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Innovazione responsabile

L’innovazione non è una novità. Quello che la distingue è la responsabilità. Cioè la consapevolezza delle conseguenze.

libri_pauliGunter Pauli, educato dai gesuiti, parte da una convinzione etica, trova una soluzione tecnica, avvia un modello di business che la renda sostenibile. Come quando si è posto il problema dell’uccisione delle femmine di pesce gravide, che riduce la popolazione ittica senza un vantaggio economico particolare nel breve termine ma con un danno ecologico nel lungo termine. E ha così messo in piedi una nuova modalità di fare la pesca, ha progettato nuove barche da pesca, ha sperimentato nuovi apparecchi che segnalano la presenza di uova negli esemplari pescati, ha abolito il surgelamento. Avviando una nuova forma di economia in Marocco.

Alessandro Bergonzoni rifiuta di parlare di futuro perché vede intorno a se macerie e inquinamento culturale. Invita a prenderne consapevolezza, prima di ogni altra considerazione. Chiede a chi lo ascolta di sentire se stesso coinvolto. Gli orrori non sono commessi da altri. Noi siamo gli altri. Io sono gli altri. La poetica della responsabilità parte dalla conoscenza dell’impossibilità di pensare il presente senza prendere visione delle sue intollerabili brutture. Delle quali siamo tutti responsabili. L’innovazione culturale che scaturisce da questa possibile nuova consapevolezza è premessa di una strada lunga qualche generazione che porta fuori, forse, dalle macerie. Ma, per favore, non chiedete nulla sul futuro a Bergonzoni: andreste fuori tema.

Tra pochi giorni, assicurano i suoi collaboratori, il video del suo intervento a Forlì sarà disponibile sul sito di Bergonzoni.

Link. Letture per domani. Netneutrality tedesca e frequenze italiane. Occhio a Telecom

Deutsche Telekom è intenzionata a introdurre restrizioni nel traffico internet per le famiglie abbonate entro il 2016 in modo da contenere la quantità di banda consumata dai sottoscrittori. Ma lasciando invariata l’usabilità del suo servizio televisivo e creando una disparità con i servizi concorrenti che servono anche a scaricare video come YouTube, iTunes, Facebook (NyTimes).

E’ un attentato alla netneutrality. Non è detto che passerà. Ma questo genere di propositi, specialmente quando sono annunciati con tanto anticipo, servono proprio a spostare il limite dell’ammissibile. Finora questo genere di discriminazione era fatta solo sul mobile. Ma in Germania pensano di farlo anche sul fisso. Entrambe le forme di discriminazione creano una forma di scarsità che garantisce un enorme potere all’operatore telefonico che la impone. Non tutti ne fanno uso. Ma possono pensare di farlo.

La scarsità “naturale” di frequenze per il mobile (che in Italia è una storia infinita collegata alla difesa della televisione tipica di questo paese, Longo) è portata qualche volta a sostegno della legittimità delle politiche non neutrali su quella rete. Ma la scarsità di banda fissa è soprattutto una scelta dovuta alla disponibilità a investire degli operatori.

Di certo, non è coerente che gli stessi operatori dicano di essere disposti a investire in nuova banda solo se vedono che la domanda cresce e nello stesso tempo dichiarino che è necessario gestire la banda per l’uso eccessivo, abolendo la net neutrality. Ma può avvenire perché gli operatori hanno tutto il diritto di sviluppare strategia che trovano più conveniente.

Quello che può correggere la situazione è una politica che veda nell’agenda digitale uno dei pilastri dello sviluppo e della crescita. Che quindi stabilisca che la domanda nasce quando c’è offerta di banda. E che l’indotto di innovazione che genera nasce quando c’è neutralità della rete.

La separazione della rete Telecom Italia può essere molto utile, in un contesto in cui ci sia una chiara politica digitale. Altrimenti rischia di finire nell’ennesima mezza novità.

Per collegare il racconto della società all’azione politica. Il divorzio tra le persone e gli eletti non è irrimediabile

Il caso della donna ridotta in schiavitù a Firenze, raccontato sull’account Facebook di Matteo Renzi, è istruttivo. Per l’informazione, la politica, la visione:

1. È un fatto. È una storia coinvolgente, emozionante, difficile. È stato segnalato dalle persone che vivono a Firenze. È stato verificato e ha trovato ascolto tra le autorità. È stato preso in carico da istituzioni competenti. Ha trovato una soluzione.
2. È una modalità per fare politica. Il nome di Matteo Renzi si collega con un’operazione andata a buon fine, testimonia di un atteggiamento politico aperto, attento ai problemi delle persone immigrate, rispettoso della cittadinanza, capace di risolvere i problemi. Si manifesta senza mediazione giornalistica ma direttamente sulla rete. Va dritto al punto.
3. È una visione simbiotica tra la società e la politica. Senza le segnalazioni venute dalla società le autorità forse non si sarebbero accorte del fatto e non sarebbero intervenute. Senza la presa in carico da parte delle autorità la società si sarebbe sentita ancora una volta abbandonata a sé stessa. Dimostra che il gesto di un cittadino che segnala può avere delle conseguenze pratiche, arrivare a un’azione di successo, generare un ambiente sociale migliore. Il gesto di ciascuno migliora l’insieme e questo migliora la vita di ciascuno.

Il divorzio tra società e politica è anche la mancanza di un’esperienza quotidiana della relazione tra ciò che le persone fanno e ciò che fa la politica. Ma questo divorzio non è ineluttabile. Si affronta, come spesso succede, parlandosi meglio e ascoltandosi di più. Si risolve con un lavoro strutturato e paziente.

La società civile si dovrà dotare di strumenti per arrangiarsi di più, fare sentire meglio la propria voce, manifestare istanze più concrete e motivate, imporsi all’attenzione dei politici. Questo fenomeno è già cominciato. Può migliorare. E può avere conseguenze, se si considera che gli eletti non diventano tutti insensibili solo perché sono eletti, ma anche perché a loro volta si perdono in una macchina senza senso, con l’impressione di non poter fare abbastanza. In un contesto così, si genera un sistema che incentiva con maggiori probabilità la selezione di un personale politico che si concentra solo sull’occupazione di poltrone invece che sul servizio alla popolazione.

Da dove si comincia? La riforma della macchina politica è necessaria. Ma mentre i politici tentano di farla, noi, la società civile dobbiamo darci un’organizzazione per spingerli ad ascoltare. A partire dall’informazione di mutuo soccorso e i media civici. Imho.

Iniziative per domani. Progettate oggi. Interior design, hacking Italia, diario creativo

Cocontest è una piattaforma tipo Zooppa per chi vuole riprogettare l’interno della propria casa con l’aiuto di architetti interessanti: il cliente pubblica le specifiche e il prezzo che vuole pagare, tutti gli architetti interessati mandano una proposta; il prescelto viene pagato. La piattaforma trattiene una quota del valore del lavoro. Il numero di architetti e designer iscritti è già elevato e questo aumenta ovviamente le probabilità di trovare un progetto che piace davvero. L’impresa è incubata a EnLabs.

Hacking Italia – e ce ne sarebbe bisogno! – segnalato da Nicola Iarocci, cerca di raccogliere una comunità di persone che ci sanno fare con i computer e condividono notizie, esperienze, progetti. L’editoriale di presentazione, dimostra l’importanza dell’informazione di mutuo soccorso.

Luisa Carrada (via Marco Faré) suggerisce il tema del diario creativo come allenamento per la felicità. Aiuta a conoscersi, dice Teresa Amabile di Harvard, serve a celebrare i piccoli successi, a pianificare i prossimi passi, a nutrire la propria crescita personale, a coltivare la pazienza. Il diario è uno strumento per la progettazione della propria vita.

Iniziative per domani. Da conoscere oggi. Innovazione, impresa, startup, informazione, diritti

BlueThink, nata all’incubatore delle imprese innovative del Politecnico di Torino, serve alle aziende che vogliono una mano per individuare i colli di bottiglia nei loro processi e a comprendere come innovare per superarli, accelerando la crescita. Funziona sulla base dell’idea dell’open innovation e del trasferimento tecnologico.

Backtowork, del Sole 24 Ore, risponde all’esigenza dei manager esperti che vogliono investire in una piccola impresa, diventarne soci e lavorarci. La liquidità di cui dispongono può essere preziosa nelle pmi italiane in questo periodo. E la loro esperienza può diventare molto importante per il loro sviluppo. Per i manager si tratta di costruirsi una strada imprenditoriale e professionale nuova.

Daonews, startup di Cagliari, è una piattaforma che facilita la pubblicazione di giornali online. Ha le idee chiare. E probabilmente si farà notare.

La fiera delle startup, anche questa al Sole 24 Ore, rischia di diventare un evento divertente e interessante, con molta energia positiva. Ce n’è bisogno in questo periodo.

Le cose cambiano, ha il sito in costruzione e sarà online il 7 maggio. E’ un’iniziativa affiliata a It Gets Better Project, una rete mondiale dedicata alla lotta al bullismo e alle discriminazioni omofobiche. Anche di questo c’è molto bisogno da queste parti.

Mozilla: per internet come bene comune

La storia di internet è segnata in modo fondamentale dal fatto che il protocollo ip, il codice che gestisce l’ipertesto e altre tecnologie di base della rete sono neutrali rispetto ai dati che vi girano e sono di pubblico dominio, non proprietari.

Ma tra le grandi innovazioni che internet ha consentito, in parte, ci sono quelle disegnate dalle grandi piattaforme private. Il che è più che legittimo.

Il problema è che qualcuno può altrettanto legittimamente preoccuparsi che il successo inarrestabile di alcune di queste piattaforme private arrivi a occupare quasi completamente la rete e la consapevolezza degli utenti. Rendendo meno attenti gli internettiani nei confronti della neutralità e della manutenzione dell’internet come bene comune.

Mozilla è leader tra le molte iniziative non profit che si propongono di coltivare e manutenere la dimensione di internet come bene comune. La sua strategia innovativa consiste nel produrre tecnologie che “seguono” quelle dei privati ma le riproducono in formato aperto, neutrale e non proprietario. Lo spiega Aza Raskin in The future of Mozilla: fast second follow.

La più grande startup del pianeta è cresciuta

Steve Jobs diceva che la Apple è organizzata come una startup. «Siamo la più grande startup del pianeta» dice circa dopo un’ora nell’intervista riportata qui sotto. A quel punto Steve parla di management. Spiega che Apple non può abbandonare i suoi valori fondamentali, anche se è diventata grossa. Il focus è e resta quello di fare i migliori prodotti possibili.

Ovviamente, viene voglia di risentire questa intervista in un momento in cui l’innovatività della Apple è messa in discussione: sarebbe ingiusto dire che non è più innovativa, ma forse è il momento di ricaricare l’energia innovativa.

L’intervista è da sentire anche per gli editori e soprattutto i giornalisti che vogliono essere incoraggiati a cercare di creare prodotti che la gente sia disposta a pagare. Nel mondo di Jobs il mercato è semplice: fai il miglior prodotto possibile e poi la gente vota comprandolo o non comprandolo. Ed è così che c’è un motivo per andare a lavorare il giorno dopo. È talmente dura che solo se si ama quello che si fa si riesce a perseverare nell’innovazione per arrivare a realizzare il miglior prodotto possibile: lo diceva in un’intervista precedente, quella che ha fatto insieme a Bill Gates. Da non perdere…

Già che ci siamo si può rivedere anche l’intervista perduta…

Qui si può vedere Tim Cook in una situazione simile. Il ceo di Apple dice con sincerità che non si è mai posto il problema di sostituire Steve Jobs. «Io sono me stesso e penso che è questo che devo essere» dice, più o meno.

In questi giorni, mentre le aspettative nei confronti dell’innovatività della Apple sono meno soddisfatte del solito, la compagnia sta facendo operazioni finanziarie. Se ne discute qui.

Ora stavo cercando il video dell’intervento di Jobs con i baffi, all’inizio degli anni Ottanta, in cui dice che il computer è la bicicletta del cervello. E stavo cercando un altro video nel quale a un certo punto dice che le aziende innovative a un certo punto subiscono la tentazione di concentrarsi sul marketing per fare molti soldi con le innovazioni fatte in passato riducendo il focus sulle innovazioni da fare in futuro. In questo modo lentamente cessano di essere innovative e prima o poi vanno in crisi. Se qualcuno le incrocia e le segnala nei commenti sarà benvenuto.

ah ecco il video del 1980:

Non sono gli avvocati a salvare i giornali. Gli editori e Google. Giua, Barron, Ingram… #Ijf13

Google è amico o nemico degli editori? I casi della Francia e del Belgio, la lunga gestazione di nuove norme in Germania, una critica latente in molti altri paesi d’Europa dimostrano che gli editori sentono che sta succedendo qualcosa di sbagliato. Ma quando si passa dalla vaga sensazione all’analisi, le critiche si stemperano e sbiadiscono, lasciando però insoddisfazione e preoccupazione: perché da un lato pensano che Google faccia soldi sfruttando i contenuti pagati dagli editori e che dunque debba restituire qualcosa; dall’altro lato si rendono conto che Google porta una grande quantità di traffico ai loro siti con conseguenze positive per gli editori in termini di raccolta pubblicitaria. E in questo dilemma sentono di perdere terreno.

Peter Barron, di Google, ha difeso la sua azienda, ovviamente, nel corso di un panel organizzato al Festival del Giornalismo di Perugia. Dicendo che Google ha dimostrato di voler aiutare gli editori nel loro percorso di innovazione – come nei casi della Francia e del Belgio – e che il suo contributo alla generazione di fatturato degli editori è visibile perché il motore porta loro traffico, mentre è del tutto invisibile ciò che eventualmente sottrae agli editori, visto che su Google News non c’è raccolta pubblicitaria.

Claudio Giua, dell’Espresso, ha mostrato come l’evoluzione del business di Google sia orientata a fare della compagnia americana un editore, vista la crescita dei servizi di informazione che si trovano direttamente sul motore senza cliccare sui link (come nei casi di meteo, cinema, biografie). Ha inoltre ricordato che in Germania una nuova legge dovrebbe entrare in vigore: limiterà la lunghezza del testo preso dagli articoli dei giornali e che Google News può ripubblicare a un certo numero di parole.

Mathew Ingram, di GigaOm, ha detto che non sarà con le regole che gli editori si salveranno. Ma innovando. Nella tecnologia e nei modelli di business. Il suo contributo da questo punto di vista è forte. I contenuti si mettono online per creare una relazione di fiducia con il pubblico sulla base della quale si sviluppano altri business, come i servizi di informazione a pagamento, gli eventi fisici e così via.

Si possono tirare un po’ di conclusioni.

Google è un’azienda a due facce. Come azienda tecnologica cresce se cresce tutto l’insieme del web. La simbiosi è evidente posto che più ci sono cose online da cercare, trovare, mettere in qualche ordine, più occorre una tecnologia come quella di Google, che quindi non ha interesse a uccidere i produttori di informazioni. Come azienda che raccoglie pubblicità è invece una concorrente degli editori. Il problema è capire fino a che punto le spinte della remunerazione immediata del capitale finaziario e dei bonus per i manager porteranno la parte di Google orientata a tentare di espandere la raccolta pubblicitaria usando la tecnologia per competere con chi produce i contenuti indipendenti.

I problemi legali di Google sono molti. Ed è normale visto che l’azienda continua a spingere sul pedale dell’innovazione, mettendo molte abitudini sotto stress. Il più intricato problema legale di Google è probabilmente quello che riguarda la tutela dei dati personali. Potenzialmente, però, è molto importante anche il problema del potenziale abuso di posizione dominante: nei casi in cui Google dovesse abusare nella sua posizione dominante tra i motori di ricerca per conquistare in dumping altri mercati, l’Antitrust potrebbe essere interessata a indagare. Il problema del copyright, tanto caro agli editori, invece, non appare altrettanto importante: se le righe di testo che Google News potrà ripubblicare prendendole dagli articoli originali saranno due o tre, il mondo cambierà poco.

Quindi gli editori che si vogliono difendere dovrebbero stare più che altro attenti alla questione dell’abuso di posizione dominante. Che è un classico tema dei mercati innovativi, nei quali la tecnologia vincente tende a prendere una fetta larghissima del mercato che ha conquistato e induce nella tentazione dell’abuso, come è successo alla Microsoft con i browser.

Giua ha fatto notare che da questo punto di vista Google sta già facendo qualcosa: nella ricerca sui video, privilegia nettamente quelli che sono su YouTube rispetto agli altri.

Sta di fatto che gli editori non si salveranno senza innovare. E su questo non ci sono dubbi. Anche Giua ha ammesso che gli editori sono arrivati ad affrontare il mercato ipercompetitivo attuale con una mentalità antica e faticano ad adeguarsi. Ebbene: questo è il loro principale problema e la concorrenza di Google l’ha semplicemente reso evidente. Gli editori devono darsi una mossa. In fretta.

Vedi:
I dilemmi degli editori innovatori. L’innovazione necessaria agli editori è radicale. Molti tentano di gestire una fase di passaggio graduale al nuovo contesto del mercato editoriale. E forse è una strategia obbligata. Ma sta di fatto che la trasformazione del mercato e della tecnologia impone una visione di innovazione radicale. Ne scrive Clayton M. Christensen, importante teorico dell’innovazione radicale che insegna e fa ricerca a Harvard, in un articolo pubblicato con David Skok e James Allworth. Lo ha riportato Lsdi. E se n’è accennato in un paio di post precedenti, linkati sotto. (Continua…)

Vedi anche:
Giornalisti innovatori ed ecosistema
Publishing as a dating platform
Formule editoriali
Google in Francia

Trasparenza è opportunità. #Ijf13

Ernesto Belisario mostra come le regole sulla trasparenza dei dati della pubblica amministrazione stiano evolvendo in modo tale da favorire chi fa informazione ma con qualche confusione normativa. (vedi Sole e rapporto Diritto di sapere)

La trasparenza è opportunità. Da cogliere. Non è certo una soluzione ai problemi della relazione tra i cittadini e la pubblica amministrazione, di per se, ma è un grande generazione di possibili soluzioni. Sta aumentando la consapevolezza del diritto di conoscere come stanno le cose e si moltiplicano le iniziative di chi fa informazione, come si è visto al Festival del Giornalismo. Le difficoltà burocratiche non mancano. Come gli incredibili costi di chi si trova costretto a fare ricorsi contro le pubbliche amministrazioni inadempienti.

Un percorso però si è avviato. E sarà difficile interromperlo.

Sottosegretario allo sviluppo digitale

Il clima cambierà nei prossimi tempi, se è vero che si arriverà a un governo sostenuto da Pdl e Pd. L’infelice rifiuto di parlare al Pd manifestato nei primi giorni dopo le elezioni dal M5S, la confusione divisiva e ambigua del Pd, la vuota efficienza comunicatoria del Pdl, lo smarcamento tattico di Lega e Sel, stanno tradendo il senso del voto ma stanno ricompattando il sistema di potere di ancien régime.

Se tutto questo è vero, è anche vero che qualcuno sarà pur tentato dalla volontà costruttiva di fare qualcosa di sensato. Sì, mi rendo conto, è una forma di ottimismo forzato. Ma anche di realismo: le probabilità che qualche aspetto del nuovo governo sia orientato a rispondere ai problemi di fondo del paese non sono inesistenti. Qualcuno vorrà pur fare bella figura di fronte a una popolazione che, ridotta in sudditanza dalle urgenze economiche e dalle sordità politiche, avrà comunque la possibilità di farsi sentire.

Una questione strategica che non si può dimenticare è quella dello sviluppo digitale del paese. Mentre la Telecom Italia sembra orientata a ridefinire la sua struttura di controllo, ammettendo nella stanza dei bottoni il capitalismo cinese, e affidando al sistema pubblico il destino della rete fissa attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, con una doppia mossa che cambia radicalmente lo scenario dell’internet italiana, il governo è chiamato ad avere una posizione intelligente. E la questione dell’agenda digitale resta uno degli ambiti di strategia di sviluppo economico più rilevanti per il paese.

Certo, la destra non ha mai capito se internet è una minaccia alla televisione e, nel dubbio, ne ha osteggiato la crescita in Italia, soprattutto con l’indifferenza e l’ignoranza, quando non ha apertamente operato da freno. Ma la sinistra non ha corretto il tiro quando ne ha avuto la possibilità. E gli innovatori multipartisan hanno sempre dovuto operare in modalità anomale faticose.

Una funzione specifica di governo dedicata all’agenda digitale non sarebbe necessaria in un paese normale. Ma da questo ovviamente discende che lo è in Italia. In mancanza di una forte e unitaria strategia che comprenda le opportunità offerte dalla rete a tutti i cittadini, le imprese e i giovani, in un paese come l’Italia è necessario che sia istituita una figura istituzionalmente e politicamente preposta a mantenere viva l’attenzione intorno a questa fondamentale fonte di energia per lo sviluppo.

E allora un’opzione è la nomina di un sottosegretario allo sviluppo digitale per servire al coordinamento di alcuni temi fondamentali:
1. governo della razionalizzazione della pubblica amministrazione, per ridurre i costi e le duplicazioni
2. manutenzione dei progetti di smart city, per alimentare le strategie di sviluppo territoriale
3. governo dei cambiamenti strutturali nella rete fissa e mobile, in funzione della netneutrality
4. vigilanza a favore della libertà di impresa, di espressione, di creazione che la rete alimenta
5. agenda digitale, alfabetizzazione, superamento del digital divide
6. progetti di sviluppo della scuola nel contesto dei media digitali
7. miglioramento delle forme di partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative
8. semplificazione del percorso per le startup innovative
… e così via

Di certo, un sottosegretario allo sviluppo digitale avrebbe vita difficile. Ma senza si rischia che queste cose debbano essere portate avanti senza coordinamento. E facilitando l’opposizione dei Muri di Gomma che in Italia hanno sempre tanto successo. A danno del paese.

Vedi anche:
Perché è tanto difficile cambiare l’Italia

Le strane guerre dei brevetti. Google non avanza di un centimetro

Per chi sosteneva che Google ha comprato la divisione cellulare della Motorola per controllare il suo pacchetto di brevetti con il quale contrastare i brevetti di Microsoft e Apple in battaglie legali che assomigliano al risiko le notizie non sono confortanti. Google non riesce a far valere quei brevetti secondo Fosspatents.

In effetti, un sistema brevettuale che popoli le aziende di avvocati per bloccarsi l’innovazione a vicenda, valorizzando peraltro i giganti contro i piccoli innovatori non è interessante. E il fatto che la cosa cominci a scricchiolare può essere uno sviluppo positivo.

Vedremo se, per conseguenza, Google finirà per prendere in considerazione l’idea di far fare a Motorola quello che è nata per fare: hardware.

Citizenville. Gavin Newsom. Come decidere per la convivenza

Gavin Newsom è stato sindaco di San Francisco. Ora è Lieutenant Governor di California. Quando ha ricevuto il presidente dell’Estonia, anni fa, gli ha descritto la sua ultima innovazione con grande orgoglio: gli abitanti della sua città avrebbero potuto pagare il parcheggio con il cellulare. Il presidente estone sembrava non capire. Newsom pensò che fosse una tecnologia troppo avanzata perché potesse essere compresa da un capo di stato dell’Europa dell’est. Ma fu costretto a stupirsi. Il presidente estone lo guardava senza capire in che cosa consistesse la novità perché nel suo paese questa soluzione era una realtà normale da molti anni.

Newsom racconta questo aneddoto con la giusta umiltà che chiunque, anche chi vive a San Francisco, deve nutrire nei confronti dell’innovazione. Che coinvolge studiosi, tecnologi e, spesso, cittadini che sanno molto di più di chi è convinto di sapere.

Ma come decidere insieme sull’introduzione di innovazioni che riguardano la convivenza civile? Ne parla nel suo libro Citizenville che chi scrive sta leggendo. Ma già dalle prime pagine un punto è chiaro: il libro va letto. Il tentativo è suggestivo: visto l’impegno che le persone mettono nel gestire fattorie e città digitali online, perché non dovrebbero poter essere coinvolti con lo stesso impegno e molta più concretezza nella gestione delle decisioni pubbliche sulla città che abitano?

Questa è un’impostazione da prendere in considerazione quando si parla di politica e web. Perché può essere un gioco molto serio e divertente.

Intanto, si veda:
Massimo Chiriatti
Massimo Mantellini
Giuseppe Granieri
Giovanni Boccia Artieri

Google Glass – il prodotto, una sfida

Un video che mostra il packaging, la scatola, l’estrazione, il montaggio e l’aspetto degli occhiali prodotti da Google. Glass. C’è ovviamente molta attesa in giro per questo oggetto destinato a significare molto per la forma dei computer indossabili. Secondo me si può fare meglio: gli italiani, maestri degli occhiali, possono fare meglio di così. Non è questione di software, perché per quello si può usare molto di già fatto. E’ questione di design. Una sfida da raccogliere.

Da non perdere, peraltro, questo video critico… Che risponde alla domanda: come sarebbe il mondo con gli occhiali di Google quando ci aggiungono la pubblicità?

Augmented graphics

Invece di aggiungere didascalie e informazioni a ciò che vede la fotocamera del cellulare o del tablet, come nell’augmented reality, l’idea di Marco Marchesi e del gruppo guidato dal professor Bruno Riccò è di aggiungere a storie disegnate per il tablet quello che vede la fotocamera. Per arricchire le storie e i disegni. E la chiamano augmented graphics.

Avviene per esempio che una storia proceda come un fumetto ma poi il lettore debba trovare un oggetto per proseguire e lo individui con la fotocamera. Il sistema lo riconosce e consente di andare avanti con la storia. Finisce che può essere un gioco o un product placement o un arricchimento intelligente della comunicazione tra l’autore e il lettore.

Vedi
Expopixel

Social media in azienda: più scienze sociali che mere tecnologie

In questo slideshow di Brian Solis ci sono molte idee per ragionare in azienda in un contesto di grande cambiamento. Solis è un brillante e come spesso avviene in questi casi anche nelle sue presentazioni si leggono soluzioni forti a problemi piuttosto generali. Chi poi le deve applicare ai casi particolari può avere l’impressione che non facciano esattamente al caso suo. In realtà, si tratta di suggestioni che possono servire per elaborare nuove idee: ma nessuno può interpretarle meglio di chi decide e contribuisce giorno per giorno al successo aziendale.

Qui un paper più articolato: