Category innovazione

Un inatteso competitor per i paesi che sperano di attrarre capitali alla filiera delle startup

Il Pakistan si presenta. Tenta di apparire come il posto giusto dove investire in startup o aprirne una. In effetti, la connessione umana con Silicon Valley è piuttosto precisa, con tutti i pakistani che ci lavorano. Ma la presentazione riportata qui sotto fa notare un ambiente piuttosto favorevole sul piano della regolamentazione, un mercato interno ampio e crescente, una disponibilità di universitari molto ampia.

Chiose su “cambiare interfaccia”. In vista delle prossime scelte

Grande intuizione quella espressa ieri dal premier: “L’Italia deve cambiare intefaccia“. E’ un modo per dire che il cambiamento necessario non è di facciata, ma di sostanza: l’interazione tra i cittadini e lo stato, come tra il resto del mondo e l’Italia, avviene attraverso un’intefaccia. E quella che c’è stata finora era quella sbagliata. Troppo complicata, soggetta a corruzione, fuffologica. La riprogettazione dell’Italia, la sua modernizzazione da avviare attorno allo strumento dell’agenda digitale, può partire proprio dall’interfaccia: più facile da usare, più orientata al risultato, più piacevole. Più semplice e lineare.

La necessaria semplicità finora è stata spesso ricercata attraverso la banalizzazione. La fuffa della comunicazione ha esaurito gli italiani in una quantità di giochi d’artificio che servivano solo una strategia della disattenzione. Le cortine fumogene dell’ipercomunicazione, l’ottimismo forzoso, l’entusiasmo acritico, il cinismo tecnocratico e burocratico, sono la premessa per l’inazione. Perché la semplicità nasce dalla consapevolezza della complessità e la trasforma.

Può darsi che oggi o nei prossimi giorni il governo voglia decidere intorno alle nomine all’Agid e quello che ci starà intorno. Il percorso delle candidature è stato virtuosamente trasparente. Ma i criteri delle scelte, per ora, non sono stati espressi chiaramente.

Se l’Italia deve cambiare verso, le persone che applicheranno le scelte del governo sulla modernizzazione digitale del paese dovrebbero essere competenti, disinteressate e orientate all’obiettivo definito dalla visione del governo. Questo aiuta a trovare dei criteri per sceglierle. Perché quelle persone si trovano tra coloro che, pur essendo competenti, non sgomitano sguaiatamente mettendo in giro voci sui loro prossimi incarichi, che non hanno un’agenda personale, che non hanno simpatie per particolari aziende che chiedono al governo facilitazioni e protezioni, che non fanno parte di grandi cordate di potere. E in questo settore, gli interessi sono enormi.

Utopia? In un piccolo acquario di squali come il nostro sistema politico, non è facile trovare la gente giusta. Perché la gente giusta non passa il tempo a farsi notare: lavora e se c’è l’occasione si limita a mandare un curriculum o a dichiarare una disponibilità. Poi aspetta con fiducia le scelte di chi decide. Se ha ragione o se sbaglia lo deciderà la saggezza di chi decide.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia

Matteo Renzi ha dato le sue priorità per le proposte italiane durante il semestre in relazione al digitale:
1. Mercato unico per il digitale e autorità unica per il digitale in Europa. E’ il primo punto nella proposta del governo italiano.
2. Ogni euro investito in infrastruttura digitale è fuori dai limiti. Perché è un investimento per il futuro.
3. Cybersecurity. Cooperazione tra governi e aziende.
4. Open government, open data, trasparenza. Per la democrazia.

Ma questo è per l’Europa. Renzi peraltro sottolinea che l’Italia deve cominciare a riformare sé stessa. La prima riforma è cambiare il sistema per rilanciare le opportunità per i giovani. L’Italia deve smettere di piangersi addosso. E il digitale è la dimensione che crea più opportunità per i giovani.

Neelie Kroes ha confermato che l’investimento nella modernizzazione digitale dovrebbe essere escluso dalle pur sacrosante limitazioni imposte dai vincoli di bilancio europei.

Ma nel caso del digitale, l’investimento non è solo uno strumento per la crescita, da ottenere in cambio della promessa di riforme strutturali. Nel caso del digitale l’investimento sull’architettura internettiana per la pubblica amministrazione e l’ecosistema italiano coincide con le riforme strutturali (come si diceva sul Sole).

E le regole? Jeremy Rifkin ha sottolineato che tutto questo non è possibile e non è generativo senza net neutrality.

Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive

“Si scrive Agenda digitale. Si legge posti di lavoro e competitività”. Parole di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane e, fino a qualche mese fa, commissario per l’Agenda digitale italiana. A partire da quell’esperienza ha scritto il libro “Lo Stato del digitale. Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa” che esce mentre l’Italia assume la guida semestrale del continente e mentre il governo italiano decide sulla direzione dell’Agenzia per l’Agenda digitale.

libro_caio Sulla base della sua esperienza, Caio è convinto che si possa arrivare a riformare il funzionamento dello Stato con conseguenze fondamentali in termini di risparmi, crescita, benessere, cittadinanza. Purché si cessi di lavorare per competenze separate, soluzioni non interoperabili, progetti di digitalizzazione dell’esistente. “La digitalizzazione è un’occasione unica e irripetibile per costruire uno Stato più friendly, più trasparente, agile, che cosa molto meno”.

In effetti è possibile ottenere migliori risultati con minori costi, soprattutto centrando i progetti sulle esigenze dei cittadini e non sulle procedure dell’amministrazione nate nell’epoca della carta, dei bolli e delle megastrutture burocratiche.

Le frontiere della ricostruzione digitale dello Stato sono molteplici in qualche caso fantasiose, di certo affascinanti: si parla di semplificare e qualificare i servizi a partire dal design dell’interfaccia, specialmente mobile; si parla delle forme con le quali le leggi possono essere tradotte in software che ne semplifichi l’implementazione (Francesco Sacco ne sta studiando alcuni casi); si parla e si opera intorno alla apertura dei dati pubblici e dell’organizzazione di hackathon per la costruzione di applicazioni che usino quei dati (la Camera ne ha già organizzata una); di progetta la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme pubbliche in chiave cloud anche per facilitare il riuso delle applicazioni sviluppate in alcune amministrazioni da parte di altre amministrazioni, e così via. Ma è solo uno dei contesti nei quali si opera per implementare l’agenda digitale, perché la pubblica amministrazione è un abilitatore, ma gli altri capitoli non sono meno importanti: per esempio, alfabetizzazione e digital skills, infrastrutture di connessione, filiere della ricerca e delle startup, e così via.

Caio ha obiettivamente accelerato alcuni processi strategici per l’agenda digitale italiana, concentrandosi su temi abilitanti (anagrafe, fatturazione, identità), puntando sulla standardizzazione e semplificazione strutturale, avvalendosi delle sue indubbie capacità manageriali, contando sull’appoggio del governo. Ha incontrato ostacoli accettandone alcuni e asfaltandone altri. Ma ha dato una direzione e un esempio di prassi. Ora il lavoro avviato va concluso e con una prospettiva più lunga di quella che aveva Caio deve allargarsi e approfondirsi. E’ il momento. I vincoli di bilancio possono essere dilatati solo in cambio di riforme strutturali e se queste coincidono con gli investimenti necessari a realizzarle, la strada diventa piuttosto chiara: la riforma digitale della pubblica amministrazione è una riforma strutturale ed è un investimento. In quel contesto, nessuno può giocare con i termini e con i soldi. I partner europei possono vedere il valore dei soldi che ammettono siano spesi. E gli italiani possono vedere crescita e miglioramento qualitativo della vita civica.

In tutto questo, un insegnamento di Caio è fondamentale. E con esso si chiude il libro: al centro della costruzione digitale occorre chi svolga la funzione dell’architetto.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

L’outsourcing della ragione

La Mu-Sigma è un’azienda da studiare (segnalazione di Euro Beinat). Si tratta di data scientist, matematici e ingegneri indiani che studiano i dati dei clienti, ne estraggono conoscenza e definiscono decisioni in condizioni complesse. Tipo decidere i prezzi dei biglietti delle compagnie aeree, individuare frodi in tempo reale e altro in chiave di data-driven decision making: una categoria di business che la Mu-Sigma ha praticamente definito. E il risultato è arrivato: 3000 data scientist lavorano per Mu-Sigma e l’azienda lavora per 125 delle prime 500 aziende della lista di Fortune.

Il fondatore Dhiraj Rajaram era un consulente per Booz Allen Hamilton, una grande società di consulenza, quando ha capito tre cose:

1. Learning was becoming much more important that knowing and Knowledge was becoming obsolete.
2. How people learn was becoming more inter-disciplinary
3. Extreme experimentation – throwing darts randomly and hoping to hit bulls eye

Ho l’impressione che un approfondimento dei white paper e delle attività di questa società sia un buon investimento di tempo.

Ricambio Euro con la segnalazione del Semeion.

Libia: in sei mesi fatta la prima piattaforma mobile per registrazione elettorale

Ci hanno messo sei mesi in venti usando solo strumenti opensource. E ora in Libia i cittadini si possono registrare con il cellulare per le elezioni. Il sistema consente a una famiglia con un cellulare di registrare più di un elettore e servire al riconoscimento delle l’identità. Storia fantastica soprattutto per il modo e il luogo in cui è avvenuta (TechPresident). Altrove ci avrebbero messo sei mesi a fare il capitolato, sei mesi a fare la gara, sei mesi a gestire i ricorsi, sei mesi a fare il lavoro e sei mesi a scoprire che non c’erano ancora i regolamenti d’attuazione… Ma si può imparare dalla Libia. I progetti di p.a. Non devono guardare alla tecnologia, ma al cittadino: partire dall’obiettivo, progettare pensando all’interfaccia, risparmiare e far presto anche a base di ‘opensource, realizzare la soluzione e adeguare di conseguenza i regolamenti.

Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Alla fine degli anni Novanta l’Italia era avanti nell’agenda digitale. Oggi è indietro come quasi nessun altro paese, come mostra lo scoreboard europeo. La responsabilità è principalmente di chi ha governato i primi dieci anni del Duemila. Ovviamente tante altre strutture ci hanno messo la loro quota di ignavia. Ma quei governi che vedevano solo la televisione non potevano certo dimostrare attenzione per la rete.

Da due anni a questa parte, si è tornato a parlare di agenda digitale. La migliore realizzazione in proposito, secondo me, resta la nuova legislazione a favore dell’ecosistema delle startup: è un inizio ma è un buon inizio (*). Poi si sono riattivati alcuni programmi relativi alla modernizzazione della pubblica amministrazione: fatturazione elettronica, anagrafe nazionale, identità digitale (**). In entrambe le questioni c’è moltissimo da fare in termini di diffusione delle opportunità e del senso delle innovazioni introdotte. Il primo tema è stato portato a termine e ora ha bisogno di essere sostenuto e interpretato negli ecosistemi territoriali. Il secondo tema deve essere ancora completato, ma le prime concretizzazioni stanno arrivando proprio in questi giorni (Sole).

Il fatto è dunque che gli italiani sono tornati a parlare di agenda digitale e che questo argomento è ormai visto come una parte integrante di qualunque policy orientata alla crescita e all’innovazione economica, alla modernizzazione della vita civile e alla rigenerazione della democrazia. Non è più un argomento da pionieri o visionari: è sotto gli occhi di tutti, anche se molti potrebbero essere più coerentemente decisi nel riconoscimento della qualità prioritaria di questa policy. Questo fatto ha innalzato le aspettative tra tutti coloro che ne capiscono l’importanza.

Le aspettative elevate, quando non sono realizzate producono grandi delusioni.

Le grandi delusioni producono scetticismo, cinismo, disfattismo e spesso disperazione. Alimentare le aspettative senza occuparsi di soddisfarle è una manipolazione concentrata su obiettivi di breve termine. Definire le aspettative ragionevoli e raggiungerle è una tattica di medio termine. Definire una grande visione, spiegare come si può raggiungere in un tempo congruo è una strategia di lungo termine che costruisce prospettiva e speranza.

La modernizzazione digitale del paese richiede una visione di livello grandioso. Assomiglia, se si vuole, alla modernizzazione ricercata con le riforme istituzionali e con la riforma della burocrazia. Riguarda le relazioni tra i cittadini e la pubblica amministrazione, conducendo le sue strutture verso una nuova trasparenza e apertura dei dati, un nuovo rispetto dei diritti e delle relazioni civiche, una nuova partecipazione, ma va oltre: riguarda l’intera filiera dell’innovazione dell’economia, la moltiplicazione delle opportunità di lavoro, la rigenerazione del sistema educativo, la qualità della vita nelle città, la connessione internazionale del paese, l’inclusione sociale, le politiche per le aree meno sviluppate del paese, l’efficienza della sanità, il sistema dell’informazione, la sharing economy e dunque la cultura della cooperazione e del volontariato, il turismo, l’automazione industriale, il commercio, le esportazioni, la cultura, e così via.

Questa visione va realizzata. E non potrà esserlo da un solo governo da una sola persona o da un solo ente. Deve diventare una prospettiva verso la quale si sviluppa una collaborazione duratura della maggior parte del paese, delle sue istituzioni, delle sue aziende, delle sue comunità. A questa visione, va data una roadmap, con tappe raggiungibili, miglioramenti visibili e sistemi di valutazione dei risultati. Occorre stabilire un’architettura duratura, curare gli standard e l’interoperabilità delle piattaforme e delle soluzioni, puntare prima di tutto sull’usabilità per i cittadini in un quadro nel quale vengono finalmente messi in secondo piano i capitolati perché al primo posto vengono gli obiettivi. E tutte le strutture chiamate a collaborare devono essere celebrate per il loro contributo.

Questo mondo delle tecnologie digitali in chiave pubblica, purtroppo, ha vissuto nell’incomprensione e in qualche caso nel disinteresse dell’informazione e della politica, sicché ha lasciato spazio per vocianti fuffaroli, fornitori meno che innovativi, pratiche orientate più ai capitolati che ai risultati e molte altre brutture. Ha lasciato spazio a campanili ideologici e gruppi di interesse. Ha creato soluzioni il cui scopo era spendere i soldi non risolvere problemi. E ha fatto anche molto di buono.

Ma l’atteggiamento, ora, ha bisogno di cambiare. In base a una visione orientata al lungo termine e a realizzazioni orientate alla ragionevole raggiungimento degli obiettivi, in una prospettiva concretamente grandiosa. Con umiltà, imparando dai migliori e qualche volta superandoli: spesso succede che quando l’Italia è un outsider, alla fine, si comporta bene.

Non so come si organizzerà ora l’Italia su questi temi. Si sa che l’attesa dell’imminente nomina del nuovo direttore dell’Agid può essere vista come una tappa per saperne di più. E credo che verrà operata insieme alla definizione di un quadro più ampio, anche perché quella nomina pur importantissima non basta a definire il senso e a garantire la realizzazione di quella visione di cui c’è bisogno. In molti daranno una mano, ne sono certo. Ciascuno come sa.

——————————

(*) Disclaimer: ho fatto parte della task force che se n’è occupata per il Mise nel 2012. Forse questo mi rende meno obiettivo nel giudizio. Ma per la verità non credo.
(**) Ridisclaimer: ho dato una mano anche al gruppetto di persone che si sono occupate di agenda digitale sotto la guida di Francesco Caio per la presidenza del Consiglio nel 2013-14. In entrambi i casi si è trattato di attività svolte gratuitamente. Con il modesto orgoglio di un intellettuale indipendente.

Smart a Trieste – Appunti

Discussione sul termine “smart” nella prima sessione di State of the Net 2014. Google Trends dimostra che si tratta di un concetto sempre più utilizzato e dunque ricercato.

smartGT

Il primo picco nell’utilizzo è nel 2008, quando Obama fa campagna per una “digital smart grid” destinata a migliorare l’utilizzo dell’energia elettrica. E quando Sam Palmisano all’Ibm inaugura la campagna “smarter planet”. L’inizio del boom dell’uso del concetto di “smart” è dunque un inizio basato sulle pubbliche relazioni e le campagne promozionali. Ma contiene da subito il connotato fondamentale: è “smart” qualcosa che contiene le funzionalità consentite dal digitale e dunque ha le capacità abilitate dalla rete.

Da quel momento la ripresa di ricerche su Google del termine “smart” avviene con il rapimento di Elisabeth Smart nel 2011. Ma prosegue e cresce, almeno del 30% fino al 2013, grazie al fatto che l’idea di rendere “smart” qualcosa diventa un progetto diffuso: smart grid, smart city, smartphone… ci sono persino purtroppo smart weapons e addirittura una “smart Italy”. Insomma, il concetto supera i confini nei quali lo si userebbe se non si avesse una fiducia molto grande nelle potenzialità modernizzanti del digitale e della rete.

Ma “smart” non può essere soltanto un sinonimo di “digitale”. In inglese è un equivalemente di intelligente ma con qualche sfumatura speciale. È un po’ più “furbo” che ampiamente “intelligente”; contiene un elemento di “eleganza”, di “ironia” e soprattutto di “impertinenza”. Quando è applicato nel contesto dell’informatica sembra significare che il computer tende a sembrare umano, in un certo senso ripercorrendo le idee di Alan Turing. Ma nel contesto umanistico, come testimoniano le preoccupazioni espresse nel 1953 da Giuseppe Ungaretti, questo progresso della macchina fa pensare a un cambiamento parallelo del modo di pensare degli umani: mentre la macchina si avvicina all’umano, osserva Ungaretti, tende a superare ogni immaginazione umana. Per Ungaretti questo può rivelarsi una sfida gigantesca per il genere umano: se la forza della macchina supera l’immaginazione umana, allora gli umani tenderanno a pensare come la macchina. E sappiamo come in questo periodo altri condividano la stessa preoccupazione, resa particolarmente popolare da Nicholas Carr. Interessante osservare che mentre Carr sostiene che Google abbassa la nostra capacità di memorizzare e Simon Head in Mindless pensa che la parcellizzazione del lavoro resa possibile dalle tecnologie digitali peggiori la capacità mentale degli umani, Gary Small, neuroscienziato a Ucla, ha fatto notare che chi usa internet è in generale più capace di prendere sviluppare ragionamenti complessi.

Non si può immaginare che da questo dibattito si esca presto. Ma si possono proporre alcune indicazioni per discutere sul concetto di “smart” applicato a situazioni nelle quali si fa uso delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali.

Si parla di tecnologie digitali come abilitanti l’”intelligenza collettiva”. Ma l’intelligenza collettiva supera l’intelligenza individuale? Probabilmente si applica a situazioni differenti. E la discussione è ampia. Ma si può dire che una rete è “smart” se aiuta ognuno a superare i propri limiti.

Si parla di tecnologie digitali come soluzioni. Ma si può dire che quelle soluzioni possono essere “smart” solo se risolvono problemi intelligenti. L’efficienza non può essere da sola capace di qualificare una cosa come “smart”.

Forse è più probabile che una cosa digitale sia “smart” se è anche “sostenibile” e se è aperta per ulteriori miglioramenti. Perché una cosa digitale è “smart” se migliora condizioni della vita analogica. Se risponde alla scarsità di tempo e allo spiazzamento che viviamo nello spazio gigantesco che è stato creato dalla globalizzazione. Se migliora l’accesso alla conoscenza su come stanno le cose per tutti e se per esempio i big data che genera sono disponibili in modo aperto. Se facilita l’innovazione senza che chi la propone debba chiedere il permesso, come garantisce per esempio la net neutrality. Se rispetta l’equilibrio tra l’intelligenza collettiva e la libertà individuale di proteggere i dati personali e di esprimersi. Se aiuta la collaborazione in un contesto civico.

Evidentemente, in questo senso, una tecnologia digitale consente cose “smart” se è gli umani comprendono le macchine ma non pensano come le macchine. Ma si può anche aggiungere la tecnologia digitale più “smart” è probabilmente l’internet. Tutto il resto è applicazione e interpretazione.

Perché le città potrebbero liberarsi dalle automobili

La città è un acceleratore dell’innovazione, da sempre, ma se cresce male può frenare ogni cambiamento. Un tema centrale, senza troppe sorprese alla fine, è il sistema dei collegamenti.

Abbiamo vissuto cinquant’anni di riorganizzazione delle città intorno alle auto. In Italia è stato particolarmente insensato. Ma in molte città del mondo ci si è accorti che è tempo di rifare le città per i pedoni e le bici. Ecco una presentazione di Alexander Ståhle per raccogliere gli argomenti contro l’automobile in città. Una citazione (slide 15) vale la pena di essere notata: «una città sviluppata non è una città nella quale i poveri vanno in automobile, ma una città nella quale i ricchi si muovono usando i mezzi pubblici». (La presentazione è ottima. Peraltro c’è anche una foto che si fa notare per un aspetto paradossale…).

(Non è paradossale la foto – la slide numero 20 – con la scala mobile per andare alla palestra a fare “steps”? Ne parlava Vivek giusto una settimana fa, circa).

Nel frattempo tra auto che si guidano da sole, applicazioni che riorganizzano i passaggi a pagamento facendo infuriare i taxisti, carsharing e tutte le nuove idee per il trasporto pubblico la struttura delle prossimità in città sta per cambiare radicalmente. È un bene.

Proposte sull’innovazione, via Ambrosetti

Dopo il Technology Forum Ambrosetti di Castelbrando a Cison di Valmarino, arriva un comunicato stampa riassuntivo che vale la pena di trascrivere:

“Dalla Community del Club Ambrosetti le Dieci Proposte per far crescere l’Italia attraverso l’innovazione

Cison di Valmarino (TV), 24 maggio – Si chiude in questi minuti, con la Tavola Rotonda ‘Innovare per crescere: le priorità per l’Italia’, la terza edizione del Technology Forum di The European House Ambrosetti, dedicata ai tre temi chiave per la costruzione di un ecosistema di successo per l’innovazione: Innovation, Education, Entrepreneurship.

Con oltre 30 relatori da tutto il mondo, il Technology Forum ha raccolto il contributo di più di 300 tra Presidenti, Amministratori Delegati e Direttori generali, impegnati nella spinta all’innovazione sui quattro fronti fondamentali: ricerca, finanza, impresa e istituzioni.

A coronamento del lavoro condiviso nell’arco di un anno dai membri della Community Tecnologia, Innovazione e Trasferimento Tecnologico di Ambrosetti Club (TITT), è stato presentato ai policy maker il Rapporto “L’ecosistema per l’innovazione. Quali strade per la crescita delle imprese e del Paese”, che contiene le Dieci proposte della Community TITT per l’Italia. Un documento che quest’anno si è avvalso anche del contributo scientifico dello Junior Chapter del Technology Forum, composto da giovani esperti dell’Innovation Management provenienti dalle maggiori Università Italiane.

Il Rapporto individua cinque ‘cantieri’ in cui agire – Strategia nazionale dell’innovazione, Investimento in innovazione, Cooperazione ricerca-industria, Sviluppo delle imprese innovative e Cultura dell’innovazione – mentre sono Dieci le proposte delineate dalla Community di Ambrosetti Club, per la crescita del Paese attraverso l’innovazione:

Proposta 1: Strategia nazionale per l’innovazione
Proposta 2: National Innovation Group
Proposta 3: Agevolazioni per la ricerca privata e sblocco del debito non commerciale della PA
Proposta 4: Nuovi schemi di intervento pubblico – privato nel Venture Capital
Proposta 5: Università tematiche
Proposta 6: Transferlab nazionale, modelli di governance e strumenti non tradizionali per il trasferimento tecnologico
Proposta 7: Cultura e razionalizzazione dei processi di trasferimento tecnologico
Proposta 8: Regime di proprietà intellettuale per la ricerca pubblica
Proposta 9: Crash Program per i talenti della ricerca in Italia
Proposta 10: Educazione per l’innovazione e l’imprenditorialità

Tra i policy maker che hanno preso parte alla Tavola Rotonda, il Ministro alla Ricerca uscente Maria Chiara Carrozza ha raccomandato che la strategia nazionale per l’innovazione sia declinata secondo le specificità dei territori, con le Università tematiche della Proposta 5, e in tema di Education il Direttore dell’IIT Roberto Cingolani ha sottolineato che “l’innovatore nasce a 6 anni”. E se Alberto Baban, Presidente delle PMI, riconosce nell’ingegno il vantaggio competitivo del Paese, chiudono la Tavola Rotonda i rappresentanti dei Ministeri di riferimento: Stefano Firpo (MISE) invita al coraggio di “policies selettive”, come pure a una più stretta collaborazione pubblico/privato. “Fra un anno potremo dire di aver migliorato” – conclude Alessandro Fusacchia (MIUR) – “soltanto se obbediremo a un’undicesima proposta: un mese di stage in azienda per ogni funzionario pubblico, e un mese in una PA per ogni imprenditore”.

L’appuntamento con il Technology Forum 2015 è per il 22 e 23 maggio.

Il Technology Forum 2014 è stato organizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con: Whirlpool, Oerlikon Graziano, Banca IFIS, Finanziaria Internazionale,Electrolux, Quaternario Investimenti e Assobiotec.

Allegato: il Focus sulle Dieci Proposte

L’Executive Summary del Rapporto e la presentazione delle Dieci Proposte, di Valerio De Molli, sono disponibili su www.technologyfroum.eu (Press kit)

FOCUS: Le Dieci Proposte per l’ecosistema dell’innovazione

Proposta 1: Strategia nazionale per l’innovazione

1. Definire una visione condivisa del progetto di innovazione del Paese, con un orizzonte temporale di almeno 10 anni e l’identificazione delle priorità nella tecnologia e nella ricerca, con un forte orientamento verso il mercato e la competitività industriale;

2. Connettere in modo organico, coerente e vincolante le politiche in materia di ricerca, occupazione, formazione e sviluppo industriale.

3. Attribuire alla strategia nazionale una governance, con un unico punto di riferimento governativo, con ruolo permanente e con potere sostanziale di indirizzo, coordinamento e spesa: ‘Mr. Innovazione’.

Proposta 2: National Innovation Group

Creare un organismo permanente consultivo e propositivo, non burocratico, con regole di ingaggio chiare e basate sul merito, composta di imprenditori, imprese innovative ed esperti (massimo 15/20 persone, senza compenso), con tre obiettivi: promuovere l’innovazione dell’ecosistema italiano e formulare proposte di policy; lanciare idee per progetti pilota; proporre iniziative/strumenti per aumentare l’attrattività dell’ecosistema nazionale, cogliendo per tempo i

Proposta 3: Agevolazioni per la ricerca privata e sblocco del debito non commerciale della PA

Introdurre una serie di misure strutturali per le imprese che fanno R&D e innovazione:
1. Regime fiscale agevolato (detassazione o riduzione della tassazione) sui redditi da proprietà intellettuale;
2. Credito di imposta stabile e automatico sugli investimenti di R&S in house, senza tetti di spesa massima, includendo le spese da attività di R&S;
3. Semplificazione e accelerazione delle procedure di finanziamento della R&S, con revisione delle norme relative al periodo di perenzione (attualmente di tre anni);

Sbloccare con urgenza i crediti non commerciali nei confronti PA , anche con soluzioni a costi zero o a basso impatto quali: la compensazione con i debiti dell’impresa verso il fisco; la compensazione con titolo di Stato; la certificazione del credito per agevolare lo sconto dei crediti, la fattorizzazione, le anticipazioni bancarie e simili.

Proposta 4: Nuovi schemi di intervento pubblico – privato nel Venture Capital

Promuovere schemi di intervento pubblico-privato che rispettino le seguenti caratteristiche:
1. Contenimento della quota pubblica dei fondi pubblico-privati (inferiore al 60%);
2. Soglia massima di rendimento per il soggetto pubblico;
3. Assenza di clausole di down side protection, attraverso le quali il soggetto pubblico si accolla una quota predefinita delle eventuali perdite di capitale del fondo;
4. Buy-out options: possibilità per gli investitori privati del fondo di comprare la quota detenuta dal soggetto pubblico, prima della fine della vita del fondo stesso, a un prezzo predeterminato.

Proposta 5: Università tematiche

Lanciare un piano d’azione per stimolare la trasformaizone di alcune Università generaliste in Università territoriali tematiche, fortemente specializzate, secondo un modello a rete con altri Atenei, in un raggio d’azione cross-regionale e con la condivisione di laboratori di ricerca e/o accesso ad asset specifici (Policlinici Universitari o centri di ricerca non replicabili)

Proposta 6: Transferlab nazionale, modelli di governance e strumenti non tradizionali per il trasferimento tecnologico

Realizzare, o attivare in strutture di eccellenza già presenti nel Paese, un TransferLab nazionale che dovrà:
1. operare senza duplicazione di attività e in logica di sussidiarietà
2. avvalersi di professionalità specifiche, con profilo internazionale (Technology Transfer Office manager/manager della ricerca), assunte con meccanismi aperti e competitivi, anche dall’estero;

Permettere l’organizzazione separata e autonoma degli Uffici per il Trasferimento Tecnologico (UTT) all’interno delle Università, con la possibilità di dotarli di autonomia giuridica e amministrativa.

Proposta 7: Cultura e razionalizzazione dei processi di trasferimento tecnologico

‘Quick fix’ di breve periodo
Decongestionare la filiera, restituendo centralità a Università, Enti di Ricerca e imprese;
Bloccare la moltiplicazione degli enti di trasferimento tecnologico a vario titolo;
Professionalizzare le figure dedicate al trasferimento tecnologico e assumere indicatori della ricerca per misurare l’efficienza degli enti nel trasferimento della conoscenza;
Introdurre strumenti di valutazione delle attività di TT svolte, anche nei curricula dei ricercatori, e spingere sui percorsi di dottorato applicati alla ricerca industriale;
Istituzionalizzare programmi di scambio ricerca-industria per PhD, con defiscalizzazione degli oneri per gli enti che li mandano e che li ospitano, oppure per chi li assume (se start up);

‘Quick fix’ di medio periodo:
Favorire le aggregazioni secondo tre principi:
‘One in, one out’: (per creare un nuovo ente di TT, si deve eliminarne uno esistente);
‘Sussidiarietà invertita’: anche modificando il Titolo V della Costituzione, prevedere politiche dell’innovazione decise a livello statale e attuate a livello regionale;
‘Misurazione’: definizione di missione, obiettivi e risultati dell’ente, prima della sua creazione.

Proposta 8: Regime di proprietà intellettuale per la ricerca pubblica

1. Recepire l’esperienza degli altri Paesi e attribuire la titolarità dei brevetti all’Università e i diritti morali agli inventori con un equo premio.
2. Incentivare le Università a trasferire i brevetti alle imprese partecipando allo sviluppo delle invenzioni.
3. Rivedere il codice della proprietà industriale, anche individuando un diritto di ripresa del brevetto da parte dell’inventore nel caso in cui l’Università non sia in grado di valorizzarlo.

Proposta 9: Crash Program per i talenti della ricerca in Italia

Lanciare un ‘programma nazionale’ per la valorizzazione dei talenti – italiani e stranieri – in Italia:
1. Introdurre il direct recruiting nel sistema della ricerca pubblica con bandi internazionali;
2. Snellire le procedure per l’ottenimento del visto e del permesso di soggiorno per ricercatori extra-comunitari;
3. Allineare il salario base dei ricercatori alle best practice internazionali e promuovere l’incentivazione con bonus per risultati e per incarichi, introducendo la negoziazione salariale individuale.
4. Prevedere finanziamenti con modalità agevolate e accelerate (regole a “burocrazia zero”), per i progetti proposti da giovani talenti, e selezionati con bandi aperti internazionali e criteri trasparenti fortemente meritocratici, coerenti con gli ambiti e i settori strategici per l’Italia (vedi proposta “Strategia nazionale dell’innovazione”).
5. Introdurre periodi di tax holiday significativi (3-5 anni) per le nuove imprese fondate da giovani ricercatori e talenti.

Proposta 10: Educazione per l’innovazione e l’imprenditorialità

1. Inserire nei programmi e nei curricula scolastici, sin dalle elementari, con criteri di modularità e gradualità, l’insegnamento di temi e materie trasversali e funzionali all’innovazione e all’imprenditorialità, per un approccio aperto all’apprendimento lungo il corso di tutta la vita.
2. Nelle scuole superiori, integrare l’insegnamento nei programmi di materie obbligatorie, come economia e scienze sociali e prevedere percorsi di alternanza scuola-lavoro (crediti formativi e apprendistato), con progetti sperimentali in imprese e centri di ricerca, che ingaggino gli studenti in attività collegate ai processi di ricerca e innovazione.”

L’India secondo Vivek Wadhwa

Vivek Wadhwa, Singularity University e Stanford, ha scritto un pezzo sulla nuova India che potrebbe emergere dalle elezioni che hanno cambiato radicalmente la politica della gigantesca democrazia asiatica. E ci dà il permesso di tradurlo.

Come dimostra il terremoto politico appena avvenuto, gli Indiani non sopportano più un governo inerte e corrotto. Vogliono responsabilità, istruzione migliore, prosperità. E le vogliono subito.

Le soluzioni sostenute dalla tecnologia sono la sola strada che il nuovo governo può percorrere per migliorare rapidamente le condizioni della sua popolazione. I grandiosi programmi governativi e il welfare avrebbero bisogno di troppo tempo. Decine di milioni di bambini ricevono un’educazione inferiore a uno standard accettabile o non ne ricevono affatto. Ci vorranno anni per addestrare nuovi insegnanti e costruire scuole: in quel modo una intera generazione sarebbe perduta. La sola soluzione pratica è utilizzare insegnanti digitali con l’aiuto delle Ngo in modo che le comunità possano migliorare le loro condizioni rapidamente.

Può sembrare il sogno utopistico di un professore di Silicon Valley. Ma potrebbe essere una realtà. Le linee fisse erano un tempo scarse, inefficienti e troppo costose. Oggi, l’India ha uno dei sistemi di connessione migliori e meno costosi del mondo. E un miliardo di telefoni cellulari.

Opportunità importanti si aprono grazie all’evoluzione dei telefonini in slartphone, che offrono accesso a internet e alle applicazioni, mentre i tablet diventano poco costosi come i telefoni. Quasi tutta l’India oggi ha reti 3G e 4G dal prezzo accettabile. Questo significa che le masse indiane avranno presto accesso agli stessi strumenti e alle medesime conoscenze che oggi sono disponibili all’élite di Silicon Valley. Possono guardare i video su YouTube, visitare siti web, scaricare apps e connettersi a persone in tutto il mondo. Possono trovare soluzioni collaborative in rete e accelerare la trasformazione sociale.

Per migliorare il suo sistema educativo l’Uruguay ha avviato nel 2008 un ambizioso programma per dare un laptop a ogni bambino. Secondo Miguel Brechner, che è responsabile del progetto, internet e il computer si è mutato da privilegio in diritto. Ha consentito a tutti i bambini di avere una educazione di base, anche in regioni dove gli insegnanti scarseggiano. I bambini in Uruguay scrivono software e creano apps. Questo e di più potrebbe accadere in India.

Il progetto Aakash, in India, ha avuto un avvio veloce ma ha portato alla produzione di tablet poco costosi che sono usati dai bambini a Silicon Valley. I bambini americani amano molto i tablet fatti in India. Questi tablet che hanno la potenza dell’iPad originario possono essere prodotti in grandi quantità in India per meno di 3000 rupie, secondo Datawind, che produce i tablet Aakash originali. I prezzi continueranno a scendere e le funzionalità a migliorare. Ci sono migliaia di apps disponibili in grado di insegnare materie come storia, geografia, musica, matematica, scienza. L’insegnante digitale del futuro può offrire un’educazione di qualità uguale per i ricchi e per i poveri.

La popolazione indiana può anche aiutare a combattere la corruzione. Per facilitare la documentazione e la denuncia della corruzione, hanno bisogno del sostegno del governo, con soluzioni gestite da privati come Ipadabribe.com e di apps per smartphone. L’e-government deve essere implementato a livello statale e regionale. Tutte le gare di appalto e acquisto pubbliche, i bilanci pubblici, i controlli, devono essere trasparenti e disponibili immediatamente per il pubblico via internet. Il welfare dovrebbe essere distribuito direttamente ai beneficiari attraverso i loro numeri Aadhar usando sistemi sicuri. Compagnie come la Quantta di Kolkate usano analisi sofisticate dei dati per trovare modelli e tendenze nei comportamenti commerciali. Le loro tecnologie possono essere adattate per il monitoraggio dei dati pubblici e denunciare corruzione e abusi. La chiave è l’automazione dei processi di acquisto pubblici, tagliando fuori tutti i passaggi intermedi nei quali si annida la corruzione; ridurre la burocrazia; eliminare le asimmetrie informative.

Migliorando la tecnologia si può anche migliorare la sanità pubblica. Le principali cause di malattia in India sono collegate a virus che si trovano nell’acqua. Una tecnologia che viene dal Cile può aiutare a risolvere il problema. L’Advanced Innovation Center ha sviluppato un sistema che converte l’acqua in uno stato di plasma ed elimina i contenuti microbiologici. È stata provata dalla principale autorità americana, la Nsf International, e ha superato i più severi standard della Nsf uccidendo il 100% dei batteri e dei virus. Le unità di questi sistemi di pulizia dell’acqua che consumano meno energia di un asciugacapelli costano 500 dollari se prodotti in larga scala. La tecnologia verrà distribuita in Sudamerica quest’anno e potrebbe essere portata anche in India.

Del resto, quello che manca in India è la conoscenza della prevenzione e della cura delle malattie. Usando smartphone e tablet, tutti possono ricevere informazioni sulla medicina, visitare forum di discussione sulla salute, imparare da altri che hanno gli stessi sintomi. Gli abitanti dei villaggi in zone remote dell’India possono cercare aiuto dai dottori che si trovano in qualunque parte del mondo.

La tecnologia ha abbattuto le barriere e le stesse innovazioni che stanno spingendo l’America sono disponibili per l’India. Il nuovo governo deve dare priorità all’infrastruttura tecnologica per reinventare l’India.

Bologna. L’incubatore di Unipol con focalizzazione sociale

Ricevo e segnalo con grande partecipazione:

“Lunedì 19 Maggio, dalle 17:00 alle 20:00. Presso SuperStudio Più, in via Tortona 27, Milano
Nasce Unipol Ideas: il programma di accelerazione del Gruppo Unipol

Costruire un futuro fatto di condivisione e collaborazione. Pensare a soluzioni per una mobilità sostenibile e città più vivibili. Progettare nuove forme di assistenza. Immaginare un mondo in cui il credito e la finanza servano a creare un futuro giusto, equo e sicuro. Mettere in campo nuovi modelli di prevenzione e gestione del rischio. Per tutti questi motivi il 19 Maggio nasce Unipol Ideas, l’incubatore di imprese per l’innovazione sociale del Gruppo Unipol.

Il primo bando di selezione di Unipol Ides sarà presentato nel corso di in evento a cui parteciperanno, tra gli altri, Pierluigi Stefanini (Presidente del Gruppo Unipol), Carlo Cimbri (Amministratore Delegato), Renzo Avesani (Direttore Area Risk Management e Ricerca e Sviluppo), Stefano Firpo (Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico), Olivier Bremer (fondatore e Country Manager Italia e Germania di Blablacar) e Massimo Memmola (CEO di MediaHospital).”

La call for ideas per selezionare 10 startup da inserire nel programma di accelerazione di Unipol Ideas sarà aperta fino al 10 Luglio. Ecco i dettagli.

Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

Un precedente post dedicato alla progettazione dell’istruzione informale è stato commentato in modo profondamente istruttivo: grazie a Marco, Maurizio, Piero, Annamaria, Paolo, Alessandro. Ci torniamo e rilanciamo, a partire da questo vecchio ma interessante dato di fatto (via Leonardo Tosi di Indire):

tab_educazione_informale

In pratica, impariamo la maggior parte di ciò che sappiamo in modo informale, anche se spendiamo la maggior parte di quello che ci costa l’educazione in attività di istruzione formale. Ci sono delle differenze da tener presente nelle diverse dimensioni dell’apprendimento: addestramento, istruzione, educazione.

Alcune tendenze favoriscono un’ulteriore accelerazione di questo fenomeno nell’addestramento. Basta pensare al fatto che gli strumenti più complessi che usiamo più spesso – come il cellulare – sono progettati in modo da non obbligare agli utenti a leggere un manuale. L’interfaccia è organizzata in modo da guidare l’utente. Quello che non capiamo direttamente lo chiediamo agli amici. Alcuni strumenti complessi quindi concentrano il contenuto educativo nella progettazione e ne liberano la fruizione.

Questo può accelerare l’adozione dell’utilizzo e contemporaneamente aumentare l’analfabetismo tecnico generando una genia di utenti troppo guidati dallo strumento e da chi lo progetta. La capacità di valutazione e confronto dei diversi strumenti viene meno se si sanno usare solo gli strumenti che hanno un’interfaccia facilitante. L’istruzione alla partecipazione attiva sui linguaggi che generano gli strumenti è fondamentale per coltivare una visione critica e favorire il confronto tra le soluzioni diverse: d’altra parte l’istruzione non si limita alla lettura ma insegna anche alla scrittura.

L’educazione è a sua volta un motore della dinamica culturale che non può più essere concepita se non in relazione all’innovazione.

Si arriva a comprendere che la progettazione di soluzioni per guidare e rigenerare l’educazione informale equivale alla progettazione di:
1. metodi per l’espressione dei contenuti educativi formali allo scopo di aggiungere la trasmissione informale di passione e interesse per le materie
2. piattaforme per lo scambio di conoscenze tra pari che garantiscano la gradevolezza dell’esperienza e l’efficacia informativa delle attività
3. percorsi per l’accesso a esperienze necessarie all’apprendimento di materie non codificabili in modo formale

L’educazione informale non si fa col manuale, per definizione. Ma si fa pensando alle strutture nelle quali si fanno esperienze di valore culturale. Ogni passaggio della vita ha un valore educativo informale, in fondo. E c’è una responsabilità educativa nei progettisti. Ma, senza andare tanto per le generali, queste considerazioni possono condurre ad architettare nuove strutture dell’istruzione che valorizzino lo scambio informale di conoscenze per cambiare i connotati della tabella mostrata in alto.

Vedi anche:
Modesto contributo per una visione di lungo termine nel sistema “scuola, università, ricerca”

Cultura è innovazione

Cultura è innovazione. È probabilmente la questione decisiva per lo sviluppo italiano. Del resto, l’incrocio dei due temi è straordinariamente generativo.

Ci sono centinaia di definizioni del concetto di cultura e forse ancora di più del concetto di innovazione. Ma cercando gli incroci vengono in mente tre dimensioni:
1. Cultura/natura: cultura come caratteristica essenziale dell’evoluzione della specie umana, che si adatta ovviamente per via genetica sulla scala dei milioni di anni, ma si adatta per via culturale sulla scala dei secoli o dei decenni dell’innovazione. E l’adattamento del cervello, mentre la specie umana supera i 7 miliardi e si avvia ai 9 miliardi, accelera con le protesi digitali nelle funzioni dell’elaborazione, della memorizzazione e della connessione. Forse con la conseguenza di accelerare grazie alla scienza possibile con le tecnologie digitali anche dal punto di vista genetico.
2. Cultura/antropologia: cultura come insieme dei punti di riferimento che uniscono un gruppo piccolo o grande, dotato di una sorta di identità; archetipi; miti; storie; riti e mezzi dell’informazione; strutture e ambienti della relazione sociale. Beni comuni e organizzazione della loro manutenzione. L’adattamento accelera con i media digitali nella progettazione e utilizzo di tutti questi strumenti della costruzione di punti di riferimento.
3. Cultura/industria: la cultura come insieme di industrie culturali, che supera l’ormai ovvia dimensione del cinema e della tv, dei giochi o della musica, dei musei o delle biblioteche, per allargarsi alle diverse fonti di generazione di valore, monetario e non. Open source e copyright evolvono a loro volta con i nuovi modelli di business. Il digitale è un ambiente di innovazione accelerata nelle industrie della cultura.

Tutto questo è premessa di sviluppo. Perché il contesto italiano è quello dell’economia della conoscenza. Nella quale il valore si concentra sull’immateriale: ricerca, design, informazione, immagine, narrazione, senso… E tutto questo ha bisogno di investimenti fondamentali in educazione. La nuova educazione. Quella che sa che la scuola prepara persone a vivere in un mondo imprevisto. Che sa che la formazione è continua per tutta la vita. Che conosce il potere formativo delle strutture mediatiche, delle interfacce, delle metafore che presentano gli ambienti dell’interazione. Con logiche consapevoli della dinamica del gioco e dell’impegno per il miglioramento continuo. E dunque in piena innovazione.

Vedere l’educazione come investimento impone uno sguardo di lungo termine. La consapevolezza che ne consegue, in termini di qualità, impone un approccio alla sostenibilità: cioè al lungo termine. Sicché la cultura e l’innovazione sono soggette, tra l’altro, a una dinamica che potremmo chiamare ecologia dei media. Nella quale l’inquinamento è un rischio gigantesco e la ricerca della qualità è un obiettivo fondamentale.

locandina-perugiaPerché alla fine la sintesi dello sviluppo italiano è nella pacificazione del rapporto tra tradizione e innovazione. Una pacificazione generativa che passa dall’idea che la tradizione non sia fare le cose come si sono sempre fatte: la tradizione è una sorgente di conoscenza per una società orientata a fare le cose bene. E fare le cose bene, sulla scorta della tradizione, significa saperle fare con i mezzi contemporanei. Che consentono di farle bene e meglio. Cioè farle bene oggi. Nel contesto attuale.

Cultura è innovazione perché l’evoluzione culturale è il motore dell’innovazione e perché non c’è un passaggio di questo ragionamento in cui non ci sia un’occasione per incrociare la propulsione della tecnologia con la ricerca di senso.

Se n’è parlato all’università di Perugia con Gianluca Vinti, Alfredo Milani, Osvaldo Gervasi, Michele Bilancia, Nicola Mariuccini e Bruno Bracalente.

Big Data: big problems, big solutions

L’epistemologia dei Big Data è diventata tema di discussione importante. Succede spesso. Il percorso è classico: 1. un avanzamento tecnologico internettesco appare dirompente, 2. qualche blog e uno o due giornali inventano un titolo fulminante (tipo “la fine della teoria” di wired), 3. tutti si mettono a investire su quell’avanzamento o dicono di farlo, 4. esce un libro che sistematizza e rilancia, 5. cominciano i dubbi di fronte a qualche episodio problematico, 6. gli scettici con sufficienza allarmata sostengono che l’”avevano sempre detto”, 7. arrivano gli studi seri e fattuali, 8. finalmente ci si mette a lavorare sul serio, 9. intanto arriva un altro avanzamento tecnologico che appare dirompente…

Di epistemologia dei Big Data si è parlato anche in questo blog. Non torniamo sugli stessi argomenti. Ma vale la pena di aggiungere due link.

Grazie a .mau abbiamo una bella ricostruzione delle difficoltà di Google Flu Trends e delle possibili motivazioni. La più rilevante è l’effetto feedback. Il sistema osservava le ricerche delle persone su Google che potevano essere correlate all’influenza e prediceva l’avanzamento dell’epidemia. Nei primi anni ha funzionato poi ha smesso. L’effetto feedback sarebbe il fatto che le persone avendo saputo che le loro ricerche erano monitorate hanno cambiato comportamento.

Il fatto che un sistema consenta di osservare il comportamento di un vasto insieme di agenti e di inferire correlazioni è fantastico. Da qui a pensare davvero che quelle correlazioni siano predittive è un passaggio tutto da studiare. E lì di teoria, sperimentazione, teoria, sperimentazione ce ne vuole tanta. Nei Big Data, virtualmente, i dati riguardano tutti gli agenti e non solo un campione il che apre possibilità inedite alla raccolta di informazioni. Ma la conoscenza non è la raccolta di informazioni.

Intanto, Gary Marcus, psicologo, e Ernest Davis, informatico, hanno scritto un pezzo sul NYTimes di grande rilevanza con nove problemi che vanno affrontati nell’utilizzo dei Big Data.
1. Big Data trovano correlazioni: ma non è facile definire quali correlazioni hanno un senso
2. Big Data aiutano la ricerca scientifica, ma non possono sostituirla
3. Gli strumenti di analisi del Big Data si possono facilmente imbrogliare
4. L’osservazione modifica la realtà osservata
5. La maggior parte dei Big Data arriva dal web, ma il mondo è più grande
6. Alcune correlazioni emergenti sono del tutto casuali
7. I Big Data si possono usare per conferire un’aura di scientificità ricerche basate su domande fondamentalmente imprecise
8. I Big Data vanno meglio con questioni molto comuni, peggio con fenomeni di nicchia
9. L’eccesso di eccitazione intorno ai Big Data distorce l’aspettativa intorno a quello che realmente ci si può fare.

Questi contributi cominciano a farci capire che siamo arrivati alla fase 7 del processo classico descritto in alto in questo post. Tra un po’ si comincerà a lavorare sul serio.