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Sommessamente aspettando il piano banda larga del 3 marzo

Il 3 marzo arriverà dunque al Consiglio dei Ministri il piano banda larga (Reuters). È un piano, non una legge e tantomeno un decreto. Serve a coordinare gli sforzi dello Stato e dei privati per arrivare a portare i 100mbps al 50% della popolazione entro il 2020 e a portare almeno i 30mbps dove il mercato non si sogna di andare. Le compagnie da sole non ci arrivano perché, dicono sempre, non vedono la domanda. Ma la politica può permettersi di seguire la logica secondo la quale l’offerta crea la domanda e investire crea sviluppo, specialmente nelle infrastrutture strategiche: sicché a quanto pare lo Stato investirà circa 6 miliardi. E ha già deciso il credito d’imposta sul 50% degli investimenti nel settore con lo “sblocca Italia” (una cosa tipo 200-250 milioni: art. 6).

Essendo un piano dovrebbe essere poi portato avanti. In proposito, si è notata una certa fibrillazione sui giornali di oggi, in mancanza di una chiara idea su chi farà cosa. Telecom Italia, Vodafone, Metroweb, Cassa depositi e prestiti, sono potenzialmente coinvolte, insieme al governo. I limiti posti dalle regole europee sugli aiuti di stato e cose simili sono chiari e gli aiuti di Stato dovranno andare a tutte le attività che il mercato non farebbe da solo (tipo portare a 100 la banda dove i privati si limiterebbero a 30, o portare i 30 dove nessuno metterebbe niente…). Le imprese dovrebbero trovare un loro interesse a realizzare l’infrastruttura e non si può pretendere di vedere delle aziende private andare contro i loro interessi e anzi si può immaginare che le aziende private tentino di massimizzare i vantaggi che potranno cogliere realizzando eventualmente questo importante progetto. Il problema è il 2020: magari con i suoi tempi la Telecom Italia ci arriverebbe prima o poi, senza indurre gli analisti finanziari – dal cui giudizio dipende in parte il costo dei suoi debiti – a pensare che la sua rete in rame venga svalutata troppo presto. D’altra parte, un minimo di raziocinio non può che far pensare che se la Telecom Italia non fa la banda larga perderà efficienza e valore comunque. Il problema è il 2020: questo dà alla Telecom il potere di dire di no se non vede bene il suo vantaggio e dà al governo il potere di cercare altre strade se la Telecom non collabora abbastanza. Già ma quali altre strade? Non è proprio detto che lo si capisca con il piano del 3 marzo. Ma di certo Metroweb fa parte di ogni possibile strada.

Non si può non osservare che se la Telecom non fosse stata bloccata per tre lustri dalle conseguenze finanziarie dell’acquisizione a debito dei “capitani coraggiosi” (o meglio scoraggianti) e dalle successive ondate di sfruttamento dei suoi asset, forse la storia delle telecomunicazioni italiane sarebbe diversa: in fondo negli anni Novanta non eravamo indietro come oggi.

Proprio per questo occorre una politica chiara e forte. Il piano sarà tanto più importante quanto più, nell’interesse degli italiani, sarà fatto di due elementi: visione e realizzazione, uno da solo non basta. Una politica oscura e ignorante in materia ci ha portato dove siamo, in coda alla classifica europea: non è un problema solo dei consumatori che non vedono Netflix, è un enorme e crescente problema per le aziende, per la scuola, per la sanità, per la pubblica amministrazione.

Quindi che cosa succederà? Può darsi che qualcuno al governo pensi di poter fare a meno di Telecom Italia e che a Telecom Italia qualcuno pensi di poter bloccare il governo: il primo pensiero è irrealistico e dopo il 3 marzo anche il secondo potrebbe finalmente uscire dalla realtà. Quindi l’unica strada è trovare un accordo sensato: governo, Telecom Italia, Metroweb, Vodafone, altri operatori, le compagnie regionali, persino Google, dovranno mettersi d’accordo per forza con le risorse che ci sono e con gli obiettivi che ci sono. Questo in fondo, mi pare di capire è l’unico piano. E più si stringono i gradi di libertà più è probabile che ci si riesca.

È così: non riusciamo a fare le cose per tempo, dobbiamo sempre essere costretti dalle circostanze a deciderci perché non riusciamo ad agire se non quando è quasi troppo tardi.

ps. Ma occhio: se dovesse mai entrare in confusione questa storia con quella di RaiWay con la proposta Mediaset e la ventilata entrata in campo anche lì di Telecom Italia, finiremmo per preparare un altro problema melmoso.

La Napoli sotterranea dell’innovazione può emergere

La serietà di livello internazionale dell’innovazione che si fa all’Stm di Arzano, la forza d’attrazione della Città della Scienza di Bagnoli, la qualità connettiva del programma Neapolis innovation, la pragmaticità di alcune startup del territorio, i bottoni elettronici della Bluesquare e le soluzioni anti-contraffazione della Gep, il contributo di Enea, Cnr, università, Comau e altri sono i fatti che emergono dalla Napoli sotterranea dell’innovazione. Sotterranea solo perché sovrastata dalla quantità di informazioni che riguardano i problemi della vita quotidiana nella città. Ma molto disponibili a venire fuori: basta ascoltare.

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Questi sono appunti da una grande giornata passata al centro di Design della Stm di Arzano. Il linguaggio è dovuto alla fretta. Si elencano alcuni importanti centri di innovazione del territorio campano che nell’insieme tratteggiano un’impressione che forse sorprende chi non conosca la qualità della ricerca e della tecnologia che si sviluppa in questo ecosistema. Forse altri tipi di notizie sono soverchianti. Ma di certo la popolazione sente che tutto questo è importante, come ha dimostrato la reazione di solidarietà generalizzata seguita all’incendio – quasi certamente doloso – alla Città della Scienza. Connettere meglio questi centri e alimentare l’informazione sui loro percorsi è fondamentale. Un contributo può venire dall’iniziativa NòvaGrant. Oggi sei candidati si sono presentati alla selezione. Una scelta difficilissima dovrà essere fatta.

Ecco di che cosa si è parlato

Centro design Stm. Presentate soluzioni per migliorare i navigatori per auto gestendo più efficientemente i collegamenti con i segnali satellitari anche negli urban canyon. E sviluppi sui microcontrollori per sicurizzare identità digitale con soluzioni di crittografia applicata (algoritmi noti applicati a problemi giganteschi). I ricercatori di Arzano lavorano ogni giorno in collaborazione con i loro colleghi in mezzo mondo. IL centro brevetta algoritmi, sperimenta soluzioni, collabora con il territorio.

Città della scienza. Dopo l’incendio – giusto due anni fa – alla parte espositiva la Fondazione ha ricevuto una solidarietà straordinaria e ha accelerato gli sviluppi nell’incubatore, nelle attività congressuali, nel fab-lab e ha intensificato il suo lavoro di connessione con università e Cnr per progetti europei e non solo. Nell’incubatore tra l’altro la BeApp di Enjinia, 3D Factory che si occupa di disegnare e realizzare oggetti usando con buona sensibilità strategica la produzione additiva. E naturalmente ci sono le iniziative per le scuole e per gli educatori.

Università di Napoli ha presentato Neapolis innovation un programma che connette grandi aziende, pmi, università, per progetti di microelettronica, con tesi e tirocinio presso le aziende per favorire l’educazione di studenti più pronti per confrontarsi col mondo del lavoro una volta laureati. Con attività di ricerca che hanno portato a dieci brevetti. E l’obiettivo di immaginare le applicazioni delle tecnologie IoT.

Wall-T Protom Group ha mostrato una tecnologia di realtà immersiva per interagire coi sistemi attraverso i movimenti del corpo: bambini con difficoltà psicomotorie imparano con realtà immersiva in software a base di gaming; beni culturali fruibili in digitale; applicazioni industriali per ridurre il time to market a partire dalla progettazione e coprogettazione. Per il marketing: camerini virtuali per vedere un abito o i cataloghi in una condizione più coinvolgente. Laboratori virtuali per educazione interattiva. Studio di supporti indossabili per non avere troppi device complicati.

Skaramacay ha raccontato delle sue iniziative ad alto impatto visivo: arte del corpo in movimento con “docudanza”, messaggi sociali sulla legalità, nuove tecnologie applicate al corpo umano.

Bluesquare bottoni per l’abbigliamento dotati di componenti elettronici: che servono a interagire col gps, a contare i passi e le pulsazioni, a comunicare. Insomma, bottoni da indossare funzionalizzati

Dp control ha presentato le sue soluzioni per la visione artificiale.

Gep produce soluzioni per la sicurezza nella bigliettazione elettronica (e passaporto elettronico). Lavora con Arjowiggins (carta per banconote). Sviluppa soluzioni per carta con microprocessore (ha lavorato per i mondiali di calcio in Brasile per esempio: biglietti con il chip all’interno e ispezione agli stadi hanno consentito di trovare 12mila biglietti falsi e bloccarli all’ingresso)

SpinVector è una startup che si occupa di mobile gaming, (partner samsung), tecnologie immersive (sala olografica clienti musei oculus con tracciamento e sovrapposizione di visione reale e virtuale)

Enea ha mostrato i suoi sensori per qualità dell’aria (monica) leggibile con smartphone; nasi elettronici per aeronautica (per monitorare integrità delle parti di aereo incollate); sensori chimici a base di grafene. Gestione di servizi idrici integrati (chiusino intelligente, per controllare ambiente e vedere se ci sono immissioni abusive nella rete fognaria). Miglioramenti nella tecnologia dell’energia fotovoltaica.

Comau, che si occupa di robotica per il gruppo Fca (ex Fiat), progetta robot con braccio umanoide per trasporto di componenti per la produzione, con occhi e sistemi tattili (una Panda si produce in 9 secondi).

Imast si occupa di materiali compositi avanzati con applicazioni in molti campi auto aero navale ecc (un quarto studi italiani sul materiali compositi viene da Campania). Supervisione boeing nuovo materiale per fusoliera per ridurre rumore per passeggero con riduzione di peso dell’aereo. Auto riduzione co2 riducendo peso auto con materiali compositi per carrozzeria o sistemi multifunzionali sensoristica. Navale adesivo per assemblaggio piscine sulle navi. Ferrovie paraurti di tram urbano con materiale termoplastico che tutela il pedone in caso di urto accidentale. Farmaceutica rilascio controllato di farmaci a base nanotecnologia.

Cnr a Napoli 20 istituti da scienze esatte a filosofia. Istituto ricerca di frontiera che arriva ad applicazioni impreviste, fotonica misurare la luce su scala micrometrica. Carico termico su chip enorme ma fotonica potrà risolvere con interconnessioni ottiche. Luce al posto di segnali elettrici. Sicurezza sensori microscopi accomunati da ottica materiale che devia la luce in modo che il materiale sembri invisibile facendo deviare la luce oltre il materiale; oppure intrappolare la luce celle fotovoltaiche più efficienti; diatomee alghe unicellulari che producono 25% dell’ossigeno che c’è sulla terra, intrappolano la luce, imparare da natura. Diatomee come lente per vedere organelli nelle cellule per supermicroscopi biologico-basati; fotoni gemelli che cambiano stato a distanza, crittografia quantistica (fotonica in silicio su chip); capacità di leggere i papiri di Ercolano ridotti a pezzi di carbone non srotolabili con ottica e tomografia (contengono filosofia epicurea).

Questi sono appunti da una grande giornata passata al centro di Design della Stm di Arzano. Il linguaggio è dovuto alla fretta.

Net neutrality. E ora tocca all’Europa

Tom Wheeler, capo della Fcc, ha deciso di entrare in campo per la net neutrality e di regolare i servizi di accesso a internet come una utility pubblica. E’ la premessa per salvaguardare la neutralità della rete e impedire alle compagnie telefoniche di separare internet in due tronconi discriminando i dati e le informazioni che circolano in rete. Ora tocca all’Europa parlare. Le lobby con interessi alternativi sono al lavoro. In America, però, hanno parlato anche quasi 4 milioni di cittadini, preoccupati di perdere la rete libera e aperta che hanno sempre conosciuto. E questo ha cambiato la percezione politica della questione. In Europa appare ancora come un fatto tecnico: non lo è. (NyTimes)

Vedi anche:
Domani un po’ di chiarezza sulla net neutrality europea. Intanto un po’ di immaginazione
Digitale europeo, neutralità e investimenti nella rete
Altroconsumo e net neutrality
Wow. Grazie Presidente: chiaro e forte. Internet è net neutrality
I repubblicani e la net neutrality
EFF: sosteniamo la net neutrality
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità

Architettura dell’informazione. Appunti

A Bologna per la giornata mondiale dell’informazione promossa dall’Information Architecture Institute.

Elizabeth Buie attacca sui sistemi di informazione pubblici. Fanno venire voglia di essere usati? L’usabilità è argomento sottovalutato. L’esperienza utente è un tema di ricerca poco indagato. Rendere più efficiente il servizio pubblico e incoraggiare i cittadini a servirsi della rete sono obiettivi convergenti: in Uk il pubblico preferisce usare i servizi online piuttosto che andare agli uffici fisici (sono facili da usare, garantiscono privacy e inclusione, parlano a tutto tondo di offerta di servizi, informazioni interessanti, processo di costruzione delle decisioni pubbliche, accesso semplice e usabile alle leggi). Il progetto giusto attira gli utenti e invoglia i funzionari pubblici a lavorare bene. Tutto questo è ricerca della felicità, dice Buie: «e quando siamo felici siamo più produttivi». Se vuoi aumentare l’efficienza dei servizi pubblici devi aumentare la felicità dei funzionari pubblici.

Il libro di Buie è “Usability in government systems. User experience design for citizens and public servants“.

Alessandro Piana Bianco di Fjord Milano: semplicità nel settore bancario. Usabilità e felicità nel settore bancario sembra un argomento fuori di testa. La digitalizzazione nel settore bancario è stata fatta precocemente ma non per il pubblico, per i funzionari. E non è stata ridisegnata quando è stata aperta agli utenti. In generale non si pensa in nome dell’utente finale: wow effect, storytelling, aggregazione intelligente e comoda dei dati, mobile centric design… Non costa molto: occorre solo pensarci.

È una questione di quadro mentale. Non si digitalizza la procedura di chi produce il servizio, ma si tenta di pensare a chi usa il servizio. In un processo pragmatico di miglioramento continuo.

Secondo Piana Bianco il problema è che una persona umana che entra in ufficio si trasforma e dimentica le qualità che lo rendono umano: affetti, felicità, bellezza.. Il cambiamento avviene se progettando pensiamo alla storia dell’utente quando usa il servizio. «Le banche studiano attentamente quello che fanno le altre banche. Ma l’innovazione – e la concorrenza – viene da altrove: grande distribuzione, uber e airbnb.. Tocca a chi si occupa di service design e user experience fare cambiare il modo di guardare alle cose.

Tommaso Monaldi e Andrea Santi, gruppo Loccioni. Due chilometri di futuro. Un mondo di senso nel quale acquista valore un lavoro di gestione e innovazione del trattamento dell’innovazione. “Trasformiamo i dati in valore”. Il tema di ricerca è l’interfaccia tra il dato e la sua visualizzazione. La pratica diventa la cocreazione tra produttore e cliente. Clienti ci hanno detto: vogliamo arrivare a questo livello tra tre anni e voi aiutateci a riuscirci. (Si va realizzando il forward looking procurement un sistrma per condividere una sfida comune).

Paolo Scarabelli e Gabriele Molari, Tetrapak. Un’azienda che ha innovato creandosi uno spazio di vantaggio che ha motivato il suo continuo sviluppo. Come andare avanti. Difficile fare previsioni. Ma si possono, dicono a Tetrapak, studiare i grandi trend tecnologici: mobilità, automazione, internet of things (pacchetti come portatori di informazione), cloud, robotica. Siamo di fronte alla quarta rivoluzione industriale: le macchine parlano tra loro, imparano, diventano autonome dagli umani. La produzione si distribuisce nel territorio mentre la richiesta dei consumatori sembra essere orientata alla personalizzazione. Se si riducono gli occupati nell’industria si riduce anche il numero dei consumatori. Alcuni lavori sono spariti. I fattori esponenziali a un certo punto sembrano andare fuori controllo. Una soluzione sta nell’innovazione nell’interazione tra l’umano e l’automatico. È compito degli architetti dell’informazione affrontare il problrma e pensare scenari sostenibili. Si passa da strumenti intelligenti a sistemi intelligenti e alle decisioni intelligenti. Per arrivare alla trasformazione del lavoro. Distribuzione è al centro di questa trasformazione, dicono a Tetrapak, con una catena del valore che si scioglie in una serie di touch point. Disruption (esponenziale), smart management of the ecosystem (non più verticals), abbondanza (grandi opportunità), culture and know how (diffusione della conoscenza), ride the transformation. E dunque? La confezione deve essere compda per il consumatore, deve essere un enabler per il produttore e adatta al distributore. Si pensa l’innovazione pensando all’insieme dell’ecosistema del valore.

Italo Marconi, UbiquityLab. Conseguenze etiche e politiche dell’architettura dell’informazione. Progettare la felicità? Marconi cita Layard e Bentham. La felicità e diventata un progetto pubblico. Muratori. La dichiarazione di indipendenza americana. Ha una tradizione nella letteratura utopistica. L’idea di progettare la felicità non equivale a creare spazi nei quali le persone siano “spinte” ad accettare un’idea di felicità, perché questa resta un tema personale. De architectura, Vitruvio, pone il tema dell’etica dell’architetto. Il giuramento di Vitruvio suggerito da Settis l’ha riportato ancora una volta alla luce. Marconi cita Renzo Piano, Fernand Braudel, Mario Cucinella. Morville: etica dell’architettura dell’informazione (un libro in pdf). Marconi parla di generazione di significato come compito dell’architetto dell’informazione. Allude di passaggio all’epistemologia (va per accenni, come si vede da questi appunti, perché non ha tempo col pranzo incombente e il programma in ritardo), cita due euristiche (non fare male, coltiva lo human flourishing). Siamo una comunità epistemica, dice Marconi. Non dobbiamo occuparci di felicità ma di benessere. L’architettura dell’informazione si prende cura dei bisogni degli utenti e dei diritti delle persone. Prendersi cura è l’etica dell’architetto. Luigina Mortari, Filosofia della cura, Cortina.

Conclusioni. Dovrò tirare le somme, dicono gli organizzatori. Parlando, chiedono, di economia. Che dirò? Ecco altri appunti su architettura dell’informazione dunque informazione e architettura.

Informazione

Domanda: «Nella società dell’informazione vale di più il denaro o l’informazione?». Risposta di Bill Gates: «Il denaro è una forma di informazione». Già ma come cambia il ruolo dell’informazione? Claude Shannon distingueva tra l’informazione e il suo senso. La ricerca sull’interfaccia ha portato alla convergenza di informazione e significato. E solo allora la tecnologia digitale ha cominciato a esplodere. E ha influito sul successo dell’economia della conoscenza: il valore si concentra sull’immateriale

Il mezzo dello scambio di valore non scompare: è un oggetto, un luogo, un’interfaccia; ciò che ha valore è un servizio fatto di informazione, conoscenza, ricerca, immagine, design.. senso. Tutto si comprende guardando ai fatti immersi in un genere di esperienza che un tempo avremmo chiamato media. È possibile che ogni business stia cercando di assomigliare editoria?

Se così fosse la vecchia scarsità (lo spazio fisico che trasmetteva l’informazione controllato dall’editore) ha lasciato il posto alle nuove scarsità (tempo, attenzione, riconoscimento della rilevanza da prte del pubblico). Il valore si realizza non più nel momento della produzione ma nel momento della fruizione, dell’adozione. Il potere realizzativo è di chi adotta o respinge il servizio.

Architettura

Che fare? Creare un mondo di senso. Come diceva Steve Jobs: «Non è compito del consumatore sapere che cosa vuole». Ma se chi propone un servizio non interpreta il futuro non riuscirà a interpretare ciò che vorrà il consumatore o l’utente. Se lo interpreta avvia un processo di generazione di valore. Che avrà forza nel tempo sintetizzandosi nel brand. Nei beni esperienza si paga prima di sapere se il consumo ha valore: il brand è la promessa che spinge a credere che l’acquisto avrà davvero valore. Se manca il brand, la vendità del futuro è forse nei sistemi di crowdfunding come Kickstarter. Una sorta di cocreazione.

Si lavora dunque per sfide che riescono ad accomunare chi offre e chi adotta, in un mondo di senso condiviso, che stravolge i confini tra ruoli tradizionali ma valorizza i saperi profondi. È la fine della separazione tra sapere tecnologico e sapere umanistico. Digital humanities è la disciplina che studia quella fine e cerca di scoprire che cosa c’è oltre. Le specializzazioni restano eccome: ma devono parlarsi se vogliono vincere quelle sfide umane comuni. Per questo l’interfaccia diventa lo strumento centrale per innovare la pratica di costruzione di servizi dotati di senso e dunque valore.

Infosfera plurale

L’infodiversità in un sistema rivolto al futuro prevede la pluralità delle dimensioni dell’umano. La metafora dell’ecosistema impone di guardare alle dinamiche evolutive dell’insieme con attenzione agli scopi dell’attività dell’iniziativa invormativa che si sta progettando: inclusione di nozioni come felicità, civismo, manutenzione dei beni comuni, deliberazione, metriche della qualità. (Homo pluralis)

Domande sparse a fine giornata:

È vero sempre che l’usabilità equivale a interfaccia tanto naturale da essere usabile velocemente e senza incagli? Certo. Ma quasi sempre. Un freno può servire a riflettere. Nei media civici talvolta mettere un passaggio di troppo tra le proposte e i commenti diminuisce le polemiche, per esempio. In realtà, la scelta tra il design della naturalezza d’uso e l’introduzione di momenti di riflessione va operata consapevolmente.

Perché facilitiamo più il flusso delle informazioni e meno l’archivio? Timeline serve al contrario. Il fatto è che il flusso è addictive. Ma la responsabilità dell’architettura non dovrebbe tener conto anche dell’equilibrio cognitivo delle persone?

La mancanza di libertà di scelta è grave quanto l’eccesso di scelta. Come si semplifica senza banalizzare?

Come costruire un contesto che aggiunge valore? Una libreria parla più di un elenco automatico di titoli di libri… Che cosa li differenzia? Che l’utente sceglie l’ordine, che gli scaffali non sono tutti uguali, che il posizionamento dei singoli libri è variabile.

Metodo per migliorare usabilità: pensare come pensa l’utente, fare test con gruppi diversi e con persone diverse, tra loro indipendenti, pensare che il miglioramento continuo è la prassi non l’eccezione…

Pisa: Things on internet cerca di rendere facile mettere le cose online

Things on internet è una startup formata da forti tecnici pisani che intendono produrre un sistema facile da usare per programmare Arduino e altre board: il sistema si chiama Viper ed è basato su Python con una serie di semplificazioni pratiche che aumentano la qualità potenziale dei progetti portati avanti da persone che non siano softwaristi specializzati. Lunedì comincia una raccolta su Kickstarter.

L’internet delle cose è una frontiera sempre più importante, secondo Gartner: 4,9 miliari di oggetti connessi entro il 2015, 25 miliardi entro il 2020, per un valore di 69,5 miliardi di dollari per 2015 e 263 miliardi di dollari per il 2020 (StartupBusiness).

Jony Ive resterà alla Apple? Una storia del New Yorker

Una storia – lunghissima e scritta meravigliosamente – sul New Yorker, descrive il carattere di Jony Ive, il collaboratore di Steve Jobs che ha contribuito al successo della Apple con la sua profonda sensibilità per il design essenziale e intelligente. E allude all’ipotesi che Ive se ne vada. Gli interessati, credo, trattengono il fiato. (NewYorker)

There were times, during the past two decades, when he considered leaving Apple, but he stayed, becoming an intimate friend of Steve Jobs and establishing the build and the finish of the iMac, the MacBook, the iPod, the iPhone, and the iPad. He is now one of the two most powerful people in the world’s most valuable company. He sometimes listens to CNBC Radio on his hour-long commute from San Francisco to Apple’s offices, in Silicon Valley, but he’s uncomfortable knowing that a hundred thousand Apple employees rely on his decision-making—his taste—and that a sudden announcement of his retirement would ambush Apple shareholders. (To take a number: a ten-percent drop in Apple’s valuation represents seventy-one billion dollars.) According to Laurene Powell Jobs, Steve Jobs’s widow, who is close to Ive and his family, “Jony’s an artist with an artist’s temperament, and he’d be the first to tell you artists aren’t supposed to be responsible for this kind of thing.”

La borsa, il venture capital e il valore delle piattaforme, tra America ed Europa

A quanto pare, se una società che produce una tecnologia la pensa come componente di piattaforme esistenti tenta di farsi comprare, mentre se la pensa come piattaforma autonoma tenta di andare in borsa. La borsa sembra al momento capace di valutazioni molto attraenti per i fondatori, anche se la logica dovrebbe essere più sostanziale, anche per responsabilità nei confronti degli investitori. Uber evidentemente pensa di andare in borsa con una valutazione enorme, attualmente a 40 miliardi. E Snapchat farà lo stesso: ha rifiutato un’offerta da Facebook che la valutava 3 miliardi nel 2011. Successivamente Facebook ha pagato 22 miliardi per WhatsApp. E attualmente Snapchat è valutata intorno a 16-19 miliardi, a giudicare da quanto spendono i venture capitalist per entrarci. Snapchat a quanto pare si pensa come piattaforma, non come componente di altre piattaforme, visto che tenta di acquisire sviluppatori e content provider. E quindi logicamente tenta di andare in borsa da sola. I venture capitalist ci credono. (Bloomberg)

Le controversie che girano intorno a Uber, con motivazioni di avanguardia e di retroguardia (post precedente), la mettono costantemente in vista nelle pagine dei giornali. Ma la valutazione è sospinta soprattutto dagli investitori. Lo stesso vale appunto per Snapchat. Come si fa a capire se queste valutazioni sono un modo per misurare l’importanza di un’azienda oppure se sono solo un modo per alzare il prezzo in vista della borsa?

Di certo c’è che con queste quantità di soldi, quelle piattaforme effettivamente riescono a crescere nel mondo a livelli incomparabili con quelli delle piattaforme che vengono fuori in paesi con meno venture capital come l’Europa. Secondo alcuni è una sorta di dumping: conquistare terreno e poi guadagnare, salvo però finanziare questo dumping con la finanza. Il punto è ripagare la finanza: per riuscirci vale tutto nell’immediato e al futuro si penserà poi. Le varie bolle americane non hanno insegnato molto. Ma rispetto alle bolle puramente speculative, queste che si basano su ipervalutazioni di piattaforme hanno il vantaggio che nei casi migliori mettono in piedi aziende molto forti. In Europa il capitale sembra molto più prudente, meno strategico e aggressivo. Sicché anche le aziende che vengono fuori dall’Europa sono meno orientate alla “conquista del mondo”. La risposta non deve necessariamente essere quella di imparare a fare come gli americani. Ma una risposta occorre darla. Magari tenendo conto delle specificità europee: esportazioni reali molto importanti, sensibilità per privacy molto superiore, minore orientamento a credere nell’innovazione che rottama tutto in nome di uno sviluppo che si configura stretto tra la conservazione corporativa e la ricerca di un’armonia più solida tra economia reale e finanziaria. Cinesi, russi, coreani e altri hanno economie digitali nelle quali le aziende locali riescono a tenere quote di mercato contrastando l’avanzata degli americani più di quanto non riescano a fare gli europei.

Mentre Europa e America si preparano alla grande discussione sul trattato che regolerà lo sviluppo del commercio atlantico, occorre che gli europei si formino una visione strategica delle differenze che li separano dagli americani e che pensino a che cosa devono affermare, dal punto di vista identitario, fiscale, economico, strutturale, culturale, costituzionale. Pensando al loro interesse e al ruolo che intendono giocare nel mondo. Imho.

A Napoli per cominciare il racconto dell’innovazione con i grant offerti dalla St e la mentorship di Nòva

Il 26 febbraio, ad Arzano, il laboratorio per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie della StMicroelectronics ospita una mattinata di presentazioni sull’innovazione nel napoletano e in Campania. Sarà l’occasione per lanciare anche le attività dei giovani che racconteranno l’innovazione in quel territorio con la mentorship e la piattaforma di Nòva. L’occasione sembra piuttosto rilevante.

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Orgoglio docente

«No school can be better than those who work in it» dice l’Economist. Scuole con insegnanti che non ci credono più, società che non valorizzano e rispettano gli educatori, sistemi pubblici che hanno dimenticato la missione per il bene comune, non servono al futuro, abbattono il morale e il senso dell’educazione. Mentre tutti noi ricordiamo quell’insegnante consapevole della sua missione che tanta parte ha avuto nell’appassionarci alla conoscenza. E che così ha indirizzato la nostra esistenza.

In Finlandia e in Corea gli insegnanti sono rispettati e molti grandi professionisti scelgono di fare gli insegnanti. Altrove non è così, ma evidentemente è possibile che sia così.

Una riforma della scuola può avvenire. E deve assolutamente avvenire. Anche in questo paese. Ma come in ogni paese, deve avere una bussola: ripristinare il rispetto per la professione dell’educatore a tutti i livelli. Forse non può partire dallo Stato. Forse deve partire da associazioni e nuove iniziative orientate al bene comune. Ma lo Stato ne deve essere consapevole, come l’impresa. E dare una mano.

Vedi:
Teach for America
Teach first
Economist: High-fliers in the classroom

Vedi anche:
Impara digitale
Fondazione Amiotti
La buona scuola

update: Alcuni commenti su Twitter mi dicono che invece deve partire proprio dallo Stato. Il fatto è che lo Stato negli ultimi trent’anni è stato il punto di partenza del processo che ha reso meno rispettata la professione dell’educatore. E ovviamente rispondeva a una quantità piuttosto complessa di dinamiche: la spinta dell’iperliberismo, la spinta dei valori sospinti dalla pubblicità e le televisioni commerciali, la spinta dei partiti “anti-stato”, e così via. Niente può togliere di mezzo la responsabilità dello Stato e soprattutto di cui lo guida. Ma chi guida lo stato non può che interpretare i giochi di forza e le evoluzioni culturali della società. Per questo dicevo che la responsabilità delle persone che vivono nella società e delle forme con le quali si associano non può essere tralasciata. Anzi, forse il cambio di rotta può avvenire a partire da spinte che vengono dalla società. Se aspettiamo che sia “lo Stato” non meglio identificato a prendere l’iniziativa probabilmente nel vuoto si una società distratta e disimpegnata o peggio passiva e succube, allora dovremo aspettare a lungo. L’ipotesi – perché di questo si tratta – è dunque che una mobilitazione costruttiva parta dalla società, con la spinta magari del sistema delle imprese che comprendono la situazione, e arrivi a chi guida lo Stato come un’onda tanto sferzante da trascinare via i “muri di gomma” dei quali è fatta tanta parte dello Stato e dia forza ai leader che possono davvero cambiare la situazione. Ma il rispetto per gli insegnanti – penso – parte da tutti noi: persone, insegnanti, associazioni. Imho.

Gershenfeld, Ratti. Artigianato e architettura open source

Da un pezzo scritto per Aspenia sul libro di Carlo Ratti, Architettura open source:

libro-ratti“Il digitale si fonde nell’ambiente, accelerando e generalizzando l’innovazione. L’architettura non può esimersi dal partecipare a questa evoluzione. Ma come? Continuando a pensarsi come il frutto – eroico o dittatoriale – del genio individuale che impone la sua visione al mondo? O abbandonando il campo alle dinamiche spontanee, collettive, dettate dalla complessità della vita attuale? Architettura dei professionisti o architettura dei cittadini? Forse è sempre stata altrove la risposta: dai fallimenti leggendari à la Le Corbusier alle interpretazioni devastanti del vernacolo architetturale nella sua applicazione all’urbanistica dei capannoni industriali, non basta mai il genio né mai è sufficiente la pratica senza riflessione. Forse l’architettura che funziona è sempre stata un dialogo: o meglio ancora è sempre stata il frutto di una grande deliberazione civica, impicita o esplicita, che senza togliere voce alle idee dei più sofisticati interpreti l’ha immersa nella dinamica culturale e organizzativa più ampia e comprensibile dei molti punti di vista sociali. Ma come si adatta questo processo alla sfida del presente? Come si realizza questo metodo multistakeholder di generazione architettonica utilizzando al meglio l’esperienza dell’internet?

Una risposta – tra le diverse possibili – sta emergendo dalla cultura sviluppata a partire dal 2001 in un seminterrato del Massachusetts Institute of Technology affollato di macchine semplici o sofisticatissime connesse a computer e dove studenti, professori e ricercatori con la comune passione degli artigiani-designer-hacker fabbricavano i loro oggetti. Quell’esperienza è diventata un caso globale quando, seguendo la visione di Neil Gershenfeld, si è trasformata riorganizzandosi in modo da diventare aperta e replicabile e avviando il movimento dei Fab Lab: laboratori accessibili per l’esplorazione educativa della relazione tra le informazioni digitali e la loro manifestazione fisica. Carlo Ratti era lì. Ed da quel seminterrato è uscito senza perdere la sua umiltà di ricercatore ma con l’entusiasmo di chi aveva scoperto una via importante per lo sviluppo dell’intelligenza progettuale”.

Neil Gershenfeld racconta la sua esperienza su Edge: Digital Reality.

…Today, you can send a design to a fab lab and you need ten different machines to turn the data into something. Twenty years from now, all of that will be in one machine that fits in your pocket. This is the sense in which it doesn’t matter. You can do it today. How it works today isn’t how it’s going to work in the future but you don’t need to wait twenty years for it. Anybody can make almost anything almost anywhere.

…Finally, when I could own all these machines I got that the Renaissance was when the liberal arts emerged—liberal for liberation, humanism, the trivium and the quadrivium—and those were a path to liberation, they were the means of expression. That’s the moment when art diverged from artisans. And there were the illiberal arts that were for commercial gain. … We’ve been living with this notion that making stuff is an illiberal art for commercial gain and it’s not part of means of expression. But, in fact, today, 3D printing, micromachining, and microcontroller programming are as expressive as painting paintings or writing sonnets but they’re not means of expression from the Renaissance. We can finally fix that boundary between art and artisans.

…I’m happy to take claim for saying computer science is one of the worst things to happen to computers or to science because, unlike physics, it has arbitrarily segregated the notion that computing happens in an alien world.

Vedi anche:
Il caso di Trieste
Il caso di Matera

Uber, Morozov, ecologia dei media e intelligenza plurale

Uber valeva 200 milioni un paio d’anni fa e oggi è valutata 40 miliardi. Essenzialmente costruisce una piattaforma che organizza le relazioni di scambio tra chi offre e chi domanda un servizio di trasporto in città. E raccoglie dati, comportamenti, esigenze. Abilitando soluzioni di mercato. In una metafora pienamente di mercato. Che talvolta entra in rotta di collisione con rendite di posizione, legittimate da lunghe abitudini e investimenti sedimentati nel tempo spesso protetti con regole corporative. La questione dei taxi è il caso più eclatante del fenomeno.

Il mercato in questo senso è una soluzione che abbatte le rendite di posizione, dunque favorisce una ripresa della dinamica innovativa, con conseguenze complesse. Da un lato, l’innovazione punta alla rottamazione (disruptive technologies) delle rendite di posizione che sono protette da regole pensate più per chi offre il servizio e meno per chi ne fruisce, generando una condizione nella quale spesso si possono imporre prezzi alti per servizi di bassa qualità: da questo punto di vista l’innovazione rottamatoria raccoglie una sorta di consenso. Dall’altro punto di vista, una volta che abbia preso piede, una piattaforma che organizza un mercato in modo efficiente diventa a sua volta un intermediario potente. La valutazione di Uber lo dimostra. Anche perché chi investe in Uber sa che la piattaforma vincente gestisce il suo servizio in modo tale da spostare il rischio di mercato su chi offre e chi domanda (il prezzo delle corse varia in funzione della quantità di domanda in rapporto all’offerta) ed evita il più possibile di assumersi rischi di branding spostando la questione della qualità del servizio sul lavoro che gli utenti svolgono valutando i guidatori (le stellette di valutazione dei guidatori sono compito degli utenti). Uber si concentra sulla tecnologia (eccellente), sulla rimozione degli ostacoli legali, sul reclutamento di persone che offrano il servizio (valorizzando part-time asset come la loro automobile e il loro tempo che in assenza di Uber allocherebbero in modo meno efficiente), sull’utilizzo intelligente dei dati.

Il problema di chi guarda alla crescita di Uber pensando alle conseguenze sulla vita cittadina non può essere affrontato unilateralmente. Di certo non si può migliorare la situazione negando il valore di Uber e delle piattaforme analoghe. Ma altrettanto sicuramente questa non è la fine della storia. Una discussione preliminare sulla possibilità di costruire ulteriori piattaforme era stata avviata anche qui tempo fa.

Evgeny Morozov ha scritto per il Guardian un articolo notevole che sviluppa il ragionamento di modo tranchant ma in fondo costruttivo (l’articolo è poi stato tradotto dal Corriere).

Sottolineando soprattutto la chiave di lettura costruttivista, il suggerimento di Morozov si pone dal punto di vista della città. Si può risolvere tutto il tema del trasporto in città affidandosi alla piattaforma di Uber? No. Perché Uber si occupa di mettere in relazione domanda e offerta essenzialmente di mezzi di trasporto privati e non si occupa di policy del territorio. In effetti la piattaforma è costruita e sviluppata all’interno della logica del mercato, con un occhio particolarmente attento alla logica del mercato finanziario. Se tutto si risolvesse così, l’ecosistema cittadino si ridurrebbe a una piattaforma (un po’ come se un territorio fosse sfruttato a monocoltura). Ma una città deve svilupparsi in una logica di biodiversità se vuole essere ricca di opportunità, qualità, innovazione. Dunque, Morozov suggerisce di pensare al bene pubblico in un’ottica che tenga conto di chi va a piedi (la bellezza di una città è spesso data dalla prossimità dei luoghi raggiungibili a piedi), che tenga conto di chi si sposta con i mezzi pubblici, che pensi a chi va in bici e così via. Il trasporto in città ne diventa spesso un segno distintivo e la diversità può diventare iconica (le gondole e i rickshaw, sono due esempi esageratamente importanti ma fanno venire in mente altre soluzioni: a Ottawa un gruppo di persone invece di iscriversi alla palestra porta in giro la gente con un rickshaw tecnologicamente avanzato), sviluppando un artigianato locale la cui importanza emergente può essere paragonata alla tematica dell’alimentazione a chilometro zero. D’altra parte, tornando a Morozov, è anche vero che le città non dovrebbero affidare la raccolta di dati solo a una piattaforma, anche perché hanno mille modi per raccogliere dati ancora più significativi e articolati sulle esigenze di trasporto in città. (Se n’è parlato ieri a Villafranca con Benedetta Arese Lucini, responsabile di Uber in Italia, in un evento molto interessante al quale sono stato invitato da Mind the bridge: ci sono i riflessi su twitter).

Non si tratta, secondo me, di negare Uber. Ma di andare oltre. Piattaforme che non nascano da una piatta logica di mercato ma da una visione ecologica e dunque plurale possono generare ulteriori innovazioni. Helsinki ci ha pensato e ne è venuta fuori tra l’altro Kutsuplus. In queste esperienze à la Uber, gli europei non dovrebbero leggere soltanto una minaccia: dovrebbero leggere una sfida a far meglio.

ps. Il mio nuovo libro, Homo Pluralis, uscirà presto e parla, con tutti i limiti del suo autore, proprio di questo. Sarà presentato alla fondazione Feltrinelli di Milano, il 23 febbraio con Ferruccio de Bortoli e Morgan.

homo-pluralis-milano

EXPOST

Si è anche cercato di capire che cosa resterà dell’EXPO allo Hangar Bicocca, sabato 7 febbraio, dove c’è stato un bello show di ottimismo sulla prossima esposizione universale di Milano. L’ex presidente del Brasile Lula ha fatto notare al “compagno presidente del Consiglio” che “i poveri non hanno un sindacato” e il papa Francesco ha detto che “la radice di ogni male è l’iniquità”. Il consiglio di leadership del papa è stato il più efficace: “passare dalle urgenze alle priorità” è il modo migliore secondo il papa per operare delle scelte. E questa frase, semplice e fortissima, è stata la più apprezzata e ripetuta di tutta la giornata.

Ma a un tavolo si è discusso di “che cosa resterà dell’EXPO”. E le cose dette sono state molte e spesso molto importanti. Inutile riassumerle. Voglio solo far notare che anche l’organizzazione delle esposizioni universali, a sua volta, studia che cosa resta degli Expo. E la risposta è sorprendente: gli Expo sono essenzialmente fenomeni educativi.

In effetti, per otto anni una società si prepara a raccontare un futuro. Pensa in anticipo alle conseguenze del racconto del futuro che si incarnerà nell’Expo. Noi abbiamo perso sette di quegli otto anni. Ma all’ultimo momento, come spesso facciamo noi italiani, stiamo tirando fuori idee forti e concrete. Non sarà un successo della preparazione e della profondità dell’evento. Sarà l’ennesima dimostrazione della predisposizine di fondo che abbiamo a fare le cose sempre all’ultimo momento con una sorta di millenaria profondità, che spesso nascondiamo sotto le nostre sciocchezze fuffarole. L’EXPO sarà una narrazione dell’ecologia del futuro, della necessità degli umani di imparare la sostenibilità, della concretezza della relazione ecologicamente consapevole tra tradizione e innovazione, che si vede ovviamente meglio che in altri settori nella filiera globale dell’alimentazione.

Pensarci ex-ante, per gli italiani, sembra sempre impossibile. Ci arriviamo giusto prima di essere costretti a osservare la storia ex-post. In quei momenti, rarissimi, quando siamo uniti per fare bella figura all’ultimo momento, talvolta, ci riusciamo. Vedremo. Alla fine non possiamo non augurarcelo. Non solo per il bene nostro: perché questa volta si parla del bene di tutti.

A Trieste. Città come piattaforma open source

A Trieste la pratica dell’idea di “città come piattaforma open source” va avanti. Grazie al lavoro di persone come Salvatore Iaconesi, dell’Isia di Firenze, di giovani progettisti come Mirko Balducci, Marina Bassani, Marta Maldini, Guido Marchesini, Mattia Mezzabotta, Francesco Puccinelli, Andrea Santarossa e Sara Ubaldini. E grazie a un Comune, dove evidentemente qualcuno ascolta. “L’intento di creare una Città Open Source dove l’amministrazione rilascia le API (Application Programming Interfaces) cittadine e un vero e proprio City Construction Kit, offerto ai cittadini come strumento per la libera creazione di applicazioni, esperienze, operazioni creative ed artistiche, di servizi, culture, coordinamenti, nuove filiere.” (smartinnovation).

Da non perdere, in questo contesto, il libro orchestrato da Carlo Ratti, Architettura open source, Einaudi.

Disegno. Rivista per la nuova cultura industriale. Suggerimenti critici sulla banalizzazione maker

Il quarto numero di Disegno, la rivista che si occupa di cultura industriale a partire dall’esperienza del design, è bellissimo. Il notiziario si apre con la nascita della School of Sustainability, pensata da Mario Cucinella. E tra i servizi c’è tutto da leggere in quel bel mix di eleganza essenziale, profondità di conoscenza e semplicità di esposizione.

Io numero si apre con l’editoriale importante di Stefano Casciani. Il grande designer è stupefatto della banalizzazione del tema dei maker. Dice (taglio qualche parola): “Nello spettegolare dei media su tutto quanto fa spettacolo, torna ultimamente il tormentone del 3D printing come unico possibile futuro per il progetto, liberazione finale dei consumatori e via scherzando”. Un’iperbole, per Casciani, una serie di esagerazioni, prive di consapevolezza e votate al conformismo della moda. “E’ sintomatico che colui che è considerato uno dei guru dello stampaggio do it yourself, l’ex-editor di Wired Chris Anderson, nel suo pur fondamentale libro Makers cerchi di dimostrare come il 3D printing stesso può essere soprattutto un’occasione di business, senza preoccuparsi di eccessive considerazioni estetiche e tanto meno etiche”. La stampa di armi, il consumo di petrolio, l’incompetenza di design: tutto viene preso acriticamente in nome della “grande novità”. Tutto è centrato sulla finanza e il business. Tutto è orientato solo alla conquista di quote di mercato a suon di manipolazioni mediatiche.

Casciani pensa che il futuro del design sarà utopico o non sarà: il design è ricerca incarnata, ma il suo ruolo rischia di essere travolto dalla banalizzazione acritica del fenomeno dei “maker” della quale Anderson si è fatto guru e che la finanza si prepara a usare come ha usato i “social”, lo “sharing” e tutto quello che appare all’orizzonte delle novità che conquistano attenzione, magari con ideologie facili che conoscono la grammatica delle emozioni e entrano nel vocabolario alla moda. Per qualche anno.

Chi non si ferma alle piattaforme americane. La Cina in effetti…

L’Europa è pervasa da mille discussioni su internet e, spesso, queste discussioni si rivolgono contro lo strapotere delle piattaforme americane. Ma l’Europa sarebbe più credibile e allo stesso tempo più forte se dedicasse un pensiero e molte azioni alla costruzione di piattaforme locali, in grado di fare concorrenza a quelle americane. Ovviamente non replicandole, ma trovando altre idee, altre categorie di piattaforme. Come del resto gli americani non cessano di fare.

Uno sguardo alla situazione cinese può servire. E Stefano Pierucci (Daxue Consulting) ha inviato questo testo che mi pare possa essere utile: non per copiare, ma per sapere che se hai un grande mercato interno, magari suddiviso in territori nei quali si parlano lingue differenti, puoi fare molte cose.

Conoscere l’e-commerce in Cina
(di Stefano Pierucci)

Non è una novità che l’economia Cinese stia evolvendosi a ritmi senza precedenti. Negli ultimi anni il Governo di Pechino non ha tradito le aspettative portando la crescita del Paese da un iniziale 7.5% (2011-2015) ad un prospettato 7% annuo a partire dal 2016 fino al 2020.

Il piano di sviluppo presentato dal Ministero dell’Industria ed Information Technology Cinese (MIIT) all’interno del Broadband China Project (2013) ha prefigurato l’obiettivo storico di portare la copertura FTTH (fiber to the home) all’interno del 95% delle zone urbane del Paese fino al 2016 al fine di garantire un più favorevole ambiente e migliori infrastrutture per l’e-commerce.

Il China Internet Network Information Center (CNNIC) ha confermato che questa politica ha già generato più di 600 milioni di utenti della rete nel 2014, con un incremento annuo di 14.42 milioni rispetto al 2013 per un volume totale di ricavi nel mercato B2C (Business to Consumer) online pari a € 39.3 miliardi nella seconda metà del 2014.

All’interno dello stesso mercato, il Governo di Pechino è riuscito a mantenere un ruolo di primo piano. L’utilizzo dei domini di primo livello nazionale (ccTLD) risulta essere infatti pari al 55.6% del totale, il che evidenzia la prevalenza dell’estensione .CN all’interno della rete ed il conseguente controllo da parte del Governo Centrale del relativo traffico dati. Essendo infatti gestito direttamente dal MIIT per il tramite del CNNIC, il dominio risente delle politiche “protezionistiche” messe in atto da Pechino su tutti i contenuti della rete.

L’evoluzione dei principali motori di ricerca cinesi mete in luce il modo in cui gli stessi abbiano saputo utilizzare a proprio vantaggio lo sviluppo dell’ICT all’interno del Paese. In particolare Baidu, 360 e Sogou hanno aumentato la loro presenza dal 92.25% (2013) al 97.97% (2014) mentre Google è passato dal 2.90% allo 0.34% durante lo stesso periodo (-89%).

Una e-commerce strategy di successo dipende prima di tutto dal modo in cui si riesce ad ottimizzare la propria visibilità all’interno di questi motori di ricerca utilizzando le giuste tecniche di Search Engine Optimization (SEO). Tali metodologie, già in uso da circa 30 anni, sono diventate particolarmente diffuse a partire dal 1998 con l’ingresso di Google Inc.

La società informatica di Mountain View rappresenta il principale motore di ricerca utilizzato al mondo, con una quota di mercato superiore al 60%. Baidu invece rappresenta il suo primo competitor in Cina, con più di 600 milioni di utenti ed uno share che sfiora il 65%. Poichè quest’ultimo utilizza algoritmi diversi da quelli adottati da Google è importante conoscere le giuste tecniche per migliorare la propria strategia di e-commerce all’interno del mercato cinese.

Come ogni strategia di SEO che si rispetti, il primo obiettivo di ogni sito rimane la determinazione delle parole chiave che si dimostrino rilevanti sia per il proprio business sia per la rete. Qualora il proprio sito conti poche pagine (così come avviene per le PMI) è possibile svolgere questa ricerca in modo autonomo e senza l’utilizzo di software professionali a pagamento.

Poichè in Cina esistono dialetti significativamente differenti tra di loro, è possibile riscontrare varie espressioni con cui i consumatori locali si riferiscono allo stesso prodotto o servizio. Avere dunque una conoscenza approfondita della lingua cinese gioca un ruolo chiave per determinare le giuste keywords per il proprio business e si sconsiglia l’utilizzo dei più comuni traduttori online.

Esistono diversi strumenti per la ricerca delle parole chiave sul web ed in genere se ne consiglia un uso combinato per essere sicuri della rilevanza dei propri risultati. Nonostante Google occupi una quota di mercato relativa al traffico dati in Cina difficilmente paragonabile a quella di Baidu, il suo principale strumento di keywords research (Google’s Keyword Tool) offre una valida quantità di dati e risulta essere più facile da utilizzare rispetto al concorrente Baidu’s Keyword Tool.

La scelta dell’host è altrettanto importante poichè Baidu indicizza con preferenza i siti aventi un dominio .CN. Potrebbe pertanto essere necessaria un’autorizzazione ICP da parte del MIIT al fine di trasferire il proprio dominio internazionale in Cina.

La velocità con cui l’host permette di navigare all’interno del sito facilita ulteriormente la classificazione dei risultati sul SERP ed è pertanto fondamentale scegliere le migliori società di hosting a cui affidarsi (si consigliano gli hosts con base ad Hong Kong per ottenere una rapida navigazione ed una buona indicizzazione).

Un’ulteriore differenza rispetto a Google è che Baidu non riesce ancora a leggere alcune tipologie di files tra cui flash, java, contenuti frame/iframe ed i files text contenuti all’interno delle immagini. Al fine di ottenere maggiore visibilità è consigliabile non utilizzare tali strumenti ma adottare un più comune linguaggio HTML, evidenziando in grassetto le parole chiave.

Utilizzare collegamenti ipertestuali all’interno del proprio sito garantisce ulteriore visibilità. Baidu usa ora sistemi di metrica più avanzati rispetto al passato e permette una migliore indicizzazzione attraverso l’utilizzo di termini chiari e comprensibili.

Lo scambio di backlinks, equivale al migliore strumento per scambiarsi visibilità sul web. A differenza di Google tuttavia, che privilegia la quantità di links piuttosto che la loro qualità, Baidu premia i contenuti ben referenziati, indicizzando con priorità quelli in lingua locale che utilizzano collegamenti con fonti conosciute.

La qualità del traffico è altresì importante. Poichè i siti cinesi premiano la qualità dei contenuti gli utenti sono abituati a navigare in pagine che contengono solo le giuste parole chiave ed i giusti backlinks. Avere molto traffico senza realmente attrarre la clientela interessata ai propri prodotti o servizi infatti penalizza il business nel medio-lungo periodo.

La facilità di navigazione all’interno del sito, come risultato del minor livello di complessità ed un frequente aggiornamento dei contenuti, garantisce altresì una migliore visibilità ed è consigliabile strutturare la propria pagina in modo lineare, così da consentire di arrivare ai contenuti più “nascosti” utilizzando al massimo tre click.

L’utilizzo dei c.d. bradcrumbs all’interno della pagina facilita la navigazione all’interno della stessa ed è un ulteriore punto di forza per la propria SEO strategy.

Baidu considera i sottodomini secondo regole sostanzialmente differenti rispetto a Google. Mentre quest’ultimo infatti considera ogni sottodominio separatamente, affidandogli una classificazione specifica sul SERP, Baidu li considera come elementi integranti dell’insieme. Per questo motivo non è consigliabile riempire la propria pagina web con sottodomini in quanto il ripetersi di parole chiave e tags potrebbe insospettire il motore di ricerca e portare ad un’indicizzazione più bassa rispetto a quella sperata.

Condividere i propri contenuti sui social network è un ulteriore elemento a vantaggio del proprio ranking. Inserire i segnalibri alla base della propria pagina permette di condividere la stessa con una clientela esponenzialmente più vasta. Si consiglia l’utilizzo di “Baidu Share”, il quale permette di condividere i propri contenuti con 16 tra le principali piattaforme social in tutta la Cina.

Per costruire la propria reputazione è necessario infine promuovere il proprio sito attraverso collegamenti con pagine caratterizzate da contenuti affini. Ciò permette a Baidu di capire l’importanza che l’attività economica ricopre nel mercato cinese. Questa peculiarità fa riferimento al retaggio culturale del c.d. guanxi, secondo cui le connessioni personali e la fiducia costruita tra due o più soggetti è alla base del funzionamento dell’economia e guida lo sviluppo delle PMI cinesi sia a livello locale che internazionale.

Adottare la giusta strategia di Search Engine Optimization in Cina è dunque lo strumento di e-commerce più intelligente per accedere all’interno di questo mercato in crescita del +5% annuo ed assistere al suo sviluppo a parità di mezzi ed opportunità. L’attenzione posta dal Governo Centrale sulla censura dei contenuti e sullo sviluppo del ccTLD nazionale non deve essere intesa come una minaccia all’iniziativa economica da parte di imprenditori stranieri quanto piuttosto il tentativo di proteggere lo sviluppo dell’economia interna e, consequentemente, di garantire una maggiore competitività delle aziende nazionali in futuro.

Stefano Pierucci
Daxue Consulting – Shanghai

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