Home » partecipazione » L’incomprensibile scelta di fare consultazioni via mail. L’ultima è del ministero del Lavoro
partecipazione perplessità

L’incomprensibile scelta di fare consultazioni via mail. L’ultima è del ministero del Lavoro

Qualcuno dovrebbe spiegare perché le istituzioni e le organizzazioni orientate al bene comune continuano a lanciare consultazioni via mail per raccogliere opinioni dalla cittadinanza. L’ultimo caso è quello del ministero del Lavoro sullo sviluppo dell’economia sociale in Europa. Le informazioni sono sul sito. Il Comitato incaricato di organizzare la consultazione pubblica on line e la call for speaker è composto da Carlo Borzaga, Danilo Giovanni Festa, Leonardo Becchetti, Gianluca Salvatori, Gianfranco Marzocchi, Paola Menetti, Alberto Zevi, tutte persone di grande esperienza nell’economia sociale ma evidentemente ancora poco desiderose di approfondire i temi della partecipazione civica. Comunque, l’iniziativa è importante e, nonostante il mezzo, va seguita.

Questo post è solo relativo al mezzo utilizzato per la consultazione. La mail è uno strumento fantastico, facile da usare e alla portata di tutti coloro che sono online. Ma per una consultazione presenta difetti importanti. Il principale consiste nel fatto che chi manda una mail non sa che cosa hanno scritto gli altri. Non può commentarli. Non può valutarli. Non può adattarsi al tono dei contributi. Rischia di ripetere quanto già detto. E così via. Confrontarsi con gli altri è una buona pratica quando si fa una raccolta di opinioni. Con la mail, l’unico gestore del confronto, l’unico analista delle opinioni, l’unico che decide quali sono le idee che devono emergere e quelle che devono passare sotto traccia è chi ha organizzato la consultazione. Perché scegliere questa strada? L’unica motivazione deve essere il bisogno di controllare la consultazione, il cui risultato – se raccolto via mail – resta oscuro a tutti salvo agli organizzatori.

Altri difetti sono naturalmente connessi. La moltiplicazione delle mail le può rendere tanto numerose da divenire ingestibili. Ma nessuno può aiutare gli organizzatori a filtrarle e fare emergere i temi più importanti se solo gli organizzatori le possono leggere. La varietà dei temi, la ripetitività delle proposte, la loro comprensibilità, sono piuttosto casuali nella raccolta di mail. E infine l’analisi dei dati di comportamento dei partecipanti è praticamente azzerata: non si sa quanto tempo ci mettono le persone a contribuire e quanto tempo sarebbero disposte a leggere le proposte degli altri, tanto per fare un esempio.

Non sarebbe un problema se non esistessero diverse piattaforme pensate per fare le consultazioni, da LiquidFeedback e le sue varianti all’americana IdeaScale alla stessa Civi.ci (cui ho dato un contributo ideativo e che è stata adottata in varie occasioni dal Governo italiano, dalle autorità locali un varie parti d’Italia e dalla stessa Camera dei Deputati per la consultazione sull’Internet Bill of Rights). Chi scrive può essere forse poco obiettivo, dato che si è occupato di queste questioni, ma un lavoro civico sulle consultazioni è stato fatto da molti altri e spesso più bravi ricercatori e programmatori.

La ricerca che sottende la produzione di piattaforme per le consultazioni è orientata a creare ambienti di lavoro collaborativo che valorizzino un rapporto civico tra i cittadini e le istituzioni, studiando l’interfaccia e la metodologia di lavoro in modo da incentivare l’afflusso di contributi costruttivi e da favorirne l’analisi da parte delle istituzioni che lanciano le consultazioni. Usare una di queste piattaforme è di per sé una dimostrazione di apertura alle opinioni dei cittadini, perché le mostra e ne fa vedere l’importanza – o almeno consente di valutarle – in modo trasparente. Inoltre, consentono di limitare la ripetitività delle proposte, di concentrare l’attenzione sulle questioni che sulle piattaforme emergono come più importanti, di partecipare anche a chi vuole soltanto dare una valutazione o un breve commento. In alcuni casi, consentono anche di dire se le proposte sono comprensibili, di dichiarare un metodo di lavoro, di favorire il dialogo costruttivo. E poi si mettono in funzione in un paio di giorni se si vuole qualcosa di semplice (del resto, la mail non consente certo qualcosa di più sofisticato). E dunque, perché non usarle? Forse c’è qualcosa che mi sfugge:

Commenta

Clicca qui per inserire un commento

  • Perchè ha bassa usabilità, efficacia democratica e socialità. La partecipazione via email ha un curva di apprendimento di 1 secondo se uno usa già l’email. Infatti molti sistemi di partecipazione in passato ( se ne sviluppano da 20 anni …) permettevano posting via email.

    Perchè non aggiungere posting via email a Civi.ci?!

  • In realtà mi sembra non sia sfuggito nulla: basta leggere tra le righe (strumento di comunicazione che, spero, non venga mai ridotto ad un codice binario…)

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

Video