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Il racconto in video. I televisivi e i computerari. Il nuovo mondo non è dei “contenuti” ma dei generatori di senso

Microsoft si mette a produrre serie televisive con uno studio a Santa Monica (Bloomberg). Segue un percorso avviato da Amazon e Netflix. Intanto, Yahoo! investe in video (Wsj). Storie nuove di un percorso lungo. I commenti si sprecano. Eccone un altro.

Poco dopo la metà degli anni Novanta, a Las Vegas, si teneva il Comdex, un raduno di decine di migliaia di persone che si occupavano di computer. In uno di quei consessi, Bill Gates prese la parola e raccontò della sua visione sulla televisione: disse che i telefilm non potevano restare come erano, che avrebbero dovuto imparare a essere interattivi e che la trasformazione della televisione avrebbe consentito al pubblico di scegliere il finale delle storie… Difficile sentire dire una cosa tanto grossolana da una persona tanto osannata per altri versi. Molti professionisti dei racconti in video reagirono con la loro tipica arroganza: la televisione, i film, i telefilm li sappiamo fare noi, meglio che i nerd e gli altri tipi che si occupano di computer se ne stiano al loro posto e ci lascino lavorare. Peccato che proprio in quegli anni stava diventando evidente a tutti che i più grandi successi di quegli anni nel mondo del racconto in video li stava firmando un’azienda fondata da un altro esperto di computer, Steve Jobs: il suo nome era Pixar. Di fronte a lui, i grandi del video tradizionale erano costretti a mettere da parte la loro arroganza e si dovevano inchinare di fronte ai fatti: il pubblico andava a vedere i film fatti da quel computeraro e dai suoi colleghi.

Da allora, è cambianto tanto che è difficile non coltivare un atteggiamento molto umile di fronte all’avvenire del video. Alcune cose sono chiare:
1. il grande sistema di distribuzione di video è internet: YouTube, Facebook, Yahoo!…; la tv non è certo sparita, ma non è più regina assoluta;
2. il palinsesto non è più solo quello lineare ma anche quello che fa comodo al pubblico, nei tempi e nei modi che il pubblico preferisce;
3. la gente ama i racconti lineari delle serie e dei film, da vedere senza fatica sul divano; come pure ama i giochi interattivi più contorti e impegnativi; come ama molte vie di mezzo, purché canoniche, famose, emozionanti, intriganti, sorprendenti, intelligenti o educative (probabilmente proprio in quell’ordine di aggettivazione del gradimento).

Alla fine, forse, si può dire che il pubblico va dove c’è il pubblico. Che non è soltanto una riedizione del goldoniano “non xe bel quel che xe bel ma quel che piase”. È anche l’osservazione che l’effetto-rete funziona anche qui. E quindi il denaro, l’attenzione, gli investimenti, i talenti si concentrano sui luoghi nei quali c’è pubblico; il che fa in modo che in quei luoghi ci siano da vedere le cose più interessanti; e dunque il pubblico di quei luoghi aumenta ancora.

Di certo, non ha senso quella regola – sostenuta da chi sa fare la televisione – secondo la quale solo chi ha sempre fatto televisione la sa fare, e gli altri non la possono capire. Stessa cosa per quanto riguarda i film. Altrimenti non si capirebbe da dove viene l’innovazione strutturale. E non si capirebbe da dove sono arrivate tutte quelle novità internettesche che assediano le industrie tradizionali del video.

Gli stessi modelli di business pubblicitari evolvono a favore dei “computerari” almeno a giudicare dalla velocità con la quale i budget vanno verso YouTube e simili.

IL giudizio sull’impegno di Amazon, Sony, Microsoft, Yahoo! nella produzione di video, resta però sospeso. In passato, i tecnologici che hanno fatto investimenti diretti nei “contenuti” non sono andati sempre bene. Ma neppure sempre male. Microsoft ha avuto molti successi nei videogiochi, qualche importanza nelle news televisive, poco successo nei magazine. Non ci può essere una regola. Al massimo si può osservare che per ora la Apple non ci si sta impegnando. Va bene con la musica senza certamente produrne. E nei film va abbastanza in alcuni mercati, senza qualificare la propria unicità con produzioni originali. Forse gli insuccessi dipendono proprio da quell’idea che i racconti in video siano “contenuti”: strumenti per vendere i “contenitori”. Il racconto, in realtà, ha successo se è autenticamente narrativo. Le storie hanno successo se alimentano mondi di significati. Nessuno ne ha il monopolio. Imho.

Vedi anche:
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  • […] nonché dello spettatore, delle sue occasioni d'uso e dei suoi modelli di fruizione. Pensarla come una questione di "contenuti" e di "contenitori" è certamente semplificatorio (un po' come distinguere "televisivi" e "computerari"): un medium è […]

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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