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La giostra digitale. I tagli di spesa, la banda stretta, lo storytelling

I giornali segnalano che, se non verrà cambiata, la legge di stabilità prevede un taglio della spesa digitale della pubblica amministrazione valutato in un 50% (Stampa, Fatto, AgendaDigitale, Sole). Se il testo è quello pubblicato da Repubblica, ci vuole davvero una perizia da tecnici per leggervi la prova di questo taglio del 50%. Va ricordato peraltro che secondo Cottarelli era impossibile sapere quanto spende la pubblica amministrazione in computer, software e telecomunicazioni. Di solito si dice che la spesa informatica e telematica della pubblica amministrazione è attorno ai 5/6 miliardi e i dati dell’Assinform sono di questo ordine.

Le reazioni dei commentatori sono drastiche. Il taglio a questa spesa digitale pubblica viene definito come un taglio all’innovazione. E proprio oggi sul Corriere un’inchiesta di Massimo Sideri mostra ancora una volta i ritardi italiani sulla strada digitale. L’Italia era avanti ai tempi del monopolio pubblico dei telefoni. Poi, con la privatizzazione affrettata e le scalate a debito dei vari rappresentanti del capitalismo italiano, le telecomunicazioni del paese sono scese dai primi agli ultimi posti in Europa. Intanto, la pubblica amministrazione, che a sua volta non era messa male ai tempi di Bassanini almeno per quanto riguarda il fisco, ha perso terreno a sua volta. E oggi non brilla per efficienza digitale.

Il taglio alla spesa informatica è una contraddizione con la dichiarata strategia di innovazione del governo? Oppure è un elemento di una strategia più grande? Di certo tutto questo è poco chiaro e andrebbe spiegato. Urgentemente.

L’inefficienza digitale della pubblica amministrazione italiana è un dato. Che non è certo stato corretto dal fatto di aver speso per anni 5/6 miliardi in informatica e telematica. Perché quei soldi andavano a commesse miliardarie a mega fornitori dello Stato, andavano dispersi in mille rivoli gestiti da migliaia di centri di costo, andavano a coprire questo o quel buco organizzativo. E servivano casomai a progetti di digitalizzazione dell’esistente, senza riforma della pubblica amministrazione, senza reale efficienza, senza radicale innovazione.

Quindi smettere di spendere quei soldi non equivale a smettere di fare innovazione. Ma se si smettono quelle spese e non si spiega che cosa si fa d’ora in poi resta un’idea troppo misera della situazione per poter essere commentata. Non sono i soldi che fanno l’innovazione. D’altra parte senza soldi non si fa l’innovazione di una macchina complicata come quella dello Stato.

Siamo in un labirinto senza uscita?

Attualmente siamo piuttosto in una giostra di notizie incoerenti. Lo storytelling a favore del governo e della sua immagine di innovatore, la celebrazione degli eroi dell’innovazione che ci sono anche nella pubblica amministrazione, l'”annuncismo” dei piani senza apparente consequenzialità operativa, la tattica di tagliare le spese informatiche, non sono certo una strategia. Che cosa ha fatto il governo per cambiare radicalmente strada sulla riforma digitale della macchina pubblica? Come spiega la relazione tra i suoi progetti e la riduzione di spesa? Spendere meno per ottenere un servizio migliore è un’ottima strategia. Ma va spiegata meglio. E soprattutto portata avanti senza fanfare ma con il lavoro. Su argomenti come questo, le fanfare non sono divertenti e fanno danni, se non c’è un seguito reale. I progetti seri non mancano, anche se tendono a restare poco sostenuti nella confusione della vita quotidiana del governo. È giusto ridurre la spesa se contemporaneamente si aumentano gli investimenti per i progetti di innovazione vera. Questo si capirebbe meglio. Meglio parlarne con calma e con il disegno pratico alla mano. E poi attuarlo.

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Luca De Biase

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