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Sulla roadmap. L’agenda del paese non è un espediente elettorale: è un metodo

Il 10 novembre 2011, su questo blog, si scriveva un pezzo intitolato “Mario Monti: una roadmap per gli italiani“. Era più di un anno fa. Il nuovo governo non era ancora entrato in carica. Il momento era drammatico per l’Italia e per l’Europa. Si riportava il pensiero di Angela Merkel e dell’economista cinese Liu Olin, entrambe ascoltate a Berlino nel corso della conferenza Falling Walls, in ricordo della caduta del Muro.

La crisi del debito pubblico, italiano, greco e di altri paesi europei, era esplosiva. Liu Olin, della China International Capital Corporation, aveva proposto due parole per porre il problema del debito pubblico: road map. Una prospettiva condivisa, da perseguire con determinazione e fiducia. Una prospettiva che, si scriveva un anno fa, ricordava la ricostruzione dei tempi di Einaudi – e, andrebbe aggiunto, di De Gasperi – e la modernizzazione europeista dei tempi di Ciampi. Ma nei nuovi termini adatti alla contemporaneità: perché la ricostruzione oggi è soprattutto culturale.

Oggi, dopo un anno di governo denso di scelte impopolari e controverse, Monti ha dimostrato che il suo pensiero era proprio quello della roadmap. Chi l’abbia ascoltato dopo la fine del suo governo ha sentito soprattutto una proposta di metodo: ha proposto un’agenda, ha esplicitamente detto che può essere migliorata, ma la vede soprattutto come un modo di porre ordine tra i problemi e le soluzioni, attribuendo una priorità a quello che c’è da fare e mettendo in secondo piano i temi delle alleanze elettorali. Intorno a un’agenda si può fare un progetto politico e chi lo appoggerà potrà contare su Monti. Il punto interessante è proprio il contributo metodologico. Il resto non è tema di questo blog.

Una roadmap – un’agenda – è una visione di lungo termine per affrontare i problemi urgenti e quelli di fondo. Non è una contraddizione pensare al lungo termine e all’urgenza nello stesso tempo: è invece una contraddizione pensare di risolvere in modo intelligente l’urgenza rimandando e dimenticando i temi strutturali.

Se l’agenda di Monti si può discutere significa che può essere che si arricchisca di punti di vista più vicini alle esigenze di chi cerca lavoro, di chi cerca conforto e solidarietà. Di certo, è ferma sulle compatibilità di bilancio. Ma è persino più avanzata di quanto abbiano detto i partiti sui temi della convivenza civile e della credibilità del paese e che riguardano il conflitto d’interessi, la corruzione, l’evasione fiscale. È un’agenda accenna anche ai grandi temi dello sviluppo, dell’Europa come opportunità, del digitale, delle startup innovative – che pure prende in considerazione, in coerenza con quanto fatto dal governo Monti – come della riqualificazione della scuola e della ricerca, della partecipazione delle donne e dell’economia verde.

Non si capisce, purtroppo, in che modo possa essere praticamente discussa nel corso della campagna elettorale dai partiti. Ma chi tra questi riuscirà a farlo, nonostante la prevedibile confusione, ci guadagnerà e dimostrerà di avere idee chiare e leadership. Ogni volta che qualche politico riuscirà a parlare di agenda invece che delle peripezie del capo della destra, o delle posizioni variegate degli altri partiti, gli elettori ascolteranno attentamente. Ma forse si dovrà fare di più.

Il sistema dell’informazione dovrebbe contribuire, dando il giusto spazio ai temi dell’agenda da discutere, riducendo lo spazio delle polemiche sterili. L’informazione rinnovata è centrale nella ricostruzione.

E magari i cittadini potranno dare una mano. Aumentando l’attenzione e la condivisione di idee con tutti i mezzi che hanno la possibilità di usare intorno alle questioni che devono qualificare l’agenda del paese. Elaborando proposte. Manifestando intorno a queste proposte. Pensando di contribuire a migliorare l’agenda. Facendosi ascoltare dal potere, non delegando ai partiti ogni scelta in nome di un’ideologia o di un’appartenenza. Se lo faranno coglieranno il senso di fondo dell’innovazione nel metodo emersa quest’anno e andranno oltre. Mostrando quanto siano ridicole, inutili, patetiche, anacronistiche, le vecchie forme della campagna elettorale condotte nello stile dei venditori di illusioni populiste.

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Luca De Biase

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