, ha secondo voi le maggiori chance di sopravvivere?».
Ebbene. La gran parte dei produttori di contenuti, la maggior parte delle persone attive in rete, quelle che sono interessate essenzialmente a esprimersi e a connettersi ad altre persone, non lo fanno per guadagnare soldi: sviluppano più spesso, casomai, un egoismo altruista per il quale donano un po' di ciò che sono o di ciò che sanno in cambio di un riconoscimento da parte di altre persone. In generale la maggior parte delle persone stanno in rete per coltivare relazioni con altre persone. Non per guadagnare. In questo caso, l'attenzione è dedicata alla costruzione di relazioni, all'espressione di sé, all'ascolto degli altri. Non si genera - nella maggior parte dei casi - per venderla alla pubblicità.
Inoltre, non è necessariamente vero che gli inserzionisti pubblicitari cerchino proprio l'attenzione. Anzi: chi vuole sostenere un sistema di comportamenti nei consumatori potrebbe, argomentavo nel paper, puntare sulla disattenzione addirittura più che sull'attenzione.
Considerando l'insieme del sistema dei media tradizionali, della pubblicità, delle major, può essere che la dinamica monetariamente interessante non sia quella dell'attenzione ma quella della disattenzione. Molte entità che vogliono imporre il loro punto di vista sanno che le persone distratte hanno comportamenti automatici quando sono sottoposte a un martellamento di messaggi semplici e ripetitivi.
Nella rete, queste cose possono avere un effetto inquinante. E produrre uno sviluppo non sostenibile. Mentre è proprio la dinamica dell'attenzione, quella che si dedica alle altre persone, che può ripulire la rete da quelle forme inquinanti.
Casomai, ci si può chiedere se le piccole imprese di contenuti possano svilupparsi in rete, competendo con i grandi per le risorse pubblicitarie. E a questa domanda la risposta è ovviamente che è difficile. Ma meno difficile probabilmente in rete che su altri media.
Il problema dunque non è quello di capire se la rete internet sia intrinsecamente capace di crescere in modo armonico ed equilibrato: è capace di difendersi ma non è immune da rischi. Il problema è che la rete deve crescere abbastanza da contrapporsi ad altri sistemi mediatici che non hanno le stesse caratteristiche e nei quali gli squali sono molto più feroci.
Our next version will be a substantial revision from where we are now. It will reflect the principles I described yesterday around how people share and control their information, and it will be written clearly in language everyone can understand. Since this will be the governing document that we'll all live by, Facebook users will have a lot of input in crafting these terms.»
Ecco dunque il nuovo post di Zuckerberg:
"A couple of weeks ago, we revised our terms of use hoping to clarify some parts for our users. Over the past couple of days, we received a lot of questions and comments about the changes and what they mean for people and their information. Based on this feedback, we have decided to return to our previous terms of use while we resolve the issues that people have raised".
Mica male come reattività. E anche l'impostazione del percorso per trovare le risposte non è male. Insomma: la materia è difficile e Facebook dichiara che la vuole risolvere in modo onesto. D'altra parte se non avessero operato questo cambio di rotta avrebbero rischiato grosso.
Storicamente Carneade era uno scettico. Cioè uno che diceva che la logica non porta alla verità assoluta. Tutto diverso da un cinico, uno che cerca l'etica rifiutando ipocrisia.
La politica è fatta di don Abbondio che credono di sapere chi sia Carneade e confondono uno scettico con un cinico.
Oggi, il cinismo ha la funzione positiva di riconoscere le contraddizioni nelle biografie degli ideologici ma tende a produrre psicologie disincantate e che rifiutano di sognare. Il leader del futuro, il visionario, il costruttore, invece, sono cinici sul cinismo (vedi Eliezer Yudkowsky). Coltivano una visione del mondo aperta al superamento dei limiti del possibile e metodologicamente orientata a verificare le ipotesi con i fatti.
Tra gli elementi fondanti di questa diversa visione del mondo c'è il recupero profondo della visione di lungo termine. Sostenibilità, innovazione, felicità, sono dinamiche che possono vivere soprattutto in un contesto culturale orientato al lungo termine: il breve termine invece le affoga.
La dimensione di lungo termine, però, non sembra essere la condizione naturalmente più facile per il cervello umano. Ecco due articoli di Robin Hanson da leggere in proposito. (via Alexander Rose)
Da approfondire:
1. il diritto d'autore rimane dell'autore e questi può a sua volta fare quello che vuole con i suoi contenuti?
2. se l'autore ha messo i suoi contenuti a disposizione solo dei suoi amici, Facebook può mostrarli al di fuori della cerchia di quegli amici?
3. se i contenuti dell'autore fossero a loro volta ripresi da altri, chi è responsabile, chi può far causa? E se fossero stati copiati prima di essere pubblicati? Chi è il responsabile?
Il cambio di licenza di Facebook sembra fatto apposta per fare arrabbiare molte persone e per non risolvere moltissimi dubbi. Vedi Consumerist. Vedi Giovy.
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| Loriz Mazzetti Il libro nero della Rai Rizzoli Erri De Luca Il giorno prima della felicità Feltrinelli | Le storie note e meno note che riguardano la Rai. Scritte da un giornalista che ha lavorato a lungo con Enzo Biagi. A Napoli. Le avventure di un bambino che inopinatamente scopre una sete inestinguibile di sapere. E trova libri e racconti memorabili. |
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Tag: letture, libri, Loris Mazzetti
Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... Vibrisse, Lipperatura, Litteratitudine. Wittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di Lettura, Penna e mouse, Bookrepublic. La Frusta. Zam. Booksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTv. Palagniac. Amalteo. Carmilla online. Antonio Genna.
Tag: bookblogging
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In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
C'è un dato nuovo che mi pare particolarmente interessante per questi editori. Un dato che arriva proprio nel momento in cui si tenta da molte parti di aumentare il contenuto in video dei siti editoriali.
La TubeMogul ha cercato di comprendere da dove arrivi il traffico sui video pubblicati online. E il risultato è che l'80% dei video è visto perché è stato linkato da un blog. L'80%! Costringere i navigatori a restare all'interno dei siti editoriali non conta certo quanto riuscire a pubblicare video che vengano segnalati da parte del pubblico attivo. Nessun blog è nelle prime posizioni della classifica dei siti dai quali arriva il traffico, ma - se i dati registrati da TubeMogul sono corretti - la coda lunga dei blog è davvero molto lunga.
In generale, ne emerge una buona indicazione pratica: i siti editoriali dovrebbero coltivare le segnalazioni dai blog anche rispettando gli stessi blog e restituendo loro traffico (cioè linkandoli direttamente).
Ma vale la pena di segnalare che leggendo i giornali i motivi di preoccupazione si moltiplicano:
- I provider sarebbero obbligati a introdurre software in grado di bloccare la pubblicazione di materiale illecito online (legge passata al Senato e che si spera sia modificata alla Camera)
- I medici dovrebbero denunciare i clandestini che tentano di farsi curare nelle strutture sanitarie pubbliche
- Tutti sarebbero obbligati a farsi curare all'infinito anche nel caso si trovassero in situazione di vita vegetativa e anche se avessero espresso preventivamente e chiaramente la loro volontà contraria
- La rete Telecom Italia passerebbe sotto il controllo di una nuova società a sua volta partecipata da Mediaset (repubblica di carta di oggi)
- Chi pubblicasse gli atti delle indagini con le intercettazioni sarebbe perseguito in modo molto pesante
- Meno chiari gli incentivi e gli obblighi per la sostenibilità delle abitazioni (via verdi)
Il tutto dopo aver visto, secondo Roberto Ippolito, il governo abbassare la guardia contro l'evasione fiscale. E proprio in un momento di crisi che richiederebbe la raccolta di tutte le risorse possibili per tenere in piedi il bilancio statale.
Preoccupazioni fondate o infondate?
Sta di fatto che il bisogno di informazione continua a esistere. Una soluzione è necessaria. E si trova nella costruzione di un ecosistema della conoscenza sostenibile. Nel quale ci sia infodiversità ed equilibrio simbiotico tra lavoro professionale e attività delle persone che vogliono partecipare. E c'è bisogno di aiutare l'emersione di forme di auto-organizzazione più solide.
Facebook ha avuto enormi conseguenze sul tempo passato online dalle persone, assorbendo una quota del traffico dei blog (come ha assorbito una quota del tempo dedicato a Msn). Ma anche Facebook deve essere ricollocata nell'ecosistema. Le forme dell'auto-organizzazione sono inevitabilmente spontanee, ma richiedono anche una riflessione: come valorizzare il potenziale informativo di tutta la gente che agisce online? come incentivare la solidarietà nella ricerca e nello scambio di informazioni? come creare veri e sinceri luoghi di aggregazione per l'informazione del nuovo ecosistema? come indurre i professionisti a mettersi davvero al servizio dell'ecosistema? ci sono regole esplicite che le persone possono autonomamente scegliere di darsi per favorire una collaborazione vera (una sorta di nuova e più consapevole netiquette?). Queste sono le domande che - sebbene spesso ripetute - restano in parte inevase. Occorre una riflessione.
Ecologia dell'attenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile?
Di certo, l'elaborazione di nuovi strumenti concettuali e pratici per affrontare il sovraccarico di messaggi e la loro svalutazione è sempre più urgente. E le ricerche nate intorno al concetto di "economia dell'attenzione" sono un fecondo spunto di riflessione. E' una ricerca teorica. Ma è anche, in un certo senso, una questione di sopravvivenza culturale. Perché, probabilmente, l'information overload non è una novità di per sé: è nuova l'ansia che viene associata al fenomeno. C'è una moltiplicazione dei messaggi e contemporaneamente una crisi dei modi per filtrarli, anche come conseguenza di una crisi delle letture sintetiche del presente. Il che è pienamente comprensibile. Durante una grande trasformazione epocale, una popolazione può reagire proiettandosi fiduciosamente nella costruzione del futuro, oppure dilaniandosi in un labirinto di dubbi e paure. Oppure, dividendosi in gruppi che reagiscono in modo diverso, in base alle loro tensioni culturali, abitudini mentali, strutture organizzative, capacità interpretative e di adattamento. E poiché molti segnali ci inducono a pensare che il presente sia un periodo storico caratterizzato da una profondissima trasformazione, connessa alla globalizzazione dell'economia alla digitalizzazione dei media, alla smaterializzazione dell'economia, non stupisce che uno dei fenomeni emergenti sia la difficoltà di leggere la prospettiva che le persone possano adottare per darsi un progetto cui dedicare la vita.
1. Critica dell'attenzione
Il concetto di "economia dell'attenzione" ha ormai una storia piuttosto lunga. Già nel 1971, Herbert Simon, premio Nobel per l'economia, scriveva: «L'informazione consuma attenzione. Quindi l'abbondanza di informazione genera una povertà di attenzione e induce il bisogno di allocare quell'attenzione efficientemente tra le molte fonti di informazione che la possono consumare». In un contesto nel quale l'informazione è sovrabbondante, si assiste a una crescente scarsità di attenzione.
La teoria economica tradizionale ha trattato questa scoperta in modo piuttosto ovvio: la scarsità di attenzione ne aumenta il valore per chi riesce a produrla e rivenderla. L'industria che più di ogni altra è capace di produrre attenzione è quella dei media. E chi ha più interesse ad acquistarla è la pubblicità. Su questo semplice assunto si è basata gran parte della crescita impetuosa della televisione e dei giornali nell'ultimo quarto del secolo scorso. E su questa idea, per qualche motivo, si pensa in questo secolo che si possa basare anche una gran parte dello sviluppo dei nuovi media digitali, internet in testa.
Ma che questa concezione sia esatta, o lo sia ancora, è tutto da dimostrare. E già nel 1997, Michael Goldhaber, nel suo paper intitolato «The attention economy», invitava a tener conto della complessità dell'argomento. Pensare all'attenzione come a un qualunque bene industriale è sempre meno soddisfacente: troppe sono le relazioni bilaterali che intercorrono tra chi offre informazione, chi la riceve, chi cerca attenzione, chi la concede, chi la vuole sfruttare per deviarla su altri percorsi mentali allo scopo di pubblicizzare prodotti e marchi di ogni genere. L'interpretazione lineare del processo che va dalla generazione mediatica tradizionale di attenzione al suo trasferimento agli investitori pubblicitari si va sciogliendo nella complessità dei nuovi media digitali interattivi.
Il sistema dei media stesso appare in crisi di fronte alle sue stesse conquiste. La moltiplicazione dei canali televisivi digitali, il fenomeno esplosivo della telefonia mobile, il boom dei videogiochi e soprattutto la fioritura internettiana delle forme di comunicazione e informazione si sono manifestate tutte insieme e in modo relativamente improvviso nel corso di una quindicina d'anni: un vero e proprio terremoto che ha messo in discussione la tenuta strutturale del sistema dei media. La musica ne è stata stravolta. Il mondo dei giornali ne è uscito profondamente trasformato. La produzione di opere cinematografiche, librarie, televisive ha cambiato radicalmente la sua organizzazione. La televisione, in particolare, sembra destinata a combattere ancora a lungo per mantenere la sua quota di tempo mediatico generale. Ma come dice Federico Di Chio, uno dei massimi esperti italiani dell'argomento, la tv ha già perso la colonna portante della sua centralità strategica: l'accordo sociale per il quale il palinsesto televisivo coincideva con l'agenda quotidiana dell'intera popolazione.
Dal punto di vista tecnico, la digitalizzazione è forse il fenomeno portante del terremoto mediatico. Ma a nulla sarebbe servita se non avesse risposto a un insieme di esigenze particolarmente sentite: le persone hanno adottato velocissimamente i nuovi strumenti di comunicazione e informazione, probabilmente, anche perché questi consentivano loro di tornare in possesso degli strumenti di espressione e connessione con gli altri che nel periodo d'oro dei mezzi di comunicazione di massa avevano in parte perduto. In ogni caso, il crollo del costo della produzione e della trasmissione dei messaggi li ha moltiplicati: per opera dei professionisti del business mediatico ma anche e soprattutto per il massiccio contributo del pubblico attivo, abilitato dai nuovi mezzi come i blog, YouTube, Flickr e i vari social network.
Il caos che apparentemente ne consegue è contemporaneamente un successo dei nuovi media e un insuccesso dei vecchi editori, la cui funzione di filtro e il cui ruolo di generatori di sintesi sono al momento messi in discussione. Tutto questo ha fatto saltare gli equilibri dell'economia dell'attenzione tradizionale. E ha aperto la strada alle citate considerazioni di Goldhaber. Ha creato l'immenso spazio di crescita che è stato valorizzato da Google, il cui motore è tra l'altro una macchina per la gestione semplificata del caos contenutistico del web. Ha consentito il boom di social network come Facebook, che si candida tra l'altro a semplificare la gestione delle comunicazioni rese sempre più complesse dall'esplosione di messaggi di posta elettronica.
Fenomeno quest'ultimo ormai enorme: ogni dipendente di un'azienda americana riceveva, nel 2006, una media di 126 messaggi di posta elettronica al giorno (con un aumento del 55 per cento rispetto al 2003); e dedicava alla posta elettronica, dunque all'azienda stessa ma anche a corrispondendi esterni, un quarto della giornata lavorativa (secondo uno studio del Radicati Group).
Non mancano anche i tentativi di monetizzare l'attenzione in modo ancora più esplicito. In un paper di Byron Reeve e altri, intitolato "A marketplace for attention", gli autori tentavano di sperimentare una soluzione per filtrare il tempo dedicato alla posta elettronica basata sul pagamento dell'attenzione che si dedicava ai messaggi attraverso un sistema di punteggi che poteva in qualche modo costituire una sorta di generatore di un sistema di priorità per i messaggi. I risultati sono stati eminentemente teorici. Ma il concetto era abbastanza chiaro: in un periodo di inflazione di informazioni, l'attenzione non è più soltanto scarsa ma diventa rarissima e costosissima.
In effetti, si potrebbe immaginare che un'ulteriore crescita dei messaggi innalzerebbe il valore dell'attenzione a livelli impagabili. Trasformandola in un valore senza prezzo. In questo senso, l'attenzione tenderebbe a sfuggire al terreno tradizionale dell'economia monetaria per entrare nelle più sottili e umanistiche dimensioni dell'economia del gratuito, dei beni relazionali e culturali. L'attenzione che si dedica agli amici e alle persone intime è incommensurabilmente più elevata di quella che si dedica ad altre e più impersonali fonti di messaggi.
Non si tratta di un fenomeno marginale. Si tratta di un fenomeno che potrebbe diventare strategico. E che potrebbe aprire la strada a veri e propri conflitti culturali. In corrispondenza con il problematico passaggio dal paradigma industriale a quello dell'economia della conoscenza.
2. Il conflitto paradigmatico
Il dibattito pubblico intorno alle difficoltà pratiche in cui versa la popolazione dei paesi occidentali rispecchia sempre più spesso una difficoltà teorica: manca un sintetico racconto del percorso che i sistemi economici occidentali hanno imboccato e del progetto comune che propongono alle società. Una difficoltà densa di conseguenze per la vita quotidiana, per il consenso sociale, per l'incentivazione dell'innovazione, per la coltivazione delle speranze dei giovani, per la costruzione di scenari in base ai quali investire. A questo proposito, una delle interpretazioni più convincenti e ripetute sostiene che l'epoca post-industriale è destinata a essere governata dall'economia della conoscenza. Concetto peraltro in pieno sviluppo. Per non dire ambiguo.
Nell'economia della conoscenza, il valore si concentra nello sfuggente territorio delle idee: informazione, immagine, senso... Si compra, si produce, si desidera il significato che si legge nei prodotti molto più di quanto non si compri, non si produca e non si desideri la materia della quale quei prodotti sono fatti.
Nella scienza economica, questa trasformazione ridefinisce il perimetro di indagine: si ricuce lo strappo positivista, per esempio suggerito dall'opera di Lionel Robbins, che aveva imposto di escludere dalla ricerca il tema della compatibilità e della comprensione dei fini, obbligando gli studiosi a concentrarsi solo sulla questione della scelta e della moltiplicazione infinita dei mezzi. Questa nuova consapevolezza abbatte le vecchie barriere che separavano l'economia dalle altre scienze sociali, dalla psicologia all'antropologia, dalla storia alla geografia. Perché se il valore è nel senso generato da chi produce e riconosciuto da chi acquista, allora, teoricamente, il baricento della questione economica si sposta dal mondo del capitale a quello della persona. E alla dinamica della competizione si affianca, profondamente, la dinamica della collaborazione.
Le conseguenze sono concettualmente rilevantissime. La smaterializzazione dell'economia post-industriale e l'avvento dell'economia della conoscenza implicano una grande trasformazione nelle forme della proprietà, dell'organizzazione produttiva, del rapporto tra pubblico e privato. Cambiano il concetto di scarsità, che non si applica più soltanto ai mezzi, ma anche alle molteplici dimensioni della relazione umana: fiducia, attenzione, comprensione. Il prezzo si determina tanto nella conversazione quanto nella contrattazione. L'elaborazione di una visione diviene la questione strategica dell'azienda, il laboratorio di ricerca - con l'incertezza dei suoi risultati - entra a far parte integrante del processo produttivo, la tecnologia cessa di essere il limite del possibile per trasformarsi nel suo costante superamento. Il design diventa progettazione e racconto, i media diventano distribuzione e conversazione, gli autori diventano generatori di valore e di motivi di connessione tra le persone. I fruitori e i produttori tendono in molti casi a coincidere. E la complessità prende il posto della linearità: perché nella smaterializzazione della produzione, la cultura diventa il luogo dell'economia, molto più di quanto non lo sia la fabbrica, il mercato o l'ufficio.
Tutto questo sottende una grande quantità di problemi. Dal punto di vista storico: è davvero corretta la convinzione secondo la quale all'economia industriale succede indubitabilmente l'economia della conoscenza? Dal punto di vista epistemologico: siamo arrivati alla consapevolezza sufficiente per conoscere la conoscenza intorno alla quale l'economia si starebbe riorganizzando? Dal punto di vista antropologico: stiamo costruendo una cultura sufficientemente dinamica, aperta e consapevole da consentirci di convivere con il prodotto della nostra evoluzione sociale? E infine dal punto di vista meramente umano: la sostenibilità dell'economia industriale è ormai molto dubbia, ma la sostenibilità dell'economia post-industriale è certa?
Storicamente, in particolare, vediamo che economia post-industriale non significa necessariamente economia della conoscenza, anzi: la finanziarizzazione e l'iperconsumismo si candidano a perpetuare le modalità economiche fondamentali dell'epoca industriale anche dopo la fine della centralità della fabbrica. Questo avviene capillarmente e in molti modi: trasformando la conoscenza in un insieme di beni scarsi attraverso l'ossessiva estensione del sistema della proprietà intellettuale, invadendo la quotidianità con una enorme quantità di micronotizie finanziarie e pseudomessaggi pubblicitari per mezzo di un sistema mediatico che non se ne può liberare, occupando il tempo delle persone con ogni sorta di obbligo lavorativo e desiderio consumistico, intervenendo sulla coscienza delle persone attraverso un'ideologia del denaro fine a se stesso. La finanza e l'iperconsumismo possono apparire in crisi, negli ultimi anni, ma non sono certo fenomeni deboli. Anzi, sono strutturalmente radicati nelle società. E dimostrano una resistenza e una resilienza straordinarie.
Sicché, in questa fase di transizione si assiste a un conflitto culturale profondo: ne può emergere l'avvento dell'economia della conoscenza, fondata necessariamente su una nuova centralità delle persone e delle loro relazioni, oppure un'economia post-industriale che si sviluppa in base a una riproposizione riadattata del modello spersonalizzante fondato sull'astrazione monetaria.
In questo contesto instabile, l'attenzione non è più un bene che si conquista e si rivende, ma il complesso risultato di una strategia culturale. Alla quale si oppone quella che potremmo chiamare strategia della disattenzione.
La strategia tradizionale dell'economia industriale prevedeva che un messaggio dovesse essere colto dal target cui era rivolto. Per ottenere questo risultato, si cercava di ottenere l'attenzione delle persone e le si «colpiva» con il messaggio che avrebbe dovuto indurre a comportamenti coerenti con gli obiettivi dei produttori del messaggio stesso. Oggi, appare evidente, che molti comportamenti dei consumatori possono essere invece indirizzati anche con una strategia opposta. Come insegnano le ricerche di Daniel Kahneman e altri, i comportamenti sono molto più spesso dettati dall'intuizione che dal ragionamento. E poiché il ragionamento richiede molta più attenzione dell'intuizione, se ne può trarre la conseguenza che la disattenzione può essere una condizione ideale per favorire certi comportamenti consumisti. Al limite si può supporre che proprio facendo leva sull'information overload, e anzi alimentando la sovrabbondanza di messaggi con ogni genere di mezzo, si può ottenere un risultato piuttosto efficace dal punto di vista della comunicazione. Quando si agisce per intuizione, in effetti, si sceglie in base alla prima idea che viene in mente. Se un'idea, un messaggio, viene ripetuto in modo molto insistente attraverso molti mezzi e in modo coordinato, tende a diventare, per molte persone, appunto, «la prima idea che viene in mente». E ad essa si tende a ricorrere tanto più spesso quanto più si vive in una condizione generale di information overload e dunque di disattenzione, che sfavorisce il ragionamento e favorisce l'intuizione.
La sensazione di incertezza generale che deriva dalla sovrabbondanza di messaggi, intesa sia come moltiplicazione quantitativa delle informazioni sia come mancanza di un racconto sintetico che aiuti a interpretarne l'insieme, che può portare all'inazione, dunque a comportamenti depressi e orientati a ridurre i consumi di fronte all'ansia della scelta, può essere dunque calmierata da una strategia fondata sulla ripetizione di messaggi semplici capaci di installarsi nelle menti e indurre a comportamenti stereotipati, basati sull'intuizione che emerge nella disattenzione. Il rischio di questa strategia è quello di lanciare un'escalation di messaggi ripetuti che a loro volta moltiplicano gli effetti dell'information overload. Si può parlare a questo punto di inquinamento dell'ecosistema dell'informazione.
La strategia della disattenzione non è difficile da implementare. Casomai è difficile che ogni strategia basata sulla disattenzione funzioni. Ma il risultato generale è comunque quello dell'inquinamento culturale. E questo può mettere in difficoltà i processi che richiedono davvero ragionamento e attenzione. Come quelli che consentirebbero di cogliere tutte le opportunità economiche e umane dell'avvento dell'economia della conoscenza. Che richiede una quantità di condizioni messe in discussione dall'information overload come un orientamento al ragionamento controllato, un ambiente silenzioso e riflessivo, una condizione esistenziale pacifica e per quanto possibile serena.
Il passaggio storico è dunque tutt'altro che scontato. La sostenibilità ambientale, culturale e sociale di quest'economia in transizione verso l'ipotizzata epoca della conoscenza è tutt'altro che garantita. Il che implica una presa di coscienza profonda e un'intensissimo impegno di ricerca.
3. La sostenibilità nell'ecosistema dell'informazione
Il valore organizzativo dei media è enorme nell'epoca della conoscenza, ancora più che nell'epoca industriale. Dunque, le strutture emergenti nel sistema dei media possono avere un'influenza profonda sul risultato di questa transizione. Così come le strategie di coloro che li pensano, li gestiscono, ne interpretano il modello di business e la presenza nella società.
La strategia della disattenzione ha punti di forza significativi. Ma non è detto che possa funzionare a lungo. Nel quadro dell'information overload, una strategia di comunicazione basata sulla ripetizione martellante di messaggi semplici, lanciati in modo coordinato su molti media, capace di cogliere con intelligenza una distratta attenzione per poi indurre a comportamenti intuitivi, o poco consapevoli, nella quotidiana disattenzione, può funzionare. E di fatto funziona benissimo. Ma non in tutti i casi.
E comunque in tutti i casi richiede una crescente quantità di risorse. Con investimenti dal rendimento tendenzialmente decrescente. Che per mantenere la loro efficacia nel tempo devono aumentare, oltre che trovare forme comunicative sempre nuove. Con il risultato, comunque, di aumentare l'information overload e dunque anche il costo globale del lancio di ulteriori messaggi. Del resto, tutto questo ha l'ulteriore conseguenza di generare una sorta di inquinamento nell'ecosistema dell'informazione che alla lunga lo impoverisce. C'è dunque una debolezza intrinseca nella strategia della disattenzione. Che non può non essere segnalata.
I costi di una strategia dell'attenzione sono molto più sostenibili, per le singole imprese, per le persone e per il sistema nel suo complesso. Questa strategia punta sull'attenzione di alto valore ma senza prezzo che si coltiva attraverso le relazioni tra le persone. Agli amici, alle persone alle quali ci si sente legati, si dedica un'attenzione umana forte, molto diversa da quella che si cede alle sollecitazioni delle campagne mediatiche e pubblicitarie. In questo modello interpretativo, emergono altre dimensioni dell'ecosistema della conoscenza che hanno enorme valore, come la reputazione, la fiducia, la consapevolezza.
L'ecosistema della conoscenza vive in modo sano se coltiva l'infodiversità, se i messaggi deboli e non urlati non sono continuamente cancellati dalla violenza dei predatori che puntano tutto sulla strategia della disattenzione. Se gli esperti, gli scienziati, gli artisti non sono costretti a traformarsi in comunicatori con l'altoparlante sempre acceso solo per farsi notare. Se l'ecosistema trova il giusto spazio per tutti, senza selezionare a priori soltanto quelli che sanno occupare il palcoscenico. La coda lunga dei contenuti che un ecosistema sano della conoscenza può far vivere può essere valorizzata soprattutto nel caso che tra i gruppi sociali che generano informazione sussista una relazione di simbiosi, non solo di caccia e di lotta per la sopravvivenza.
La simbiosi si mostra nei casi in cui la relazione tra due specie è tale che ciascuna non vive senza l'altra. In un certo senso, un grande motore di ricerca sul web non vive senza una grandissima quantità di piccoli siti interessanti per poche persone; e questi non vivono senza che un grande motore di ricerca consenta a poche o tante persone di trovarli. Analogamente, nel nuovo contesto della rete, gli autori, il pubblico attivo, gli editori, i gestori delle piattaforme di distribuzione e di accesso sono potenzialmente specie simbiotiche: nessuna di queste «specie» vive bene se non trovando il modo di servire le altre. Se una di queste specie tende a dominare parassitariamente l'ecosistema, se vive alle spalle delle altre mettendole in una condizione di silenzio, che nel mondo dell'informazione equivale all'estinzione, l'infodiversità sparisce e l'ecosistema dell'informazione si impoverisce. In particolare, gli editori simbiotici sono servitori del pubblico più che conquistatori di target: la rete ha bisogno di editori che facciano da filtro nella quantità di informazioni disponibili, seguendo una linea interpretativa trasparente e riconoscibile. Mentre i gestori di piattaforme servono simbioticamente gli editori, il pubblico attivo e gli autori se favoriscono l'infodiversità senza tentare di controllarla.
Per molti, la creatività è rielaborazione continua di idee che sono nell'ecosistema della conoscenza. Una rielaborazione che aggiunge un valore che viene poi in parte venduto e in parte restituito all'ecosistema stesso.
Questa implicita collaborazione che si sviluppa anche tra competitori è una delle forme più ricche e arricchenti della vita nell'ecosistema della conoscenza. E la sua dinamica quotidiana avviene essenzialmente in base alla creatività delle persone che si esprimono e si connettono. Espressione e connessione, d'altra parte, sono fruttuose solo se tra le persone stesse si instaura una relazione di fiducia, se le persone si riconoscono reciprocamente un'autorevolezza e una buona reputazione, se l'elaborazione collaborativa avviene in un clima di consapevolezza del progetto comune, implicito o esplicito, al quale si partecipa.
Fiducia, reputazione, consapevolezza sono elementi di un insieme di beni comuni fondamentali per la pacifica convivenza e per la ricchezza di un ecosistema della conoscenza sostenibile. Le strategie della disattenzione tendono a consumare questi beni comuni, generando sfiducia, diffidenza e disattenzione. Insomma, tendono a inquinare l'ecosistema della conoscenza.
Nel tempo, però, mentre le strategie della disattenzione costano sempre di più in termini di investimenti in comunicazione e di sostenibilità generale, le strategie dell'attenzione conquistano a basso - o nullo - prezzo la capacità di lanciare messaggi credibili, forti e duraturi. Generando ambienti culturali più capaci di ottenere risultati economici di largo respiro innovativo.
Ci si può domandare se le regole istituzionali possano essere a loro volta innovate per favorire lo sviluppo sostenibile della conoscenza. E la risposta è certamente positiva. Ma prima che questo possa avvenire, occorre diffondere la consapevolezza di queste dinamiche.
In gioco c'è un valore fondamentale, la grande responsabilità del sistema dei media: la vera risorsa scarsa e la meno rinnovabile è il tempo delle persone. Cioè, la vita delle persone. I media si rivolgono alle persone e chiedono essenzialmente il loro tempo. Si può pensare di schiacciare la vita delle persone su un iper-persente traboccante di informazioni insensate oppure di liberarla elaborando una prospettiva interpretativa che allunghi lo sguardo a una prospettiva consapevole che va dal passato al futuro. Intorno a questa idea si possono riformare le metodologie usate per valutare l'impatto dei messaggi e la qualità dei media. Può essere un passaggio strategico per favorire l'emergere di una nuova legittimità dei racconti condivisi, delle visioni che accomunano, in rapporto alle quali ciascuno può trovare il modo di contribuire con profitto e soddisfazione al progetto della società. Umanizando, in sostanza, l'idea di economia nell'epoca della conoscenza. Regalando attenzione a ciò che la merita.
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In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
"L'abbondanza di informazione genera scarsità di attenzione" diceva ai suoi tempi Herbert Simon, premio Nobel per l'economia. Oggi sappiamo che i media digitali e la crisi dei filtri editoriali e pratici tradizionali stanno effettivamente generando una quantità di informazione e una scarsità di attenzione sempre più preoccupante, come risulta dagli studi di Maggie Jackson, riportati nel saggio Distracted: The Erosion of Attention and the Coming Dark Age. Un'intervista con Jackson è su Wired.