February 2009 Archives

Silvio to go (if only)

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Sulla copertina dell'Economist di questa settimana, il disegno raffigura i leader di Germania, Francia e Gran Bretagna si disperano per il conto salatissimo che l'Europa dovrà pagare per i suoi problemi attuali, dalla crisi dell'Est ai vecchi difetti dell'Ovest. Un cameriere presenta il menù con un lungo elenco di pietanze difficili da digerire, cioè di problemi da affrontare. L'ultimo in fondo, piccolo piccolo, riguarda l'Italia. Dice: "Silvio to go (if only)".

Un problema, una soluzione, un desiderio...

(Guardando Google News, più Repubblica e Corriere, mi pare di vedere che se n'è accorto solo Il Sussidiario).

Ayn Rand e la crisi

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L'Economist segnala che il libro di Ayn Rand sull'eroico imprenditore circondato da un corrotto sistema economico statalizzato, Atlas Shrugged, è in piena ascesa nella classifica dei più venduti su Amazon. E propone un magnifico grafico che mostra come nei giorni durante i quali i giornali parlano di più della crisi il libro migliori la sua posizione in classifica: le notizie passano nei social network, molte persone citano Atlas Shrugged, molti lo comprano... In effetti è stato citato anche qui in questo periodo.

In principio sara' Facebook

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Mark Zuckerberg torna sulla questione delle regole di utilizzo di Facebook. "Il nostro primo obiettivo, qui a Facebook, è contribuire a costruire un mondo più aperto e trasparente"dice Mark "dunque dobbiamo essere d'esempio". Per questo a Facebook hanno deciso di pensare in modo diverso e far crescere le nuove regole con la collaborazione degli utenti.

Ci sono due nuovi documenti da discutere. Uno riguarda i principi e un altro le regole.

Tra i principi, uno riguarda la questione sollevata qualche tempo fa sulla "proprietà" delle informazioni condivise dagli utenti. E questo è il testo proposto: "People should own their information. They should have the freedom to share it with anyone they want and take it with them anywhere they want, including removing it from the Facebook Service. People should have the freedom to decide with whom they will share their information, and to set privacy controls to protect those choices. Those controls, however, are not capable of limiting how those who have received information may use it, particularly outside the Facebook Service".

L'ultima clausola è comprensibile: si tiene conto della realtà dei fatti, cioè della possibilità per chiunque di copiare da Facebook qualcosa di qualcuno e postarlo altrove... Ma questo non dovrebbe essere un tema di principi. Forse dovrebbe essere un tema di regole. Il principio, piuttosto, dovrebbe essere che le persone devono essere consapevoli del fatto che qualcuno può prendere i contenuti e copiarli altrove. Dunque ciò che si condivide non deve essere un'informazione che non si vuole rendere pubblica.

I principi si chiudono con un'interessante questione: "The Facebook Service should transcend geographic and national boundaries and be available to everyone in the world". Questo principio potrebbe aprire la strada a un comportamento di Facebook in Cina diverso da quello tenuto a suo tempo da Microsoft, Yahoo! e Google.

Le puntate precedenti di questa vicenda: il problema, la prima risposta, la ritirata, le chiose.

La bandiera nera dei pirati

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Andrew Orlowski pubblica su Register una storia inquietante sul - si dice - principale azionista e grande sostenitore di Pirate Bay, Carl Lundström. La fonte principale è il blog di Andrew Brown.

Ebbene: Lundström sarebbe un nazi con un passato piuttosto burrascoso. Non certo il rappresentante della cultura libertaria e ingenuamente progressista che si ritiene sottenda il mondo dei Pirati.

Comunque la cultura dei Pirati va conosciuta meglio, come dimostra il bel libro di Luca Neri, La Baia dei Pirati. L'anima eventualmente nera di uno dei suoi sostenitori non annulla il senso generale di quello che credono di fare molti altri Pirati della Baia.

In ... alla balena

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Crisi della caccia alla balena in Giappone. I magazzini frigoriferi sono pieni di carne di balena invenduta, dice Greenpeace. Eppure, il governo continua a sostenere con fondi pubblici questa attività.

Facebook in tribunale

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In Ontario, Canada, le notizie pubblicate su Facebook possono essere usate in tribunale, dice Agoravox. E' spesso richiesto dalle parti in causa l'accesso agli account di Facebook alla ricerca di prove.

Il problema, come sottolineava Stefano Rodotà, è che mentre noi possiamo stare attenti a quello che scriviamo su Facebook, non possiamo sapere molto di quello che gli altri pubblicano di noi su Facebook, né del contesto in cui viene inserito quello che è pubblicato su di noi. Il che in generale non è ovviamente un problema. Ma non si può escludere che possa diventarlo.

In fondo a destra

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La destra si sta liberando di tutti gli ostacoli intellettuali all'abbattimento dei poteri che non le appartengono. La sinistra sembra rispondere con lo stupore di chi si scandalizza per l'attacco ai principali tabù che riteneva intoccabili. La destra sa che il paese è disattento, preoccupato da questioni più urgenti.

Ma una politica coerentemente di destra va presa in considerazione seriamente. Le sue conseguenze sono vantaggiose solo per una parte. I ceti esclusi dal potere non ne traggono vantaggio e se l'appoggiano lo fanno soprattutto per mancanza di speranze alternative: meglio un'ideologia gratificante oggi che un programma serio domani (specialmente se il programma serio alternativo a quello della destra non si vede all'orizzonte). Se la sinistra vuole farsi notare e farsi prendere in considerazione deve fare emergere una capacità di innovazione orientata a valorizzare le capacità di chi lavora, di chi non appoggia la sua forza sul potere ma sulle capacità, di chi crede nella cittadinanza e nello stato di diritto, di chi dà valore al pubblico e non solo al privato, di chi crede che la felicità di ognuno dipenda almeno un po' anche da quella degli altri...

La serie di misure che la destra sta decidendo è frutto di un programma coerente. Non prende in considerazione le conseguenze. Ma solo le tappe di una demolizione anche ragionevole di alcuni blocchi all'innovazione legati a sistemi di diritti che erano diventati sistemi di potere, appoggiati a tabù. Ma i tabù non sono difese solide per la cittadinanza.

Scorriamo la Repubblica di oggi:

1. Lo sciopero virtuale, lo sciopero che si fa solo se il 50% dei lavoratori è d'accordo... Appellarsi ai tabù non è la risposta.
2. Le ronde con lo sponsor, la privatizzazione della sicurezza, sono un pericolo pubblico, possono degenerare. Non si fermano scandalizzandosi.
3. Il nucleare deciso senza tener conto in modo serio delle energie alternative, dello smaltimento delle scorie, delle reazioni delle popolazioni locali, è un fatto affaristico-ideologico più che un'ìinnovazione nel sistema dell'energia. Ma non si ferma pensando che il referendum valga per l'eternità.
4. Il blocco alle intercettazioni e alla loro pubblicazione con la minaccia della galera per i giornalisti non è un fatto solo privato degli intercettati arrabbiati. Ha conseguenze sul sistema della giustizia e dell'informazione. Non si ferma lanciando alti lamenti.
5. La questione del testamento biologico non può essere decisa da uno stato straniero e imposta all'Italia. Ma non si affronta senza una profonda riflessione, umanamente responsabile.

La sinistra non difende la cittadinanza e un modello sociale soltanto dicendo che quello che fa la destra è scandaloso e infrange tabù intoccabili. Occorre cominciare a costruire un modello innovativo di convivenza. Che a sua volta infranga dei tabù. (La storia di questi giorni ha infranto il tabù del capitalismo finanziario come decisore ultimo di ogni scelta economica, ma non ha costruito una nuova credibilità dello stato). Il pensiero del pubblico, nel senso del pensiero di ciò che è di tutti, non emerge dal dibattito. Ci sono innovazioni che possono essere fatte, per esempio, a favore della cooperazione, della solidarietà e del non profit che possono diventare la bandiera un un nuovo modello sociale ed economico. Possibile che nessuno racconti una storia alternativa a quella della destra e che si presenti coerente e innovativa?

La difesa dei tabù non è un racconto di innovazione, ma di conservazione. Se la sinistra si ferma alla conservazione, tradisce sé stessa.

E' il momento di prendere coraggio. Di coltivare una maggiore libertà intellettuale. Di cominciare a raccontare un progetto nuovo e alternativo a quello dilagante della destra. Non è facile. Ci vorrà molta pazienza. Molta resistenza.

Kindle newspaper

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E dunque il Kindle è la soluzione ai problemi dei giornali? Le analisi di bilancio potrebbero dare ragione a chi sostiene che la distribuzione di giornali su supporti elettronici potrebbe diventare nel tempo conveniente. La spesa per la carta e tutto ciò che è connesso è tanto grande che, si calcola, se un grande giornale regalasse ai suoi lettori un apparecchio per leggere il giornale (un Kindle, un iPhone, un altro schermo intelligente connesso...) e chiedesse il pagamento per la lettura del giornale, rientrerebbe dall'investimento in un anno. Ma questo suppone che i lettori accetterebbero di leggere e pagare il giornale su quel supporto. E questa supposizione non è facile da provare.

In realtà, con il cambio di supporto anche il giornale cambierebbe. La carta ha un valore d'uso importante per la lettura panoramica delle notizie. E questo si perderebbe nel piccolo schermo elettronico. Quindi, per compensare quella perdita, bisognerebbe dare un valore in più al giornale in versione elettronica. D'altra parte, è pur vero che se la carta è una tale aggiunta di costi da rendere sempre meno sostenibile il business dei giornali, un cambiamento potrebbe rivelarsi inevitabile (il che avverrà man mano che i supporti elettronici miglioreranno).

E allora occorre domandarsi quale valore in più i giornali potrebbero cercare di avere nel momento in cui una parte delle risorse che utilizzano per la carta si liberassero. Se quelle risorse fossero destinate a migliorare la qualità dell'informazione, si potrebbe cominciare a sperare in un cambiamento positivo. Quei soldi andrebbero investiti nell'assunzione di giovani nelle redazioni, nell'aggiornamento continuo, nella verifica dei fatti, nel finanziamento di inchieste, nell'internazionalizzazione, nell'apertura alla concorrenza per l'informazione locale, nella riduzione dell'influenza attualmente cogente della raccolta pubblicitaria...Se tutto questo avvenisse, credo, i giornali migliorerebbero abbastanza da compensare il cambiamento nelle abitudini e nell'ergonomia della lettura.

Il tutto va pensato e progettato: non dovrebbe avvenire solo sulla spinta di qualche urgenza di bilancio. Ma questo non significa che si possa aspettare all'infinito o sperare che la bufera passi e tutto torni come prima.

I tempi dell'economia sono maturi per un cambiamento. I tempi della tecnologia stanno a loro volta maturando. Sono i tempi della cultura giornalistica ed editoriale che devono un po' accelerare.

"Il teatrino della politica"

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Dice Baricco: il teatro pagato con soldi pubblici non raggiunge gli obiettivi per i quali era stato pensato (accesso alla cultura, salvaguardia del patrimonio culturale, democrazia). E quindi? Dice di spostare investimenti sulla scuola: può essere sensato se si pensa a progetti eccellenti. Ma dice, in aggiunta, che si possono spostare investimenti sulla televisione... Su questo non sono d'accordo. Il servizio pubblico è già finanziato, può già fare una politica culturale.

Cambiare il modello può essere necessario: ma solo se lo si fa con una buona dose di pensiero. Non privatizzando come viene. Lasciare i teatri pubblici ai privati può andar bene, se i privati si obbligano a fare teatro per il pubblico e non pubblicità. Se rischiano e fanno cultura ben venga. Se fanno solo eventi pseudo-televisivi in teatro, con spot tra un atto e l'altro, direi che si perde valore culturale.

E infine: le comunità possono esprimersi anche attraverso modelli cooperativi e solidaristici. Perché escludere - come sembra pensare Baricco - le fondazioni, le cooperative, il non profit dal ragionamento? Non siamo più in un'epoca in cui c'è solo l'alternativa tra stato e mercato. (E meno male visto che entrambi non cessano di dare pessima prova di sè...)

Obblighi nucleari

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Per Scajola (vedi viale dell'Astrologia) il nucleare è una scelta obbligata. Certo: se fossimo stati liberi di scegliere avremmo chiesto dove vanno a finire le scorie...

Carlo Ratti e' a Parma

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Carlo Ratti studia le conseguenze urbanistiche e architettoniche della diffusione in città di sensori e computer portatili connessi alla rete. E lavora a comprendere come questo sviluppo possa diventare l'occasione per ripensare la città e migliorare la vita quotidiana delle persone. Il progetto di ricerca SENSEable City è al Mit. L'Adit l'ha intervistato sulla città del futuro. Euronews ha un video con le sue idee. Oggi pomeriggio Ratti è a Parma a Palazzo Soragna alle 17.30. Con Giuseppe Roma, del Censis.

TechCrunch e il delicato valore del prestigio

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Richard Jones di Last.fm nega con tutte le sue forze. TechCrunch aveva scritto in un post (spesso aggiornato) che Last.fm (che appartiene alla Cbs) avrebbe dato alla Riaa l'accesso ai nomi delle persone che ascoltavano un disco degli U2 diffuso illegalmente. Lo aveva scritto sulla base di una sola fonte. Anche la Riaa ha smentito. The register e Ars Technica seguono la vicenda.

Mathew Wingram fa notare che la pratica di verificare le notizie basate su una sola fonte con almeno un'altra fonte è ormai acqua passata anche nei grandi giornali tradizionali. Ma non nega che TechCrunch abbia rischiato grosso pubblicando una notizia tanto grave sulla base di una sola voce di terza mano. 

In gioco c'è il prestigio e la credibilità, valori essenziali: o li perde Last.fm, o li perde TechCrunch. O entrambi. 

Il metodo, nella ricerca giornalistica, non è un impedimento all'informazione tempestiva. E' piuttosto un percorso per avere un'informazione di qualità. Cercare un metodo e una forma di autoregolamentazione per l'informazione in un'epoca tanto complessa come l'attuale è un compito difficile ma importante. Vale per i giornali e vale per i blog.

Terreno inesplorato

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La Microsoft non sa quasi nulla del territorio per lei inesplorato delle pratiche per i licenziamenti. E così si è sbagliata con i pagamenti ai collaboratori licenziati: ad alcuni ha pagato di più del dovuto, ad altri di meno. La settimana scorsa ha inviato lettere a coloro che avevano ricevuto più denaro del dovuto per riaverlo indietro. Questa settimana il capo delle risorse umane, Lisa Brummel, ha deciso di "cambiare strada" e ha rinunciato a questo difficile aspetto della sua strategia. Assicurando nel contempo a coloro che avevano ricevuto di meno che i loro diritti saranno soddisfatti al più presto. (Ina Fried).

Normale varieta' umana

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Affascinante problema. C'è un filone scientifico interessante che induce alcuni ricercatori a indagare intorno alle differenze tra gli esseri umani. Ma quelle indagini provocano tra i ricercatori una bizzarra preoccupazione: se si traesse da tali indagini la conclusione che gli esseri umani presentano delle differenze, si potrebbe rischiare di fare discorsi politicamente scorretti? Ne discute su Edge, Armand Leroi, biologo. The nature of normal human variety.

In una società come quella italiana, nella quale qualunque pregiudizio rischia di diventare un fatto, questo problema è ancora più sottile.

Animal house

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Gli architetti Beckmann-N'Thépé e il designer di paesaggi TN+ rifaranno lo zoo Korkeasaari di Helsinki. Dezeen.

Idrogeno meno caro

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Troppo bello per essere vero, dicono alla Technology Review del Mit. Il nuovo metodo per la produzione dell'idrogeno costa l'80 per cento in meno. Technology Review: Cheap Hydrogen from Scraps

Gombrowicz

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Solo una segnalazione, per un pezzo di Nazione Indiana su Witold Gombrowicz. Ironia pre-post-moderna... 

Una ronda non fa primavera

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Non si sa come chiamarle. Non sono ronde, dice. Sono cittadini volonterosi. Ex carabinieri o ex poliziotti, ex alpini. Si mettono a disposizione del prefetto. E non sono armati. Vanno in giro, se vanno in giro, con il telefonino per avvertire le autorità nel caso vedano qualcosa che meriti di essere segnalato. Nessun problema?

Meglio non tirare fuori altri problemi. Altrimenti Scajola fa gli scongiuri. L'oscurantismo imperante non vuole saperne dei problemi. Non occorre dunque sottolineare il fatto che se questi cittadini volenterosi si dovessero trovare una volta, senza averla neppure provocata, in una sorta di rissa, se dovessero tornare sul luogo della rissa non più armati di soli telefonini ma anche magari di picconi e spranghe, se il loro esempio dovesse poi far nascere bande di vendicatori, dovremo anche ascoltare con pazienza gli autorevoli commentatori che sosterranno come eventuali fatti di quel genere non sono conseguenza delle decisioni che si stanno prendendo in questi giorni.

Insomma, speriamo che oltre a essere volenterosi, siano anche intelligenti.

La fine di Babele

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Nel mondo si parlano seimila lingue. Duemila e cinquecento rischiano l'estinzione. Duecento stanno sparendo in questi giorni. È la fine di Babele, come titolava Nòva alla fine del 2005...

In proposito è uscito il bellissimo rinnovato atlante delle lingue in pericolo realizzato dall'Unesco. Vi si scopre che, per esempio, in Italia, si parlano 31 lingue che rischiano l'estinzione.

Ma si "cade" in pubblico dominio?

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In una pagina del sito della Siae dedicata a spiegare il diritto d'autore si scopre che finito il periodo di copertura del diritto l'opera "cade" in pubblico dominio. 

"Cade"? 

Direi piuttosto:

"Entra...", "Arriva...", "Va ad arricchire il..."!

Il diritto dell'autore non è il solo diritto tutelato. C'è anche il diritto del pubblico. Che prima o poi deve avere la disponibilità dell'opera per farne altre opere creative. Dunque al posto di "cade", imho, si dovrebbe dire qualcosa di più rispettoso per il pubblico.

Ancora sui giornali in crisi

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Cory Doctorow scrive un pezzo sul futuro poco roseo dei giornali... E non solo dei giornali... Non è solo a proporre questo genere di analisi...

BookBlogging - L'imprenditore di Schumpeter

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Immagine di Teoria dello sviluppo economicoJoseph Schumpeter va riletto ogni tanto come si rilegge un classico narratore di miti, o almeno uno scopritore di archetipi fondamentali. 

Il problema di Schumpeter non è la definizione di imprenditore. Anzi, la figura dell'imprenditore, per lui, è il punto di partenza nel suo ragionamento intorno alla riforma della visione dell'economia: per Schumpeter, l'economia non è un sistema circolare costantemente teso ad per arrivare a un equilibrio tra domanda e offerta, ma un sistema dinamico, squassato da continue espansioni e crisi. Delle quali l'azione imprenditoriale è una sorta di acceleratore.

Il mondo di Schumpeter è complesso. Tutto è collegato a tutto. La storia dell'economia è un settore parziale della storia universale «separato per motivi puramente espositivi ma fondamentalmente non indipendente». Ogni fenomeno dunque coinvolge più dimensioni della vita umana. E questo vale anche per l'innovazione. Che viene da una quantità di sorgenti. Ma che ha bisogno di qualcuno che la sintetizzi e la trasformi in un'impresa: quello è l'imprenditore. La persona che ricombina gli elementi - tecnologici, umani, organizzativi... - per creare qualcosa di diverso da ciò che c'era prima e che ha una possibilità di sviluppo. L'imprenditore non è né può essere un conservatore. 

L'imprenditore, come dice Pier Luigi Celli, esce dal solco: etimologicamente, delira. È visionario, non perché veda come un folle quello che gli altri non vedono: ma perché vede ciò che gli altri non vedono e sa come condurli a realizzarlo. L'imprenditore, dunque, dice Schumpeter è leader. Leader di innovazione. Non semplice gestore del processo ma vero e proprio creatore di nuove cornici interpretative. È colui che supera i limiti del possibile. È la forza della distruzione creativa. È rivoluzionario. Non è, per definizione, conformista. È un eroe. Non per nulla, il pensiero di Schumpeter è stato accostato talvolta ai racconti di Ayn Rand (una grandissima scrittrice troppo ammirata e troppo disprezzata alla quale si dovrebbe dedicare una riflessione; recentemente se n'è parlato perché era apprezzata, non per sua colpa, da Greenspan). Il narratore di miti, lo scopritore di archetipi, il profeta Schumpeter: l'impressione è diffusa.

Leggendo Schumpeter ci si accorge che in realtà il suo intendimento non era quello di alimentare un mito ma quello di riformare l'economia e liberarla dal manierismo neoclassico. Per portarla nella vita reale, in mezzo alla gente che fa, inventa, crea, spera e suda. (Per la verità, Schumpeter si interessa meno del sudore che del credito, che considera l'abilitatore fondamentale dell'imprenditore. Sicché,di questi tempi non sarebbe molto ottimista, Schumpeter).

Ma proprio perché non lo discute ma ne fa la pietra angolare della sua grandiosa e innovativa costruzione, Schumpeter genera forse involontariamente il mito dell'imprenditore. Un mito esigente. Chi lo abbraccia e se ne vuole fare incarnazione non può essere compiacente.

L'imprenditore di Schumpeter non è una classe sociale. Non è uno status. L'imprenditore di successo può raggiungere uno status, una ricchezza, un potere rilevanti: ma non per questo resta imprenditore. Ma la sua funzione imprenditoriale è legata alla sua capacità di realizzare innovazione, contro ogni conformismo. E quando si siede sui successi raggiunti, o quando usa i successi raggiunti dai suoi predecessori in azienda, l'imprenditore cessa di essere tale, per trasformarsi in gestore o in rentier.




Alcuni libri che ho comprato              
Impressioni mentre leggo
Edoardo Boncinelli
Prima lezione di biologia
Laterza



Erri De Luca

Il giorno prima della felicità
Feltrinelli

Di passaggio in passaggio, dal dna
agli ecosistemi, alla biosfera... Il
sottilissimo spazio della vita
è complesso, fragile, soprendente.


A Napoli. Le avventure di un bambino
che inopinatamente scopre una 
sete inestinguibile di sapere. E trova
libri e racconti memorabili.



Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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Gaspar Torriero segnala (via Jay Rosen) un pezzo sui modelli emergenti di giornalismo. E sottolinea che il primo problema dei giornali tradizionali è che sono generalisti. Mentre il pubblico, ormai, può cercare informazione soddisfacente aggregando diverse testate specializzate, i giornali tradizionali continuano a credere che una testata generalista possa soddisfare tutti. 

È un'obiezione forte. E motivata. Alla quale si può rispondere solo che una testata, dal punto di vista teorico, può avere un significato: quello di promettere un certo comportamento, un certo metodo, un certo orientamento. Che sia generalista o specialistica è meno importante della promessa che contiene. E che dovrebbe mantenere. Il problema è che per i giornali tradizionali sembra sempre più difficile mantenere una promessa. E per quelli generalisti la difficoltà si moltiplica per il numero di argomenti che affrontano.

Ma è anche vero che un buon giornale, dotato di una buona visione del mondo, di un buon metodo di raccolta e scelta delle informazioni, di una coerente e pragmatica linea editoriale, può essere d'aiuto per lettori che ne riconoscono il valore e ne verificano la trasparenza.

Cosmetica e futuro. Non e' viale dell'Astrologia

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La crisi economica attuale è partita dalla bolla finanziaria (costruita su mercati degli immobili e del petrolio, si è tradotta in un blocco del credito, ha generato una frenata dei consumi di beni durevoli e adesso comincia a influenzare l'occupazione. Gli economisti e gli imprenditori che ne hanno parlato ieri nel corso di un convegno sulla crisi economica e l'innovazione culturale necessaria ad affrontarla, organizzato dalla Unipro alla Luiss: la diagnosi è sconcertante. Più che ai dati finanziari o a quelli reali, per interpretare la crisi occorre guardare ai dati psicologici. A quanto pare, una gran parte della crisi e la massima parte delle soluzioni sono nel dominio delle idee (dalle quali tutto parte) piuttosto che in quello dei fatti (che da esse discendono): fiducia, visione, innovazione culturale.

Si ha l'impressione che questa crisi non sia come le altre. È grave perché ha distrutto la fiducia di tutti. Lo dicono in modo diverso gli economisti Luca Paolazzi (centro studi Confindustria) e Daniele Tirelli (Popai). E la via d'uscita è la ricostruzione della fiducia. Lo testimoniano gli imprenditori Giovanni Rana, Andrea Illy, Edoardo Garrone, Andrea Pontremoli. La ragione economica va alimentata di pensieri innovativi che derivano da ogni disciplina perché in fondo l'economia è le persone che la realizzano, insegna Pier Luigi Celli, amministratore delegato e direttore generale dell'università Luiss.

In un contesto come questo, si deve aborrire l'irrazionalismo oscurantista delle analisi come quella che ha condotto qualcuno a dare dei "corvi" agli economisti che prevedono recessione. Come se viale dell'Astronomia, dove ha sede tra l'altro il centro studi Confindustria, si fosse trasformato in viale dell'Astrologia.

Ma, cercando proprio nell'empirismo e nella ragione gli strumenti di interpretazione, occorre tener presente che le persone non agiscono in modo razionale e calcolatore: sono piuttosto condotte da una complessità di motivazioni, pensieri, valutazioni, preoccupazioni, paure, speranze, illusioni, che conducono a comportamenti capaci di influenzare profondamente l'economia. Quello che occorre è un racconto sintetico capace di interpretare una prospettiva credibile attraverso la quale le persone possano sapere a che cosa dedicare la propria vita e perché.

Se ci sappiamo raccontare in modo credibile il senso di quello che facciamo arriviamo al centro della risposta alla crisi. 

Il paradigma economicistico è finito. L'ìnnovazione necessaria è prima di tutto culturale. Se al tempo dell'industrializzazione i genitori sapevano con certezza che i loro figli sarebbero potuti star meglio di loro, oggi non è più così: perché il racconto della prospettiva si è spezzato, non è più credibile. La società, l'economia e la cultura, nei paesi ricchi, chiedono un nuovo racconto del futuro. La mancanza di questo racconto è una causa di forte sofferenza, incertezza, paura. Sfiducia.

Fino a che i modelli economicisti, incarnati dai grandi banchieri di Wall Street e della City, funzionavano, le persone potevano almeno illudersi di vivere in un sistema duro ma efficiente e credibile. Il fallimento della Lehman Brothers è il simbolo della fine della credibilità di quel sistema. È ora di avere un nuovo e più credibile racconto. Che dimostri come la nostra società possa investire al fine di salvaguardare il diritto di ciascuno a cercare la felicità.

Che tutto questo sia stato discusso in questi termini al convegno delle aziende che si occupano di cosmetica - un convegno di altissima qualità coordinato da Gabriele Gabrielli e concluso da Fabio Franchina - dimostra che i discorsi di sostanza stanno penetrando in profondità. E rafforza la fiducia che questa ricerca porterà verso una nuova e più umana visione del mondo.

La crisi nella crisi del Pd

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In tutta Europa i partiti di sinistra sono in crisi. Quella del Pd mi pare una crisi nella crisi. Ma si può risolvere soltanto affrontando la crisi originaria. Che è relativa alla relazione tra i valori testimoniati e proposti dal ceto politico di sinistra e il bisogno che la società può avere oggi di un simile ceto politico.

Insomma. La crisi attuale del Pd si dovrebbe affrontare distinguendo l'analisi della crisi della sinistra in Europa dall'analisi della crisi dei dirigenti del Pd di oggi. E partendo dalla prima per la soluzione della seconda.

(La questione è di una complessità enorme. Perché mai si comincia un post come questo se la difficoltà è tale che si sa che non se ne uscirà se non con qualche problema in più?)

Mi pare che la questione si possa affrontare da due punti di vista in base a due fatti:
A. Il ceto politico di sinistra in Europa ha qualche problema per dimostrare di essere ancora utile. 
B. Ma la società ha bisogno di apertura culturale e di competizione tra sistemi di valori per poter crescere nella qualità della convivenza civile e per avere fiducia nel diritto di ciascuno alla ricerca della felicità.

Per questa analisi ho l'impressione che si possano affrontare tre domande:
1. Quali sono i valori e le pratiche del ceto politico di sinistra in Europa?
2. Si tratta di valori e pratiche che sono coerenti con la tradizione della sinistra?
3. Se non lo sono, la differenza è stata spiegata bene e accettata dalla società?
4. Se è stata ben spiegata, la nuova identità di sinistra è stata portata avanti con coerenza?
5. Ci sono modi chiari e veloci attraverso i quali il ceto politico di sinistra si rinnova efficacemente quando incontra un passaggio difficile per la sua storia?

Non posso rispondere ma solo porre le domande può far bene. Perché semplificando in modo esagerato si può dire che... La destra vuole ordine, salvaguardia del ceto più abbiente, libertà d'azione per i potenti e obbedienza degli altri. La sinistra è la strada attraverso la quale i non potenti contribuiscono all'innovazione. Ma quando la sinistra diventa potente entra in contraddizione con questo suo ruolo e va in crisi. Quindi si deve organizzare in modo da poter avere potere e nello stesso tempo aprire la strada alla voce di chi non ha potere. La perdita del potere, per la sinistra, è salutare. Ma deve portare a un pensiero e a un'organizzazione che risolvano quella contraddizione. Altrimenti la destra sembra più coerente e vincente. La sinistra deve essere sperimentale e libertaria, coraggiosa e intelligente. Dunque rischia di più. Ma è la sua missione. E la società sa che è necessaria.

Conversando di simbiosi

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Massimo Russo ha pubblicato una critica del mio piccolo paper sulla strategia della disattenzione, ho risposto e lui ha risposto ancora con qualche domanda

Per rispondere premetto che dal mio punto di vista occorre vedere il medium delle persone che si va sviluppando su internet come un medium, appunto, distinto da altri media e da altri sistemi editoriali: da altri media, perché ovviamente funziona in modo diverso da televisione o giornali di carta; da altri sistemi editoriali, perché non è basato sulle strategie aziendali di major più o meno grandi (che usano uno o più media compreso internet). Dobbiamo dunque distinguere i problemi che sorgono dal punto di vista mediatico e dal punto di vista editoriale. Mediaticamente ed editorialmente, la maggiore differenza sta nel fatto che il medium di cui stiamo parlando è fatto dalle persone che si esprimono e si connettono usando le piattaforme disponibili in rete per offrire al resto del mondo la loro capacità di generare senso senza necessariamente perseguire un modello di business monetario. Questo è il pubblico attivo che va dai blog a Flickr, da YouTube a Facebook, che usa ed è usato da Google, che usa ed è usato dai provider di accesso alla rete. Questo mondo mediatico è attraversato anche dai contenuti che gli editori tradizionali immettono online, ma non si confonde con questi. E compete per il tempo mediatico, per l'attenzione, per la fiducia e la credibilità con altri mezzi come la tv o il giornale.

Detto questo, Massimo Russo si fa delle domande e io tento di proporre delle risposte:
1 e 2. Come fa il pubblico attivo a fidarsi delle piattaforme giganti? Non c'è altro motivo per fidarsi che guardare ai fatti. Nei motori di ricerca: fintantoché Google non inquinerà la sua search con gli interessi dei pubblicitari ma restituirà un servizio vero agli utenti sarà apprezzato, dovesse lasciarsi tentare da una strategia più manipolatoria finirebbe col dover affrontare la critica degli utenti che comincerebbero a cercare delle alternative (e prima o poi le troverebbero). Nei social network: Facebook sta molto attenta a cercare il consenso degli utenti e quando - come spesso capita - fa una gaffe, la ritira tempestivamente sotto il peso delle critiche; segno che sa che potrebbe essere abbandonata velocemente. Nei provider di accesso: fino a che avremo la possibilità di scegliere e fino a che, anche grazie al lavoro di Nexa e altri, sapremo quando le piattaforme di accesso sono neutrali e quanto non lo sono, le piattaforme di accesso dovranno fare attenzione a come manipolano il traffico. Tutto questo per dire soltanto che: se le piattaforme traggono il loro valore dagli utenti, faranno bene a trattarli bene; se le piattaforme volessero trasformarsi in forme di sfruttamento unilaterale e manipolatorio degli utenti, rischierebbero il valore del loro business.

3. Gli editori tradizionali dovrebbero cambiare modello di business? Gli editori tradizionali non non persone che si esprimono e connettono. Sono aziende che tentano di sviluppare un business sulla base del bisogno di informazione o entertainment professionale. Che il loro modello di business debba cambiare è chiaro. Che la crossmedialità per loro sia necessaria è evidente. Che siano destinati a scomparire non è necessario. Il bisogno di informazione ed entertainment professionale non è sparito. Le persone continuano a coltivarlo. Ma non è chiaro quanto e come sono disposte a pagarlo. Questo è il problema. Da questo discende che gli editori tradizionali servono e che devono sbrigarsi a trasformare il loro business al servizio delle persone: non è la prima volta che un modello di business diventa obsoleto; e non è la prima volta che si deve inventare, con sincera apertura mentale, qualcosa di diverso.

4. Internet è altro dalla società? No. È una dimensione mediatica diversa pienamente inserita nell'insieme delle dinamiche sociali. Offre alle dinamiche sociali un mezzo in più per esprimersi e svilupparsi. E anche in questo modo, innovando, partecipa.

5. Chi sono gli squali? Manipolatori, venditori di fumo, creatori di bisogni virtuali, generatori di paure inesistenti... Ce n'è una gamma molto vasta. Per noi si tratta di difenderci prima di tutto con la consapevolezza. E poi sviluppare forme di difesa puntuali. (Hai presente il software di Nexa per vedere se la rete che usiamo è neutrale?). Infine, costruire una cultura mediaticamente più civile per fare emergere un racconto della società che possa darci una prospettiva non apocalittica ma razionalmente ed empiricamente costruttiva.

Quanto alla questione della "simbiosi". Ovviamente ogni metafora si può discutere. Riporto qui quando dice Edoardo Boncinelli nella sua Prima lezione di Biologia (Laterza).

«Gli organismi viventi appartenenti alle varie comunità interagiscono fra di loro in mille maniere diverse e sarebbe impossibile catalogarle tutte. (...). Questi rapporti andranno dalle forme di competizione più aspra, nelle quali nessuno dei due organismi ci guadagna qualcosa (...) a quelle di protocooperazione e mutualismo, in virtù delle quali aumenta la probabilità di sopravvivenza di entrambi gli organismi implicati. (...)». Tra questi estremi, Boncinelli elenca le forme intermedie della predazione, del parassitismo e del commensalismo. «Si parla invece di simbiosi quando due organismi convivono fisicamente in un'associazione molto stretta. La relazione simbiotica è trasversale rispetto alle forme di competizione o di cooperazione delle quali abbiamo appena parlato. Le due specie che vivono in simbiosi possono infatti intrattenere di volta in volta rapporti di parassitismo, commensalismo, protocooperazione o mutualismo. Esistono innumerevoli esempi di simbiosi nelle quali partecipano tipi di organismi molto diversi, come funghi e piante, piante e batteri, funghi e alghe, attinie e pesci o meduse e alghe. L'esempio più spesso citato è forse quello dei licheni, un'associazione simbiotica di funghi e alghe. Negli ambienti anche più avversi, nei quali né l'uno né l'altra potrebbero vivere da soli, l'alga realizza la fotosintesi e offre così composti organici alla voracità del fungo, che coopera a sua volta offrendo un riparo e conservando quel poco di umidità che è disponibile».

In effetti, ci voleva forse proprio una simbiosi per far nascere e crescere un nuovo medium in un ambiente avverso come quello dei media tradizionali...

(Quanto ai nomi e ai cognomi di questo scambio di post. Ne abbiamo già scherzato: alla tua simpatica critica "mi chiami per cognome, vuoi tenere le distanze" rispondo che nel tuo primo post hai fatto lo stesso. Ma ammetto che nel tuo primo post tu hai scritto De Biase 5 volte, mentre io ho scritto Russo 9 volte... quindi hai più ragione di me... ma non è stato per tenere le distanze :-).

Conversando di innovazione

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Ho fatto i miei complimenti a Riccardo Luna per il primo numero di Wired Italia. Mi ha risposto con la consueta simpatia: «Grazie, ma è lunga per fare un vero Wired. Mi aiuti?». Penso che, anche se ne fossi capace, finché sono a Nòva non potrò fare molto di pratico per aiutare Riccardo a fare un vero Wired. Posso però contribuire con un brevissimo commento che in realtà si sintetizza con la domanda che riporto in fondo a questo post: non spero di riuscire ad aiutare davvero, ma non voglio neppure sottrarmi al tentativo.

Ebbene. Non sorprende che l'aspetto di Wired Italia richiami fedelmente quello bellissimo di Wired, benché la carta e la pubblicità non abbiano le stesse caratteristiche. Su questo non ci sono che complimenti da fare a tutti. 

Ma proprio per la somiglianza delle forme, nel confronto tra i due mensili risalta molto la differenza dei testi. Ho l'impressione che i testi di Wired Italia, con le dovute differenze tra i diversi autori, siano scritti pensando a un pubblico abituato a ritenere che nella maggior parte dei casi valga il motto lampedusiano secondo il quale si può sempre agire in modo che "tutto cambi perché nulla cambi". A un pubblico così pensa, per esempio, Luca quando riporta un testo che afferma come così non è necessario che sia.

Il bellissimo pezzo di Paolo Giordano che incontra Rita Levi Montalcini testimonia il candore e la capacità di stupirsi di un grande scrittore. (vedi Mante). Ma non è fatto per testimoniare la partecipazione attiva di chi scrive al processo innovativo di chi è descritto. 

Generalizzando, il primo numero di Wired Italia dice che l'estetica dell'innovazione abbellisce il mondo che la produce anche quando c'è una distanza tra le due dimensioni. Il che però conduce a vedere Wired Italia come un mensile dedicato allo stile di vita innovativo, più che all'innovazione.

Il percorso di tutti noi è ancora lungo. E non si cessa di imparare. Tutti noi che pensiamo che il mondo possa essere cambiato e abbiamo incontrato sulla nostra strada Wired nei primi anni Novanta, sappiamo quanto fascino abbia una rivista che rappresenta un mondo di innovatori. E Nòva, con tutti i limiti di chi l'ha fatta, ne ha seguito in parte le tracce culturali, tentando di reinterpretarle alla nostra maniera. Ora Wired Italia si presenta dicendo esplicitamente per bocca del suo fin troppo gentile direttore Riccardo Luna che nasce sulle tracce di Nòva. La tensione culturale è simile. La forma è diversa. 

Ma la domanda è la stessa: che cosa succede alla cultura dell'innovazione passando dalla California all'Italia? La risposta, che va ancora trovata, potrebbe aiutare Nòva a migliorare. E forse ancor più Wired Italia. 

In bocca al lupo a tutti coloro che cercano sinceramente di capire come cambia e come si può cambiare il mondo.

Attenzione a Russo

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Ringrazio Massimo Russo per il tempo e la competenza che ha dedicato al mio piccolo paper sull'ecologia dell'attenzione. E tento di contribuire con alcune ulteriori considerazioni.


Russo teme che le promesse della rete possano essere tradite nei prossimi anni. 


E come si può negare una simile possibilità? Il timore che le promesse della rete possano essere tradite è condiviso da molti. Le condizioni che garantiscono un equilibrato sviluppo dell'ecosistema della conoscenza che si è sviluppato nell'ambiente internettiano possono essere inquinate, consumate, rovinate da molti cambiamenti possibili.


Il pericolo può arrivare dall'esterno: una possibile politica orientata all'abolizione della net neutrality, leggi che vietino la libertà di espressione online, lobby favorevoli a media diversi e più tradizionali... Ma Massimo Russo si domanda se non ci sia anche nello stesso ecosistema della conoscenza, per come si sta sviluppando, una potenziale contraddizione che lo condurrà fatalmente al collasso.


Il problema è, mi pare: il percorso di sviluppo del medium delle persone che cresce su internet è sostenibile?


Russo cita volentieri lunghi passi del mio paper che contengono chiaramente la consapevolezza dei rischi che l'ecosistema corre nel caso che i parassiti superino le specie che vivono in modo simbiotico.


Ma Russo sembra temere che questo sia destinato ad avvenire per quello che immagina sia il fatale conflitto tra le piattaforme (da Google alle telco) e i produttori di contenuti. Russo coltiva tre perplessità. Come può crescere in modo equilibrato un ecosistema nel quale esistono fortissime asimmetrie nei rapporti di forza? Come possono convivere operatori tanto diversi come quelli che si trovano online? Come fanno le specie deboli ad accaparrarsi le risorse vitali per prosperare?


Penso che l'idea che le piattaforme siano destinate per una loro dinamica interna a volersi mangiare i produttori di contenuti o a ridurli a uno stato di commodity proponga uno scenario possibile ma non attuale e neppure molto probabile.


Le piattaforme hanno interessi e potere molto diversi da quelli dei generatori di senso che vivono in rete, dice mi pare Russo. E questo è innegabile. Ma il punto è capire se le piattaforme possono vivere senza i generatori di senso (oppure mangiandoseli). Russo dice che le piattaforme non hanno interesse a veder crescere contenuti di qualità e hanno il potere di omogeneizzarli dal punto di vista qualitativo. Ma è vero? Il potere di Google è immenso, ma finora è stato esercitato contro le piattaforme concorrenti (concessionarie di pubblicità, altri motori di ricerca, altre società di software...) più che contro i produttori di contenuti. E questo sembra indicare che finora Google è consapevole che la sua forza discende dalla grande disponibilità di contenuti interessanti. Non ha un incentivo interiore a moltiplicarli o a governarli verso la qualità, ma non ha neppure un incentivo a ridurli o a peggiorarli. Fino a che si comporta così è simbiotico. E' stato accusato di essere parassitario in qualche caso da alcuni giornali (in Belgio per esempio per Google News) ma sta di fatto che un buon terzo dei visitatori dei giornali online arriva da Google. I parassiti casomai sono altri. Come quelli che sfruttano l'algoritmo di Google per salire nel ranking senza aggiungere contenuti originali ma solo riproponendo automaticamente contenuti altrui. Cosa che per esempio Tumblr ha deciso di combattere. Insomma: i grandi e potenti possono sempre cambiare atteggiamento, ma per ora sono stati attenti a non penalizzare i contenuti perché la loro crescita è dipesa da coloro che li producono. E se poi dovessero cambiare, siamo certi che non ci sarebbero alternative? Il timore di Facebook quando gli utenti si arrabbiano come nei giornl scorsi è di perderli a favore di qualche altra piattaforma. Certo, non si cambia velocemente piattaforma, ma finora nessuna piattaforma internettiana ha raggiunto il potere di impedire agli utenti di abbandonarla a favore di qualche concorrente. (Ricordiamoci - benché visti i risultati tendiamo a dimenticarlo - che poi esistono anche le autorità antitrust....).


In realtà, i conflitti latenti nel mondo dei contenuti non sono quelli che - come dice Russo - opporrebbero le piattaforme ai produttori: i conflitti più importanti sono quelli che oppongono certi produttori di contenuti nati e cresciuti fuori dalla rete al loro pubblico quando va in rete. Le lobby delle major - soprattutto musicali - hanno combattuto duramente il loro pubblico in rete tentando di difendere le vecchie forme di fruizione dei contenuti. Sono queste lobby che possono indurre le piattaforme a controllare gli utenti, limitando la network neutrality: ma finora le piattaforme hanno più o meno resistito, anche se hanno dovuto fare qualche concessione (come nel caso di YouTube). Altri nemici della rete possono arrivare da certe ideologie politiche o da certi interessi televisivi, cinematografici, pubblicitari. Ma finora, bisogna pur ammetterlo, queste forze non sono riuscite a sconfiggere la rete.


Comunque, fin qui si tratta di valutazioni sui fatti e sulle loro conseguenze, sugli scenari e le loro probabilità. Tutto discutibile. Il punto sul quale vorrei davvero cercare un po' più di chiarezza è l'ultimo. 


Dice Russo: «L'attenzione e la sua principale forma di monetizzazione, la pubblicità, sono una risorsa scarsa. Tutti gli attori del sistema ne hanno bisogno per sopravvivere, non esistendo al momento significativi modelli di business alternativi. Chi, se non il più forte, ha secondo voi le maggiori chance di sopravvivere?». 


Ebbene. La gran parte dei produttori di contenuti, la maggior parte delle persone attive in rete, quelle che sono interessate essenzialmente a esprimersi e a connettersi ad altre persone, non lo fanno per guadagnare soldi: sviluppano più spesso, casomai, un egoismo altruista per il quale donano un po' di ciò che sono o di ciò che sanno in cambio di un riconoscimento da parte di altre persone. In generale la maggior parte delle persone stanno in rete per coltivare relazioni con altre persone. Non per guadagnare. In questo caso, l'attenzione è dedicata alla costruzione di relazioni, all'espressione di sé, all'ascolto degli altri. Non si genera - nella maggior parte dei casi - per venderla alla pubblicità.


Inoltre, non è necessariamente vero che gli inserzionisti pubblicitari cerchino proprio l'attenzione. Anzi: chi vuole sostenere un sistema di comportamenti nei consumatori potrebbe, argomentavo nel paper, puntare sulla disattenzione addirittura più che sull'attenzione. 


Considerando l'insieme del sistema dei media tradizionali, della pubblicità, delle major, può essere che la dinamica monetariamente interessante non sia quella dell'attenzione ma quella della disattenzione. Molte entità che vogliono imporre il loro punto di vista sanno che le persone distratte hanno comportamenti automatici quando sono sottoposte a un martellamento di messaggi semplici e ripetitivi. 


Nella rete, queste cose possono avere un effetto inquinante. E produrre uno sviluppo non sostenibile. Mentre è proprio la dinamica dell'attenzione, quella che si dedica alle altre persone, che può ripulire la rete da quelle forme inquinanti.


Casomai, ci si può chiedere se le piccole imprese di contenuti possano svilupparsi in rete, competendo con i grandi per le risorse pubblicitarie. E a questa domanda la risposta è ovviamente che è difficile. Ma meno difficile probabilmente in rete che su altri media.


Il problema dunque non è quello di capire se la rete internet sia intrinsecamente capace di crescere in modo armonico ed equilibrato: è capace di difendersi ma non è immune da rischi. Il problema è che la rete deve crescere abbastanza da contrapporsi ad altri sistemi mediatici che non hanno le stesse caratteristiche e nei quali gli squali sono molto più feroci. 


Falchi e corvi

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Per Claudio Scajola gli economisti della Confindustria non sono persone che analizzano i dati sulla congiuntura e ne traggono dati sull'andamento dell'economia in base ai quali proporre ipotesi, discutere, decidere in modo informato. Sono invece degli uccelli del malaugurio. 

Ebbene. Non tutti sono d'accordo nel considerare l'economia come una scienza. E i difetti degli strumenti degli economisti sono sotto gli occhi di tutti. Per questo se possibile vanno migliorati. Ma, speriamo, non in base a una cultura della superstizione. 

Diritti di Facebook: chiose

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Nella comunicazione di ieri con la quale Mark Zuckerberg annunciava il ritiro delle nuove condizioni di utilizzo di Facebook c'è un passaggio che vale la pena di chiosare.

«More than 175 million people use Facebook. If it were a country, it would be the sixth most populated country in the world. Our terms aren't just a document that protect our rights; it's the governing document for how the service is used by everyone across the world. Given its importance, we need to make sure the terms reflect the principles and values of the people using the service.

Our next version will be a substantial revision from where we are now. It will reflect the principles I described yesterday around how people share and control their information, and it will be written clearly in language everyone can understand. Since this will be the governing document that we'll all live by, Facebook users will have a lot of input in crafting these terms.»

Il paragone tra il popolo di Facebook e uno stato (che sarebbe il sesto più popoloso del mondo) è significativo proprio per preparare retoricamente il terreno al principio enunciato da Zuckerberg secondo il quale le condizioni di utilizzo sono una sorta di carta costituzionale che va a sua volta discussa e costruita con il consenso degli utilizzatori.

Se Facebook fosse uno stato non sarebbe una democrazia. Ma una dittatura illuminata che decide dopo aver cercato la collaborazione e il consenso della popolazione.

Come terrà conto delle variegate opinioni degli utenti? Come svilupperà un sistema più trasparente per l'espulsione degli utenti che non stanno alle regole? Come attiverà un sistema per ascoltare le istanze degli utenti e tenerne conto in modo tempestivo?

Di certo, Zuckerberg dovrà rendersi conto del fatto che la sua idea di Facebook non corrisponde a quella che ne hanno molti suoi utenti. In effetti, Zuckerberg continua a pensare a Facebook come a un sistema evoluto di comunicazione tra persone che si conoscono, non come a un sistema per pubblicare informazioni di interesse pubblico. Non è insomma, secondo lui, un'evoluzione dei blog, ma un'evoluzione della posta elettronica. Il fatto è che molti utenti non la pensano in questo modo. Anzi. Usano Facebook come un medium attraverso il quale dare informazioni, esprimersi liberamente, fare marketing e altro. 

E dunque. Le decisioni, in questo popolo, dovranno discendere da una decisione originaria sull'identità funzionale di Facebook. E' una repubblica fondata sulla comunicazione tra "amici" o uno stato nel quale le persone fanno molte cose e sentono di avere il diritto alla libertà di espressione, alla garanzia della privacy, alla tutela contro la diffamazione, all'emigrazione, all'oblio? E, visto che è uno "stato" di proprietà di un'azienda sarà davvero possibile per il suo "popolo" imporre la sua voce al "dittatore illuminato" che la governa?

Beh, evidentemente la metafora di Facebook come "stato" non funziona fino in fondo. In realtà è e resta una piattaforma. Il problema forse è che gli stati veri, quelli che dovrebbero legiferare in materia, sono troppo lenti per star dietro alla dinamica del web in generale e del social network in particolare. E quindi assisteremo a un caso di autoregolamentazione di una comunità, con regole, discussioni e decisioni emergenti da una storia che resta ancora da scrivere.

Tumblr anti-anonimi

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Gli anonimi generatori di blog in Tumblr che costruiscono siti solo per rilanciare post altrui allo scopo si sfruttare - per esempio - l'algoritmo di Google e che così facendo creano varie onde negative nell'ecosistema internettaro dovrebbero incontrare prossimamente qualche difficoltà: lo hanno deciso i fondatori di Tumblr.

Diritti di Facebook: ritirata immediata

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Facebook ritira la nuova versione delle condizioni di servizio. Dopo un paio di giorni di discussioni. Partite da un post di Consumerist. E promette di uscire con una nuova nuova versione delle condizioni di servizio scritta in modo che tutti la possano capire.

Ecco dunque il nuovo post di Zuckerberg:

"A couple of weeks ago, we revised our terms of use hoping to clarify some parts for our users. Over the past couple of days, we received a lot of questions and comments about the changes and what they mean for people and their information. Based on this feedback, we have decided to return to our previous terms of use while we resolve the issues that people have raised".

Mica male come reattività. E anche l'impostazione del percorso per trovare le risposte non è male. Insomma: la materia è difficile e Facebook dichiara che la vuole risolvere in modo onesto. D'altra parte se non avessero operato questo cambio di rotta avrebbero rischiato grosso.

L'eroismo di Carneade

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Com'è noto, qualunque don Abbondio ignora chi sia Carneade. Qualche volta può diventare un problema. Perché anche il leader del futuro è sempre Carneade fino a che diventa famoso.

Storicamente Carneade era uno scettico. Cioè uno che diceva che la logica non porta alla verità assoluta. Tutto diverso da un cinico, uno che cerca l'etica rifiutando ipocrisia.

La politica è fatta di don Abbondio che credono di sapere chi sia Carneade e confondono uno scettico con un cinico.

Oggi, il cinismo ha la funzione positiva di riconoscere le contraddizioni nelle biografie degli ideologici ma tende a produrre psicologie disincantate e che rifiutano di sognare. Il leader del futuro, il visionario, il costruttore, invece, sono cinici sul cinismo (vedi Eliezer Yudkowsky). Coltivano una visione del mondo aperta al superamento dei limiti del possibile e metodologicamente orientata a verificare le ipotesi con i fatti.

Asincronie mediatiche

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Nel pieno della crisi dei giornali, Jeff Jarvis segnala un aumento degli aspiranti giornalisti.

Chi s'è fatto s'è fatto

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D'Alema ha candidato Bersani il giorno prima delle elezioni. La Sardegna si è distratta. Veltroni si è dimesso. La Carlucci si è disvelata. Quel che è fatto è fatto. Chi s'è fatto s'è fatto. Evidentemente, si poteva fare. Ma ora è tutto da rifare.

Diritti di Facebook: Zuckerberg risponde

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Mark Zuckerberg ha risposto alle preoccupazioni emerse ieri in rete, in riferimento al cambiamento dei termini di servizio di Facebook.

In sostanza, dice Zuckerberg, il cambiamento serve ma non è facile da spiegare. E' vero che ora i contenuti prodotti dagli utenti non spariscono quando questi si cancellano da Facebook. Ma questo è motivato dal fatto che devono poter restare negli spazi dei loro "amici". Come una mail ricevuta da una persona resta, anche quando chi l'ha inviata decide di chiudere l'account di posta elettronica dal quale l'ha mandata.

Zuckerberg ammette che tutto questo è complicato. E che gli ci vorranno altri giorni di riflessione per arrivare a spiegare la questione in modo più convincente. 

Pare dunque di capire che i contenuti pubblicati dagli utenti resteranno visibili solo ai loro amici. Che non spariranno quando gli utenti si cancelleranno da Facebook. E che Zuckerberg continua a pensare a Facebook come a un sistema evoluto di comunicazione tra persone che si conoscono, non come a un sistema per pubblicare informazioni di interesse pubblico. Non è insomma un'evoluzione dei blog, ma un'evoluzione della posta elettronica. Secondo lui. 

Sicché, quello che pubblichiamo su Facebook non è più nostro: è anche di chi lo ha ricevuto. Perché lo abbiamo condiviso con lui. Dunque è anche della piattaforma che lo ospita. Per sempre, appunto. Anche quando ci siamo cancellati.

Ne emerge una considerazione. Se, come è probabile, il futuro dei diritti degli utenti su Facebook andrà nella direzione di sviluppare il concetto pensato da Zuckerberg, allora saranno garantite le comunicazioni tra persone che si conoscono, non l'informazione pubblica rivolta a chiunque. Meglio per tutti, dunque, sviluppare una chiara consapevolezza di quanto ciò voglia dire. E imparare a pubblicare su Facebook solo quello che si pensa che non ci farà mai pentire di aver pubblicato.

Nuovo mondo, lungo termine

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La costruzione di una visione del mondo diversa da quella fallimentare che ci ha condotto all'insostenibilità è un racconto complesso, imporante, divertente. Al quale la rete può contriburie (e sta contribuendo) in modo decisivo.

Tra gli elementi fondanti di questa diversa visione del mondo c'è il recupero profondo della visione di lungo termine. Sostenibilità, innovazione, felicità, sono dinamiche che possono vivere soprattutto in un contesto culturale orientato al lungo termine: il breve termine invece le affoga.

La dimensione di lungo termine, però, non sembra essere la condizione naturalmente più facile per il cervello umano. Ecco due articoli di Robin Hanson da leggere in proposito. (via Alexander Rose)

Diritti di Facebook

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A fronte del divertimento di usare la sua piattaforma, Facebook d'ora in poi si appropria dei contenuti degli utenti. E ne può fare ciò che vuole. Per sempre. Anche quando le persone volessero rimuoverli.

Da approfondire:
1. il diritto d'autore rimane dell'autore e questi può a sua volta fare quello che vuole con i suoi contenuti?
2. se l'autore ha messo i suoi contenuti a disposizione solo dei suoi amici, Facebook può mostrarli al di fuori della cerchia di quegli amici?
3. se i contenuti dell'autore fossero a loro volta ripresi da altri, chi è responsabile, chi può far causa? E se fossero stati copiati prima di essere pubblicati? Chi è il responsabile?

Il cambio di licenza di Facebook sembra fatto apposta per fare arrabbiare molte persone e per non risolvere moltissimi dubbi. Vedi Consumerist. Vedi Giovy.

Mezzi di confusione di massa / update

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Giuseppe Granieri ha ragione a chiedere prudenza nel giudicare gli effetti della grande quantità di informazione di cui disponiamo e la molteplicità dei media con i quali ci confrontiamo quotidianamente per accedervi.

Del resto, in un ottimo intervento Clay Shirky aveva fatto notare che l'impressione di information overload viene anche da un fallimento dei filtri che ci dovrebbero aiutare a tenerlo a bada.

Il mio suggerimento sul tema dell'attenzione - o della disattenzione - peraltro non è orientato a discutere su argomenti tipo «google ci rende stupidi». Tutt'altro. Osservo piuttosto che nel periodo di massimo splendore dei «media di confusione di massa», a qualcuno può fare comodo adottare una «strategia della disattenzione». 

Come sostiene Daniel Kahneman, gli esseri umani tendono a scegliere per «intuizione», cioè in base alla prima cosa che viene in mente di fare, mentre più raramente si affidano al ragionamento controllato. 

L'information overload non è una novità, questa non è la prima crisi dei filtri, il comportamento irrazionale non è una novità. Quello che può essere interessante è studiare la possibilità che tutto questo venga manipolatoriamente utilizzato per ottenere comportamenti che un pubblico attento non adotterebbe. In estrema sintesi, in questa ipotesi, dosando opportunamente di volta in volta le tecniche per raccogliere attenzione o per fare confusione, la «strategia della disattenzione» potrebbe essere realizzata usando ogni strumento mediatico che sciolga in un grande minestrone ogni notizia e abbassi ulteriormente le barriere critiche.

Insomma. Ho l'impressione che gli argomenti di Giuseppe siano più orientati a studiare fenomeni culturali di fondo e di lungo termine, mentre le questioni qui espresse sono piuttosto interessanti per la vita quotidiana dei media. Che naturalmente si incrociano a un certo livello. Anche perché, appunto, qualcuno pensa alla dinamica mediatica come una lunga serie di brevi periodi.

Vorrei aggiungere che la rete può difendersi. Come nel caso del biip-biip articolo 50bis: se i blogger si mobilitano costituiscono un sistema di filtraggio, verifica, critica e diffusione che può emergere come soluzione a molti temi segnalati sopra.

BookBlogging - Il regime dei media

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Immagine di La macchina delle bugie Ci si stanca di sentir ripetere sempre le stesse cose. E della questione di quanto sia importante la forma assunta dal sistema dell'informazione, televisivo e non, si è parlato molto in Italia.

Sarebbe un grave errore pensare che tutto dipenda da quello. Con lo stesso sistema delle televisioni, negli ultimi quindici anni, ci sono state elezioni vinte da chi le controllava e ci sono state elezioni vinte da chi non le controllava.

È piuttosto chiaro che contano molto di più le relazioni sociali, i ceti, le reti di potere, le reti territoriali... 

Ma non ha senso neppure dire che le televisioni non contino nulla. Se per i due anni del governo di sinistra le televisioni registrano nella mente degli spettatori un quotidiano lamento sul malessere degli italiani e se tornata al governo la destra - pur in presenza di una crisi profondissima - le stesse televisioni si allineano sulla necessità di contribuire a ricostruire la fiducia, le conseguenze sono importanti. Specialmente considerando il fatto, osservato dal Censis, che una buona metà degli italiani accede alle notizie esclusivamente dalla televisione.

Ebbene, come si vede nel libro di Loris Mazzetti, La macchina delle bugie, l'informazione offerta dalla televisione in Italia e che a sua volta influenza profondamente l'intero sistema dei media non è certo un'indipendente e gioiosa organizzazione per ricercare e trasmettere i fatti e le interpretazioni: è a sua volta, nella migliore delle ipotesi, un ceto, un sistema di convenienze, una rete di potere, divenuta sempre più importante. E che genera il racconto del mondo nel quale gli italiani pensano di vivere.

È una vera e propria realtà virtuale nella quale i fatti assumono maggiore o minore rilevanza a seconda di come sono raccontati in tv: con emotività, con leggerezza, con troppa velocità, con insistenza sui particolari... Tutte cose che si sanno ma che impongono la fatica di leggerle costantemente nelle strutture dei programmi mentre le immagini scorrono sullo schermo. Una fatica che non si può sopportare troppo. E che infatti non si sopporta. Tanto che l'effetto finale è la comodissima - per chi vuole che nulla cambi - strategia della disattenzione.

Non c'è mai nulla di definitivo nella storia. E un nuovo racconto può sempre emergere, anche da nuovi media. Se i ragazzi, come si legge dal Corriere di oggi si sono allontanati dal sistema dell'informazione tradizionale - dal quale peraltro sono antropologicamente, professionalmente e socialmente esclusi, poiché pochissimi pensano di potervi accedere - il vecchio regime non ha un lungo futuro davanti. Ma del resto, quel regime vede nel breve periodo (una lunga successione di brevi periodi senza memoria) la sola dimensione storica nella quale si può esprimere in modo conveniente.



Alcuni libri che ho comprato
Impressioni mentre leggo
Loriz Mazzetti
Il libro nero della Rai
Rizzoli



Erri De Luca

Il giorno prima della felicità
Feltrinelli

Le storie note e meno note 
che riguardano la Rai. Scritte
da un giornalista che ha lavorato
a lungo con Enzo Biagi.


A Napoli. Le avventure di un bambino
che inopinatamente scopre una 
sete inestinguibile di sapere. E trova
libri e racconti memorabili.



Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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Sardegna

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Domani si vota in Sardegna. La disattenzione generale è allarmante. Si direbbe che si continui a sottovalutare l'importanza raggiunta dalle Regioni. 

Certo, sarebbe stato assurdo aspettarsi - anche se in un certo senso sarebbe stato possibile visto che la contesa è ormai tra Renato Soru e il presidente del Consiglio - che il resto d'Italia guardasse all'elezione presidenziale della Sardegna, come il resto del mondo aveva guardato all'elezione presidenziale degli Stati Uniti. Ma questa disattenzione è eccessiva. 

E poiché viviamo in un Truman Show - finalmente una buona battuta di Veltroni, anche se non nazional-popolare - questo significa che la disattenzione è voluta.

Sostiene Schiavone

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Immagine di Storia e destino«Avvertiamo così che, insieme al futuro, stiamo perdendo il passato, e con lui, il senso della storia. (...). Il presente rimane indistintamente solo, fermo in se stesso, avvolto nell'ombra, prigioniero di un doppio scacco cognitivo: verso il suo prima e verso il suo dopo. E una mancanza determina l'altra, questa è la verità: perduto il passato, si smarrisce anche la prospettiva del rapporto fra presente e futuro». (Aldo Schiavone, Storia e destino, Einaudi, 2007, p.8).

Blogosfera Liquida

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Per Andrea Santagata, i 20mila blog dedicati all'informazione pubblica generano più o meno la metà del traffico dei blog italiani. Per questo ha scelto di organizzare la sua Liquida in modo da dar conto di quello che quei blog dicono. 

Gianluca Dettori ha scritto un post da leggere su Liquida.

Nell'insieme, nonostante Facebook, secondo Santagata, il numero di blog italiani continua a crescere.

Un dato per gli editori online

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Spesso ci si trova a discutere con editori che pensano di organizzare i loro siti in modo che tutti i link in essi contenuti conducano ad altre pagine degli stessi siti e non "portino traffico fuori"... E' una questione talmente vecchia che sembra impossibile. Eppure è ancora discussa.

C'è un dato nuovo che mi pare particolarmente interessante per questi editori. Un dato che arriva proprio nel momento in cui si tenta da molte parti di aumentare il contenuto in video dei siti editoriali.

La TubeMogul ha cercato di comprendere da dove arrivi il traffico sui video pubblicati online. E il risultato è che l'80% dei video è visto perché è stato linkato da un blog. L'80%! Costringere i navigatori a restare all'interno dei siti editoriali non conta certo quanto riuscire a pubblicare video che vengano segnalati da parte del pubblico attivo. Nessun blog è nelle prime posizioni della classifica dei siti dai quali arriva il traffico, ma - se i dati registrati da TubeMogul sono corretti - la coda lunga dei blog è davvero molto lunga.

In generale, ne emerge una buona indicazione pratica: i siti editoriali dovrebbero coltivare le segnalazioni dai blog anche rispettando gli stessi blog e restituendo loro traffico (cioè linkandoli direttamente).

Il lato ridicolo dell'e-book

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Appena arrivato il nuovo Kindle, la Shortcovers offre e-book per iPhone (via Steve)... Intanto, vale la pena di sorridere, come suggerisce Stefano, della trovata di Paul Aiken, della Authors Guild, secondo il quale il software del nuovo Kindle che legge (con voce sintetizzata) i libri violerebbe il diritto d'autore (perché l'audio è un diritto derivato...). Che succederà adesso? Arresteranno il compratore di libri che legge ad alta voce un brano del volume che ha in mano?

Preoccupazioni

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Molte riforme e molte decisioni che si stanno preparando. Non si tratta di questioni facili. Non è questo il luogo (né l'autore) per riassumerle in modo tecnico: giuridicamente le nozioni sono molto sottili.

Ma vale la pena di segnalare che leggendo i giornali i motivi di preoccupazione si moltiplicano:
- I provider sarebbero obbligati a introdurre software in grado di bloccare la pubblicazione di materiale illecito online (legge passata al Senato e che si spera sia modificata alla Camera)
- I medici dovrebbero denunciare i clandestini che tentano di farsi curare nelle strutture sanitarie pubbliche
- Tutti sarebbero obbligati a farsi curare all'infinito anche nel caso si trovassero in situazione di vita vegetativa e anche se avessero espresso preventivamente e chiaramente la loro volontà contraria
- La rete Telecom Italia passerebbe sotto il controllo di una nuova società a sua volta partecipata da Mediaset (repubblica di carta di oggi)
- Chi pubblicasse gli atti delle indagini con le intercettazioni sarebbe perseguito in modo molto pesante
- Meno chiari gli incentivi e gli obblighi per la sostenibilità delle abitazioni (via verdi)

Il tutto dopo aver visto, secondo Roberto Ippolito, il governo abbassare la guardia contro l'evasione fiscale. E proprio in un momento di crisi che richiederebbe la raccolta di tutte le risorse possibili per tenere in piedi il bilancio statale.

Preoccupazioni fondate o infondate?

Attenzione all'equazione

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Luca Chittaro prova con la formula matematica: sovraccarico informativo + razionalità limitata = comportamenti automatici. E ne spiega le conseguenze.

L'evoluzione del compleanno

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Un compleanno che vale la pena di ricordare. Charles Darwin è nato a Shrewsbury il 12 febbraio 1809. La sua teoria dell'evoluzione delle specie offre una visione del mondo che a sua volta contribuisce all'evoluzione della cultura. 

Negli Stati Uniti, si legge sull'Economist, meno della metà della popolazione la conosce e la accetta. Fortunatamente in Europa la percentuale sale oltre il 75 per cento. 

(ps. Una summa da consultare compilata da Randy Alfred).

Mi sono frainteso

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Dice: mai attaccato la Costituzione e il Presidente della Repubblica. 

Vabbè... Se non altro, in questo fraintendimento istituzionale generale psicosociale, leggiamoci almeno l'annuncio di una tregua.

Informazione emergente

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Jason Lee Miller segnala un'epidemia di blogger che abbandonano. E il New York Times pubblica un resoconto sui giornali che chiudono. Entrambi rispondono con qualche idea per comprendere che cosa emergerà da questa crisi della produzione di notizie, dalle iniziative editoriali al pubblico attivo.

Sta di fatto che il bisogno di informazione continua a esistere. Una soluzione è necessaria. E si trova nella costruzione di un ecosistema della conoscenza sostenibile. Nel quale ci sia infodiversità ed equilibrio simbiotico tra lavoro professionale e attività delle persone che vogliono partecipare. E c'è bisogno di aiutare l'emersione di forme di auto-organizzazione più solide.

Facebook ha avuto enormi conseguenze sul tempo passato online dalle persone, assorbendo una quota del traffico dei blog (come ha assorbito una quota del tempo dedicato a Msn). Ma anche Facebook deve essere ricollocata nell'ecosistema. Le forme dell'auto-organizzazione sono inevitabilmente spontanee, ma richiedono anche una riflessione: come valorizzare il potenziale informativo di tutta la gente che agisce online? come incentivare la solidarietà nella ricerca e nello scambio di informazioni? come creare veri e sinceri luoghi di aggregazione per l'informazione del nuovo ecosistema? come indurre i professionisti a mettersi davvero al servizio dell'ecosistema? ci sono regole esplicite che le persone possono autonomamente scegliere di darsi per favorire una collaborazione vera (una sorta di nuova e più consapevole netiquette?). Queste sono le domande che - sebbene spesso ripetute - restano in parte inevase. Occorre una riflessione.

Ma per carità...

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Chi ritiene che la durezza delle posizioni della Chiesa stia spaccando la società italiana si ricrederà. Sentendo parlare diversi esponenti autorevolissimi del mondo cattolico, si nota che è invece la Chiesa a spaccare sé stessa. Perché nelle parole dei vertici vaticani, le persone di buona volontà e di sana tradizione cattolica non trovano un elemento fondamentale della loro cultura: la carità.

Modernizzazione

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Con il decreto che incentiva i consumi, il governo decide che i computer da tavolo sono ufficialmente elettrodomestici.

Nuovo blog

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Già, il blog.debiase.com è cambiato. Il vecchio glorioso software Radio è andato in soffitta. Era installato sul mio Mac che dopo cinque anni di ottimo lavoro ha avuto un'operazione al disco fisso. Ora scrivo su MovableType, grazie all'aiuto di Paolo Valdemarin. Tutti i vecchi post si trovano andando nell'archivio e cliccando sul link che porta a tutto ciò che è accaduto prima del 1 febbraio 2009.

Strategia della disattenzione

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CoverLinkFebbraio2009.jpgUn pezzo pubblicato su Link, febbraio 2009. Grazie alla redazione che mi permette di postarlo anche qui.


Ecologia dell'attenzione


Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.

E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile?

Di certo, l'elaborazione di nuovi strumenti concettuali e pratici per affrontare il sovraccarico di messaggi e la loro svalutazione è sempre più urgente. E le ricerche nate intorno al concetto di "economia dell'attenzione" sono un fecondo spunto di riflessione. E' una ricerca teorica. Ma è anche, in un certo senso, una questione di sopravvivenza culturale. Perché, probabilmente, l'information overload non è una novità di per sé: è nuova l'ansia che viene associata al fenomeno. C'è una moltiplicazione dei messaggi e contemporaneamente una crisi dei modi per filtrarli, anche come conseguenza di una crisi delle letture sintetiche del presente. Il che è pienamente comprensibile. Durante una grande trasformazione epocale, una popolazione può reagire proiettandosi fiduciosamente nella costruzione del futuro, oppure dilaniandosi in un labirinto di dubbi e paure. Oppure, dividendosi in gruppi che reagiscono in modo diverso, in base alle loro tensioni culturali, abitudini mentali, strutture organizzative, capacità interpretative e di adattamento. E poiché molti segnali ci inducono a pensare che il presente sia un periodo storico caratterizzato da una profondissima trasformazione, connessa alla globalizzazione dell'economia alla digitalizzazione dei media, alla smaterializzazione dell'economia, non stupisce che uno dei fenomeni emergenti sia la difficoltà di leggere la prospettiva che le persone possano adottare per darsi un progetto cui dedicare la vita.


1. Critica dell'attenzione

Il concetto di "economia dell'attenzione" ha ormai una storia piuttosto lunga. Già nel 1971, Herbert Simon, premio Nobel per l'economia, scriveva: «L'informazione consuma attenzione. Quindi l'abbondanza di informazione genera una povertà di attenzione e induce il bisogno di allocare quell'attenzione efficientemente tra le molte fonti di informazione che la possono consumare». In un contesto nel quale l'informazione è sovrabbondante, si assiste a una crescente scarsità di attenzione.

La teoria economica tradizionale ha trattato questa scoperta in modo piuttosto ovvio: la scarsità di attenzione ne aumenta il valore per chi riesce a produrla e rivenderla. L'industria che più di ogni altra è capace di produrre attenzione è quella dei media. E chi ha più interesse ad acquistarla è la pubblicità. Su questo semplice assunto si è basata gran parte della crescita impetuosa della televisione e dei giornali nell'ultimo quarto del secolo scorso. E su questa idea, per qualche motivo, si pensa in questo secolo che si possa basare anche una gran parte dello sviluppo dei nuovi media digitali, internet in testa.

Ma che questa concezione sia esatta, o lo sia ancora, è tutto da dimostrare. E già nel 1997, Michael Goldhaber, nel suo paper intitolato «The attention economy», invitava a tener conto della complessità dell'argomento. Pensare all'attenzione come a un qualunque bene industriale è sempre meno soddisfacente: troppe sono le relazioni bilaterali che intercorrono tra chi offre informazione, chi la riceve, chi cerca attenzione, chi la concede, chi la vuole sfruttare per deviarla su altri percorsi mentali allo scopo di pubblicizzare prodotti e marchi di ogni genere. L'interpretazione lineare del processo che va dalla generazione mediatica tradizionale di attenzione al suo trasferimento agli investitori pubblicitari si va sciogliendo nella complessità dei nuovi media digitali interattivi.

Il sistema dei media stesso appare in crisi di fronte alle sue stesse conquiste. La moltiplicazione dei canali televisivi digitali, il fenomeno esplosivo della telefonia mobile, il boom dei videogiochi e soprattutto la fioritura internettiana delle forme di comunicazione e informazione si sono manifestate tutte insieme e in modo relativamente improvviso nel corso di una quindicina d'anni: un vero e proprio terremoto che ha messo in discussione la tenuta strutturale del sistema dei media. La musica ne è stata stravolta. Il mondo dei giornali ne è uscito profondamente trasformato. La produzione di opere cinematografiche, librarie, televisive ha cambiato radicalmente la sua organizzazione. La televisione, in particolare, sembra destinata a combattere ancora a lungo per mantenere la sua quota di tempo mediatico generale. Ma come dice Federico Di Chio, uno dei massimi esperti italiani dell'argomento, la tv ha già perso la colonna portante della sua centralità strategica: l'accordo sociale per il quale il palinsesto televisivo coincideva con l'agenda quotidiana dell'intera popolazione.

Dal punto di vista tecnico, la digitalizzazione è forse il fenomeno portante del terremoto mediatico. Ma a nulla sarebbe servita se non avesse risposto a un insieme di esigenze particolarmente sentite: le persone hanno adottato velocissimamente i nuovi strumenti di comunicazione e informazione, probabilmente, anche perché questi consentivano loro di tornare in possesso degli strumenti di espressione e connessione con gli altri che nel periodo d'oro dei mezzi di comunicazione di massa avevano in parte perduto. In ogni caso, il crollo del costo della produzione e della trasmissione dei messaggi li ha moltiplicati: per opera dei professionisti del business mediatico ma anche e soprattutto per il massiccio contributo del pubblico attivo, abilitato dai nuovi mezzi come i blog, YouTube, Flickr e i vari social network.

Il caos che apparentemente ne consegue è contemporaneamente un successo dei nuovi media e un insuccesso dei vecchi editori, la cui funzione di filtro e il cui ruolo di generatori di sintesi sono al momento messi in discussione. Tutto questo ha fatto saltare gli equilibri dell'economia dell'attenzione tradizionale. E ha aperto la strada alle citate considerazioni di Goldhaber. Ha creato l'immenso spazio di crescita che è stato valorizzato da Google, il cui motore è tra l'altro una macchina per la gestione semplificata del caos contenutistico del web. Ha consentito il boom di social network come Facebook, che si candida tra l'altro a semplificare la gestione delle comunicazioni rese sempre più complesse dall'esplosione di messaggi di posta elettronica.

Fenomeno quest'ultimo ormai enorme: ogni dipendente di un'azienda americana riceveva, nel 2006, una media di 126 messaggi di posta elettronica al giorno (con un aumento del 55 per cento rispetto al 2003); e dedicava alla posta elettronica, dunque all'azienda stessa ma anche a corrispondendi esterni, un quarto della giornata lavorativa (secondo uno studio del Radicati Group).

Non mancano anche i tentativi di monetizzare l'attenzione in modo ancora più esplicito. In un paper di Byron Reeve e altri, intitolato "A marketplace for attention", gli autori tentavano di sperimentare una soluzione per filtrare il tempo dedicato alla posta elettronica basata sul pagamento dell'attenzione che si dedicava ai messaggi attraverso un sistema di punteggi che poteva in qualche modo costituire una sorta di generatore di un sistema di priorità per i messaggi. I risultati sono stati eminentemente teorici. Ma il concetto era abbastanza chiaro: in un periodo di inflazione di informazioni, l'attenzione non è più soltanto scarsa ma diventa rarissima e costosissima.

In effetti, si potrebbe immaginare che un'ulteriore crescita dei messaggi innalzerebbe il valore dell'attenzione a livelli impagabili. Trasformandola in un valore senza prezzo. In questo senso, l'attenzione tenderebbe a sfuggire al terreno tradizionale dell'economia monetaria per entrare nelle più sottili e umanistiche dimensioni dell'economia del gratuito, dei beni relazionali e culturali. L'attenzione che si dedica agli amici e alle persone intime è incommensurabilmente più elevata di quella che si dedica ad altre e più impersonali fonti di messaggi.

Non si tratta di un fenomeno marginale. Si tratta di un fenomeno che potrebbe diventare strategico. E che potrebbe aprire la strada a veri e propri conflitti culturali. In corrispondenza con il problematico passaggio dal paradigma industriale a quello dell'economia della conoscenza.


2. Il conflitto paradigmatico

Il dibattito pubblico intorno alle difficoltà pratiche in cui versa la popolazione dei paesi occidentali rispecchia sempre più spesso una difficoltà teorica: manca un sintetico racconto del percorso che i sistemi economici occidentali hanno imboccato e del progetto comune che propongono alle società. Una difficoltà densa di conseguenze per la vita quotidiana, per il consenso sociale, per l'incentivazione dell'innovazione, per la coltivazione delle speranze dei giovani, per la costruzione di scenari in base ai quali investire. A questo proposito, una delle interpretazioni più convincenti e ripetute sostiene che l'epoca post-industriale è destinata a essere governata dall'economia della conoscenza. Concetto peraltro in pieno sviluppo. Per non dire ambiguo.

Nell'economia della conoscenza, il valore si concentra nello sfuggente territorio delle idee: informazione, immagine, senso... Si compra, si produce, si desidera il significato che si legge nei prodotti molto più di quanto non si compri, non si produca e non si desideri la materia della quale quei prodotti sono fatti.

Nella scienza economica, questa trasformazione ridefinisce il perimetro di indagine: si ricuce lo strappo positivista, per esempio suggerito dall'opera di Lionel Robbins, che aveva imposto di escludere dalla ricerca il tema della compatibilità e della comprensione dei fini, obbligando gli studiosi a concentrarsi solo sulla questione della scelta e della moltiplicazione infinita dei mezzi. Questa nuova consapevolezza abbatte le vecchie barriere che separavano l'economia dalle altre scienze sociali, dalla psicologia all'antropologia, dalla storia alla geografia. Perché se il valore è nel senso generato da chi produce e riconosciuto da chi acquista, allora, teoricamente, il baricento della questione economica si sposta dal mondo del capitale a quello della persona. E alla dinamica della competizione si affianca, profondamente, la dinamica della collaborazione.

Le conseguenze sono concettualmente rilevantissime. La smaterializzazione dell'economia post-industriale e l'avvento dell'economia della conoscenza implicano una grande trasformazione nelle forme della proprietà, dell'organizzazione produttiva, del rapporto tra pubblico e privato. Cambiano il concetto di scarsità, che non si applica più soltanto ai mezzi, ma anche alle molteplici dimensioni della relazione umana: fiducia, attenzione, comprensione. Il prezzo si determina tanto nella conversazione quanto nella contrattazione. L'elaborazione di una visione diviene la questione strategica dell'azienda, il laboratorio di ricerca - con l'incertezza dei suoi risultati - entra a far parte integrante del processo produttivo, la tecnologia cessa di essere il limite del possibile per trasformarsi nel suo costante superamento. Il design diventa progettazione e racconto, i media diventano distribuzione e conversazione, gli autori diventano generatori di valore e di motivi di connessione tra le persone. I fruitori e i produttori tendono in molti casi a coincidere. E la complessità prende il posto della linearità: perché nella smaterializzazione della produzione, la cultura diventa il luogo dell'economia, molto più di quanto non lo sia la fabbrica, il mercato o l'ufficio.

Tutto questo sottende una grande quantità di problemi. Dal punto di vista storico: è davvero corretta la convinzione secondo la quale all'economia industriale succede indubitabilmente l'economia della conoscenza? Dal punto di vista epistemologico: siamo arrivati alla consapevolezza sufficiente per conoscere la conoscenza intorno alla quale l'economia si starebbe riorganizzando? Dal punto di vista antropologico: stiamo costruendo una cultura sufficientemente dinamica, aperta e consapevole da consentirci di convivere con il prodotto della nostra evoluzione sociale? E infine dal punto di vista meramente umano: la sostenibilità dell'economia industriale è ormai molto dubbia, ma la sostenibilità dell'economia post-industriale è certa?

Storicamente, in particolare, vediamo che economia post-industriale non significa necessariamente economia della conoscenza, anzi: la finanziarizzazione e l'iperconsumismo si candidano a perpetuare le modalità economiche fondamentali dell'epoca industriale anche dopo la fine della centralità della fabbrica. Questo avviene capillarmente e in molti modi: trasformando la conoscenza in un insieme di beni scarsi attraverso l'ossessiva estensione del sistema della proprietà intellettuale, invadendo la quotidianità con una enorme quantità di micronotizie finanziarie e pseudomessaggi pubblicitari per mezzo di un sistema mediatico che non se ne può liberare, occupando il tempo delle persone con ogni sorta di obbligo lavorativo e desiderio consumistico, intervenendo sulla coscienza delle persone attraverso un'ideologia del denaro fine a se stesso. La finanza e l'iperconsumismo possono apparire in crisi, negli ultimi anni, ma non sono certo fenomeni deboli. Anzi, sono strutturalmente radicati nelle società. E dimostrano una resistenza e una resilienza straordinarie.

Sicché, in questa fase di transizione si assiste a un conflitto culturale profondo: ne può emergere l'avvento dell'economia della conoscenza, fondata necessariamente su una nuova centralità delle persone e delle loro relazioni, oppure un'economia post-industriale che si sviluppa in base a una riproposizione riadattata del modello spersonalizzante fondato sull'astrazione monetaria.

In questo contesto instabile, l'attenzione non è più un bene che si conquista e si rivende, ma il complesso risultato di una strategia culturale. Alla quale si oppone quella che potremmo chiamare strategia della disattenzione.

La strategia tradizionale dell'economia industriale prevedeva che un messaggio dovesse essere colto dal target cui era rivolto. Per ottenere questo risultato, si cercava di ottenere l'attenzione delle persone e le si «colpiva» con il messaggio che avrebbe dovuto indurre a comportamenti coerenti con gli obiettivi dei produttori del messaggio stesso. Oggi, appare evidente, che molti comportamenti dei consumatori possono essere invece indirizzati anche con una strategia opposta. Come insegnano le ricerche di Daniel Kahneman e altri, i comportamenti sono molto più spesso dettati dall'intuizione che dal ragionamento. E poiché il ragionamento richiede molta più attenzione dell'intuizione, se ne può trarre la conseguenza che la disattenzione può essere una condizione ideale per favorire certi comportamenti consumisti. Al limite si può supporre che proprio facendo leva sull'information overload, e anzi alimentando la sovrabbondanza di messaggi con ogni genere di mezzo, si può ottenere un risultato piuttosto efficace dal punto di vista della comunicazione. Quando si agisce per intuizione, in effetti, si sceglie in base alla prima idea che viene in mente. Se un'idea, un messaggio, viene ripetuto in modo molto insistente attraverso molti mezzi e in modo coordinato, tende a diventare, per molte persone, appunto, «la prima idea che viene in mente». E ad essa si tende a ricorrere tanto più spesso quanto più si vive in una condizione generale di information overload e dunque di disattenzione, che sfavorisce il ragionamento e favorisce l'intuizione.

La sensazione di incertezza generale che deriva dalla sovrabbondanza di messaggi, intesa sia come moltiplicazione quantitativa delle informazioni sia come mancanza di un racconto sintetico che aiuti a interpretarne l'insieme, che può portare all'inazione, dunque a comportamenti depressi e orientati a ridurre i consumi di fronte all'ansia della scelta, può essere dunque calmierata da una strategia fondata sulla ripetizione di messaggi semplici capaci di installarsi nelle menti e indurre a comportamenti stereotipati, basati sull'intuizione che emerge nella disattenzione. Il rischio di questa strategia è quello di lanciare un'escalation di messaggi ripetuti che a loro volta moltiplicano gli effetti dell'information overload. Si può parlare a questo punto di inquinamento dell'ecosistema dell'informazione.

La strategia della disattenzione non è difficile da implementare. Casomai è difficile che ogni strategia basata sulla disattenzione funzioni. Ma il risultato generale è comunque quello dell'inquinamento culturale. E questo può mettere in difficoltà i processi che richiedono davvero ragionamento e attenzione. Come quelli che consentirebbero di cogliere tutte le opportunità economiche e umane dell'avvento dell'economia della conoscenza. Che richiede una quantità di condizioni messe in discussione dall'information overload come un orientamento al ragionamento controllato, un ambiente silenzioso e riflessivo, una condizione esistenziale pacifica e per quanto possibile serena.

Il passaggio storico è dunque tutt'altro che scontato. La sostenibilità ambientale, culturale e sociale di quest'economia in transizione verso l'ipotizzata epoca della conoscenza è tutt'altro che garantita. Il che implica una presa di coscienza profonda e un'intensissimo impegno di ricerca.


3. La sostenibilità nell'ecosistema dell'informazione

Il valore organizzativo dei media è enorme nell'epoca della conoscenza, ancora più che nell'epoca industriale. Dunque, le strutture emergenti nel sistema dei media possono avere un'influenza profonda sul risultato di questa transizione. Così come le strategie di coloro che li pensano, li gestiscono, ne interpretano il modello di business e la presenza nella società.

La strategia della disattenzione ha punti di forza significativi. Ma non è detto che possa funzionare a lungo. Nel quadro dell'information overload, una strategia di comunicazione basata sulla ripetizione martellante di messaggi semplici, lanciati in modo coordinato su molti media, capace di cogliere con intelligenza una distratta attenzione per poi indurre a comportamenti intuitivi, o poco consapevoli, nella quotidiana disattenzione, può funzionare. E di fatto funziona benissimo. Ma non in tutti i casi.

E comunque in tutti i casi richiede una crescente quantità di risorse. Con investimenti dal rendimento tendenzialmente decrescente. Che per mantenere la loro efficacia nel tempo devono aumentare, oltre che trovare forme comunicative sempre nuove. Con il risultato, comunque, di aumentare l'information overload e dunque anche il costo globale del lancio di ulteriori messaggi. Del resto, tutto questo ha l'ulteriore conseguenza di generare una sorta di inquinamento nell'ecosistema dell'informazione che alla lunga lo impoverisce. C'è dunque una debolezza intrinseca nella strategia della disattenzione. Che non può non essere segnalata.

I costi di una strategia dell'attenzione sono molto più sostenibili, per le singole imprese, per le persone e per il sistema nel suo complesso. Questa strategia punta sull'attenzione di alto valore ma senza prezzo che si coltiva attraverso le relazioni tra le persone. Agli amici, alle persone alle quali ci si sente legati, si dedica un'attenzione umana forte, molto diversa da quella che si cede alle sollecitazioni delle campagne mediatiche e pubblicitarie. In questo modello interpretativo, emergono altre dimensioni dell'ecosistema della conoscenza che hanno enorme valore, come la reputazione, la fiducia, la consapevolezza.

L'ecosistema della conoscenza vive in modo sano se coltiva l'infodiversità, se i messaggi deboli e non urlati non sono continuamente cancellati dalla violenza dei predatori che puntano tutto sulla strategia della disattenzione. Se gli esperti, gli scienziati, gli artisti non sono costretti a traformarsi in comunicatori con l'altoparlante sempre acceso solo per farsi notare. Se l'ecosistema trova il giusto spazio per tutti, senza selezionare a priori soltanto quelli che sanno occupare il palcoscenico. La coda lunga dei contenuti che un ecosistema sano della conoscenza può far vivere può essere valorizzata soprattutto nel caso che tra i gruppi sociali che generano informazione sussista una relazione di simbiosi, non solo di caccia e di lotta per la sopravvivenza.

La simbiosi si mostra nei casi in cui la relazione tra due specie è tale che ciascuna non vive senza l'altra. In un certo senso, un grande motore di ricerca sul web non vive senza una grandissima quantità di piccoli siti interessanti per poche persone; e questi non vivono senza che un grande motore di ricerca consenta a poche o tante persone di trovarli. Analogamente, nel nuovo contesto della rete, gli autori, il pubblico attivo, gli editori, i gestori delle piattaforme di distribuzione e di accesso sono potenzialmente specie simbiotiche: nessuna di queste «specie» vive bene se non trovando il modo di servire le altre. Se una di queste specie tende a dominare parassitariamente l'ecosistema, se vive alle spalle delle altre mettendole in una condizione di silenzio, che nel mondo dell'informazione equivale all'estinzione, l'infodiversità sparisce e l'ecosistema dell'informazione si impoverisce. In particolare, gli editori simbiotici sono servitori del pubblico più che conquistatori di target: la rete ha bisogno di editori che facciano da filtro nella quantità di informazioni disponibili, seguendo una linea interpretativa trasparente e riconoscibile. Mentre i gestori di piattaforme servono simbioticamente gli editori, il pubblico attivo e gli autori se favoriscono l'infodiversità senza tentare di controllarla.

Per molti, la creatività è rielaborazione continua di idee che sono nell'ecosistema della conoscenza. Una rielaborazione che aggiunge un valore che viene poi in parte venduto e in parte restituito all'ecosistema stesso.

Questa implicita collaborazione che si sviluppa anche tra competitori è una delle forme più ricche e arricchenti della vita nell'ecosistema della conoscenza. E la sua dinamica quotidiana avviene essenzialmente in base alla creatività delle persone che si esprimono e si connettono. Espressione e connessione, d'altra parte, sono fruttuose solo se tra le persone stesse si instaura una relazione di fiducia, se le persone si riconoscono reciprocamente un'autorevolezza e una buona reputazione, se l'elaborazione collaborativa avviene in un clima di consapevolezza del progetto comune, implicito o esplicito, al quale si partecipa.

Fiducia, reputazione, consapevolezza sono elementi di un insieme di beni comuni fondamentali per la pacifica convivenza e per la ricchezza di un ecosistema della conoscenza sostenibile. Le strategie della disattenzione tendono a consumare questi beni comuni, generando sfiducia, diffidenza e disattenzione. Insomma, tendono a inquinare l'ecosistema della conoscenza.

Nel tempo, però, mentre le strategie della disattenzione costano sempre di più in termini di investimenti in comunicazione e di sostenibilità generale, le strategie dell'attenzione conquistano a basso - o nullo - prezzo la capacità di lanciare messaggi credibili, forti e duraturi. Generando ambienti culturali più capaci di ottenere risultati economici di largo respiro innovativo.

Ci si può domandare se le regole istituzionali possano essere a loro volta innovate per favorire lo sviluppo sostenibile della conoscenza. E la risposta è certamente positiva. Ma prima che questo possa avvenire, occorre diffondere la consapevolezza di queste dinamiche.

In gioco c'è un valore fondamentale, la grande responsabilità del sistema dei media: la vera risorsa scarsa e la meno rinnovabile è il tempo delle persone. Cioè, la vita delle persone. I media si rivolgono alle persone e chiedono essenzialmente il loro tempo. Si può pensare di schiacciare la vita delle persone su un iper-persente traboccante di informazioni insensate oppure di liberarla elaborando una prospettiva interpretativa che allunghi lo sguardo a una prospettiva consapevole che va dal passato al futuro. Intorno a questa idea si possono riformare le metodologie usate per valutare l'impatto dei messaggi e la qualità dei media. Può essere un passaggio strategico per favorire l'emergere di una nuova legittimità dei racconti condivisi, delle visioni che accomunano, in rapporto alle quali ciascuno può trovare il modo di contribuire con profitto e soddisfazione al progetto della società. Umanizando, in sostanza, l'idea di economia nell'epoca della conoscenza. Regalando attenzione a ciò che la merita.


Silenzio

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La famiglia, la magistratura, i medici hanno parlato quando era il momento di farlo. Le persone che ci tengono alla vicenda di Eluana ora tacciono. I politici ora parlano, accusano, minacciano: non tacciono quando è il momento di farlo. 

Forse in questo caso la società italiana sta dimostrando di essere più matura dei suoi politici.

Paul Veyne e Costantino

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Immagine di Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394)Non passa giorno che non emerga una questione importante per la convivenza civile che attiene alle relazioni tra lo Stato italiano e il Vaticano. Riflettere su queste relazioni significa anche discutere la storia dei concetti fondamentali che sottendono al confronto tra Stato e Chiesa. Per questo vale la pena di leggere: Paul Veyne, Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394), Costantino, la conversione, l'impero, Garzanti.

Storico e archeologo della Roma antica, Paul Veyne racconta una sintesi delle convinzioni che si è formato indagando intorno al ruolo di Costantino nella costruzione della cristianità. E il risultato è affascinante.

Poco importa, in fondo, se Costantino abbia scelto di diventare cristiano per un motivo politico o se la sua conversione sia stata sincera. Per Veyne vale la seconda ipotesi. Ma quello che conta è la dinamica storica che quella conversione ha innescato nell'impero e nella religione del Mediterraneo e dell'Europa.

Costantino non ha avuto una forte iniziazione né una particolare educazione cristiana prima di convertirsi. La sua conversione porta innanzitutto l'esercito a credere nel cristianesimo. E a creare un'alleanza fortissima tra imperatore, esercito e comunità cristiane. 

Il contesto è comunque quello di un vastissimo impero nel quale il 90 per cento delle persone sono pagane e l'aristocrazia romana è pagana. Quindi l'imperatore continua a porsi come incarnazione dell'impero di tutti i popoli, mentre impara a rispettare la religiosità dei suoi nuovi maestri spirituali. La sua posizione lo rafforza nei confronti dell'aristocrazia senatoria. Ma non pensa neppure lontanamente a perseguitare i pagani o a tentare di convertirli. Il principio fondamentale resta quello di separare ciò che è dovuto da Dio da ciò che è dovuto a Cesare.

Ci vorrà un secolo e mezzo perché quella conversione porti la maggioranza degli abitanti dell'impero a diventare cristiani. L'impero si riempie di chiese cristiane e le gerarchie cristiane assumono un grande potere nella gestione della società. Ma più che di una cristianizzazione dell'impero, a Veyne appare più come una trasformazione della cristianità. L'aristocrazia si fa progressivamente cristiana, così come il popolo: se in passato era normale essere pagani, nel tempo diventa normale essere cristiani. Le convenzioni contano più delle conversioni. E il cristianesimo assume alcuni dei connotati del paganesimo, come il culto dei santi le cui effigi prendono il posto di quelle degli dèi nel territorio, o come la relazione con la divinità che diventa un essere al quale chiedere protezioni e favori per quanto attiene ai problemi della vita quotidiana. 

Ma questa nuova divinità resta più esigente di quelle leggere e olimpiche del paganesimo. La Chiesta diventa un protagonista attivo della storia e delle scelte collettive. Ci vorranno secoli perché la dinamica storica porti le gerarchie della chiesa ad assumere più importanza nella gestione del potere temporale. E questo andrà di pari passo con la trasformazione della relazione con l'impero che si trasformerà: da separazione strutturale a confronto sistematico.

Con la sua scelta, Costantino ha cambiato l'impero. Ma ha cambiato, forse soprattutto, il cristianesimo.


Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Chris Anderson - Ottimismo

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Chris Anderson parla di ottimismo. Sostiene l'ottimismo della ragione. Dice: «Da quando ho smesso di guardare le news in televisione sono molto più ottimista».

In effetti, le notizie sembrano vivere in un iperpresente che cerca l'attenzione immediata delle persone facendo leva sulle emozioni forti e veloci: dalla paura alla gioia; stanno più spesso nel dominio dell'irrazionale che in quello della ragione. Sicché liberare la mente da una quantità di emozioni eterodirette dai notiziari dell'iperpresente può far bene. 

Casomai si può discutere sulla nozione di ottimismo. Non si tratta qui di un ottimismo a tutti i costi di chi dice che deve andare a finire bene per forza. Di chi incoraggia a continuare come si è sempre fatto che va bene così. Al contrario, si tratta di dire che le buone ragioni empiricamente sostanziate hanno buone probabilità di cambiare il mondo.

Hans Küng

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Il teologo Hans Küng in un'intervista su RaiTre critica gli argomenti portati a sostegno della polemica sulla vicenda di Eluana osservando che tutti gli studenti di teologia sanno che non si può obbligare qualcuno a usare mezzi eccezionali per curarsi... Questo papato non guida in avanti la storia della chiesa, dice. E l'incredibile vicenda dei vescovi lefebvriani riammessi nonostante siano antigiudaici conferma che anzi la guida all'indietro...

Attenzione

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"L'abbondanza di informazione genera scarsità di attenzione" diceva ai suoi tempi Herbert Simon, premio Nobel per l'economia. Oggi sappiamo che i media digitali e la crisi dei filtri editoriali e pratici tradizionali stanno effettivamente generando una quantità di informazione e una scarsità di attenzione sempre più preoccupante, come risulta dagli studi di Maggie Jackson, riportati nel saggio Distracted: The Erosion of Attention and the Coming Dark Age. Un'intervista con Jackson è su Wired.


L'indagine sui meccanismi neurali della concentrazione intorno a un obiettivo e del passaggio continuo da un'attività a un'altra sta avanzando soprattutto sulla scorta della necessità di comprendere gli effetti dei nuovi media nei bambini. 

Ma in generale si sa già che il cervello è predisposto più per spostare l'attenzione verso un nuovo centro di attenzione che per mantenersi focalizzato. E si sa che questo riduce la creatività e aumenta il ricorso a forme di pensiero superficiale. La reattività può diventare una pratica dominante nel comportamento e nel pensiero e andrebbe equilibrata con la concentrazione.

L'irrazionalità del pensiero superficiale e fondato solo sulla reattività a sempre nuovi stimoli informativi, quindi su una ridotta attenzione e focalizzazione intorno a un ragionamento o a un obiettivo, può diventare anche un contesto nel quale le persone vengono facilmente manipolate. Indubbiamente una parte dei sistemi di comunicazione fa uso proprio di questo meccanismo per ottenere comportamenti omogenei nella popolazione. La ripetizione dei messaggi più che la dimostrazione della veridicità dei loro contenuti è una tecnica efficace in questo contesto. Ma è una tecnica dalla quale la società deve imparare a difendersi, introducendo nuovi filtri critici. E' uno dei terreni di maggiore sviluppo potenziale nel mondo dei nuovi media.

Sana e robusta Costituzione

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Giovanni Maria Flick, ancora per qualche giorno presidente della Corte Costituzionale, confessa: "Sono innamorato della Costituzione". Lui la conosce bene. E gli italiani che la conoscono almeno un po' vogliono bene alla nostra Costituzione. E' chi non la conosce che non si scandalizza quando la maltrattano...

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...