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Apple Pay: la banca paga (e le compagnie telefoniche restano fuori)

Ieri si scherzava sul nome: iPay sembrava un po’ “io pago”; uPay era la risposta di chi diceva “paghi tu”; ma oggi Bloomberg racconta che paga la banca. Ed è un notevole risultato di Apple.

In pratica, la transazione effettuata con l’iPhone non costa nulla al consumatore o al negoziante, ma viene ripagata da una fettina della quota che va alla banca. In compenso la banca e il suo ecosistema entrano nei pagamenti col cellulare che per tanto tempo sono restati un problema. Questa sì che è una continuazione del 2007.

Già, perché per tanto tempo, il telefonino è stato pensato come un oggetto che sviluppava il business delle compagnie telefoniche e che dipendeva dalle loro strategie. Fino al 2007 si parlava di pagare col telefonino nel senso che si pagava attraverso la compagnia telefonica, addebitando sulla prepagata o sulla bolletta. Ma questa idea non è mai andata molto avanti. Per difficoltà normative (le banche centrali non erano d’accordo) e per lentezza delle compagnie. Fino al 2007 nessuno pensava di sfidare le compagnie telefoniche sul loro terreno della telefonia mobile e soprattutto nessun produttore di telefonini ci provava. Quando aveva tentato la Nokia l’aveva pagata cara. Nel 2007 è arrivato l’iPhone e le compagnie si sono trovare costrette ad allinearsi.

Ora l’iPhone ha scelto da che parte andare nei pagamenti. E’ andata dalla parte più logica. Ha abilitato le banche e le carte a entrare nella pratica quotidiana dei consumatori con il cellulare. E queste pagano volentieri. Le banche centrali sono ovviamente d’accordo. Le compagnie telefoniche restano vagamente tagliate fuori da un business che avrebbero potuto cercare di conquistare ma che non hanno saputo e potuto affrontare. Imho.

Vedi anche:
Cinque cose che non ho capito dell’Apple Watch (qualcuno mi dà suggerimenti?)
Apple, Google, tecnologie di rete, valore aggiunto…
Apple, Jobs e la parola “health”

Cinque cose che non ho capito dell’Apple Watch (qualcuno mi dà suggerimenti?)

Ci sono alcune cose che proprio non ho capito dell’Apple Watch. Cioè non sono cose sulle quali non sono d’accordo. Dico che non le ho capite.

1. Perché non ha la sim, l’antenna, la connessione autonoma? (Non mi dicano che non ci stava: pensando bene il cinturino ci stavano eccome. Dunque non le hanno volute mettere. Ma così è una periferica dell’iPhone)
2. Come si ascolta la musica dell’Apple Watch? Con le cuffie che penzolano dalle orecchie e si vanno a infilare sull’oggetto attaccato al polso? (Non credo proprio…)
3. Come si parla all’Apple Watch se vuoi che Siri ti risponda? (Tipo avvicinando il polso alla bocca?)
4. A quale applicazione serve lo schermo che riconosce la quantità di pressione che opera con il dito? (Magari lo hanno detto ma mi è sfuggito…)
5. C’è un utilizzo fondamentale e imprescindibile che convincerà tutti a rimettersi qualcosa al polso dopo tanti anni che ne fanno a meno? (La mia idea è che interesserà soprattutto per il fitness, almeno all’inizio. Ma allora c’è una sotto domanda: a che cosa rinuncio quando non porto anche l’iPhone quando vado a correre?)

Nessuno si mette più l’orologio da anni. O meglio chi lo mette è perché è abituato da oltre 50 anni, perché usa quello del nonno o non lo sostituisce con una cosa nuova, perché crede nel lusso di un bellissimo costosissimo orologio, perché gli piace una cosa colorata che cambia ogni giorno… Ma chi vuole sapere che ora è lo scopre col telefono, mi pare. E poiché il telefono me lo devo portare sempre dietro perché l’Apple Watch non vive da solo, finisce che devo scoprire un altro utilizzo fondamentale: credo che questo sia il mondo del fitness. Se non è questo, occorre comunque un motivo sintetico che convinca a mettere l’Apple Watch: la moda? uhmmm. Il buon gusto? uhmmm. Lo show off: roba vecchia. La sintesi viene da una cosa cui tengo: insisto che ha senso sul fitness, ma chissà se i commentatori hanno un’altra idea. E soprattutto se sanno rispondere alle cinque domande… Grazie per ogni aiuto…

ps. Mi suggeriscono una sesta domanda: perché lo hanno annunciato mesi prima dell’uscita? La Apple in passato annunciava nel giorno dell’uscita in negozio (via twitter da @StefanoPace5)…
pps. Non mi pare che abbiano usato la parola “health”: giusto?

Vedi anche:
Apple, Google, tecnologie di rete, valore aggiunto…
Apple, Jobs e la parola “health”

Risposte arrivate fin qui:
1. Perché la batteria sarebbe durata dieci minuti (via twitter da @smnbss)
6. Perché la concorrenza è già in pista (via twitter da @GerolamoFazzini)

Apple, Google, tecnologie di rete, valore aggiunto…

E’ difficile tenere a lungo in piedi un modello di business che faccia elevati margini di profitto a meno che non si sia un monopolista. Ci sono molti modi per avere un monopolio e non tutti sono sbagliati (cioè protetti dallo stato).

Se per esempio un’azienda è la prima a creare una nuova categoria di prodotto e non ha concorrenza è monopolista per un certo tempo. Così come se si produce una tecnologia di rete che molti utilizzano, di fatto si raggiunge una posizione di monopolio che è difficile intaccare.

Ma le due situazioni sono molto diverse. Non sempre gli innovatori riescono a tenere il mercato che hanno creato. Spesso anzi sono inseguiti e superati. E chi usa l’innovazione altrui in modo più intelligente sul piano della costruzione di un lock-in ha anche un modello che dura di più nel tempo. Non si riesce sempre a far bene entrambi i mestieri.

Microsoft ha inseguito sul piano del prodotto ma è riuscita a ottenere un effetto-rete di grande durata: ha ancora le caratteristiche del monopolista di fatto nei pc. I suoi problemi con l’antitrust non si sono verificati sul suo specifico terreno, ma si sono manifestati quando ha tentato di abusare della posizione dominante in un mercato per conquistarne altri.

Google è stata un po’ tutte e due le cose. Ha conquistato con l’innovazione nei motori di ricerca la sua posizione straordinaria nella gestione delle informazioni. Ha inventato poi una nuova interfaccia mobile con le mappe connesse a internet. Quanto ai video ha perso sull’innovazione ma ha comprato la rivale YouTube. La sua tecnologia di rete più redditizia è ovviamente il sistema di gestione della pubblicità, ispirata originariamente da altri. Nei cellulari ha inseguito ma è riuscita a riconquistare terreno e a costruire il suo effetto-rete anche sul mobile. Anche per Google l’antitrust interviene in casi che si avvicinano – secondo l’accusa – all’abuso di posizione dominante.

Apple ha sempre puntato di più sulla prima strategia. Ha creato nuove categorie di prodotto. Prima il Mac. Poi lo smartphone. Poi il tablet. E su quelle innovazioni ha conquistato una capacità di fare profitto straordinaria (soprattutto negli anni Duemila). Il tentativo di costruire un lock-in è stato basato su una forma di effetto-rete interno alle sue tecnologie, all’epoca del Mac. Poi nel tempo di internet ha costruito anche negozi speciali online che tenevano in piedi il lock-in per la musica e per le applicazioni, ma in qualche modo sempre puntando su una sua “autorialità” tecnologica che non consentiva completa compatibilità con altre tecnologie, riconosciuta dalla fedeltà di brand. In questo modo, inseguita si difende, per un po’. Ma poi per ripartire con il ciclo deve trovare una nuova innovazione.

Oggi è stato il giorno giusto per capire se ci può riuscire ancora una volta. Pagare col telefonino o l’orologio e l’impronta digitale. Il nuovo orologio con funzioni per il fitness. Il display che sente la pressione. Impressioni. Si dovrà approfondire il tema Apple Pay – potenzialmente importantissimo – in relazione alla diffusione di negozi attrezzati. Si vedrà l’anno prossimo per l’orologio. La funzione fitness acchiapperà, probabilmente: ci vuole un motivo forte per tornare a mettersi qualcosa al polso dopo anni. Comunque non è bello che abbia bisogno dell’iPhone (ma non si poteva usare il cinturino per mettere la sim e un po’ di aggeggi in più?). Si direbbe che questa innovazione non sia come l’iPhone ma come l’iPod: cioè non crea una nuova categoria di prodotto ma tenta di mettere ordine in un mercato interessante, molto affollato, senza un leader culturale.

Quanto a noi, secondo me, dobbiamo rispettare il profitto che gli innovatori si aggiudicano nel periodo che trascorre tra il momento in cui inventano una nuova categoria di prodotto al momento in cui, inseguiti, se lo vedono erodere. Ma ci dobbiamo porre delle domande sulla strategia usata per difendere l’innovazione fatta in passato attraverso soluzioni che puntano su una forma di lock-in. Sempre rispettando gli innovatori e il profitto che fanno creando nuovi “mondi”, dobbiamo riuscire a stabilire in che modo sostenere il valore dell’interoperabilità che ha reso il web tanto interessante e il valore della net neutrality che ha fatto di internet la tecnologia fondamentale a supporto di chi innova senza chiedere il permesso. Non c’è contraddizione intorno a questi valori in un’ecologia dei media sana e generativa. Imho.

Apple, Jobs e la parola “health”

Ieri, David Agus, un leader nella biomedicina, ha parlato a Cernobbio, all’Ambrosetti. E ha raccontato un aneddoto che riguarda Steve Jobs.

Aveva scritto un libro e lo aveva dedicato al futuro del sistema sanitario usando nel titolo la parola “health”. Ma Steve Jobs, interessato alla distribuzione digitale, ha parlato all’editore convincendolo a cambiare il titolo in “The end of illness”. L’autore ne chiese conto a Jobs che gli disse che il suo mestiere di autore era scrivere non vendere. E che nessuno avrebbe regalato un libro che usava una parola che avrebbe scoraggiato i lettori a comprare e regalare il libro. In effetti il titolo aiutò il libro a diventare un grande bestseller.

Tra pochi giorni Apple farà uscire altre soluzioni sull’uso della rete per la cura e la salute. Le aggregheranno sotto un concetto come iHealth?

Italia-Germania: meno zero virgola due. Ma non è un pareggio. Quali riforme strutturali? Pensiamo digitale

Ok. Ora anche la Germania ha segnato una riduzione del Pil dello 0,2 per cento. E quindi la difficoltà di crescita non è più solo un problema italiano. E poiché la politica economica che ha per obiettivo il controllo dell’inflazione non è quella giusta quando si attraversa una congiuntura di deflazione, qualunque mente ragionevole dovrebbe prendere in considerazione almeno una politica monetaria espansiva. Vediamo se questa volta ci si riesce – a espandere la moneta – senza far saltare i sani vincoli di bilancio pubblico ma indirizzando le risorse verso l’impresa e le riforme strutturali.

Quest’ultimo punto è il interessante per uno stato come l’Italia che non riesce a riformarsi. Vedremo che cosa succederà con il decreto sulla riforma delle regole del lavoro. Vedremo come andranno a finire le riforme istituzionali e il resto.

Ma possiamo anche avviare una politica che è contemporaneamente una “riforma strutturale” e un “investimento per la crescita” e che quindi dovrebbe essere chiaramente accettabile anche dai più accaniti rigoristi. La riforma della modernizzazione digitale – con infrastrutture, connessione e accesso dai luoghi pubblici, riforma del servizio della pubblica amministrazione a favore dei cittadini, e così via – è un investimento e una riforma strutturale nello stesso tempo. Genera crescita subito e crescita a lungo termine. Imho.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Un architetto per la costruzione digitale
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Chiose su “cambiare interfaccia”
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Fuffa e manipolazione

La Cina del mercato interno è un po’ più Usa

I prodotti Apple sono dunque banditi dagli acquisti pubblici in Cina per la preoccupazione che vengano usati per spiare (Bloomberg). Di fronte alle pacate proteste americane i cinesi hanno pacatamente risposto che anche gli Usa non ammettono l’importazione di tecnologie per le reti di Huawei per la preoccupazione che vengano usate per spiare. La separazione tra i due mercati sembra destinata ad allargarsi.

Lenovo, che sta recuperando quote negli smartphone, è cresciuta in borsa alla notizia anti-Apple. Lenovo e Huawei stanno aumentando le vendite proprio nel mercato interno. Finora ne ha fatto le spese soprattutto Samsung che non è più prima nel grande mercato cinese. La Cina sta rallentando verso una crescita del 7,5% e come nei piani da lungo tempo annunciati sta tentando di migliorare i consumi interni puntando un po’ meno sulle esportazioni di materiali a basso costo del lavoro. Quindi diventa più un mercato interno importante e un po’ meno una terra di passaggio di idee straniere che si materializzano nelle fabbrice locali per tornare ad essere esportate. Intanto gli Usa tentano di riportare in casa la produzione.

L’Europa farebbe meglio a pensarci a tutto questo. O meglio: certamente in Europa ci pensano, ma non se ne parla abbastanza. Una discussione informata in materia di economie reali internazionali sembrerebbe molto importante in un posto tendenzialmente ombelicale e dominato dagli incubi della finanza pubblica. Imho.

Stellar è una nuova moneta e uno strumento di cambio

Serve a convertire ogni moneta con ogni altra, compreso bitcoin. Serve a trasferire in ogni posto del mondo. E serve a sua volta da moneta. Stellar è il servizio di una fondazione che tra gli advisor ha anche Joi Ito. Le spiegazioni sul sito sono piuttosto esaurienti.

We provide an open-source hosted web client, where the keys are encrypted client-side to your password so we don’t have access to your funds. The supply of stellar will increase at 1% per year.

The network has been initialized with a supply of 100 billion stellars. 5% will be used to fund operations of the nonprofit (its spending, including employee compensation, will be public), and the remaining 95% of the stellars will be distributed for free as quickly as we can manage. We want anyone to be able to get onto the network, and we’re correspondingly going to apportion the giveaway as follows (see our mandate for more details):

50% of the total will be distributed to people who sign up for an account.
25% will be distributed by other nonprofits focused on financial inclusion.
20% will be given to current Bitcoin and Ripple holders—two systems that Stellar owes a lot to.
We’re starting the main giveaway now. Note that we’re still ensuring the stability of our own systems, so we may have to limit the rate of stellar distribution at first.

L’idea fondamentale di Stellar, come in altre monete digitali, è un’architettura distribuita. La strategia è quella di favorire la costruzione di applicazioni che usino Stellar come piattaforma. Il software è open source. Non è pensato come una soluzione necessariamente conflittuale con le istituzioni bancarie tradizionali. Consente, come Ripple, agli utenti di vedere le transazioni in una moneta che conoscono ma di trattarle con l’efficienza di una moneta digitale che funziona nel network.

Vedi anche:
Mt. Gox and Ripple Founder Jed McCaleb Unveils Project ‘Stellar’
Stripe Backs Non-Profit Decentralized Payment Network Stellar, From Mt. Gox’s Original Creator
Mt. Gox, Ripple Founder Unveils Stellar, a New Digital Currency Project

Un inatteso competitor per i paesi che sperano di attrarre capitali alla filiera delle startup

Il Pakistan si presenta. Tenta di apparire come il posto giusto dove investire in startup o aprirne una. In effetti, la connessione umana con Silicon Valley è piuttosto precisa, con tutti i pakistani che ci lavorano. Ma la presentazione riportata qui sotto fa notare un ambiente piuttosto favorevole sul piano della regolamentazione, un mercato interno ampio e crescente, una disponibilità di universitari molto ampia.

Chiose su “cambiare interfaccia”. In vista delle prossime scelte

Grande intuizione quella espressa ieri dal premier: “L’Italia deve cambiare intefaccia“. E’ un modo per dire che il cambiamento necessario non è di facciata, ma di sostanza: l’interazione tra i cittadini e lo stato, come tra il resto del mondo e l’Italia, avviene attraverso un’intefaccia. E quella che c’è stata finora era quella sbagliata. Troppo complicata, soggetta a corruzione, fuffologica. La riprogettazione dell’Italia, la sua modernizzazione da avviare attorno allo strumento dell’agenda digitale, può partire proprio dall’interfaccia: più facile da usare, più orientata al risultato, più piacevole. Più semplice e lineare.

La necessaria semplicità finora è stata spesso ricercata attraverso la banalizzazione. La fuffa della comunicazione ha esaurito gli italiani in una quantità di giochi d’artificio che servivano solo una strategia della disattenzione. Le cortine fumogene dell’ipercomunicazione, l’ottimismo forzoso, l’entusiasmo acritico, il cinismo tecnocratico e burocratico, sono la premessa per l’inazione. Perché la semplicità nasce dalla consapevolezza della complessità e la trasforma.

Può darsi che oggi o nei prossimi giorni il governo voglia decidere intorno alle nomine all’Agid e quello che ci starà intorno. Il percorso delle candidature è stato virtuosamente trasparente. Ma i criteri delle scelte, per ora, non sono stati espressi chiaramente.

Se l’Italia deve cambiare verso, le persone che applicheranno le scelte del governo sulla modernizzazione digitale del paese dovrebbero essere competenti, disinteressate e orientate all’obiettivo definito dalla visione del governo. Questo aiuta a trovare dei criteri per sceglierle. Perché quelle persone si trovano tra coloro che, pur essendo competenti, non sgomitano sguaiatamente mettendo in giro voci sui loro prossimi incarichi, che non hanno un’agenda personale, che non hanno simpatie per particolari aziende che chiedono al governo facilitazioni e protezioni, che non fanno parte di grandi cordate di potere. E in questo settore, gli interessi sono enormi.

Utopia? In un piccolo acquario di squali come il nostro sistema politico, non è facile trovare la gente giusta. Perché la gente giusta non passa il tempo a farsi notare: lavora e se c’è l’occasione si limita a mandare un curriculum o a dichiarare una disponibilità. Poi aspetta con fiducia le scelte di chi decide. Se ha ragione o se sbaglia lo deciderà la saggezza di chi decide.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia

Matteo Renzi ha dato le sue priorità per le proposte italiane durante il semestre in relazione al digitale:
1. Mercato unico per il digitale e autorità unica per il digitale in Europa. E’ il primo punto nella proposta del governo italiano.
2. Ogni euro investito in infrastruttura digitale è fuori dai limiti. Perché è un investimento per il futuro.
3. Cybersecurity. Cooperazione tra governi e aziende.
4. Open government, open data, trasparenza. Per la democrazia.

Ma questo è per l’Europa. Renzi peraltro sottolinea che l’Italia deve cominciare a riformare sé stessa. La prima riforma è cambiare il sistema per rilanciare le opportunità per i giovani. L’Italia deve smettere di piangersi addosso. E il digitale è la dimensione che crea più opportunità per i giovani.

Neelie Kroes ha confermato che l’investimento nella modernizzazione digitale dovrebbe essere escluso dalle pur sacrosante limitazioni imposte dai vincoli di bilancio europei.

Ma nel caso del digitale, l’investimento non è solo uno strumento per la crescita, da ottenere in cambio della promessa di riforme strutturali. Nel caso del digitale l’investimento sull’architettura internettiana per la pubblica amministrazione e l’ecosistema italiano coincide con le riforme strutturali (come si diceva sul Sole).

E le regole? Jeremy Rifkin ha sottolineato che tutto questo non è possibile e non è generativo senza net neutrality.

Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive

“Si scrive Agenda digitale. Si legge posti di lavoro e competitività”. Parole di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane e, fino a qualche mese fa, commissario per l’Agenda digitale italiana. A partire da quell’esperienza ha scritto il libro “Lo Stato del digitale. Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa” che esce mentre l’Italia assume la guida semestrale del continente e mentre il governo italiano decide sulla direzione dell’Agenzia per l’Agenda digitale.

libro_caio Sulla base della sua esperienza, Caio è convinto che si possa arrivare a riformare il funzionamento dello Stato con conseguenze fondamentali in termini di risparmi, crescita, benessere, cittadinanza. Purché si cessi di lavorare per competenze separate, soluzioni non interoperabili, progetti di digitalizzazione dell’esistente. “La digitalizzazione è un’occasione unica e irripetibile per costruire uno Stato più friendly, più trasparente, agile, che cosa molto meno”.

In effetti è possibile ottenere migliori risultati con minori costi, soprattutto centrando i progetti sulle esigenze dei cittadini e non sulle procedure dell’amministrazione nate nell’epoca della carta, dei bolli e delle megastrutture burocratiche.

Le frontiere della ricostruzione digitale dello Stato sono molteplici in qualche caso fantasiose, di certo affascinanti: si parla di semplificare e qualificare i servizi a partire dal design dell’interfaccia, specialmente mobile; si parla delle forme con le quali le leggi possono essere tradotte in software che ne semplifichi l’implementazione (Francesco Sacco ne sta studiando alcuni casi); si parla e si opera intorno alla apertura dei dati pubblici e dell’organizzazione di hackathon per la costruzione di applicazioni che usino quei dati (la Camera ne ha già organizzata una); di progetta la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme pubbliche in chiave cloud anche per facilitare il riuso delle applicazioni sviluppate in alcune amministrazioni da parte di altre amministrazioni, e così via. Ma è solo uno dei contesti nei quali si opera per implementare l’agenda digitale, perché la pubblica amministrazione è un abilitatore, ma gli altri capitoli non sono meno importanti: per esempio, alfabetizzazione e digital skills, infrastrutture di connessione, filiere della ricerca e delle startup, e così via.

Caio ha obiettivamente accelerato alcuni processi strategici per l’agenda digitale italiana, concentrandosi su temi abilitanti (anagrafe, fatturazione, identità), puntando sulla standardizzazione e semplificazione strutturale, avvalendosi delle sue indubbie capacità manageriali, contando sull’appoggio del governo. Ha incontrato ostacoli accettandone alcuni e asfaltandone altri. Ma ha dato una direzione e un esempio di prassi. Ora il lavoro avviato va concluso e con una prospettiva più lunga di quella che aveva Caio deve allargarsi e approfondirsi. E’ il momento. I vincoli di bilancio possono essere dilatati solo in cambio di riforme strutturali e se queste coincidono con gli investimenti necessari a realizzarle, la strada diventa piuttosto chiara: la riforma digitale della pubblica amministrazione è una riforma strutturale ed è un investimento. In quel contesto, nessuno può giocare con i termini e con i soldi. I partner europei possono vedere il valore dei soldi che ammettono siano spesi. E gli italiani possono vedere crescita e miglioramento qualitativo della vita civica.

In tutto questo, un insegnamento di Caio è fondamentale. E con esso si chiude il libro: al centro della costruzione digitale occorre chi svolga la funzione dell’architetto.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

L’outsourcing della ragione

La Mu-Sigma è un’azienda da studiare (segnalazione di Euro Beinat). Si tratta di data scientist, matematici e ingegneri indiani che studiano i dati dei clienti, ne estraggono conoscenza e definiscono decisioni in condizioni complesse. Tipo decidere i prezzi dei biglietti delle compagnie aeree, individuare frodi in tempo reale e altro in chiave di data-driven decision making: una categoria di business che la Mu-Sigma ha praticamente definito. E il risultato è arrivato: 3000 data scientist lavorano per Mu-Sigma e l’azienda lavora per 125 delle prime 500 aziende della lista di Fortune.

Il fondatore Dhiraj Rajaram era un consulente per Booz Allen Hamilton, una grande società di consulenza, quando ha capito tre cose:

1. Learning was becoming much more important that knowing and Knowledge was becoming obsolete.
2. How people learn was becoming more inter-disciplinary
3. Extreme experimentation – throwing darts randomly and hoping to hit bulls eye

Ho l’impressione che un approfondimento dei white paper e delle attività di questa società sia un buon investimento di tempo.

Ricambio Euro con la segnalazione del Semeion.

Libia: in sei mesi fatta la prima piattaforma mobile per registrazione elettorale

Ci hanno messo sei mesi in venti usando solo strumenti opensource. E ora in Libia i cittadini si possono registrare con il cellulare per le elezioni. Il sistema consente a una famiglia con un cellulare di registrare più di un elettore e servire al riconoscimento delle l’identità. Storia fantastica soprattutto per il modo e il luogo in cui è avvenuta (TechPresident). Altrove ci avrebbero messo sei mesi a fare il capitolato, sei mesi a fare la gara, sei mesi a gestire i ricorsi, sei mesi a fare il lavoro e sei mesi a scoprire che non c’erano ancora i regolamenti d’attuazione… Ma si può imparare dalla Libia. I progetti di p.a. Non devono guardare alla tecnologia, ma al cittadino: partire dall’obiettivo, progettare pensando all’interfaccia, risparmiare e far presto anche a base di ‘opensource, realizzare la soluzione e adeguare di conseguenza i regolamenti.

Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Alla fine degli anni Novanta l’Italia era avanti nell’agenda digitale. Oggi è indietro come quasi nessun altro paese, come mostra lo scoreboard europeo. La responsabilità è principalmente di chi ha governato i primi dieci anni del Duemila. Ovviamente tante altre strutture ci hanno messo la loro quota di ignavia. Ma quei governi che vedevano solo la televisione non potevano certo dimostrare attenzione per la rete.

Da due anni a questa parte, si è tornato a parlare di agenda digitale. La migliore realizzazione in proposito, secondo me, resta la nuova legislazione a favore dell’ecosistema delle startup: è un inizio ma è un buon inizio (*). Poi si sono riattivati alcuni programmi relativi alla modernizzazione della pubblica amministrazione: fatturazione elettronica, anagrafe nazionale, identità digitale (**). In entrambe le questioni c’è moltissimo da fare in termini di diffusione delle opportunità e del senso delle innovazioni introdotte. Il primo tema è stato portato a termine e ora ha bisogno di essere sostenuto e interpretato negli ecosistemi territoriali. Il secondo tema deve essere ancora completato, ma le prime concretizzazioni stanno arrivando proprio in questi giorni (Sole).

Il fatto è dunque che gli italiani sono tornati a parlare di agenda digitale e che questo argomento è ormai visto come una parte integrante di qualunque policy orientata alla crescita e all’innovazione economica, alla modernizzazione della vita civile e alla rigenerazione della democrazia. Non è più un argomento da pionieri o visionari: è sotto gli occhi di tutti, anche se molti potrebbero essere più coerentemente decisi nel riconoscimento della qualità prioritaria di questa policy. Questo fatto ha innalzato le aspettative tra tutti coloro che ne capiscono l’importanza.

Le aspettative elevate, quando non sono realizzate producono grandi delusioni.

Le grandi delusioni producono scetticismo, cinismo, disfattismo e spesso disperazione. Alimentare le aspettative senza occuparsi di soddisfarle è una manipolazione concentrata su obiettivi di breve termine. Definire le aspettative ragionevoli e raggiungerle è una tattica di medio termine. Definire una grande visione, spiegare come si può raggiungere in un tempo congruo è una strategia di lungo termine che costruisce prospettiva e speranza.

La modernizzazione digitale del paese richiede una visione di livello grandioso. Assomiglia, se si vuole, alla modernizzazione ricercata con le riforme istituzionali e con la riforma della burocrazia. Riguarda le relazioni tra i cittadini e la pubblica amministrazione, conducendo le sue strutture verso una nuova trasparenza e apertura dei dati, un nuovo rispetto dei diritti e delle relazioni civiche, una nuova partecipazione, ma va oltre: riguarda l’intera filiera dell’innovazione dell’economia, la moltiplicazione delle opportunità di lavoro, la rigenerazione del sistema educativo, la qualità della vita nelle città, la connessione internazionale del paese, l’inclusione sociale, le politiche per le aree meno sviluppate del paese, l’efficienza della sanità, il sistema dell’informazione, la sharing economy e dunque la cultura della cooperazione e del volontariato, il turismo, l’automazione industriale, il commercio, le esportazioni, la cultura, e così via.

Questa visione va realizzata. E non potrà esserlo da un solo governo da una sola persona o da un solo ente. Deve diventare una prospettiva verso la quale si sviluppa una collaborazione duratura della maggior parte del paese, delle sue istituzioni, delle sue aziende, delle sue comunità. A questa visione, va data una roadmap, con tappe raggiungibili, miglioramenti visibili e sistemi di valutazione dei risultati. Occorre stabilire un’architettura duratura, curare gli standard e l’interoperabilità delle piattaforme e delle soluzioni, puntare prima di tutto sull’usabilità per i cittadini in un quadro nel quale vengono finalmente messi in secondo piano i capitolati perché al primo posto vengono gli obiettivi. E tutte le strutture chiamate a collaborare devono essere celebrate per il loro contributo.

Questo mondo delle tecnologie digitali in chiave pubblica, purtroppo, ha vissuto nell’incomprensione e in qualche caso nel disinteresse dell’informazione e della politica, sicché ha lasciato spazio per vocianti fuffaroli, fornitori meno che innovativi, pratiche orientate più ai capitolati che ai risultati e molte altre brutture. Ha lasciato spazio a campanili ideologici e gruppi di interesse. Ha creato soluzioni il cui scopo era spendere i soldi non risolvere problemi. E ha fatto anche molto di buono.

Ma l’atteggiamento, ora, ha bisogno di cambiare. In base a una visione orientata al lungo termine e a realizzazioni orientate alla ragionevole raggiungimento degli obiettivi, in una prospettiva concretamente grandiosa. Con umiltà, imparando dai migliori e qualche volta superandoli: spesso succede che quando l’Italia è un outsider, alla fine, si comporta bene.

Non so come si organizzerà ora l’Italia su questi temi. Si sa che l’attesa dell’imminente nomina del nuovo direttore dell’Agid può essere vista come una tappa per saperne di più. E credo che verrà operata insieme alla definizione di un quadro più ampio, anche perché quella nomina pur importantissima non basta a definire il senso e a garantire la realizzazione di quella visione di cui c’è bisogno. In molti daranno una mano, ne sono certo. Ciascuno come sa.

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(*) Disclaimer: ho fatto parte della task force che se n’è occupata per il Mise nel 2012. Forse questo mi rende meno obiettivo nel giudizio. Ma per la verità non credo.
(**) Ridisclaimer: ho dato una mano anche al gruppetto di persone che si sono occupate di agenda digitale sotto la guida di Francesco Caio per la presidenza del Consiglio nel 2013-14. In entrambi i casi si è trattato di attività svolte gratuitamente. Con il modesto orgoglio di un intellettuale indipendente.

Smart a Trieste – Appunti

Discussione sul termine “smart” nella prima sessione di State of the Net 2014. Google Trends dimostra che si tratta di un concetto sempre più utilizzato e dunque ricercato.

smartGT

Il primo picco nell’utilizzo è nel 2008, quando Obama fa campagna per una “digital smart grid” destinata a migliorare l’utilizzo dell’energia elettrica. E quando Sam Palmisano all’Ibm inaugura la campagna “smarter planet”. L’inizio del boom dell’uso del concetto di “smart” è dunque un inizio basato sulle pubbliche relazioni e le campagne promozionali. Ma contiene da subito il connotato fondamentale: è “smart” qualcosa che contiene le funzionalità consentite dal digitale e dunque ha le capacità abilitate dalla rete.

Da quel momento la ripresa di ricerche su Google del termine “smart” avviene con il rapimento di Elisabeth Smart nel 2011. Ma prosegue e cresce, almeno del 30% fino al 2013, grazie al fatto che l’idea di rendere “smart” qualcosa diventa un progetto diffuso: smart grid, smart city, smartphone… ci sono persino purtroppo smart weapons e addirittura una “smart Italy”. Insomma, il concetto supera i confini nei quali lo si userebbe se non si avesse una fiducia molto grande nelle potenzialità modernizzanti del digitale e della rete.

Ma “smart” non può essere soltanto un sinonimo di “digitale”. In inglese è un equivalemente di intelligente ma con qualche sfumatura speciale. È un po’ più “furbo” che ampiamente “intelligente”; contiene un elemento di “eleganza”, di “ironia” e soprattutto di “impertinenza”. Quando è applicato nel contesto dell’informatica sembra significare che il computer tende a sembrare umano, in un certo senso ripercorrendo le idee di Alan Turing. Ma nel contesto umanistico, come testimoniano le preoccupazioni espresse nel 1953 da Giuseppe Ungaretti, questo progresso della macchina fa pensare a un cambiamento parallelo del modo di pensare degli umani: mentre la macchina si avvicina all’umano, osserva Ungaretti, tende a superare ogni immaginazione umana. Per Ungaretti questo può rivelarsi una sfida gigantesca per il genere umano: se la forza della macchina supera l’immaginazione umana, allora gli umani tenderanno a pensare come la macchina. E sappiamo come in questo periodo altri condividano la stessa preoccupazione, resa particolarmente popolare da Nicholas Carr. Interessante osservare che mentre Carr sostiene che Google abbassa la nostra capacità di memorizzare e Simon Head in Mindless pensa che la parcellizzazione del lavoro resa possibile dalle tecnologie digitali peggiori la capacità mentale degli umani, Gary Small, neuroscienziato a Ucla, ha fatto notare che chi usa internet è in generale più capace di prendere sviluppare ragionamenti complessi.

Non si può immaginare che da questo dibattito si esca presto. Ma si possono proporre alcune indicazioni per discutere sul concetto di “smart” applicato a situazioni nelle quali si fa uso delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali.

Si parla di tecnologie digitali come abilitanti l'”intelligenza collettiva”. Ma l’intelligenza collettiva supera l’intelligenza individuale? Probabilmente si applica a situazioni differenti. E la discussione è ampia. Ma si può dire che una rete è “smart” se aiuta ognuno a superare i propri limiti.

Si parla di tecnologie digitali come soluzioni. Ma si può dire che quelle soluzioni possono essere “smart” solo se risolvono problemi intelligenti. L’efficienza non può essere da sola capace di qualificare una cosa come “smart”.

Forse è più probabile che una cosa digitale sia “smart” se è anche “sostenibile” e se è aperta per ulteriori miglioramenti. Perché una cosa digitale è “smart” se migliora condizioni della vita analogica. Se risponde alla scarsità di tempo e allo spiazzamento che viviamo nello spazio gigantesco che è stato creato dalla globalizzazione. Se migliora l’accesso alla conoscenza su come stanno le cose per tutti e se per esempio i big data che genera sono disponibili in modo aperto. Se facilita l’innovazione senza che chi la propone debba chiedere il permesso, come garantisce per esempio la net neutrality. Se rispetta l’equilibrio tra l’intelligenza collettiva e la libertà individuale di proteggere i dati personali e di esprimersi. Se aiuta la collaborazione in un contesto civico.

Evidentemente, in questo senso, una tecnologia digitale consente cose “smart” se è gli umani comprendono le macchine ma non pensano come le macchine. Ma si può anche aggiungere la tecnologia digitale più “smart” è probabilmente l’internet. Tutto il resto è applicazione e interpretazione.