Category innovazione

Digital Tamburi Talent. Si rafforza l’ecosistema delle startup

Digital Magics, Talent Garden e Tamburi Investment Partners hanno dato questa settimana un annuncio che può significare molto per l’ecosistema dell’innovazione italiano. Perché fa chiarezza strategica e alimenta di risorse finanziarie uno dei temi fondamentali per lo sviluppo italiano. E riesce a dare questa impressione proprio perché si spiega solo con una scelta coerente sul piano dei ruoli che gli attori coinvolti si accingono a giocare (Corriere, pdf).

L’ecosistema delle startup italiane non nasce dal nulla. L’economia italiana è tra quelle che sanno generare nuove imprese in quantità importante da sempre. Il problema è che quelle neoimprese non sono necessariamente innovative. Ma il sistema accelera solo se si sincronizza con la dinamica dell’innovazione pensando alle tecnologie digitali, alle nanotecnologie, alle biotecnologie, alla robotica, come abilitatori della crescita a partire dalle sue filiere più energiche: cioè almeno alimentare, arredamento, abbigliamento, automazione industriale, arte e turismo, oltre che probabilmente agli ambiti legati alla salute e al benessere. Questo non esaurisce la descrizione di una delle maggiori economie del pianeta ma certo sottolinea alcune filiere che possono fare abbastanza crescita e valore aggiunto da poter sostenere gli investimenti necessari all’innovazione. Quegli investimenti coinvolgono una quantità di soggetti – dalle università all’editoria, dalla pubblica amministrazione al sistema dei servizi di rete, bancari, consulenziali, e così via – la cui modernizzazione è di importanza enorme per tutti. Non ci vuole un genio per vedere che una parte fondamentale dell’innovazione può venire dall’insieme delle startup, digitali e non: e queste a loro volta possono fiorire in un contesto che le comprenda e valorizzi.

L’ecosistema delle startup innovative si sta facendo notare soprattutto negli ultimi anni, dopo la semplificazione legislativa avviata nel 2012. E oggi si calcola che riguardi oltre tremila imprese per 15mila addetti (Mise). Intorno a questo fenomeno si allarga la vicenda delle pmi innovative da una parte e dei professionisti freelance che lavorano per questo ecosistema e che alimentano di attività i luoghi del co-working e molte altre iniziative. Di certo, è un ecosistema molto nuovo e dunque non tutte le nicchie ecologiche sono abitate. In particolare la finanza pare particolarmente limitata, le startup disegnate per diventare giganti globali non abbondano, gli incubatori che ondeggiano tra il business immobiliare e quello finanziario non mancano, gli acceleratori dall’orizzonte più locale più che internazionale abbondano. Ma un ordine emergente ha bisogno di tempo in un ecosistema. E spesso ha bisogno di leader. Ce ne sono. Ora ce ne potrebbe essere uno in più.

L’aggregazione Digital Magics, Tamburi, Talent Garden potrebbe essere un leader con le spalle più grosse di quelle delle iniziative finora apparse all’orizzonte. E con un’idea moderna: innovare nella piattaforma, affidandone chiaramente lo sviluppo a Talent Garden; innovare nel business dell’accelerazione di impresa, chiarendo così il ruolo di Digital Magics; innovare nella quantità e qualità della finanza, contando sull’esperienza e la dimensione di Tamburi, che tra l’altro può fare da ponte con patrimoni ricchi ma finora poco propensi a investire nelle startup. È una semplificazione: ma questo genere di aggregato, con le idee chiare per ogni componente e con dimensioni significative nell’insieme, non si era visto finora. Sarà importante vedere all’opera il prodotto di questo accordo. Ma la spinta dimensionale e culturale che ne può venire fuori può essere molto importante.

Vedi il comunicato di Digital Magics (pdf) e la pagina su Talent Garden.

Shift happens. A work of disruption

Robert Reich, former Secretary of Labor in the Clinton administration, writes about disappearing jobs in the future (read his blog post). His thoughts develop the debate started by authors Erik Brynjolfsson and Andrew McAfee (The Second Machine Age). And described in Humans need not apply. We need to give more than a minute to this matter. Because opportunities will be found only if we change mindset.

Robert Reich, già ministro del Lavoro per Bill Clinton, scrive della prossima possibile scomparsa di molti posti di lavoro (ecco il suo post). Reich sviluppa un dibattito rilanciato da Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (The Second Machine Age). In linea con la descrizione proposta nel documentario Humans need not apply. Abbiamo bisogno di dedicare molta attenzione a questo tema. Se mai riusciremo a vedere questo fenomeno come un’opportunità sarà solo dopo aver acquisito un nuovo modo di pensare.

Perché adesso l’idea è che si lavora dunque si guadagna dunque si spende. Se non si lavora non si spende. Ma se ogni produzione, di oggetti e di servizi, dovesse passare a organizzazioni ad altissima concentrazione di capitale e bassissimo ricorso al lavoro, ci troveremmo nella condizione di aver molto da vendere e nessuno nelle condizioni di comprare.

Il fatto è che investendo capitale in robot e intelligenza artificiale e tecnologie di vario genere capaci di stampare prodotti, trasportare cose e persone in autonomia e di eseguire compiti professionalmente sofisticati (medicina, avvocatura, giornalismo sono già coinvolti nel processo) si sostituisce lavoro. Il valore aggiunto si sposta verso il capitale. E la concentrazione della ricchezza aumenta. Tutto questo si inserisce in un contesto nel quale già ora molte lavorazioni sono eseguite su piattaforme standard e grazie al lavoro degli utenti, con un grande risparmio di lavoro: Reich sottolinea come i 145mila lavoratori della Kodak si siano di fatto trovati a competere con i 13 lavoratori di Instagram. E abbiano perso. Reich sostiene che tutta questa concentrazione della ricchezza richiede un ripensamento della politica di redistribuzione del reddito. Non è chiaro se questa sia una strada praticabile. Ma è chiaro che a questo tema va dedicata la massima attenzione. L’allarme non serve a nulla: la progettazione però deve tener conto della realtà in movimento rapido che contraddistingue l’attuale accelerazione della dinamica evolutiva della tecnologia e della finanza.

ps. Se non l’avete visto questo concerto è fatto con un ologramma e musica creata da un computer.. In Giappone cinque anni fa…

Un paio d’anni dopo era già così.

E nel 2013 a quanto pare era così.

Un lavoro dal futuro

Un grande testo può fare un buon documentario. Humans need not apply è stato visto milioni di volte. Ma per tutti è una finestra sul futuro. E invita a pensarci, per non farsi trovare impreparati.

Internet of things e smart city

Gartner dice che gli oggetti intelligenti connessi alla rete sono 4 miliardi e diventeranno 25 miliardi per il 2020 – (Gartner). Di questi oggetti, 10 miliardi saranno collegati a progetti di smart city.

Increasing urbanisation is putting unprecedented pressure on city mayors to constantly balance the challenge of resource constraints against environmental sustainability concerns. Gartner, Inc. estimates that 1.1 billion connected things will be used by smart cities in 2015, rising to 9.7 billion by 2020.
 
Smart homes and smart commercial buildings will represent 45 per cent of total connected things in use in 2015, due to investment and service opportunity, and Gartner estimates that this will rise to 81 per cent by 2020. “Smart cities represent a great revenue opportunity for technology and services providers (TSPs), but providers need to start to plan, engage and position their offerings now,” said Bettina Tratz-Ryan, research vice president at Gartner.
 
Gartner defines a smart city as an urbanised area where multiple sectors cooperate to achieve sustainable outcomes through the analysis of contextual, real-time information shared among sector-specific information and operational technology systems.

Talent worth spreading

Talent worth spreading ovviamente ricorda il claim di TED. E tenta di trovare un nuovo format per mettere in relazione la domanda e l’offerta di lavoro di qualità – (Startupper)

Nessuno si abbona a un modem: il piano ultrabanda ha bisogno di una marcia in più

Nelle infrastrutture strategiche, quelle che abilitano iniziative, imprese, occupazione, crescita, l’offerta viene prima della domanda. Ma se la politica non ha abbastanza forza per imporre la costruzione delle infrastrutture e deve coinvolgere i privati, occorre che il suo piano per costruire l’offerta contenga una precisa idea della domanda. Che poi si deve configurare come fatturato per chi costruisce le infrastrutture. Nel caso della banda larga siamo in questa situazione e, anche se è vero che l’offerta crea la domanda, occorre fare un passo in più. Altrimenti tutto l’ottimismo che stiamo giustamente implicando in questo piano rischia di trasformarsi nel più classico cinismo. Facciamo due ipotesi.

Prima ipotesi

La discussione sul piano banda ultralarga sembra un labirinto estenuante da tanto tempo. Il labirinto si affronta guardandolo dall’esterno. E’ un labirinto di specchi nel quale i pregiudizi si sprecano, le persone si confrontano con quello che credono invece che con i dati, le organizzazioni sembrano votate soltanto a fare i propri interessi immaginandoli come gli interessi del paese. I sistemi di specchi sono costruiti intorno ad alcune narrazioni che se non vengono decodificate ingabbiano l’immaginazione e la capacità di decisione.

Le narrazioni alternative (narrazioni dunque non spiegazioni o descrizioni della realtà, ma proxy caricaturali e insufficienti della realtà, tali da soddisfare i pregiudizi di chi le fa proprie):
1. Il governo regola troppo. E’ dirigista. Non lascia al mercato la valutazione della convenienza delle scelte. Non consente la libera espressione dell’innovazione. In questo modo impedisce ai tecnici di fare il loro mestiere, alle imprese di fare il giusto profitto con i loro investimenti, ai cittadini di ottenere la necessaria modernizzazione.
2. L’incumbent indebitato non vuole mettere a rischio il valore di libro della sua vecchia rete e per questo frena l’innovazione e mette paletti di ogni genere per impedire l’espansione della rete in fibra. Tenta di dimostrare che ingegneristicamente farà la rete con i suoi tempi. Ma dichiara che in mancanza di domanda non si impegnerà troppo ad accelerare. Intanto i suoi concorrenti non fanno altro che aspettare di vedere se le regole li favoriscono o no.
3. I cittadini sono ignoranti e non dimostrano di avere alcun interesse nella banda ultralarga. Non pagheranno per averla molto di più di quanto pagano per avere quello che hanno ora. E comunque sono vecchi, sono poveri, non hanno cultura, non leggono. Sono conservatori.
4. Le lobby della televisione, gli editori, le imprese tradizionali, i burocrati, i taxisti e tutte le categorie che giocano su rendite di posizione si oppongono sordamente a internet e alla disintermediazione che la rete produce. Le imprese innovative italiane sono piccole e creano poca occupazione.
5. Internet va a vantaggio delle piattaforme americane che sfruttano l’Europa e vanno frenate. E poi su internet non ci sono altro che banditi, pedofili, cyberbulli, evasori fiscali. Non si vede perché impegnarsi tanto nella costruzione dell’ultrabanda. E poi abbiamo già i telefonini, no?

Ripeto che queste caricature non descrivono la realtà. Ma alla fine costruiscono mondi di pregiudizi nei quali il senso si perde, la conoscenza empirica è soffocata, la discussione costruttiva è del tutto impraticabile.

Denunciare queste narrazioni è un obbligo. Ma come superarle?

Seconda ipotesi

Nessuno si abbona a un modem. I consumatori e le imprese non comprano accessi a cavi. E’ anche per questo che la discussione sul fine tuning del piano banda ultralarga sembra un labirinto estenuante da tanto tempo. Eppure i casi che dimostrano che le nuove infrastrutture possono essere attraenti non mancano. Vediamo, nonostante le imprecisioni che cosa è successo in passato in un paio di occasioni.

La tv a pagamento, trent’anni fa, sembrava impossibile. Sky è un successo. Non è nata vendendo un decoder e una parabola satellitare, ma proponendo un’attività editoriale che intercettava una domanda di informazione e divertimento. La gente ha pagato. Ora se Sky si sposterà sulla banda larga ne diventerà un motivo d’acquisto. Purché la banda sia sufficiente. Se ci fossero n Sky, cioè n precisi servizi che intercettano una domanda, l’abbonamento alla banda larga verrebbe organicamente sviluppato. E ci sono: sappiamo di Netflix che bussa, sappiamo delle possibilità di sviluppo di tv indipendenti, conosciamo meno le potenzialità enormi dell’ecommerce per i venditori italiani, potremmo imparare il valore dell’accesso alle migliori università del pianeta, facilità di accesso alle informazioni di ogni genere, miglioramento della sicurezza della casa, vere riunioni in video superfacili, call center di livello qualitativo superiore… Ma ognuna di queste cose è una idea di business tutta da sviluppare, un brand tutto da costruire, una facilità di comprensione tutta da dimostrare. Deve essere possibile per gli imprenditori che inventano queste soluzioni pianificare sapendo in quali mercati avranno quali velocità di accesso, quali difficoltà burocratiche e fiscali, quali muri di gomma. Qualcosa si fa ovviamente. Mica siamo a zero. Ma le telco sono al loro servizio o hanno il retropensiero di voler sfruttare questi “ott” nascenti o sviluppati?

All’inizio del millennio le telco non solo non sono state pagate dallo stato per fare reti mobili a “larga banda” (quella che allora era larga banda mobile, umts) ma hanno pagato lo stato per farle. Sapevano che ci sarebbe stata domanda, in Italia, per telefonini più “fighi”. Perché quelle erano tecnologie attraenti di per sé, mica erano dei modem. Perché erano mobili e la gente pagava volentieri. Nessuno sapeva che poi su quelle reti e in un certo senso in opposizione ai servizi a valore aggiunto dei telco sarebbe approdata l’internet mobile, attraverso l’invenzione degli smartphone. Oggetti di design divenuti protesi insostituibili e irrinunciabili per il cervello di chi le usa. Le reti mobili sono state fatte senza tante storie perché portavano tecnologie affascinanti, perché avevano un valore d’uso vero: la connessione nella rete sociale. Che ha sostituito il telefono fisso in modo sempre più chiaro.

La banda larga fissa va controcorrente rispetto allo sviluppo del mobile e non si presenta come un servizio preciso ma come un abilitatore di una quantità di servizi. E’ ovviamente fondamentale se davvero è molto più potente e molto meno costosa della rete mobile. Ma questo è un valore tecnico. Occorre dipanarlo come valore di fascinazione. Perché alla fine per ripagare le nuove reti occorrerebbe che i consumatori fossero disposti a pagare nuovi prezzi.

Terza ipotesi

L’alternativa a questo insieme di tentativi di trovare un è una forte spinta nella domanda è quella di spingere l’offerta con una politica fatta di tanti soldi e poche regole forti e precise. Oppure una politica davvero sapiente dal punto di vista dell’incentivazione dei telco a fare le loro reti. Oppure un sistema di imprese che comprendono davvero la loro convenienza per il lungo termine. Nella convinzione – probabilmente corretta – che la domanda verrà quando le case e soprattutto le imprese saranno davvero superconnesse. Purché contemporaneamente si lavori sui diritti umani in rete, per coltivare una visione critica del fenomeno e dunque sostenere una cultura dell’innovazione non una cultura del consumo di rete. Il fisso su questo piano è più forte del mobile.

Ecco perché serve entrare nel labirinto della discussione sulla banda larga. E serve uscirne, senza stancarsi di cercare una soluzione. Perché quella convinzione secondo la quale dato un paese davvero ben connesso segue crescita, occupazione e innovazione è realistica. Imho.

Oggi Andrea Guerra sul Sole ha detto che ci vorranno alcune settimane e si saprà come funzionerà il piano. Sarebbe bello sapere come avverranno le discussioni tra i pubblici e i privati. Per capire se verranno fatte a suon di pregiudizi narrativi sui giornali o nello spirito di arrivare a una soluzione.

Legislation overload

Il disegno di legge sul cyberbullismo. Il piano ultrabanda e crescita digitale. L’orientamento antineutralità che viaggia alla Commissione. Il blocco dell’iva ridotta sugli ebook. Tanta roba, Solo negli ultimi giorni: bisogna andare a leggere bene per farsi un’idea critica. Di certo non bastano i titoli e i tweet. I vari sistemi di strategia della distrazione e disinformazione che si sviluppano attorno alla rete, ai diritti umani in rete, al potere sulla rete, ai soldi che si fanno in rete, sono ipertrofici e facilitati dalle difficoltà tecniche delle materie. Come un’information overload c’è un legislation rumors overload nel digitale. E anche qui occorre rispondere facendo innovazione.

Occhiali, design Luxottica, tecnologia Google, Intel

Finalmente prende corpo il rapporto Di Luxottica con la tecnologia: design Lucottica, tecnologia Google e Intel (Prima). Ha senso per tutti. Finora il design dei Glass non faceva venire voglia di indossarli.

Vedi anche:

Google e Luxottica
Google Glass – il prodotto, una sfida (aprile 2013)
Google Glass. L’occhialeria italiana ci pensa? (marzo 2013). Da leggere i commenti.

Forte piano banda larga. Alla prova del futuro

Il piano per portare l’Italia nel mondo sviluppato e decentemente connesso con la banda ultralarga è passato al Consiglio dei Ministri di ieri, rimandando l’idea del servizio universale a 30mega. Il testo è da leggere (pdf).

Si tratta di arrivare a 100mega per metà abbonati entri il 2020 e dare agli altri la possibilità di abbonarsi a 30mega. Oggi solo l’1% va a 100mega e la media dei collegamenti sta tra i 5 e i 9 mega, a seconda delle fonti delle stime. Quindi il piano è ambizioso.

Usando le parole di Vint Cerf, quando descrive l’idea di fondo con la quale è stata progettata l’internet originaria, il piano dice di volere arrivare a un’infrastruttura “a prova di futuro”. Sarebbe una novità assoluta per l’Italia che di solito sceglie la strada di fare le cose all’ultimo momento senza anticipare gli sviluppi successivi e rimandando le scelte più lungimiranti. Ma è un’affermazione da verificare.

Giustamente il piano è agnostico sulle tecnologie, anche se a leggere bene, preferisce la fibra (e come dar torto agli estensori?). Inoltre vuole essere inclusivo anche se la questione del servizio universale a 30mega è stata rimandata. Il fatto è che il piano è ambizioso ma tenta anche di essere realistico e di tener conto delle esigenze degli operatori che, potranno contare su oltre 6 miliardi di investimenti pubblici ma dovranno metterne a loro volta altrettanti per raggiungere gli obiettivi del piano.

A questo proposito le esigenze di Telecom Italia, giustificate dalle esigenze finanziarie del gigante ultraindebitato, sono di fatto il principale problema che mette il piano nelle condizioni di dover sncora dimostrare se sarà capace di vincere la prova del futuro.

Nel piano c’è chiara l’immagine di che cosa ci si aspetta, senza imporre nulla, dagli operatori: che si adattino a prtecipare a una nuova entità pubblico-privata con nessun operatore in maggioranza assoluta, che costruisce la nuova rete collocando la fibra accanto al doppino. Il piano si direbbe immagina una sovrapposizione graduale di tecnologie fino al fatale ma non cogentemente previsto abbandono del doppino e al passaggio definitivo alla fibra. Le alternative ci sono, ma questa ipotesi ha il vantaggio di ridurre la probabilità che gli operatori costruiscano diverse reti nelle aree ricche del paese e abbandonino a sé stesse le aree povere. Un coordinamento che minimizzerebbe gli sprechi di investimenti e il digital divide fisico.

Si metteranno d’accordo Telecom, Vodafone, Metroweb, Cassa depositi e prestiti, operatori e autorità regionali, governo e tutti gli altri soggetti coinvolti? A leggere il piano crescita digitale (pdf) ne varrebbe la pena per il paese. Ma gli interessi di tutte le botteghe e le ditte saranno in gioco in una trattativa che potrebbe rivelarsi infinita. A meno che questa volta il governo non riesca a imporre un ritmo serrato alla discussione: con un handycap, perché chi gioca a rimandare, facendo melina e catenaccio, vince anche se pareggia… Sarebbe un’ennesima intollerabile occasione persa.

Vedi anche
Aspettando il piano

Sommessamente aspettando il piano banda larga del 3 marzo

Il 3 marzo arriverà dunque al Consiglio dei Ministri il piano banda larga (Reuters). È un piano, non una legge e tantomeno un decreto. Serve a coordinare gli sforzi dello Stato e dei privati per arrivare a portare i 100mbps al 50% della popolazione entro il 2020 e a portare almeno i 30mbps dove il mercato non si sogna di andare. Le compagnie da sole non ci arrivano perché, dicono sempre, non vedono la domanda. Ma la politica può permettersi di seguire la logica secondo la quale l’offerta crea la domanda e investire crea sviluppo, specialmente nelle infrastrutture strategiche: sicché a quanto pare lo Stato investirà circa 6 miliardi. E ha già deciso il credito d’imposta sul 50% degli investimenti nel settore con lo “sblocca Italia” (una cosa tipo 200-250 milioni: art. 6).

Essendo un piano dovrebbe essere poi portato avanti. In proposito, si è notata una certa fibrillazione sui giornali di oggi, in mancanza di una chiara idea su chi farà cosa. Telecom Italia, Vodafone, Metroweb, Cassa depositi e prestiti, sono potenzialmente coinvolte, insieme al governo. I limiti posti dalle regole europee sugli aiuti di stato e cose simili sono chiari e gli aiuti di Stato dovranno andare a tutte le attività che il mercato non farebbe da solo (tipo portare a 100 la banda dove i privati si limiterebbero a 30, o portare i 30 dove nessuno metterebbe niente…). Le imprese dovrebbero trovare un loro interesse a realizzare l’infrastruttura e non si può pretendere di vedere delle aziende private andare contro i loro interessi e anzi si può immaginare che le aziende private tentino di massimizzare i vantaggi che potranno cogliere realizzando eventualmente questo importante progetto. Il problema è il 2020: magari con i suoi tempi la Telecom Italia ci arriverebbe prima o poi, senza indurre gli analisti finanziari – dal cui giudizio dipende in parte il costo dei suoi debiti – a pensare che la sua rete in rame venga svalutata troppo presto. D’altra parte, un minimo di raziocinio non può che far pensare che se la Telecom Italia non fa la banda larga perderà efficienza e valore comunque. Il problema è il 2020: questo dà alla Telecom il potere di dire di no se non vede bene il suo vantaggio e dà al governo il potere di cercare altre strade se la Telecom non collabora abbastanza. Già ma quali altre strade? Non è proprio detto che lo si capisca con il piano del 3 marzo. Ma di certo Metroweb fa parte di ogni possibile strada.

Non si può non osservare che se la Telecom non fosse stata bloccata per tre lustri dalle conseguenze finanziarie dell’acquisizione a debito dei “capitani coraggiosi” (o meglio scoraggianti) e dalle successive ondate di sfruttamento dei suoi asset, forse la storia delle telecomunicazioni italiane sarebbe diversa: in fondo negli anni Novanta non eravamo indietro come oggi.

Proprio per questo occorre una politica chiara e forte. Il piano sarà tanto più importante quanto più, nell’interesse degli italiani, sarà fatto di due elementi: visione e realizzazione, uno da solo non basta. Una politica oscura e ignorante in materia ci ha portato dove siamo, in coda alla classifica europea: non è un problema solo dei consumatori che non vedono Netflix, è un enorme e crescente problema per le aziende, per la scuola, per la sanità, per la pubblica amministrazione.

Quindi che cosa succederà? Può darsi che qualcuno al governo pensi di poter fare a meno di Telecom Italia e che a Telecom Italia qualcuno pensi di poter bloccare il governo: il primo pensiero è irrealistico e dopo il 3 marzo anche il secondo potrebbe finalmente uscire dalla realtà. Quindi l’unica strada è trovare un accordo sensato: governo, Telecom Italia, Metroweb, Vodafone, altri operatori, le compagnie regionali, persino Google, dovranno mettersi d’accordo per forza con le risorse che ci sono e con gli obiettivi che ci sono. Questo in fondo, mi pare di capire è l’unico piano. E più si stringono i gradi di libertà più è probabile che ci si riesca.

È così: non riusciamo a fare le cose per tempo, dobbiamo sempre essere costretti dalle circostanze a deciderci perché non riusciamo ad agire se non quando è quasi troppo tardi.

ps. Ma occhio: se dovesse mai entrare in confusione questa storia con quella di RaiWay con la proposta Mediaset e la ventilata entrata in campo anche lì di Telecom Italia, finiremmo per preparare un altro problema melmoso.

La Napoli sotterranea dell’innovazione può emergere

La serietà di livello internazionale dell’innovazione che si fa all’Stm di Arzano, la forza d’attrazione della Città della Scienza di Bagnoli, la qualità connettiva del programma Neapolis innovation, la pragmaticità di alcune startup del territorio, i bottoni elettronici della Bluesquare e le soluzioni anti-contraffazione della Gep, il contributo di Enea, Cnr, università, Comau e altri sono i fatti che emergono dalla Napoli sotterranea dell’innovazione. Sotterranea solo perché sovrastata dalla quantità di informazioni che riguardano i problemi della vita quotidiana nella città. Ma molto disponibili a venire fuori: basta ascoltare.

st-nòva-napoli

Questi sono appunti da una grande giornata passata al centro di Design della Stm di Arzano. Il linguaggio è dovuto alla fretta. Si elencano alcuni importanti centri di innovazione del territorio campano che nell’insieme tratteggiano un’impressione che forse sorprende chi non conosca la qualità della ricerca e della tecnologia che si sviluppa in questo ecosistema. Forse altri tipi di notizie sono soverchianti. Ma di certo la popolazione sente che tutto questo è importante, come ha dimostrato la reazione di solidarietà generalizzata seguita all’incendio – quasi certamente doloso – alla Città della Scienza. Connettere meglio questi centri e alimentare l’informazione sui loro percorsi è fondamentale. Un contributo può venire dall’iniziativa NòvaGrant. Oggi sei candidati si sono presentati alla selezione. Una scelta difficilissima dovrà essere fatta.

Ecco di che cosa si è parlato

Centro design Stm. Presentate soluzioni per migliorare i navigatori per auto gestendo più efficientemente i collegamenti con i segnali satellitari anche negli urban canyon. E sviluppi sui microcontrollori per sicurizzare identità digitale con soluzioni di crittografia applicata (algoritmi noti applicati a problemi giganteschi). I ricercatori di Arzano lavorano ogni giorno in collaborazione con i loro colleghi in mezzo mondo. IL centro brevetta algoritmi, sperimenta soluzioni, collabora con il territorio.

Città della scienza. Dopo l’incendio – giusto due anni fa – alla parte espositiva la Fondazione ha ricevuto una solidarietà straordinaria e ha accelerato gli sviluppi nell’incubatore, nelle attività congressuali, nel fab-lab e ha intensificato il suo lavoro di connessione con università e Cnr per progetti europei e non solo. Nell’incubatore tra l’altro la BeApp di Enjinia, 3D Factory che si occupa di disegnare e realizzare oggetti usando con buona sensibilità strategica la produzione additiva. E naturalmente ci sono le iniziative per le scuole e per gli educatori.

Università di Napoli ha presentato Neapolis innovation un programma che connette grandi aziende, pmi, università, per progetti di microelettronica, con tesi e tirocinio presso le aziende per favorire l’educazione di studenti più pronti per confrontarsi col mondo del lavoro una volta laureati. Con attività di ricerca che hanno portato a dieci brevetti. E l’obiettivo di immaginare le applicazioni delle tecnologie IoT.

Wall-T Protom Group ha mostrato una tecnologia di realtà immersiva per interagire coi sistemi attraverso i movimenti del corpo: bambini con difficoltà psicomotorie imparano con realtà immersiva in software a base di gaming; beni culturali fruibili in digitale; applicazioni industriali per ridurre il time to market a partire dalla progettazione e coprogettazione. Per il marketing: camerini virtuali per vedere un abito o i cataloghi in una condizione più coinvolgente. Laboratori virtuali per educazione interattiva. Studio di supporti indossabili per non avere troppi device complicati.

Skaramacay ha raccontato delle sue iniziative ad alto impatto visivo: arte del corpo in movimento con “docudanza”, messaggi sociali sulla legalità, nuove tecnologie applicate al corpo umano.

Bluesquare bottoni per l’abbigliamento dotati di componenti elettronici: che servono a interagire col gps, a contare i passi e le pulsazioni, a comunicare. Insomma, bottoni da indossare funzionalizzati

Dp control ha presentato le sue soluzioni per la visione artificiale.

Gep produce soluzioni per la sicurezza nella bigliettazione elettronica (e passaporto elettronico). Lavora con Arjowiggins (carta per banconote). Sviluppa soluzioni per carta con microprocessore (ha lavorato per i mondiali di calcio in Brasile per esempio: biglietti con il chip all’interno e ispezione agli stadi hanno consentito di trovare 12mila biglietti falsi e bloccarli all’ingresso)

SpinVector è una startup che si occupa di mobile gaming, (partner samsung), tecnologie immersive (sala olografica clienti musei oculus con tracciamento e sovrapposizione di visione reale e virtuale)

Enea ha mostrato i suoi sensori per qualità dell’aria (monica) leggibile con smartphone; nasi elettronici per aeronautica (per monitorare integrità delle parti di aereo incollate); sensori chimici a base di grafene. Gestione di servizi idrici integrati (chiusino intelligente, per controllare ambiente e vedere se ci sono immissioni abusive nella rete fognaria). Miglioramenti nella tecnologia dell’energia fotovoltaica.

Comau, che si occupa di robotica per il gruppo Fca (ex Fiat), progetta robot con braccio umanoide per trasporto di componenti per la produzione, con occhi e sistemi tattili (una Panda si produce in 9 secondi).

Imast si occupa di materiali compositi avanzati con applicazioni in molti campi auto aero navale ecc (un quarto studi italiani sul materiali compositi viene da Campania). Supervisione boeing nuovo materiale per fusoliera per ridurre rumore per passeggero con riduzione di peso dell’aereo. Auto riduzione co2 riducendo peso auto con materiali compositi per carrozzeria o sistemi multifunzionali sensoristica. Navale adesivo per assemblaggio piscine sulle navi. Ferrovie paraurti di tram urbano con materiale termoplastico che tutela il pedone in caso di urto accidentale. Farmaceutica rilascio controllato di farmaci a base nanotecnologia.

Cnr a Napoli 20 istituti da scienze esatte a filosofia. Istituto ricerca di frontiera che arriva ad applicazioni impreviste, fotonica misurare la luce su scala micrometrica. Carico termico su chip enorme ma fotonica potrà risolvere con interconnessioni ottiche. Luce al posto di segnali elettrici. Sicurezza sensori microscopi accomunati da ottica materiale che devia la luce in modo che il materiale sembri invisibile facendo deviare la luce oltre il materiale; oppure intrappolare la luce celle fotovoltaiche più efficienti; diatomee alghe unicellulari che producono 25% dell’ossigeno che c’è sulla terra, intrappolano la luce, imparare da natura. Diatomee come lente per vedere organelli nelle cellule per supermicroscopi biologico-basati; fotoni gemelli che cambiano stato a distanza, crittografia quantistica (fotonica in silicio su chip); capacità di leggere i papiri di Ercolano ridotti a pezzi di carbone non srotolabili con ottica e tomografia (contengono filosofia epicurea).

Questi sono appunti da una grande giornata passata al centro di Design della Stm di Arzano. Il linguaggio è dovuto alla fretta.

Net neutrality. E ora tocca all’Europa

Tom Wheeler, capo della Fcc, ha deciso di entrare in campo per la net neutrality e di regolare i servizi di accesso a internet come una utility pubblica. E’ la premessa per salvaguardare la neutralità della rete e impedire alle compagnie telefoniche di separare internet in due tronconi discriminando i dati e le informazioni che circolano in rete. Ora tocca all’Europa parlare. Le lobby con interessi alternativi sono al lavoro. In America, però, hanno parlato anche quasi 4 milioni di cittadini, preoccupati di perdere la rete libera e aperta che hanno sempre conosciuto. E questo ha cambiato la percezione politica della questione. In Europa appare ancora come un fatto tecnico: non lo è. (NyTimes)

Vedi anche:
Domani un po’ di chiarezza sulla net neutrality europea. Intanto un po’ di immaginazione
Digitale europeo, neutralità e investimenti nella rete
Altroconsumo e net neutrality
Wow. Grazie Presidente: chiaro e forte. Internet è net neutrality
I repubblicani e la net neutrality
EFF: sosteniamo la net neutrality
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità

Architettura dell’informazione. Appunti

A Bologna per la giornata mondiale dell’informazione promossa dall’Information Architecture Institute.

Elizabeth Buie attacca sui sistemi di informazione pubblici. Fanno venire voglia di essere usati? L’usabilità è argomento sottovalutato. L’esperienza utente è un tema di ricerca poco indagato. Rendere più efficiente il servizio pubblico e incoraggiare i cittadini a servirsi della rete sono obiettivi convergenti: in Uk il pubblico preferisce usare i servizi online piuttosto che andare agli uffici fisici (sono facili da usare, garantiscono privacy e inclusione, parlano a tutto tondo di offerta di servizi, informazioni interessanti, processo di costruzione delle decisioni pubbliche, accesso semplice e usabile alle leggi). Il progetto giusto attira gli utenti e invoglia i funzionari pubblici a lavorare bene. Tutto questo è ricerca della felicità, dice Buie: «e quando siamo felici siamo più produttivi». Se vuoi aumentare l’efficienza dei servizi pubblici devi aumentare la felicità dei funzionari pubblici.

Il libro di Buie è “Usability in government systems. User experience design for citizens and public servants“.

Alessandro Piana Bianco di Fjord Milano: semplicità nel settore bancario. Usabilità e felicità nel settore bancario sembra un argomento fuori di testa. La digitalizzazione nel settore bancario è stata fatta precocemente ma non per il pubblico, per i funzionari. E non è stata ridisegnata quando è stata aperta agli utenti. In generale non si pensa in nome dell’utente finale: wow effect, storytelling, aggregazione intelligente e comoda dei dati, mobile centric design… Non costa molto: occorre solo pensarci.

È una questione di quadro mentale. Non si digitalizza la procedura di chi produce il servizio, ma si tenta di pensare a chi usa il servizio. In un processo pragmatico di miglioramento continuo.

Secondo Piana Bianco il problema è che una persona umana che entra in ufficio si trasforma e dimentica le qualità che lo rendono umano: affetti, felicità, bellezza.. Il cambiamento avviene se progettando pensiamo alla storia dell’utente quando usa il servizio. «Le banche studiano attentamente quello che fanno le altre banche. Ma l’innovazione – e la concorrenza – viene da altrove: grande distribuzione, uber e airbnb.. Tocca a chi si occupa di service design e user experience fare cambiare il modo di guardare alle cose.

Tommaso Monaldi e Andrea Santi, gruppo Loccioni. Due chilometri di futuro. Un mondo di senso nel quale acquista valore un lavoro di gestione e innovazione del trattamento dell’innovazione. “Trasformiamo i dati in valore”. Il tema di ricerca è l’interfaccia tra il dato e la sua visualizzazione. La pratica diventa la cocreazione tra produttore e cliente. Clienti ci hanno detto: vogliamo arrivare a questo livello tra tre anni e voi aiutateci a riuscirci. (Si va realizzando il forward looking procurement un sistrma per condividere una sfida comune).

Paolo Scarabelli e Gabriele Molari, Tetrapak. Un’azienda che ha innovato creandosi uno spazio di vantaggio che ha motivato il suo continuo sviluppo. Come andare avanti. Difficile fare previsioni. Ma si possono, dicono a Tetrapak, studiare i grandi trend tecnologici: mobilità, automazione, internet of things (pacchetti come portatori di informazione), cloud, robotica. Siamo di fronte alla quarta rivoluzione industriale: le macchine parlano tra loro, imparano, diventano autonome dagli umani. La produzione si distribuisce nel territorio mentre la richiesta dei consumatori sembra essere orientata alla personalizzazione. Se si riducono gli occupati nell’industria si riduce anche il numero dei consumatori. Alcuni lavori sono spariti. I fattori esponenziali a un certo punto sembrano andare fuori controllo. Una soluzione sta nell’innovazione nell’interazione tra l’umano e l’automatico. È compito degli architetti dell’informazione affrontare il problrma e pensare scenari sostenibili. Si passa da strumenti intelligenti a sistemi intelligenti e alle decisioni intelligenti. Per arrivare alla trasformazione del lavoro. Distribuzione è al centro di questa trasformazione, dicono a Tetrapak, con una catena del valore che si scioglie in una serie di touch point. Disruption (esponenziale), smart management of the ecosystem (non più verticals), abbondanza (grandi opportunità), culture and know how (diffusione della conoscenza), ride the transformation. E dunque? La confezione deve essere compda per il consumatore, deve essere un enabler per il produttore e adatta al distributore. Si pensa l’innovazione pensando all’insieme dell’ecosistema del valore.

Italo Marconi, UbiquityLab. Conseguenze etiche e politiche dell’architettura dell’informazione. Progettare la felicità? Marconi cita Layard e Bentham. La felicità e diventata un progetto pubblico. Muratori. La dichiarazione di indipendenza americana. Ha una tradizione nella letteratura utopistica. L’idea di progettare la felicità non equivale a creare spazi nei quali le persone siano “spinte” ad accettare un’idea di felicità, perché questa resta un tema personale. De architectura, Vitruvio, pone il tema dell’etica dell’architetto. Il giuramento di Vitruvio suggerito da Settis l’ha riportato ancora una volta alla luce. Marconi cita Renzo Piano, Fernand Braudel, Mario Cucinella. Morville: etica dell’architettura dell’informazione (un libro in pdf). Marconi parla di generazione di significato come compito dell’architetto dell’informazione. Allude di passaggio all’epistemologia (va per accenni, come si vede da questi appunti, perché non ha tempo col pranzo incombente e il programma in ritardo), cita due euristiche (non fare male, coltiva lo human flourishing). Siamo una comunità epistemica, dice Marconi. Non dobbiamo occuparci di felicità ma di benessere. L’architettura dell’informazione si prende cura dei bisogni degli utenti e dei diritti delle persone. Prendersi cura è l’etica dell’architetto. Luigina Mortari, Filosofia della cura, Cortina.

Conclusioni. Dovrò tirare le somme, dicono gli organizzatori. Parlando, chiedono, di economia. Che dirò? Ecco altri appunti su architettura dell’informazione dunque informazione e architettura.

Informazione

Domanda: «Nella società dell’informazione vale di più il denaro o l’informazione?». Risposta di Bill Gates: «Il denaro è una forma di informazione». Già ma come cambia il ruolo dell’informazione? Claude Shannon distingueva tra l’informazione e il suo senso. La ricerca sull’interfaccia ha portato alla convergenza di informazione e significato. E solo allora la tecnologia digitale ha cominciato a esplodere. E ha influito sul successo dell’economia della conoscenza: il valore si concentra sull’immateriale

Il mezzo dello scambio di valore non scompare: è un oggetto, un luogo, un’interfaccia; ciò che ha valore è un servizio fatto di informazione, conoscenza, ricerca, immagine, design.. senso. Tutto si comprende guardando ai fatti immersi in un genere di esperienza che un tempo avremmo chiamato media. È possibile che ogni business stia cercando di assomigliare editoria?

Se così fosse la vecchia scarsità (lo spazio fisico che trasmetteva l’informazione controllato dall’editore) ha lasciato il posto alle nuove scarsità (tempo, attenzione, riconoscimento della rilevanza da prte del pubblico). Il valore si realizza non più nel momento della produzione ma nel momento della fruizione, dell’adozione. Il potere realizzativo è di chi adotta o respinge il servizio.

Architettura

Che fare? Creare un mondo di senso. Come diceva Steve Jobs: «Non è compito del consumatore sapere che cosa vuole». Ma se chi propone un servizio non interpreta il futuro non riuscirà a interpretare ciò che vorrà il consumatore o l’utente. Se lo interpreta avvia un processo di generazione di valore. Che avrà forza nel tempo sintetizzandosi nel brand. Nei beni esperienza si paga prima di sapere se il consumo ha valore: il brand è la promessa che spinge a credere che l’acquisto avrà davvero valore. Se manca il brand, la vendità del futuro è forse nei sistemi di crowdfunding come Kickstarter. Una sorta di cocreazione.

Si lavora dunque per sfide che riescono ad accomunare chi offre e chi adotta, in un mondo di senso condiviso, che stravolge i confini tra ruoli tradizionali ma valorizza i saperi profondi. È la fine della separazione tra sapere tecnologico e sapere umanistico. Digital humanities è la disciplina che studia quella fine e cerca di scoprire che cosa c’è oltre. Le specializzazioni restano eccome: ma devono parlarsi se vogliono vincere quelle sfide umane comuni. Per questo l’interfaccia diventa lo strumento centrale per innovare la pratica di costruzione di servizi dotati di senso e dunque valore.

Infosfera plurale

L’infodiversità in un sistema rivolto al futuro prevede la pluralità delle dimensioni dell’umano. La metafora dell’ecosistema impone di guardare alle dinamiche evolutive dell’insieme con attenzione agli scopi dell’attività dell’iniziativa invormativa che si sta progettando: inclusione di nozioni come felicità, civismo, manutenzione dei beni comuni, deliberazione, metriche della qualità. (Homo pluralis)

Domande sparse a fine giornata:

È vero sempre che l’usabilità equivale a interfaccia tanto naturale da essere usabile velocemente e senza incagli? Certo. Ma quasi sempre. Un freno può servire a riflettere. Nei media civici talvolta mettere un passaggio di troppo tra le proposte e i commenti diminuisce le polemiche, per esempio. In realtà, la scelta tra il design della naturalezza d’uso e l’introduzione di momenti di riflessione va operata consapevolmente.

Perché facilitiamo più il flusso delle informazioni e meno l’archivio? Timeline serve al contrario. Il fatto è che il flusso è addictive. Ma la responsabilità dell’architettura non dovrebbe tener conto anche dell’equilibrio cognitivo delle persone?

La mancanza di libertà di scelta è grave quanto l’eccesso di scelta. Come si semplifica senza banalizzare?

Come costruire un contesto che aggiunge valore? Una libreria parla più di un elenco automatico di titoli di libri… Che cosa li differenzia? Che l’utente sceglie l’ordine, che gli scaffali non sono tutti uguali, che il posizionamento dei singoli libri è variabile.

Metodo per migliorare usabilità: pensare come pensa l’utente, fare test con gruppi diversi e con persone diverse, tra loro indipendenti, pensare che il miglioramento continuo è la prassi non l’eccezione…

Pisa: Things on internet cerca di rendere facile mettere le cose online

Things on internet è una startup formata da forti tecnici pisani che intendono produrre un sistema facile da usare per programmare Arduino e altre board: il sistema si chiama Viper ed è basato su Python con una serie di semplificazioni pratiche che aumentano la qualità potenziale dei progetti portati avanti da persone che non siano softwaristi specializzati. Lunedì comincia una raccolta su Kickstarter.

L’internet delle cose è una frontiera sempre più importante, secondo Gartner: 4,9 miliari di oggetti connessi entro il 2015, 25 miliardi entro il 2020, per un valore di 69,5 miliardi di dollari per 2015 e 263 miliardi di dollari per il 2020 (StartupBusiness).

Jony Ive resterà alla Apple? Una storia del New Yorker

Una storia – lunghissima e scritta meravigliosamente – sul New Yorker, descrive il carattere di Jony Ive, il collaboratore di Steve Jobs che ha contribuito al successo della Apple con la sua profonda sensibilità per il design essenziale e intelligente. E allude all’ipotesi che Ive se ne vada. Gli interessati, credo, trattengono il fiato. (NewYorker)

There were times, during the past two decades, when he considered leaving Apple, but he stayed, becoming an intimate friend of Steve Jobs and establishing the build and the finish of the iMac, the MacBook, the iPod, the iPhone, and the iPad. He is now one of the two most powerful people in the world’s most valuable company. He sometimes listens to CNBC Radio on his hour-long commute from San Francisco to Apple’s offices, in Silicon Valley, but he’s uncomfortable knowing that a hundred thousand Apple employees rely on his decision-making—his taste—and that a sudden announcement of his retirement would ambush Apple shareholders. (To take a number: a ten-percent drop in Apple’s valuation represents seventy-one billion dollars.) According to Laurene Powell Jobs, Steve Jobs’s widow, who is close to Ive and his family, “Jony’s an artist with an artist’s temperament, and he’d be the first to tell you artists aren’t supposed to be responsible for this kind of thing.”