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Reinventare il giornalismo

Per fare buon giornalismo c’è bisogno di una buona discussione sulla qualità del buon giornalismo. E di un supporto economico.

Stiamo parlando molto di come sostenere economicamente il giornalismo (pubblicità, beneficenza, spesa pubblica, pagamento delle notizie…). Ma non stiamo parlando abbastanza di come si definisce, alimenta e costruisce il giornalismo di qualità. Eppure è solo affrontando questo tema che si può risolvere l’altro.

Su questo argomento, un intervento di Nicholas Lehmann (tratto dal suo discorso in occasione della laurea degli studenti della Columbia Journalism School), che si conclude così:

“So this is your charge. You will not only have to reinvent journalism,
you will also have to reinvent the conversation about journalism,
making it less internal to the profession, and more interactive with
the rest of society. That’s an enormous job; I wonder whether any
generation of journalists has had a more momentous mission than yours.
But, to me, and I hope to you too, it sounds like fun”.

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  • Il discorso che fa è trascinante in effetti.
    Nella menzione all’indipendenza e distanza dai poteri, letto dall’Italia, sembra un racconto mitologico.
    Dieci giorni fa, seguivo un dibattito sulla definizione del giornalismo partito da Twitter.
    Partì da Jeff Jervis della New York University e con tutti i limiti del mezzo, l’effervescenza che viene assumento la tematica, dimostra quanto sia importante una riformulazione della professione.
    http://twitter.com/#search?q=%23jdef
    Uno dei tanti punti controversi emersi: mestiere pratico o professione intellettuale.
    Scanso gli enuciati stile slogan espressi in quella sede, credo che la distinzione sia un falso problema, almeno nel senso che afferisce alle competenza richieste. E’ un’attività di ricerca empirica a tutti gli effetti e in quanto tale piena d teoria. Proprio per questo fondamentali sono questione di metodologia scientifica. Stupefacente è che molti giornalisti si credono esperti per esperienza, nel dominio dei mestieri quindi. Come dire che uno scienziato fosse un esperto di laboratori.
    Stasera è stato lanciato un sondaggio da Journalistics, iniziativa di discussione sul giornalismo ma nell’ottica delle relazioni pubbliche. Negli item le migliori università di giornalismo.
    http://twtpoll.com/r/2onnur
    Apparte il valore conoscitivo del sondaggio, che potrebbe esser considerato un gioco alla meglio, sono gli strumenti attualmente disponbili di indagine che potrebbero aprire sperimentazioni inaudite. In quel valore delle qualità che nessun modello precostituiro di marketing potrebbe offrire.

  • L’etica professionale ha bisogno di più epica. Che non è utopia, ma fiducia nell’attività quotidiana. Ma tanti giornalisti sul palcoscenico sono antiepici: per chi li vede rappresentano l’intera categoria. Oppiacei. Alcuni che non sono saliti sul palcoscenico sono meno visibili per la massa, ma centrali per le nicchie (intese come le minoranze organizzate e attive). Di nuovo, internet ha la capacità di ridefinire il rapporto tra visibile e invisibile, figura e sfondo (valori, etiche, prospettive, immaginari): manca, ancora, la diffusione dei gesti per acquisirne consapevolezza. Forme nuove (compatibili con l’estetica contemporanea) per gesti antichi

  • Se interessa, qui
    https://cyber.law.harvard.edu/events/luncheon/2009/06/tsui
    c’è un altro contributo che esamina le potenzialità di cambiamento del giornalismo attraverso internet nel mondo globalizzato, in una prospettiva socioantropologica. Traendo spunto dall’esperienza di Global Voices, Lokman Tsui, fellow del Berkman Centre for Internet and Society della Harvard University, avanza il concetto di ‘hospitality’ descritto da Roger Silverman http://www.isfreedom.org/home501.htm come ‘obbligo etico dell’ascolto’
    Il link alla versione inglese di Global Voices è qui a destra in ANNALES

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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