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aldo_bonomi.jpgAldo Bonomi (nella foto) ha spiegato ieri a Vicenza, nell'ambito del convegno su Creatività High-Tech, la sua visione di quello che aspetta il capitalismo italiano. Bonomi ha trovato le parole che servivano a vedere realtà invisibili ai concetti precedentemente utilizzati, come il capitalismo molecolare dei piccoli imprenditori del Nord Italia e la città infinita che hanno costruito nel tempo. Ma sa aggiornare la sua visione.

In Europa, dice Bonomi, ci sono cinque capitalismi.
1. Il capitalismo anglosassone, quello che vede l'impresa come una molecola della finanza, per il quale il movimento è tutto nella circolazione del denaro: questo capitalismo ha puntato tutto sulla relazione tra finanza e consumo, mettendo al margine la manifattura.
2. Il capitalismo renano, fatto di grandi banche, grandi imprese e grandi sindacati, nel quale la concertazione e la cogestione hanno consentito di mantenere un equilibrio organizzato, in grado di lanciare le sue grandi strutture economiche a costruire reti lunghe, a investire precocemente in Cina, a finanziare la ricerca di base, a partecipare alla globalizzazione in modo strutturato.
3. Il capitalismo francese coordinato dallo Stato in base a un sistema relativamente efficiente nel quale lo Stato stesso non perde e non disperde soldi.
4. Il capitalismo anseatico fondato sulla ricerca e l'innovazione
5. Il capitalimo di territorio basato sulla manifattura e l'imprenditorialità diffusa.

Il nostro capitalismo, il quinto, quello dell'imprenditorialità diffusa che è riuscito con accorgimenti di ogni genere a restare dentro la ragnatela del valore, ha usato la tecnologia digitale per gestire la rete dei subfornitori, per controllare l'andamento delle vendite, per trovare nuovi clienti nel contesto della globalizzazione, a partire da grandi piattaforme produttive territoriali che nel loro complesso avevano dimensioni da grandi aziende ma erano formate da reticoli di microimprese.

Ebbene, quella fase è finita. Bonomi, nel dirlo, sa che sta aprendo a se stesso e a chi lo conosce una porta verso un percorso sconosciuto. Ma con la sua sincerità intellettuale non cessa di stupire: le categorie che lo hanno reso indispensabile per capire le piccole imprese reticolari italiane, non sembrano reggere alla grande trasformazione in atto. Lui vede però che al mondo tradizionale delle microimprese produttive si vanno aggiungendo nuove figure e tensioni: le avanguardie che esplorano le reti lunghe e le filiere non necessariamente territoriali, anche grazie a internet, i protagonisti dell'immobilismo, e gli imprenditori per necessità, quelli che si mettono in proprio perché hanno perduto un precedente lavoro, i migranti e quelli che, giovani, non immaginano di trovare un'occupazione stabile se non se la costruiscono da soli.

Non è una crisi da attraversare, dice Bonomi: è una metamorfosi. Che sfida ci attende, dunque?

Per Bonomi ci sono tre interpretazioni di quello che ci attende concentrandosi su idee che possono avere un'ispirazione in qualche modo positiva:
1. La decrescita à la Latouche. Bonomi non parla di declino perché in qualche misura sta proponendo una visione "scelta" dalla società, non subita. E un'ipotesi che a Bonomi sembra improbabile. Gli italiani non sceglieranno scientemente una strategia di riduzione dei consumi.
2. La delega ai nuovi leader che risolvono i problemi. In base a questa interpretazione, finita una fase di cattiva organizzazione dello Stato, i nuovi capi sapranno ridefinire il sistema e porteranno il paese fuori dalla spirale negativa nella quale si è avvitato. Bonomi non ci crede.
3. La riconversione. Una profonda trasformazione del capitalismo italiano centrata sull'integrazione nelle sue maglie costitutive del senso del limite. L'equilibrio ambientale viene incorporato nella produzione. La strategia aziendale si sintonizza con le necessità e il valore economico della sostenibilità (non usa questa parola, Bonomi, forse troppo sintetica, ma in un riassunto la può accettare). Niente a che fare con l'ecologismo valoriale. Ma la scoperta delle opportunità della "green economy" e delle sue declinazioni sistemiche. La ricostruzione delle città in chiave sostenibile. Il ridisegno dei territori. "E chi nel Veneto ce ne sarebbe un gran bisogno". L'occupazione del suolo a base di capannoni è una fase terminata. Ma la nuova fase potrebbe essere estremamente produttiva e interessante.

Già. La nuova definizione di progresso, come si dice spesso in questo blog, non può che essere concentrata - oltre che sulla crescita quantitativa - anche sullo sviluppo qualitativo: qualità della vita di relazione, qualità dell'ambiente, qualità della dinamica culturale. Come sempre, una crisi profonda è anche una grande possibilità: dalle macerie culturali e sociali lasciate dal bombardamento insensato dell'epoca consumistica si avvia una fase guidata dall'energia della ricostruzione. La ricostruzione della qualità ambientale, sociale e culturale.

Vedi anche:
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una road map per gli italiani - 10 novembre 2011
Vergogna - 9 settembre 2011
Il peso e la leggerezza - 20 ottobre 2011
Individuo e comunità - 2 settembre 2011
La qualità non è decrescita - 19 novembre 2010
Riflessioni sulla qualità - 23 ottobre 2010
Il filo intermentale - 13 ottobre 2010
Qualità, quale qualità... - 11 ottobre 2010

Libri:
Zoja - Prossimo - 19 dicembre 2010
Clark - Rifare le città - 13 dicembre 2009
Latouche - Decrescita - 2 marzo 2008

David Weinberger - la rete è noi

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David_Weinberger.jpgDavid Weinberger è fellow al Berkman Center for Internet and Society della Harvard Law School. È un grande.

Il suo contributo all'Igf Italia 2011 è stato generoso.

Tra le sue suggestioni la proposta di non pensare più a internet come a un medium. In realtà, è una realtà sociale. Perché non soltanto media tra le persone, non soltanto è un mezzo di comunicazione, tende a diventare una dimensione sociale in cui le persone sono ciò che vogliono essere con gli altri: "la rete è noi, la più efficace espressione di ciò che siamo noi". La rete ci cambia perché connette le reti cerebrali degli individui in una rete.

David blogga su Joho the blog.

Rick Falkvinge - i pirati sono gentiluomini

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Rickard_Falkvinge_(Jon_Åslund).jpg Rick Falkvinge, fondatore del partito pirata svedese, ha scritto il suo sito web originario in un paio di settimane. A tre giorni dall'uscita aveva avuto 3 milioni di visite, racconta.

Imprenditore precoce, fondatore di una software house all'età di 16 anni, è stato alla Microsoft per poi tornare indipendente. L'idea del partito pirata è orientata a sottolineare il valore dell'innovazione, delle opportunità offerte da internet, delle nuove pratiche organizzative emergenti. Il suo partito ne è una testimonianza: chi ha tempo e sa fare qualcosa che ritiene possa giovare al partito pirata, agisce senza aspettare una decisione presa dall'alto. I comunicati stampa sono realizzati attraverso la collaborazione tra i diversi iscritti a una pagina wordpress. Una sorta di senso dell'onore regola questa collaborazione.

E certamente aiuta a capire che la prassi politica, in questa nuova fase internettiana, tende a diventare molto diversa da quella che era nella fase centrata sulla televisione. Almeno in paese avanzato, dal punto di vista istituzionale. (La sua versione della nascita del partito pirata).

La foto è tratta da Wikipedia.
Slim_Amamou.jpgUn programmatore e blogger si è trovato a diventare un rivoluzionario nella sua Tunisia: Slim Amamou. All'Igf Italia, di Trento, ha raccontato la sua esperienza, con uno straordinario approccio fattuale e pragmatico.

Proprio quel modo di informare sulla rivoluzione, fondato sui fatti accaduti e le spiegazioni su come e perché praticamente sono state operare le scelte che hanno portato alla caduta del regime di Ben Ali, si è dimostrato profondamente emozionante.

Slim Amamou è una delle persone che attestano come la vicenda tunisina sia diventata un modello per la rete in generale e, in particolare, per la rete italiana.

Le elezioni seguite alla rivoluzione hanno provocato, un cambio di linea nel governo tunisino e il ritorno a una forma di censura. Slim allora si è dimesso dalla posizione di segretario di Stato alla gioventù e allo sport.

Ma la sua impostazione ha proseguito. I suoi progetti orientati a far passare il paese a una politica di open data e di generazione di iniziative di civic media sono andati avanti anche dopo le sue dimissioni.
Ricardo Baeza-Yates, grande computer scientist cileno attualmente capo dei laboratori Yahoo! di Barcellona, cita i dati netcraft.com sui server connessi a internet che mostrano come il numero di siti web abbia subito una diminuzione - per la prima volta nella storia - tra il 2009 e il 2010, per poi riprendere a crescere in modo esplosivo alla fine del 2010 e nel 2011: in questo periodo la rilevazione segnala il passaggio da 210 milioni di siti agli attuali 526 milioni di siti.

Baeza-Yates ha raccontato di come a Yahoo stiano lavorando per creare un nuovo servizio di guide per le città basato sui dati registrati su Flickr. In pratica, si aggregano le foto registrate su Flickr in modo da fare vedere nelle varie città quali luoghi vengono più fotografati, si posizionano su una mappa e si ricostruisce l'itinerario più popolare per ogni città, compresi i tempi medi di spostamento e di visita: tutti questi dati sono calcolabili in base alle foto di Flickr e possono generare guide alle città basate sulle preferenze rivelate da grandi numeri di visitatori.

Baeza-Yates consiglia di leggere il libro di Louis Rosenfeld, Search Analytics.

Massimo Marchiori, lo scienziato delle reti che ha scritto il paper originario sul pagerank a partire dal quale è stato poi sviluppato l'algoritmo fondamentale del motore di ricerca di Google, spiega con incrollabile stupore il famoso esperimento - realizzato da Stanley Milgram - delle buste inviate a un signore nell'est degli Stati Uniti da persone che non lo conoscevano e non ne conoscevano l'indirizzo, in basa alla regola di mandare la busta alla persona che si riteneva potesse conoscere qualcuno che conoscesse qualcuno che potesse sapere dove abitava il destinatario: alla fine si poteva affermare che i passaggi necessari per arrivare da una persona a un'altra erano circa sei.

Con Facebook, dice Marchiori, il piccolo mondo formato dalle connessioni tra le persone si è ulteriormente compresso e i sei gradi di separazione sono diventati quattro.

La rete di persone che si conoscono è una vera e propria forma identitaria, secondo Marchiori: "Siamo chi conosciamo".

Sims da Nobel

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Thomas Sargent, università di New York, e Christopher Sims, Princeton, hanno vinto il Nobel per l'Economia di quest'anno. (Wsj e Sole)

Le loro analisi sono concentrate intorno agli effetti della politica sull'economia. Il che implica che ce ne siano. (Forse, gli italiani sanno che ci sono soprattutto gli effetti della mancanza di una politica).

Tra le molte reazioni, quella che si fa notare è dell'economista Justin Walfers: "There will be lots of talk today about rational expectations. But Sims' recent work has been about our limited ability to process info". Interessante, fa venire in mente che, in effetti, la nostra limitata capacità di elaborare l'informazione è appunto una delle grandi opportunità della politica che potrebbe legittimare la sua funzione come metodo di semplificazione (non banalizzazione) degli scenari, che potrebbe svolgere dando una prospettiva, consente di agire agli operatori economici.

Per chi non si spaventa delle formule, due paper.

More about CultureEdge è un fantastico gruppo di persone che riflettono sul futuro che stiamo costruendo. E si manifesta in un sito ricchissimo di lezioni, dibattiti e saggi che vanno a esplorare le dimensioni più affascinanti della vita intellettuale contemporanea; organizza convegni e lezioni dal vivo; sostiene i partecipanti che scrivono un libro sulla loro materia. L'anima di Edge è John Brockman. Che ora è riuscito anche a pubblicare alcuni libri che raccolgono alcuni tra i saggi più interessanti del gruppo. I primi che ho in mano sono Culture e Mind.

John Brockman lavora a New York, in un ufficio sulla piazzetta che si apre dove la 5 Avenue arriva all'angolo del Central Park. Per chi lo vada a trovare d'estate, l'esperienza è fisicamente oltre che intellettualmente sfidante. L'aria condizionata crea l'atmosfera tipica dell'interno di un frigorifero. Il silenzio è completo. "Veniamo qui per riflettere. Se dobbiamo comunicare lo facciamo via internet, anche da una stanza all'altra. Passiamo giornate senza dire nulla. Ma lo scambio di idee è incessante". E piuttosto ricco. Brockman vive facendo l'agente letterario e molti dei suoi autori sono diventati dei veri e propri bestseller anche grazie alle sua capacità.

In questi giorni sta lavorando con i suoi più antichi colleghi, Stewart Brand in testa (fondatore dello Whole Earth Catalog e autore della celebre frase "stay hungry stay foolish" citata da Steve Jobs nel suo discorso di Stanford), sta lavorando alla grande domanda annuale che provocherà come sempre un vigoroso dibattito all'inizio del prossimo anno.

I due libri con i quali Edge che Brockman propone sono raccolte di saggi importanti sui concetti di "cultura" e "mente".

Cultura, si apre con un saggio di Daniel Dennett che interpreta il concetto in chiave "evoluzionistica". Prosegue con Jared Diamond che si domanda "perché certe società prendono decisioni disastrose". Denis Dutton si occupa di una visione "darwiniana della personalità umana". Steward Brand riproduce il suo famoso saggio nel quale sostiene che "siamo come dèi e dobbiamo imparare a essere bravi in questo compito". Molti altri saggi. Tra questi, David Gelernter con il suo "È ora di occuparsi di internet seriamente" (2010). Dice Gelernter che internet non è un argomento tipo i cellulari e le console per videogiochi: è un argomento tipo l'educazione. E se è così importante dobbiamo cominciare a dedicarci davvero a comprenderlo. Il libro dedicato alla cultura contiene poi straordinari saggi di Jaron Lanier, Clay Shirky, Nicholas Christakis, Douglas Rushkoff, Evgeny Morozov, Brian Arthur, Richard Foreman, Frank Schirrmacher, Daniel Hillis.

Cultura e mente. Difficile scegliere temi più complessi e affascianti. Perché consentono contemporaneamente di riflettere sull'umanità e la scientificità di quello che sappiamo di noi e del modo che abbiamo per sapere qualcosa di noi.

More about The MindLa cultura e la mente appaiono nelle pagine di Edge come dimensioni collegate da una metafora comune. La rete. La cultura emerge dalla rete di collegamenti tra i cervelli che sono a loro volta reti di neuroni: una rete digitale che estende le facoltà della rete cerebrale. Le conseguenze di questa metafora sono ricchissime. E ovviamente vengono affrontate da Edge con il piglio scientifico di chi non si innamora delle ipotesi ma le sottopone costantemente a verifica. E quando la verifica appare abbastanza solida le comunica con la gioia di avere contribuito al sapere di tutti.

John Brockman è riuscito a realizzare qualcosa di rarissimo. Il suo gruppo si pone problemi filosoficamente, scientificamente, umanamente enormi, con la leggerezza di chi è consapevole che non molti altri circoli intellettuali nel mondo hanno il coraggio di porseli altrettanto chiaramente e con altrettanta competenza. Ne emerge tra l'altro un sistema generoso verso ogni tipo di pubblico: la dedizione di Brockman e dei suoi autori alimenta l'accesso a saperi e pensieri finissimi, diffusi gratuitamente online. E bisogna dire che questa generosità del gruppo di Edge è ripagata dalla generosità del pubblico verso gli autori quando pubblicano i loro libri.

(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about The Happiness ProjectIntanto sto leggendo anche:
1. The Moral Landscape, di Sam Harris
2. The Consolations of Philosophy, di Alain De Botton
3. The Happiness Project, di Gretchen Rubin


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Ricordi per Jobs

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Un pezzo da leggere sul New York Times sugli ultimi mesi di Steve Jobs.

Sapeva che non c'era più niente da fare da febbraio. Decise di dare i suoi ultimi giorni alla famiglia e a poche altre attività. La sua biografia, per esempio, "perché i miei figli sappiano chi ero". Felice di avere avuto i bambini? "Diecimila volte la cosa migliore che ho fatto". Disse addio a pochi grandi amici invitandoli a incontrarlo a casa per l'ultima volta. Preparò la moglie a prendere in mano l'eredità, 6,5 miliardi (2,1 in azioni Apple e 4,4 in azioni Disney). Occupazioni importanti, perfettamente umane. In attesa del cambiamento.

Le 12 lezioni (+ una) che Guy Kawasaki ha appreso da Steve Jobs. Da non perdere.


Un video con Woz che parla di lui.




Eric Schmidt su Steve. Un amico e un avversario. Grande rispetto. Una citazione: "Steve ed io stavamo parlando di bambini, una volta. Disse che il problema dei figli è che si portano il nostro cuore con loro. La frase esatta, "It's your heart running around outside your body." Aveva un livello di percezione dei sentimenti e delle emozioni che era molto superiore a chiunque altro io abbia mai incontrato nella vita. La sua eredità resterà per molti anni. Avrò nostalgia di lui".


Stephen Wolfram: "Sono così triste questa sera... Ero orgoglioso di poterlo considerare un amico..."


Bill Gates: "E' stato un onore insanely great aver lavorato con lui. Mi mancherà immensamente".


Io l'ho incontrato tre volte. Ho potuto fargli molte domande. E persino discutere con lui qualche ipotesi che stavo coltivando sul mondo che stava costruendo. Pensava alle risposte invece di sparare slogan. E dava chiaramente l'impressione di ascoltare le domande, persino di prendere in considerazione le idee che - con qualche passione - vi trasparivano. Una volta l'ho fatto sorridere, con un'idea che - poi mi disse Diego Piacentini - avevano appena avuto anche loro (e non volevano ovviamente comunicare in anticipo). Un'altra volta mi ha portato in una stanza dove c'erano Ive e Shiller e abbiamo chiacchierato come se mi avessero adottato. Jobs era entusiasta di un modello di casse per iPod che suonavano meravigliosamente. Venne fuori l'ipotesi che l'iPod potesse diventare un telefono... Emozioni senza parole delle quali si potrebbe scrivere per pagine e pagine. Un giornalista ha questi privilegi.



Il ricordo dell'Economist. Quello di Wired. Scientific American sul perché il cancro al pancreas è tanto devastante. Gemme di Fortune. Il Sole.

Grande Beppe

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E quindi il Beppe Caravita è andato in pensione. Fa bene Mante a segnalarlo. Grazie a Beppe per tutto quello che ha fatto. E soprattutto per quello che farà. La sua competenza è quella di un vecchio lupo di mare ma il suo entusiasmo è sempre quello di un ragazzino.
Vedo questo video dell'anno scorso, nel quale Sinan Aral parla di causa e contagio, uno dei suoi percorsi di ricerca, a PopTech.



Sono sei minuti, ma passano in fretta, no? Sembra che almeno l'80% delle persone che vedono un video non vadano oltre il primo minuto. Ma sicuramente c'è video e video... Come c'è persona e persona.

Ci sentiamo individui, ci comportiamo seguendo regole di gruppo, siamo più attenti o meno attenti agli stimoli degli altri a seconda del nostro individuale schema di relazioni... Tutto da studiare. Intelligenza collettiva, mi pare, e individualità non sono nozioni che ci possano comprendere separatamente.

One last thing: iTeam

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Sul Sole 24 Ore, un'analisi sull'ultima creatura di Steve Jobs: iTeam.

(E qui c'è la puntata di ieri di Fahrenheit)

Mestro Steve

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Dalla prefazione al libro di Jay Elliot, Steve Jobs, Hoepli 2011.

Lo hanno definito un genio, un tiranno, un leader carismatico. Ma più spesso, molto più spesso, Steve Jobs è stato descritto come un mago: per gli ammiratori, un creatore di realtà che nessuno aveva visto prima; per i critici, un prestigiatore che tira sempre fuori dal cilindro la sua nuova sorpresa. Perché un visionario è sempre una persona che pensa diversamente e che, dunque, suscita reazioni contrastanti: c'è chi crede che il suo sia un potere soprannaturale e c'è chi non cessa di tentare si scoprire quale sia il trucco. C'è chi lo applaude e c'è chi lo perseguita. Da questo punto di vista, non è cambiato proprio tutto dai tempi di Giordano Bruno. E in effetti, ci sono poche biografie di imprenditori segnate come quella di Jobs dalla sperticata affezione dei suoi seguaci e dalla violenta incomprensione degli scettici: perché Jobs fondò la Apple con Steve Wozniak e la portò al successo, perché fu poi cacciato dalla sua creatura e visse in esilio una dozzina d'anni, trovando il tempo di fondare altre due aziende come Next e Pixar, e perché solo quando l'azienda era sull'orlo del fallimento fu chiamato a rifondarla. Nel 1998, quando al MacWorld di San Francisco, dopo la presentazione dei nuovi prodotti, facendo simpaticamente finta di essersi ricordato all'ultimo momento di avere "ancora una cosa" da dire, annunciò "siamo in utile", fu un trionfo: ma non sarebbe stato lo stesso se per arrivarci non avesse dovuto attraversare un inferno. La dimostrazione di come un uomo potesse fare la differenza, in un'impresa, non sarebbe stata altrettanto chiara, se il suo amore per la Apple non avesse dovuto superare una prova tanto dura come l'esserne stato brutalmente respinto e allontanato. I momenti di trionfo sono stati tanti, da quel 1998, da aver riempito le cronache in ogni parte del mondo. La reinvenzione del business della musica, con l'accoppiata iTunes-iPod. La ridefinizione del telefono, con l'iPhone. L'apertura di una nuova dimensione della lettura e della fruizione dei contenuti digitali con l'iPad. La conquista dei vertici dell'imprenditorialità globale con il riconoscimento registrato a Wall Street, quando la Apple ha raggiunto la capitalizzazione di borsa più alta di tutta l'industria tecnologica.

Ora tutti si chiedono come ci sia riuscito. E quale sia il suo insegnamento per la comunità degli innovatori. Chi lo conosceva bene, come Jay Elliot, antico collaboratore di Jobs e autore della magnifica biografia professionale che in questo momento state cominciando a leggere, non esita a definirlo "un artista". Ed è difficile non comprendere che in questa definizione c'è qualcosa di molto vero: guardando i suoi prodotti, gli ammiratori non vedono strumenti elettronici, ma rivelazioni, capaci di far scoprire nuovi mondi di senso, capaci di spostare il limite del possibile dal punto di vista tecnologico e nello stesso tempo di gratificare chi li usa in modo più estetico che funzionale. Sarebbe d'accordo, lo stesso Steve Jobs? Nell'unico momento di autobiografia che Jobs abbia voluto condividere, la lezione a Stanford nel 2005, divenuta uno dei video più commoventi e importanti che si possono trovare su YouTube, suggerisce ai ragazzi di coltivare la passione e l'ingenuità, la fame e la follia: "solo amando quello che fate, farete grandi cose". Un'idea non troppo diversa quella che aveva espresso presentanto il Mac, più di vent'anni prima: "irragionevolmente grande". Lui, Jobs, non si è raccontato se non attraverso le sue opere e in esse ha proiettato la sua passione, visione ed esperienza: come un artista, come un esaltato, come un creatore, senza alcuna distanza tra la sua esistenza e ciò che ne ha fatto.

Eppure, ci sono molti esaltati che non sono altrettanti Steve Jobs. E' chiaro che il suo valore non si riassume in una parola. Piuttosto, lo si scopre nella sua vita esemplare. Una vita proiettata a cercare di realizzare opere eccellenti condotte dalla tensione verso l'essenziale. Solo questa tensione spiega la sua maniacale attenzione per i dettagli. Ha sempre voluto conoscere tutti i particolari dei prodotti dell'azienda, come ricorda Elliot, e occuparsi di tutto. Il che ha sempre generato un certo timore in chi gli stava di volta in volta accanto, anche perché Jobs non si è mai tirato indietro quando ha pensato che fosse giunto il momento di esprimere le critiche più feroci; ma questo atteggiamento, nello stesso tempo, è sempre stato un motivo di entusiasmo per i collaboratori: perché un fatto è certo, chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui ha vissuto un'esperienza indimenticabile. Non ha mai smesso di interloquire con gli ingegneri sulle soluzioni tecniche, non ha mai cessato di mettere tutto se stesso nella scelta delle persone da assumere, ha sempre trovato il tempo per mandare una mail di complimenti per un lavoro ben fatto anche all'ultimo collaboratore. Scelse personalmente il marmo di un negozio Apple in California, mandandolo a comprare in Italia, e andò regolarmente a ispezionare lo stato di avanzamento dei lavori: quando si accorse che il marmo si sporcava in seguito al passaggio delle persone, ordinò di rifare il lavoro usando nuovi materiali per fissare il marmo, scelti in modo che non trattenessero la polvere. La sua leggenda era tale che bastò che girasse la voce secondo la quale la sua bibita preferita era il succo di frutta Odwalla per fare di quella marca un successo internazionale.

Al centro della sua carriera, ancor più che i prodotti o i clienti, sta una ricerca continua, incessante, appassionata, di qualcosa da amare. Una ricerca perseguita con un rigore senza paragoni. Che gli ha fatto vivere una vita disciplinata solo dallo scopo di esprimere quello ne voleva fare. A cinquant'anni ha detto, agli studenti di Stanford: "Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi". E a trent'anni governò il team che progettava il Macintosh con il motto: "non siete la marina, siete i pirati". Questa sua ricerca lo avrebbe condotto a combattere con i limiti che gli imponevano le regole abituali. A scuola era stato tanto ingovernabile da aver rischiato l'espulsione e in un'occasione addirittura la galera. Alla Apple, escluso dalla progettazione dei prodotti, ai tempi dell'Apple II, aveva trovato il modo di imbrogliare l'azienda e di sviluppare un team segreto con il quale avrebbe creato il Macintosh. E poi avrebbe causato danni enormi alle pur ricche casse della Apple imponendo ai progettisti di togliere la ventola per rendere silenzioso il Mac, pagando quest'idea con cinque mesi di ritardo nella produzione, e imponendo all'azienda di costruire una fabbrica per assemblare il prodotto: era tanto convinto che fosse unico e meraviglioso che non poteva lasciare ad altri il compito di costruirlo. Aveva ragione sul fatto che il Mac avrebbe cambiato molto più che il mondo dell'informatica, ma doveva ancora imparare quali regole invece non si possono ignorare. Al suo ritorno alla Apple, la sua conduzione sarebbe stata molto più consapevole. Ma lo spirito non era cambiato: si era semplicemente allargato dalla cura del prodotto, alla cura di tutta l'azienda.

Quando un imprenditore coltiva la sua azienda come un artista lavora alla sua opera, quando vede quello che la sua azienda può creare e trascina tutti a realizzarlo, allora il leader non è un capo: è un maestro di vita che conduce tutti a fare qualcosa di grande. In quel caso, non c'è differenza tra economia e cultura. E l'innovazione non è l'insieme delle novità: ma la costruzione del futuro.
Si può riascoltare mille volte...

È arrivato il giorno. Steve Jobs sente di non farcela più a lavorare come dovrebbe per la Apple. E quindi, volontariamente, lascia la carica di Ceo chiedendo al board di nominare Tim Cook. Il board accetta e chiede a Steve di restare come presidente.

La lettera di Steve Jobs è toccante. Il comunicato emozionante. Perché in poche parole richiamano una vita.

Steve Jobs è stato una guida ed è bello parlarne con partecipazione e ammirazione. Nelle tre volte che l'ho incontrato e l'ho intervistato ho potuto vedere che non era inaccessibile e che non era un personaggio: cercava idee intelligenti, ascoltava le domande e non rispondeva per frasi fatte.

Inutile nasconderselo: Steve Jobs lascia la Apple al punto di massimo successo della sua storia e il futuro non sarà più lo stesso. 

Ora vedremo se Jobs è riuscito nel capolavoro più raro di un grande leader: preparare la squadra in modo che i suoi successori riescano a fare cose ancora più grandi.

Motorola, Google, Toniutti

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Su Motorola e Google, da segnalare un bel pezzo di Tiziano Toniutti. Un giornalista che si fa anche ascoltare. Questo il suo blog.

Intanto, Napo segnala questo post del grande Fabrizio Capobianco. Per lui è la fine di Android come lo abbiamo conosciuto.

Intelligenza collettiva e stupidità

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Una lunga e bella intervista in due parti di Shareable a Ezio Manzini, uno dei maestri del design dei servizi, la cui ricerca è oggi concentrata sulla sostenibilità. Il concetto dal quale parte è questo: noi 7 miliardi di persone siamo intelligenti: come facciamo a coordinarci con regole e piattaforme che tirino fuori il meglio di noi e non il peggio? E' anche una questione di progettazione, di design. (Shareable: prima parte e seconda parte)

manzini_0.jpg

Ezio Manzini photo via David Barrie's blog.


Dice Manzini:

"There is, in my view, a new model of organizing society and the production and consumption and whatever. When I use the words small, open, local and connected, this is my way of telling the story. People can tell it in another way, but the result is similar. Of course it's a metaphor: having small entities that when connected, become bigger entities. It's evident that it comes very strongly from the network. But once it appears, it's not only related to what you can do, strictly speaking, in the network and technologies. It's a way to imagine the way in which the social services are delivered in society and the way in which we can imagine economies that are at the same time rooted in a place and partially self-sufficient but connected to the others and open to the others. This is a very interesting relationship between being local, being related to a certain context and at the same time being open and connected, not provincial or one closed community that risks being against the others. This is an idea that is clear and strong if you talk about the arena where people are dealing with networks, open source and peer to peer. But it can become a very general metaphor, and embed itself in some realities to become a powerful way to organize a sustainable society."

Persone connesse, con forte senso del territorio, in organizzazioni aperte, itentitariamente chiare: è il punto di partenza. Il viaggio è tutto da seguire. Manzini lo racconta così:

"We can look for example at "zero-mile food", where not only a new way of eating but also a new relationship between production and consumption, and between the city and the countryside, are established. Or collaborative services where elderly people organize themselves to exchange mutual help and, at the same time, promote a new idea of welfare. Further examples are neighborhood gardens set-up and managed by citizens who in this way improve the quality of the city and its social fabric, or groups of families who decide to share some services to reduce the economic and environmental costs, but also to create new forms of neighborhood.

Once we start to observe society and look for this kind of initiative, a variety of other interesting cases appear: new forms of social interchange and mutual help (such as the local exchange trading systems and time banks); systems of mobility that present alternatives to the use of individual cars (from car sharing and car pooling to the rediscovery of the possibilities offered by bicycles); the development of productive activities based on local resources and skills which are linked into wider global networks (as is the case of certain products typical of a specific place, or of the fair and direct trade networks between producers and consumers established around the globe). The list could continue, touching on every area of daily life and emerging all over the world.

Looking at such cases of social innovation we can observe that they challenge traditional ways of doing things and introduce new, different and more sustainable behavior. Of course, each one of them should be analyzed in detail (to assess their effective environmental and social sustainability more accurately). However, at first glance we can recognize their coherence with some of the fundamental guidelines for sustainability."

Il problema è comprendere se si possono costruire piattaforme che abilitino questo genere di soluzioni. Che le rendano replicabili altrove mantenendo tutte le specificità locali. Che incentivino la qualità del risultato. La generalizzazione di tutto questo è una ricerca da svolgere e una pratica da sperimentare. Ma sarebbe interessante comprendere se si possono aggiustare le piattaforme esistenti o se si devono costruire nuove piattaforme.


ps. (In un periodo in cui si parla di scambio di case Airbnb, vale la pena di dare un'occhiata al progetto cohousing a Milano, via Desis)

Ascoltando un mosaico di McLuhan

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Un secolo di McLuhan. Perché non dare un'occhiata a YouTube per trovare le sue apparizioni in tv? Ce n'è una - il cui codice non si può embeddare - nella quale McLuhan dice che nella nostra epoca è impossibile avere un punto di vista perché si possono solo avere molti punti di vista. E spiega che il libro non è più un oggetto ma un servizio di informazione, «nell'era del microfilm». Lui è supersimpatico. Da vedere qui. (Questo video è per ora il migliore che ho trovato anche se non si può embeddare).

In quest'altro brano, discute la fine dell'identità basata sulle condizioni esterne e l'avvento di un'era in cui l'identità dipende da qualcosa di interiore.



Come direbbe lui, le cattive notizie sono tranquillizzanti e spingono a essere conservatori, mentre le buone notizie spingono a cambiare.

E qui sotto parla della generazione dei nativi televisivi, dicendo che hanno esperienze educative completamente diverse da quelle delle generazioni precedenti. Da sempre le persone sono terrorizzate dal presente. Ma in questa epoca composta come un mosaico non possiamo esimerci dal presente, dall'istantaneo, dal contemporaneo. Un pezzo un po' astratto, in un contesto peraltro molto simbolico...



Ma è inutile riportare qui tanti brani. YouTube li trova facilmente. È divertente pensare a McLuhan nella rete.

Tanto divertente che si trova qui McLuhan, solo in audio, che racconta barzellette. Neanche male.


Ai Weiwei è libero

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Ai Weiwei è libero. Nytimes. Un pezzo di Chris Dercon. Aljazeera.

Undocumented immigrant

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La storia straordinaria di un bambino immigrato dalle Filippine negli Stati Uniti che ha studiato, si è laureato, ha sviluppato la sua professione di giornalista, ha intervistato alcune delle più importanti personalità del Paese e... non ha mai avuto i documenti regolari per essere un cittadino come gli altri. Nytimes. via @moisesnaim

Joi Ito

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Intervista di Jon Wilks a Joi Ito, definito su Twitter l'uomo più impegnato della Terra. Parla un po' di tutto. Comrpesi temi di chiara attualità, per il nuovo compito di Joi, quello di dirigere il MediaLab. Del suo concetto di educazione informale (vai a lavorare in un settore per impararne la cultura e le tecniche) alla sua visione del futuro del MediaLab (più aperto e invitante). Da leggere.

Carlo Ratti

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Questa non è una prova

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Questaeunaprova.jpg

via Gaspar


MagrittePipe.jpg

A proposito. Ho visto il bel design del blog di M@ntin.

Ci vogliono gli occhiali da Sole

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Che bellezza! Stefano Quintarelli è finalmente arrivato al Sole

La notizia significa che si guarda lontano. 

Per quelli che hanno lavorato tanto a lungo, costruendo un mattone alla volta un pezzettino di futuro, e ce ne sono al Sole, arrivano i rinforzi. 

Si può dire in molti casi che "quando il gioco di fa duro, i duri cominciano a giocare": ma questa volta ci vogliono gli occhiali da Sole.


Giacometti su Braque

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Alberto Giacometti ha realizzato il 31 agosto del 1963 uno schizzo del viso di Georges Braque. Il pittore era morto. Poi Giacometti ha scritto una frase meravigliosa:

«Ce soir toute l'œuvre de Georges Braque redevient pur moi actuelle; sorti du temps, il se situe dans l'espace».


giacometti_a_braque.jpg



Spero che una foto scattata male col cellulare di un'immagine che si trova nel libro "Giacometti & Maeght" - Fondation Maeght, Saint-Paul de Vence - non sia considerata una violazione del copyright. Se lo è la tolgo. 

J'espère que une mauvaise photo prise avec le téléphone portable d'une image qui se trouve dans le livre "Giacometti & Maeght" - Fondation Maeght, Saint Paul de Vence -  ne soit pas considéré comme une violation du droit d'auteur. Si l'on n'est pas d'accord, je l'enlève immédiatement.

Jeff Bezos

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Divertente, Jeff Bezos. Si sapeva, ma una verifica di persona non fa certo male. L'ho incontrato, insieme a Diego Piacentini, a Milano, dove era in visita pastorale, dopo l'apertura di Amazon.it (notizia: 4 milioni di utenti unici in dicembre). Ne sto scrivendo per il Sole di domani.

Mi ha stupito scoprire che la ventina di studenti del mio corso allo Iulm non lo conoscevano. Lui è uno dei fondatori dell'internet che conosciamo. Ma evidentemente non fa troppa comunicazione.

Da ricordare, per inquadrare il personaggio, quello che ha detto durante la bolla del 1998-2000, quando Amazon era alle stelle: "Non è un investimento da fare per le famiglie, perché a questi prezzi è troppo rischioso". Lui è un costruttore. Non lavora per gli analisti finanziari.

Domani sarà comunque su tutti i giornali.

Con il tuo permesso

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Eric Schmidt, Google, ha raccontato la sua visione a DLD, ieri. Un mondo nel quale la macchina ti conosce, sa che cosa ti piace e che cosa ti interessa, ti aiuta e ti suggerisce mille cose da fare e da sapere, ti guida la macchina e ti guida la vita. "Con il tuo permesso".

L'avrà ripetuto 40 volte, forse perché parlava in Germania. "Con il tuo permesso".

Paulo Coelho e la felicità

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Paulo Coelho parla con Sean Parker al DLD.

Alcune frasi strappate qui e là dai loro interventi:

Parker: "Faccio piattaforme. Ma per cambiare i pensieri delle persone, occorre ancora che qualcuno dica qualcosa"
Coelho: "Siamo editori, distributori e lettori, online, ma resta il fatto che bisogna restare concentrati sul contenuto. Cioè sui valori..."
Parker: "Un autore vuole prima di tutto che il pubblico legga quello che ha scritto..."
Coelho: "Per la prima volta non ho dato neppure un'intervista all'uscita del mio nuovo libro. Ne ho solo parlato su Twitter e Facebook. E sapete com'è andata? Per la prima volta il nuovo libro è andato subito in testa alle classifiche di vendita..."

Coelho ha un'idea anglosassone della parola "felicità"... Dice: "Non sono felice. La felicità è come una domenica pomeriggio. Non sono mai soddisfatto. Voglio piuttosto stare in un continuo flusso di sfide da superare...". Già "soddisfatto" non vuol dire "felice".. E l'idea proposta da Coelho è proprio la concezione di felicità di uno studioso come Mihaly Csikszentmihalyi.

Storia di Tim Cook

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Carattere, storia, qualità professionali e personali di Tim Cook, il razionalizzatore della produzione di Apple divenuto sostituto a interim di Steve Jobs. Gawker.

L'inventilatore

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Per dare aria alle idee, ogni tanto ci vuole Bergonzoni, che ha inventato l'inventilatore, la macchina che aiuta quelli che fanno le scoperte...


Dall'esplorazione all'implorazione

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E' una battuta fatta oggi da Ilvo Diamanti: sono passato dall'esplorazione all'implorazione. I dati non lo confortano molto. Le differenze e le distanze tra gli italiani aumentano come non mai.

Il balletto della fioritura, in autunno

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cosistefanescu.jpg Un inserto in una mattinata densa di senso. Una finestra sulle emozioni più intense e indicibili. Che mi ha commosso, senza provare a farlo. Il breve balletto della compagnia di Liliana Cosi. Musica romantica e gesti antichi, compiuti da giovani bravissimi: esploravano il loro mondo di segni, col fiato corto, di fronte a una platea stupita e incuriosita, a sua volta da esplorare. Una fioritura. La vita degli esseri umani è dura, talvolta terribile, ma a ogni stagione, ricomincia.

E questa capacità di ricominciare, mostra alle persone di età diverse la qualità della loro stagione. L'ingiustizia, brutta, di falsificare l'aspetto delle persone per fingere di poter restare per sempre giovani: una mancanza di rispetto per l'esperienza degli anziani, un'insostenibile imbroglio per le persone che si dedicano più alla sostanza che alla forma, una violenza nei confronti dei veri giovani. Che però dimostrano sempre l'inganno: nella stagione in cui le loro vite fioriscono.

Era una giornata dedicata da Romagna Est alla ricerca del senso. Ho incontrato dirigenti sensibilissimi all'economia della felicità e alle sue conseguenze pratiche oltre che culturali. Ho incontrato Micro Gasparotto, maestro degli imprenditori saggi.

Il tutto era a San Patrignano. Andrea Muccioli, il ricordo di suo padre e di sua madre, tutto intorno un'impresa anomala, discussa, forte, con un carattere chiarissimo: definito da un migliaio di giovani che invece di scendere nell'inferno, stanno cominciando a risalire verso una vita degna di essere vissuta.

L'autunno, strana stagione per fiorire.

(Appena riesco, racconto un po' meglio com'è andata. C'è da scriverne un libro. In fondo, lo sto facendo... E a quello devo correre ora).

10.000 Vita Nòva

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Oltre diecimila persone hanno scaricato la Vita Nòva! Evviva! grazie...

Brockman & C.

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John Brockman è uno scopritore di talenti intellettuali. La sua storia è quella di un leader nel settore più straordinariamente umile e importante dell'evoluzione culturale: tra i Digerati lui era "the Connector".

L'ho visto ieri con Steward Brand e con Clay Shirky. Due mostri sacri del pensiero innovativo americano. Lui che ha contribuito chiaramente al loro successo è trattato con rispetto. Ma a sua volta risponde con un'empatia e un orientamento all'ascolto che mi è sembrato da sottolineare: Brockman è un esempio. Un maestro che non cessa di imparare.

Steward Brand era stanchissimo ieri. Ma ha dato una prova di forza e libertà intellettuale molto rilevante. Un ambientalista capace di idee pragmatiche senza timori ideologici. Aveva fatto un Catalogo di prodotti utili alle persone che volevano costruire a modo loro la loro vita, tanti anni fa. Ora ha fatto un catalogo di idee utili alle persone che vogliono costruire a modo loro le loro opinioni. Da Whole Earth Catalog, a Whole Earth Discipline. (Tradotto in Italia da Codice Edizioni). Discutibile in tutto. Ma intellettualmente libero.

Ma ieri è stata anche la sera in cui ho parlato a lungo con Clay Shirky. È un tipo fighissimo. Una mente fina - riferimenti storici, competenza di network, invenzione di idee... - ma di quelle con cui si va volentieri a mangiare una pizza. Entusiasta di parlare e scambiare idee. Molto gentile e desideroso di ascoltare, quanto di spiegare il suo punto di vista. Fa sentire New York un posto vicino come Parigi. E l'università degli studi una realtà ancora viva per tutti i liberi pensatori. 

(Grazie a Vittorio Bo, per l'opportunità)

Una lettera di Mandelbrot a Teleb

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Ieri sera, a cena con Nassim Taleb. I racconti dello scrittore libanese sono meravigliosi. La sua visione del mondo cosmopolita, semplicemente simpatica, profondamente sottesa tra un'antropologia matematica e una sorta di etologia dell'umanità, rende sofisticatissimo il suo linguaggio apparentemente naif ed entusiasta: "Ho realizzato il mio sogno" ha detto: "Ho incontrato Umberto Eco nella sua biblioteca". Legge ormai solo libri: niente giornali, niente web, niente televisione. "La biblioteca informa di per se, con la disposizione dei libri. Mi avvicino agli scaffali e già richiama alla mia mente una conoscenza senza paragoni"... Ed è vero al cento per cento.

Un episodio però si è innalzato sugli altri, nel profluvio delle sue parole. Mi ha mostrato una mail ricevuta sul suo Blackberry - unico accesso a internet che Taleb ancora si concede.

Il mittente era il suo amico Benoit Mandelbrot, il noto per il suo lavoro sui frattali. Taleb ha gioito aprendo la mail di un corrispondente tanto straordinario. Ma il testo era stato scritto dalla moglie di Mandelbrot. E gli annunciava la morte dell'amico. Il 14 ottobre scorso.

Un'altra morte internettiana

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Jay Cohen, ex capo del dipartimento scienza e tecnologia del Department of Homeland Security, nominato nel 2006, serio e razionale, simpatico e di idee chiarissime, americano fino al midollo, ex militare della Us Navy, dice anche lui che: "Su internet, la privacy è morta". Uh, oh...
Parlando con Olivier Piou, il ceo della Gemalto, un gigante che fabbrica la maggior parte delle smart cards che ci portiamo ogni giorno in giro. Gli giro una domanda che vagava nell'aria: è vero che gli americani usano i satelliti privati per governare i droni in Afghanistan? Risponde: quando attaccano usano una quantità di banda inimmaginabile. Un'operazione come l'attacco all'Iraq ha raggiunto picchi di utilizzo della capacità di trasmissione digitale (tutta: fissa, mobile, satellitare) pari a un terzo di tutta la banda del mondo... Uh, oh...
Il mitico Olli-Pekka Kallasvuo lascia il posto di ceo della Nokia a Stephen Elop che viene dalla Microsoft.

Olli-Pekka Kallasvuo era mitico perché non aveva niente del ceo moderno, di quelli che sanno affascinare le platee e manipolare i giornalisti. Il suo carisma era paradossalmente nella mancanza di carisma che non nascondeva però una chiarissima dotazione di serietà e razionalità. Forse la nostra epoca non merita tanta delicatezza.

Stephen Elop viene dalla divisione business della Microsoft, circondato da un diffuso rispetto. Il presidente della Nokia, Jorma Ollila, è soddisfatto della scelta. 

Vedremo come si troverà con Marko Ahtisaari, il capo del design arrivato alla Nokia qualche mese fa, e che promette di rinnovare profondamente la linea dei prodotti della Nokia.

Jamil Abu-Wardeh

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Dicono qui in Inghilterra che una commedia che ha successo "kills" mentre una che si dimostra un insuccesso "bombs". «Mi pareva molto adatto al nostro tipo di spettacolo: la commedia mediorientale» dice Jamil Abu-Wardeh. (Ethan riassume). Tanto che con altri colleghi - tra cui un iraniano e un coreano che parla arabo - è riuscito a mettere in piedi una compagnia chiamata "The Axis of Evil". Per combattere gli stereotipi li devi ridicolizzare...

Ecco una registrazione. Non quella di Ted che arriverà nei prossimi giorni con la solita fantastica qualità...


Ethan "Ted" Zuckerman

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Per chi vuole seguire Ted ci sono molte risorse proposte dalla stessa organizzazione. Ma per leggere i riassunti delle lezioni c'è una soluzione favolosa: il blog di Ethan Zuckerman. Un live blogging professionale...

Imprenditrici per l'Unctad

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Le imprenditrici da premiare secondo l'Unctad:
Olga Lidia Arean, Argentina, ConservArte S.A., prodotti per la conservazione
Joy Simakane, Botswana, Extramile Express PTY LTD, autorizzazioni doganali
Vanessa de Figueiredo Vilela Araújo, Brasile, Kapeh Cosméticos, prodotti di bellezza basati sul caffè
María de la Luz Osses Klein, Cile, Biotecnologías Antofagasta S.A., prodotti biotech
Guenet Fresenbet Azmach, Etiopia, Gigi Ethiopia, abbigliamento di moda
Lucia Desir, Guyana, D&J Shipping Services, trasporti
Lina Hundaileh, Giordania, Philadelphia, Chocolography, Rafawed  Consulting, and Ammoun, cioccolata, dolci e consulenza
Lilian Okoro, Nigeria, Peace for the African Child Initiative, servizi di educazione divertente
Beatrice Ayuru Bvaruhanga, Uganda, Lira Integrated School, servizi educativi
Vivivata Chivunga, Zimbabwe, Viva Fashions, abbigliamento di moda

Ritratto per un maestro

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Un maestro di giornalismo dice che questo ritratto di Michele Ferrero, pubblicato da Ft, è un esempio della perfetta struttura del ritratto giornalistico.

E' utile riconoscere la struttura degli articoli giornalistici. Il giornalismo è un lavoro artigiano. Si impara guardando i maestri che lo fanno. L'artigiano sa fare ma non sa dire che cosa sa fare (dice Sennett). Ma spesso si pensa alla ricerca delle informazioni, alla verifica, all'indipendenza di giudizio, alla coerenza nella linea editoriale. Meno spesso si dedica attenzione alla struttura degli articoli.

Il giornalismo non è programmaticamente letteratura autoriale. Il suo programma è di mettersi umilmente al servizio del pubblico. E la struttura standard dei pezzi serve a costruire un testo che sia facilmente leggibile, contenga tutte le informazioni rilevanti, abbia una linearità adatta alla lettura veloce.

Quella struttura, poi, può essere interpretata dal giornalista in modo personale. E allora l'articolo riconquista una sua autorialità. Ma soltanto dopo essere passato attraverso lo spirito di servizio.

Per questo vale la pena di riportare quanto suggerito da un vero maestro. E di leggere il pezzo dell'Ft.

Ogni problema ha una soluzione

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Diceva l'altra sera Cesare Romiti che un suo mantra è sempre stato questo: "ogni problema ha almeno una soluzione". Sembra rassicurante, ma detto dal boss della Fiat - che aggiungeva: "casomai ha più di una soluzione" - a qualcuno poteva apparire anche un po' minaccioso. In realtà, oggi, Romiti è diventato molto più colloquiale (è stato premiato dal sindaco di Santa Margherita Ligure perché ha sempre lottato per le sue idee e perché negli ultimi tempi ha saputo cambiare idea). 

Nassim Taleb a cena

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Nassim Nicholas Taleb è uno spasso. Come si sa, è interessato a capire che si vive in un mondo che non capiamo molto bene. Il Cigno Nero è sempre in agguato. La consapevolezza della complessità è la condizione cui avvicinarsi per imparare a convivere in un contesto che non capiamo.

A cena, Taleb, molto dimagrito, teorizza. Siamo come siamo da qualche migliaio d'anni, ma in realtà, per centinaia di migliaia d'anni siamo stati cacciatori. Quindi ci fa bene camminare piano, fare scatti e sforzi intensi, mangiare una volta al giorno... Quanto allo stress: beh, dipende molto da quanto impariamo a convivere con l'incertezza. E con tutto il parlare che si fa della prossima possibile crisi finanziaria, non è facile.

Diavolo di un Brin

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Sergey Brin, uno dei fondatori di Google, doveva assumere un legale. Al colloquio lo ha sottoposto a un test. "Scrivi un contratto per regolare la vendita della mia anima al diavolo".

Giocano con questa questione, evidentemente, nell'azienda che dice di non essere "evil".

L'episodio è raccontato nel nuovo libro di Ken Auletta, Googled: The end of the world as we know it, Penguin Press.

I tropici più tristi

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Prendo in prestito il titolo proposto da Miic per sottolineare la morte di Claude Lévi-Strauss. E riportare un pezzo da Antropologia strutturale, 1958. Lévi-Strauss era un maestro nell'individuare i percorsi che portano il pensiero dall'antropologia delle società extraeuropee alla cultura umana più in generale. E quindi anche a noi. Qui c'è una discussione sulla relazione tra la follia e la ragione: nella quale il leader sciamanico assume il ruolo di ponte professionale tra la generazione di risposte alla domanda di senso e la ragionevole normalità del pensiero quotidiano che di senso avverte costantemente la mancanza.

"Curando il suo malato, lo sciamano offre al suo uditorio uno spettacolo. Che spettacolo? A rischio di generalizzare imprudentemente certe osservazioni, diremo che questo spettacolo è sempre quello di una replica, da parte dello sciamano, della chiamata, ossia della crisi iniziale che gli ha procurato la rivelazione del suo stato. Ma la parola spettacolo non deve trarre in inganno; lo sciamano non si contenta di riprodurre o di mimare certi avvenimenti; li rivive effettivamente in tutta la loro vivacità, originalità e violenza. E siccome, al termine della seduta, egli ritorna allo stato normale, possiamo dire, prendendo a prestito dalla psicanalisi il termine essenziale, che egli abreagisce. È noto che la psicanalisi chiama abreazione quel momento decisivo della cura in cui il malato rivive intensamente la situazione iniziale che è all'origine del suo squilibrio, prima di superarlo definitivamente. In questo senso, lo sciamano è un abreatore professionale.

Abbiamo ricercato altrove le ipotesi teoriche che sarebbe necessario formulare, per ammettere che il mondo di abreazione particolare a ogni sciamano, o per lo meno a ogni scuola, possa indurre simbolicamente, nel malato, un'abreazione del suo squilibrio particolare. Se, tuttavia, La relazione essenziale è quella tra lo sciamano e il gruppo, bisogna anche porre  la questione da un altro punto di vista, quello cioè del rapporto tra pensiero normale e pensiero patologico. Ora, in ogni prospettiva non scientifica (di cui nessuna società può vantarsi di non essere partecipe) pensiero patologico e pensiero normale non si contrappongono ma si completano. Il pensiero normale, di fronte a un universo che è avido di comprendere, ma di cui non riesce a dominare i meccanismi, richiede sempre alle cose il loro senso, ed esse glielo rifiutano; invece, il pensiero cosiddetto patologico abbonda di interpretazioni e di risonanze affettive, di cui è sempre pronto a sovraccaricare una realtà altrimenti deficitaria. Per l'uno, esiste il non verificabile sperimentalmente, vale a dire l'esigibile; per l'altro, esistono esperienze senza oggetto, vale a dire il disponibile. Adottando il linguaggio dei linguisti, diremo che il pensiero normale soffre sempre di un deficit di significato, mentre il pensiero cosiddetto patologico (almeno in talune sue manifestazioni) dispone di una pletora di significante".

Claude Lévi-Strauss

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Si apprende oggi che Claude Lévi-Strauss è morto, all'età di 100 anni, qualche giorno fa. Il ricordo di una sua lezione al Collège de France, nel 1979, è vivo nella memoria. Era un maestro di pensiero, naturalmente. Sapeva infondere in chi voleva fare ricerca un senso di dignità che lo avrebbe accompagnato per sempre.

Ghezzi, Galimberti, Erice e la specie mutante

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Il paragone della giornata, pensando all'ambiente.. La specie umana è come una specie di batteri che uccide il proprio ospite. E allora muore anch'essa. A meno che non evolva attraverso una mutazione che la trasformi da parassita in simbionte. Ma mentre per i batteri la mutazione non è che genetica, per gli umani è anche e soprattutto culturale. E i pensatori o gli artisti che provocano mutazioni culturali sono la salvezza dell'umanità.

umberto Galimberti ha apprezzato il paragone. Lui del resto aveva detto: l'umanità è ospite, non dominatore, della natura. Ghezzi non sa del paragone, ma lo incarna. Con il suo "Vento del cinema" di Procida, può provocare feconde mutazioni. Oggi ha presentato La Morte Rouge, di Victor Erice, ed è stato una meraviglia.

Egemonia del romanzo: Tiziano Scarpa

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Tiziano Scarpa dice che viviamo un'epoca di egemonia del romanzo. Dei vari generi letterari, il romanzo prevale perché, secondo Scarpa, tutti lo possono leggere. Moccia. Harry Potter. Larson. Noire. Gialli.

Il romanzo prevale, dice Scarpa, perché ha convinto di essere capare di raccontare la realtà e nello stesso tempo divertire. La consapevolezza del fatto che il romanzo è documento per la lettura della storia non è scontata (non lo era neppure quando negli anni Settanta Marc Soriano suggeriva la possibilità di studiare "scientificamente" la storia di Venezia a partire dai testi di Goldoni). Ma è un'impressione che ai romanzieri aggrada. E però li condiziona anche un po'. Scrivere un romanzo come un documento lo rende un monumento anche quando il racconto è già tutto quello che vuole fare il romanziere.

Ma è un bisogno sociale ineludibile. Forse, come dice Scarpa, porta a indagare la realtà in chiave individualista (soggettiva). Ma si trasforma quando ha successo in un fenomeno comunitario, perché risponde al bisogno di una rappresentanza che è soddisfatto non dalla leadership ma dalla rappresentazione. Le storie sono, si direbbe, il percorso che risponde alla domanda di prospettiva.

Erik Brynjolfsson

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Francesco Sacco segnala il grande valore di Erik Brynjolfsson, economista della produttività all'Mit. Il suo ultimo libro è Wired for innovation.

Paolo Zocchi

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Che classe, Alex Ferguson

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«We were outclassed» dice Ferguson, manager del Manchester. «Il Barcellona era la squadra migliore». Con frasi come queste si farebbe poca audience in una tv italiana. Può darsi che la qualità umana di una persona non faccia audience. Ma allora: chissenefrega dell'audience?

Libero Siani per la Pasqua

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fortapasc.jpg
Libero De Rienzo interpreta Giancarlo Siani in modo meraviglioso, secondo me, in Fortapasc, il film di Marco Risi sul giovanissimo giornalista abusivo del Mattino di Napoli che nei primi anni Ottanta del secolo scorso racconta la cronaca della camorra e della corruzione a Torre Annunziata. 

La violenza dei fatti, passo dopo passo, prepara il pubblico alla sconfitta inevitabile della pace e della legalità. Ma nel momento finale, quando si piange sinceramente, gli occhi di Libero guardano i suoi sicari un attimo prima che gli sparino diventano la finestra attraverso la quale si guarda oltre.

Siani è un eroe senza la pretesa di esserlo. E proprio la semplicità del racconto lo trasfigura in un maestro. Il cronista, con il blocchetto in mano, è al battesimo del figlio del boss, è accanto ai cadaveri degli assassinati, è alla seduta del consiglio comunale che decide la spartizione dei soldi del terremoto... Parla con il magistrato, con il capo dei carabinieri, con il fratello del camorrista, con il capocronista vigliacco, con l'amico drogato... E ogni volta i suoi occhi diventano più consapevoli. Quando coglie una notizia nascosta nelle parole dei suoi interlocutori quegli occhi si illuminano. Sa che tutto quello che può fare è scrivere. Ma scrive, a differenza di tanti suoi colleghi.

A ventisei anni è famoso e temuto, gentile e umile. Lo assumono al Mattino e lo portano a Napoli, forse per allontanarlo da Torre. Barbara, la ragazza che lo ama, lo capisce, lo ammira, ma non lo accetta fino in fondo. Il giovane giornalista passa da casa della madre prima di andare a un appuntamento con Barbara, quando la storia passa su di lui. Parcheggia, i documenti della sua inchiesta sono sul sedile accanto a lui, due uomini si avvicinano nel buio, la luce del lampione illumina gli occhi di Libero Siani nel momento in cui coglie la notizia che lo riguarda. La morte è quella di un immortale.

Quegli occhi sono importanti perché passano il testimone a chi farà come lui. Perché dicono che la pace è una ricerca di verità, una speranza di vita, una pratica quotidiana. Perché dichiarano a chi li guarda guardare in faccia la morte che il coraggio non è incoscienza e la paura non è prudenza. 

C'è un racconto positivo invincibile negli occhi dello sconfitto. C'è un terrore senza libertà e senza vita negli occhi degli assassini. Per noi, c'è da scegliere.

Grazie a Libero per aver raccontato così bene lo sguardo di Giancarlo Siani.

Tasse d'interesse

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Le tasse degli altri sono sempre più basse. Leggi l'Iht e scopri che il giornale americano riporta nella edizione cartacea una tabella fonte Ernst & Young nella quale le tasse sulle aziende americane sono molto più alte di quelle degli altri grandi paesi. Gli Usa avrebbero tasse del 35%, la Francia del 34,4%, Giappone 30%, Gran Bretagna del 28%, l'Italia del 27,5%. Le tasse sulle aziende in Italia, dice la stessa tabella, sono scese del 5,5% dal 2003.

Il lamento sulle tasse è sempre interessato.

Quanto guadagna il prof

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Mentre scopriamo che troppi italiani o sono poveri o evadono, si sviluppa una bizzarra polemica sui redditi dei prof universitari. Alfonso offre il suo contributo, con notevole trasparenza.

Carlo Ratti e' a Parma

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Carlo Ratti studia le conseguenze urbanistiche e architettoniche della diffusione in città di sensori e computer portatili connessi alla rete. E lavora a comprendere come questo sviluppo possa diventare l'occasione per ripensare la città e migliorare la vita quotidiana delle persone. Il progetto di ricerca SENSEable City è al Mit. L'Adit l'ha intervistato sulla città del futuro. Euronews ha un video con le sue idee. Oggi pomeriggio Ratti è a Parma a Palazzo Soragna alle 17.30. Con Giuseppe Roma, del Censis.

Gombrowicz

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Solo una segnalazione, per un pezzo di Nazione Indiana su Witold Gombrowicz. Ironia pre-post-moderna... 

Falchi e corvi

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Per Claudio Scajola gli economisti della Confindustria non sono persone che analizzano i dati sulla congiuntura e ne traggono dati sull'andamento dell'economia in base ai quali proporre ipotesi, discutere, decidere in modo informato. Sono invece degli uccelli del malaugurio. 

Ebbene. Non tutti sono d'accordo nel considerare l'economia come una scienza. E i difetti degli strumenti degli economisti sono sotto gli occhi di tutti. Per questo se possibile vanno migliorati. Ma, speriamo, non in base a una cultura della superstizione. 

L'evoluzione del compleanno

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Un compleanno che vale la pena di ricordare. Charles Darwin è nato a Shrewsbury il 12 febbraio 1809. La sua teoria dell'evoluzione delle specie offre una visione del mondo che a sua volta contribuisce all'evoluzione della cultura. 

Negli Stati Uniti, si legge sull'Economist, meno della metà della popolazione la conosce e la accetta. Fortunatamente in Europa la percentuale sale oltre il 75 per cento. 

(ps. Una summa da consultare compilata da Randy Alfred).

Paul Veyne e Costantino

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Immagine di Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394)Non passa giorno che non emerga una questione importante per la convivenza civile che attiene alle relazioni tra lo Stato italiano e il Vaticano. Riflettere su queste relazioni significa anche discutere la storia dei concetti fondamentali che sottendono al confronto tra Stato e Chiesa. Per questo vale la pena di leggere: Paul Veyne, Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394), Costantino, la conversione, l'impero, Garzanti.

Storico e archeologo della Roma antica, Paul Veyne racconta una sintesi delle convinzioni che si è formato indagando intorno al ruolo di Costantino nella costruzione della cristianità. E il risultato è affascinante.

Poco importa, in fondo, se Costantino abbia scelto di diventare cristiano per un motivo politico o se la sua conversione sia stata sincera. Per Veyne vale la seconda ipotesi. Ma quello che conta è la dinamica storica che quella conversione ha innescato nell'impero e nella religione del Mediterraneo e dell'Europa.

Costantino non ha avuto una forte iniziazione né una particolare educazione cristiana prima di convertirsi. La sua conversione porta innanzitutto l'esercito a credere nel cristianesimo. E a creare un'alleanza fortissima tra imperatore, esercito e comunità cristiane. 

Il contesto è comunque quello di un vastissimo impero nel quale il 90 per cento delle persone sono pagane e l'aristocrazia romana è pagana. Quindi l'imperatore continua a porsi come incarnazione dell'impero di tutti i popoli, mentre impara a rispettare la religiosità dei suoi nuovi maestri spirituali. La sua posizione lo rafforza nei confronti dell'aristocrazia senatoria. Ma non pensa neppure lontanamente a perseguitare i pagani o a tentare di convertirli. Il principio fondamentale resta quello di separare ciò che è dovuto da Dio da ciò che è dovuto a Cesare.

Ci vorrà un secolo e mezzo perché quella conversione porti la maggioranza degli abitanti dell'impero a diventare cristiani. L'impero si riempie di chiese cristiane e le gerarchie cristiane assumono un grande potere nella gestione della società. Ma più che di una cristianizzazione dell'impero, a Veyne appare più come una trasformazione della cristianità. L'aristocrazia si fa progressivamente cristiana, così come il popolo: se in passato era normale essere pagani, nel tempo diventa normale essere cristiani. Le convenzioni contano più delle conversioni. E il cristianesimo assume alcuni dei connotati del paganesimo, come il culto dei santi le cui effigi prendono il posto di quelle degli dèi nel territorio, o come la relazione con la divinità che diventa un essere al quale chiedere protezioni e favori per quanto attiene ai problemi della vita quotidiana. 

Ma questa nuova divinità resta più esigente di quelle leggere e olimpiche del paganesimo. La Chiesta diventa un protagonista attivo della storia e delle scelte collettive. Ci vorranno secoli perché la dinamica storica porti le gerarchie della chiesa ad assumere più importanza nella gestione del potere temporale. E questo andrà di pari passo con la trasformazione della relazione con l'impero che si trasformerà: da separazione strutturale a confronto sistematico.

Con la sua scelta, Costantino ha cambiato l'impero. Ma ha cambiato, forse soprattutto, il cristianesimo.


Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
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Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
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Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Chris Anderson - Ottimismo

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Chris Anderson parla di ottimismo. Sostiene l'ottimismo della ragione. Dice: «Da quando ho smesso di guardare le news in televisione sono molto più ottimista».

In effetti, le notizie sembrano vivere in un iperpresente che cerca l'attenzione immediata delle persone facendo leva sulle emozioni forti e veloci: dalla paura alla gioia; stanno più spesso nel dominio dell'irrazionale che in quello della ragione. Sicché liberare la mente da una quantità di emozioni eterodirette dai notiziari dell'iperpresente può far bene. 

Casomai si può discutere sulla nozione di ottimismo. Non si tratta qui di un ottimismo a tutti i costi di chi dice che deve andare a finire bene per forza. Di chi incoraggia a continuare come si è sempre fatto che va bene così. Al contrario, si tratta di dire che le buone ragioni empiricamente sostanziate hanno buone probabilità di cambiare il mondo.

Hans Küng

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Il teologo Hans Küng in un'intervista su RaiTre critica gli argomenti portati a sostegno della polemica sulla vicenda di Eluana osservando che tutti gli studenti di teologia sanno che non si può obbligare qualcuno a usare mezzi eccezionali per curarsi... Questo papato non guida in avanti la storia della chiesa, dice. E l'incredibile vicenda dei vescovi lefebvriani riammessi nonostante siano antigiudaici conferma che anzi la guida all'indietro...

Sana e robusta Costituzione

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Giovanni Maria Flick, ancora per qualche giorno presidente della Corte Costituzionale, confessa: "Sono innamorato della Costituzione". Lui la conosce bene. E gli italiani che la conoscono almeno un po' vogliono bene alla nostra Costituzione. E' chi non la conosce che non si scandalizza quando la maltrattano...

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  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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