Category innovazione

Troppa mail? Ci vorrebbe un robot…

La quantità di soluzioni per gestire meglio la mail, un vero incubo moderno, cresce ogni giorno. Ma a quanto pare non si trova la quadra. Un robot come Seer è l’ennesima conferma dice Chris Matyszczyk. Perché fondamentalmente imparano dal comportamento degli utenti ma sono gli utenti che continuano a fare davvero il lavoro. Potrebbe essere altrimenti? Chissà se tra i commentatori c’è chi ha segnalazioni su applicazioni che davvero aiutano a gestire una montagna di mail?

Open government. Renzi racconta una strategia di trasparenza

Al Festival del volontariato, il presidente Matteo Renzi ha parlato di una grande operazione di trasparenza e accessibilità dei dati della pubblica amministrazione che può cambiare il modo di governare. (C’è anche una citazione che ha fatto arrossire i citati..).

Vedi anche: Data Act

Modesto contributo per una visione di lungo termine nel sistema “scuola, università, ricerca”

Stefania Giannini, ieri, alla presentazione italiana di Horizon 2020, ha detto che il suo scopo è portare il Miur a pensare per il lungo termine. È un’affermazione di grande importanza: fondamentalmente generosa, visto che significa lavorare probabilmente anche per il prossimo ministro; particolarmente ambiziosa, visto che significa lavorare sulle strutture più importanti del sistema del quale, attualmente, ha la responsabilità.

Il Miur si occupa di scuola, università, ricerca e innovazione. Difficile pensare a qualcosa di più importante.

Pensare alla lunga durata significa pensare a questioni relative a questi argomenti:
1. Visione
2. Metodo
3. Metafora
4. Interfaccia
5. Infrastruttura
6. Macchina organizzativa

Faccio qualche esempio di che cosa significa pensare a questi argomenti di lunga durata. Sapendo quando poco io sia qualificato per parlarne. Sono condotto solo dalla passione per un’impostazione che finalmente si orienta alla strategia e alla lunga durata. Per condividere l’impressione della grandezza dell’argomento.

1. Visione

Il tema della visione è chiaramente legato all’idea di società e di cittadinanza che immaginiamo stia evolvendo nell’epoca contemporanea. Una bambina che si iscriva alla prima elementare quest’anno arriverà a lavorare, se tutto va bene e riceve un’educazione relativamente completa, nel 2032. Non abbiamo un’idea di che mondo del lavoro si troverà di fronte.

Sappiamo che non smetterà mai di imparare. Sappiamo che il valore che saprà generare dipenderà da quanto potrà trasformare quello che impara in qualcosa che esprime le sue fondamentali capacità. Sappiamo che non esiste una formula buona per tutti: sappiamo che dovrà avere basi di conoscenze, punti di riferimento, informazioni, atteggiamenti necessari a facilitarne l’adattamento al contesto in cui si troverà. E di certo dovremmo sapere di più.

La scuola serve a fare in modo che la società sia una società che impara e si adatta velocemente al cambiamento. Serve a fare in modo che gli individui che la compongano siano capaci di convivere in modo tale che la loro contribuzione personale possa essere valorizzata dall’insieme e nello stesso tempo possa contribuire a valorizzare l’insieme.

In effetti, non sappiamo molto. Salvo che quel poco che sappiamo ci dice che la scuola attuale non ha moltissimo a che fare con la visione di cui stiamo parlando. Quindi occorre una grandissima innovazione. Quindi occorre ricerca. Quindi occorre una relazione molto più profonda tra l’università e la scuola. E tra il mondo del lavoro e i sistemi di apprendimento. Formali e informali.

La relazione tra scuola, università, ricerca va innovata. Stiamo parlando di sistemi diversi ma connessi profondamente. Possono diventarlo se si pongono insieme a confronto con le grandi sfide della società. È un po’ il messaggio di Horizon 2020. C’è una saggezza nei principi del nuovo programma quadro dell’Unione Europea. Che va declinata e applicata. La leadership del sistema Miur ha la responsabilità di questa declinazione e applicazione. È una visione importante: ed è una visione urgente.

2. Metodo

L’approccio alla conoscenza che serve per ottenere una società che si adatta meglio al cambiamento, nel quale il contributo dei cittadini all’insieme è valorizzato e contemporaneamente valorizza il carattere della società, ha bisogno di un rapporto di rispetto nei confronti della conoscenza. E data la visione che si è appena accennata, questo significa che il metodo fondamentale dell’insegnamento può tendere ad assomigliare al metodo fondamentale della ricerca: teoria, ipotesi, verifica; rispetto dei fatti; accettazione dell’errore; sperimentazione; mutua condivizione delle esperienze; costruzione della nuova conoscenza e diffusione dei suoi risultati come precondizione della ulteriore costruzione di conoscenza; apertura dell’accesso alla ricerca e didattica dell’espasione della ricerca. Imparare a imparare.

Condivisione delle nozioni basilari insieme alle fonti inesauribili di ispirazione: i linguaggi, dalla letteratura alla matematica e all’informatica; i contesti, dalla storia alla geografia; le frontiere, dalla scienza all’arte; le pratiche, dall’economia alla cura del corpo e alla produzione di beni; le regole della convivenza civica; e così via. Nello stesso tempo la sperimentazione personale con le nozioni acquisite, per favorire l’espressione individuale, la capacità di confronto e discussione costruttiva, la prova e l’errore e il risultato positivo. E infine, l’esperienza che insegna in modo informale ma denso di significato, in relazione con i protagonisti della società, dell’economia, della cultura, per accedere alle dinamiche evolutive reali. E per restituire al sapere di chi vive nelle dimensioni attive della contemporaneità il valore di materia di apprendimento di pari dignità di quella che è canonicamente contenuta nei manuali.

3. Metafora

Per descrivere un insieme complesso e poterlo trattare in modo efficiente in rapporto ai suoi obiettivi, occorre una metafora. A che cosa assomiglia l’insieme di scuola, università e ricerca? Scuola, università, ricerca, intese come dimensioni diverse di un’unica filiera della conoscenza generativa, orientata alla crescita e all’accelerazione dell’adattamento della società alle sfide contemporanee, possono essere descritte con una metafora nuova? Una metafora che spieghi ciò che la visione cerca di dipingere e il metodo per raggiungerla? Il sistema della generazione e diffusione di conoscenza, per la crescita delle idee e la loro sperimentazione, insomma il sistema che chiamiamo educazione può essere raccontato con la metafora di un incubatore? Forse.

Se la scuola fosse un grande incubatore di soluzioni per la diffusione di nozioni fondamentali, di idee creative, di progetti culturali, di metodi innovativi per l’apprendimento e per la connessione della conoscenza con la società e l’economia, potrebbe presentarsi come un’organizzazione adatta a gestire il cambiamento invece che subirlo. Una metafora non è mai precisa, ovviamente. Ma può indirizzare l’attenzione verso pensieri costruttivi.

4. Interfaccia

L’interfaccia del sistema è un ambiente formato di scuole, sedi universitarie, centri di ricerca e internet. La dimensione digitale è parte integrante del sistema, che lo si voglia o no. I giovani vivono in un ambiente digitalizzato. Se la scuola vuole restarne fuori si taglia le gambe da sola.

Per riprogettare un’organizzazione si può partire dal sistema produttivo o dallo scopo che si vuole raggiungere.

Pensare l’interfaccia significa partire dall’obiettivo. E l’obiettivo è servire al meglio la società e coloro che devono apprendere.

Allora l’interfaccia deve creare una considizione in cui sia facile usare la scuola, l’università e la ricerca. Venga voglia di farlo. Sia piacevole e interessante, mentre allo stesso tempo è importante. Riprogettare la scuola a partire dall’interfaccia non è incoerente con l’idea della scuola incubatore: perché sappiamo che quello che conta è la didattica e ciò che viene insegnato, il modo e la passione che gli insegnanti adottano per insegnare. Questo è ciò che conta. Un’interfaccia che valorizzi questi insegnanti e il loro rapporto con i discenti rende i loro sforzi ancora più importanti.

5. Infrastruttura

La rete di relazioni tra gli studenti, gli insegnanti, i ricercatori, le aziende e le organizzazioni sociali è un’infrastruttura che va pensata. Perché potenzialmente è il più grande laboratorio di apprendimento del paese, con tutta la gente che coinvolge. Se si pensa a Big data e Open data, la scuola ne è potenzialmente un generatore fantastico. Se si pensa a come la conoscenza sui comportamenti e le esigenze di nove-dieci milioni possono essere studiati in modo da garantire la privacy ma alimentare l’efficienza del sistema si può immaginare l’inizio di una grande stagione di grandi progetti: un’infrastruttura come questa potrebbe liberarsi dal peso delle infrastrutture private e internazionali per generare le condizioni di partenza di un’infrastruttura di rete davvero orientata al bene comune? Questo non potrebbe essere un grande progetto di ricerca che diventa insegnamento e viceversa? La condivisione di conoscenze che avverrebbe su un’infrastruttura del genere, standard e interoperabile, aperta e garante della privacy, non potrebbe diventare la premessa della reinvenzione degli strumenti didattici?

Viene voglia di pensare di sì. Viene voglia di sperare di sì.

6. Macchina organizzativa

Una macchina che riguarda quasi dieci milioni di persone, più le famiglie. Una macchina nella quale quasi mezzo milione è composto da persone che si definirebbero precari. Una macchina nella quale i risultati educativi sono profondamente diversi tra città e città, tra zone urbane e rurali. Una macchina nella quale alcuni insegnanti e dirigenti particolarmente illuminati hanno reso un grande servizio ai giovani fortunati che hanno frequentato le loro scuole. Chi fa il ritmo della macchina nel suo complesso? Dai problemi più gravi o dai battistrada?

È chiaro che il centro, il governo, deve dare un framework visionario e metodologico, garantire standard e interoperabilità per il riuso delle soluzioni. Ma in una macchina che va alla velocità definita da chi ha paura di perdere il poco che ha conquistato o che è indifferente al cambiamento perché ha speso la vita a contribuire senza essere riconosciuto o di chi non riesce ad accedere a un sistema che promette garanzie, una macchina che va alla velocità della conservazione non coglie le opportunità. La leadership centrale, in questo caso, deve dare il ritmo all’insieme.

Credo che ci siano pochi mestieri altrettanto difficili. E credo che si possa e debba rispettare qualunque impegno sincero orientato a portare una macchina così complessa nella direzione di darsi un ritmo strategico di innovazione adatto a costuire un futuro decente. Ma se l’azione riuscisse, non sarebbe un risultato importante: sarebbe il risultato più importante per tracciare una prospettiva in una società che ne ha disperato bisogno.

Ognuno dei sei capitoli citati meriterebbe un lavoro vero di analisi. E molti grandi esperti lo stanno conducendo. Mi scuso per la superficialità di queste righe. Servono, se servono, solo a mettere in fila i problemi di un lavoro di riflessione-azione sempre più necessario se si vuole guardare, come è necessario, al lungo periodo.

Discorsi sul metodo. La scienza insegna che anche la critica dura è costruttiva. Mentre la fretta è una trappola

Si allunga la serie di articoli e studi scientifici dedicati alla difficoltà che la scienza sta incontrando nell’applicazione del metodo scientifico. È un dibattito fondamentale. E molto istruttivo per tutti coloro che anche a titolo molto meno alto lavorano alla generazione di conoscenza.

Tutto è partito da un’osservazione di John Ioannidis:

In 2005 John Ioannidis, an epidemiologist from Stanford University, caused a stir with a paper showing why, as a matter of statistical logic, the idea that only one such paper in 20 gives a false-positive result was hugely optimistic. Instead, he argued, “most published research findings are probably false.” As he told the quadrennial International Congress on Peer Review and Biomedical Publication, held this September in Chicago, the problem has not gone away.

L’Economist aveva ripreso e riassunto il dibattito. E ora una nuova puntata sul sito di Burroughs Wellcome Fund.

Una delle preoccupazioni sottostanti al dibattito è che la fretta di pubblicare per mantenere il passo dei tempi richiesti dalle logiche del finanziamento alla ricerca, per stare al ritmo dei congressi scientifici, o semplicemente per fare bella figura e candidarsi a premi, promozioni, assunzioni… insomma l’umanissima ambizione degli scienziati incanalata dai tunnel informativi e comunicativi che sono propri del loro mondo abbassa la soglia dei controlli sulla qualità dell’informazione e della conoscenza che producono. La difficoltà di riprodurre gli esperimenti dei quali si parla negli studi citati deriva probabilmente anche da questo.

Comunque è altrettanto istruttivo che il controllo peer-to-peer prima o poi fa venire fuori questo insieme di errori. Anzi forse è ancora più istruttivo.

Se in un mondo tanto controllato e colto sul piano metodologico come quello degli scienziati si fanno tali errori e si rischia tanto di affermare idee poco provate, è ovviamente probabile che questo avvenga con ancora maggiore frequenza tra coloro che partecipano all’informazione senza tanta preparazione epistemologica ma con altrettanta fretta.

Per questo era – e resta – importante la pratica di confrontare e collegare le informazioni tra blogger, giornali, esperti e altro. Il peer-to-peer è anche in questo caso una fonte di conoscenza di per sè, perché può alzare il livello del controllo, rendendo collettivamete più probabile il miglioramento dell’informazione individuale (purché sia fatto con metodo e continuità: link tra blogger, confronto costruttivo sui dati, evoluzione del rapporto con i giornali tradizionali in senso simbiotico, e così via). La fretta non aiuta. Il metodo sì.

Vedi
Economist: Has the ideas machine broken down?
Edge: what should we be worried about?
E vedi anche
Aza, Picchio, Fabio, Flaviano. Un lavoro di collegamenti sull’azienda del futuro: GG, Mauro, EndofAdv, I4e.

Quando Bassanini parla è meglio ascoltare

Al convegno Aiip, Franco Bassanini ha buttato giù un programma di lavoro per la modernizzazione digitale. Bassanini era al timone quando l’Italia era avanguardia, alla fine del Novecento, su identità, fisco, pubblica amministrazione digitale.

Da allora l’Italia è stata guidata verso il passato, da governi disinteressati al tema dell’agenda digitale. Negli ultimi due anni i governi hanno ripreso il filo, in un paese che invece di essere all’avanguardia è indietro sull’agenda digitale: dieci anni fermi, disordinati, concentrati a spendere solo per galleggiare, con un operatore di rete nazionale che ha perso la capacità di agire proattivamente per lo sviluppo e la modernizzazione.

Bassanini propone, in coerenza con quanto impostato dai due ultimi governi ma con una forza strategica da ascoltare:

1. agenda digitale compito del presidente del consiglio
2. azione decisa di Agid, concentrazione datacenter, anagrafe, fatturazione, identità digitale, pagamenti elettronici
3. la rete non arriva agli obiettivi europei senza un’accelerazione; per accelerare gli operatori vanno convinti con incentivi fiscali, domanda pubblica, garanzie ai bond, fondi strutturali, orientati all’accelerazione degli investimenti all’insegna dell’idea che l’offerta crea la domanda
4. se gli operatori non reagiscono a questi stimoli, Bassanini suggerisce la separazione della rete (che potrebbe anche essere un affare per la Telecom, ha lasciato intendere).

Innovazione sociale a Giuliano

Ricevo da Francesco Russo e rilancio una notizia importante per Giuliano e per tutti noi. Si tratta di Hub Spa. Enzo Moretti è andato a vedere il posto.

HUB S.p.a. è una società per azioni con 70 soci (professionisti, creativi, piccole e medie imprese, ricercatori, docenti, innovatori e giovani laureati) che, nata nel 2012, ha come missione l’INNOVAZIONE sociale.

Dove è (info@hubspa.it)
HUBspa ha la sua sede a Nord di Napoli, nella seconda area metropolitana d’Italia dopo quella di Milano e VIII in Europa, con circa 5.000.000 di abitanti, e con la più alta densità di popolazione. La sede è ospitata nel Palazzo Palumbo, già dei Principi Colonna di Stigliano, a Giugliano in Campania. La sede offre agli hubbers circa 800 mq di spazi, di cui oltre 450 già disponibili per attività di coworking, meeting, mostre, conferenze, laboratori e socializzazione. HUB spa dispone inoltre di strutture esterne accreditate per ospitare postazioni di coworking diffuso (@hubspa).

Le competenze dei soci sono trasversali e complementari (crowdsourcing): ogni socio ha conoscenze specialistiche in settori diversi e differenti livelli di esperienza; nella maggior parte dei casi fa un altro mestiere con passione, dedizione e successo, ma vuole dare un contributo all’innovazione del Paese, facendo rete, mettendo a disposizione le sue conoscenze, la sua energia di cambiamento che, evidentemente, solo insieme ad altri può diventare massa critica.

Il capitale sociale, di 200.000 Euro, è distribuito (crowdfunding): ogni azionista detiene una sola quota; ciò rappresenta una nuova modalità di fare impresa che consente il coinvolgimento di un capitale finanziario ed umano in forma più democratica.

Cosa fa
HUBspa ha lo scopo di aggregare competenze, costruire una grande rete di relazioni per potenziare le conoscenze, le opportunità ed offrire ai più giovani contatti preziosi.
E’ il primo spazio di coworking in Campania per proporre e sperimentare una nuova modalità di lavoro che modifica profondamente le prassi lavorative tradizionali del nostro Paese basate prevalentemente su luoghi divisi e competenze monovalenti. HUBspa aiuta le persone con idee e metodologie innovative; sostiene le startup e gli spinoff con servizi di consulenza, borse di studio, ricerca di seed capital.

Il progetto CHEESE
Inoltre HUBspa fa ricerca nell’ambito della digital fabrication (ospita, tra l’altro, il FABLAB Napoli) e dell’informatica.
A tal proposito HUBspa, con Decreto Direttoriale n. 00694 del 28 Febbraio 2014 del MIUR, è stata ammessa al finanziamento del progetto denominato C.H.E.E.S.E. (Cultural Heritage Emotional Experience See-through Eyewear) nell’ambito della linea di intervento 2 (CULTURA AD IMPATTO AUMENTATO) insieme ai diversi partner di ricerca ed industriali DICDEA (Seconda Università di Napoli), DIETI (Università Federico II), ICIB (ISTITUTO DI CIBERNETICA “E. CAIANIELLO” del C.N.R.), AEROMECHS srl , DIREZIONI srl.

Il progetto C.H.E.E.S.E. prevede lo sviluppo di soluzioni tecnologiche che valorizzano il processo di digitalizzazione dei beni culturali materiali e/o immateriali, al fine di arricchirne e incrementarne la fruizione e la distribuzione dei contenuti e dei significati. In particolare il progetto prevede la progettazione e realizzazione di un sistema integrato di prodotti e servizi per la fruizione e la valorizzazione, con l’ausilio della realtà aumentata, del patrimonio culturale e ambientale.

Nell’ambito del progetto C.H.E.E.S.E. è prevista la messa a punto di soluzioni tecnologiche, progettate e realizzate in collaborazione fra differenti soggetti industriali e di ricerca impegnati nelle varie fasi di traduzione, produzione, distribuzione e fruizione di contenuti culturali, integrando competenze e conoscenze in una innovativa catena del valore che integra settori economici quali: industria della cultura, ICT, ottica, design, elettronica.

Nelle prossime settimane HUBspa pubblicherà un bando per l’assunzione, per due anni, di 6 figure professionali da impiegare in diverse discipline (dall’elettronica, all’informatica al disegno industriale) per sviluppare il progetto C.H.E.E.S.E.

E’ una assoluta novità per la provincia a Nord di Napoli che una giovane startup come HUBspa, dopo pochi mesi dalla costituzione, lanci una call pubblica per l’assunzione di personale specializzato in un territorio difficile e, troppo spesso, all’attenzione della cronaca per problemi di criminalità ed inquinamento ambientale. E’ anche il segnale di una ritrovata fiducia tra pubblico (università e centri di ricerca) e privato (imprenditori e professionisti).

HUBspa vuole contribuire a costruire una nuova e rinnovata credibilità per il Mezzogiorno.

Google e Luxottica. La tecnologia ha bisogno di design. Saper fare e saper inventare

L’accordo Luxottica-Google è pensato per fare una generazione di Glass che la gente abbia voglia di indossare. Era facile pensare che questa combinazione fosse destinata ad essere realizzata. Al Ces di Las Vegas c’erano decine di occhiali tecnologici che cercavano persone disposte a indossarli. Ma la risposta più probabile era a Montebelluna e dintorni. La borsa ovviamente ne è sorpresa positivamente. La possibilità è diventata opportunità. Vedremo se diventerà anche realtà.

Ma il fatto è storico per gli italiani e per gli americani. Un’azienda che sa fare gli occhiali è riuscita a superare il suo percorso già scritto dalla tradizione. E ha cercato un modo per innovare. Un’azienda che sa fare il software ha trovato l’umiltà di chiedere a chi sa costuire l’hardware da indossare e sa raccontare il discorso della moda per aggiungere alla sua invenzione un design degno di questo nome.

La sfida dell’innovazione tecnologica non è soltanto la sfida della tecnologia. Saper fare la tecnologia non basta. Del resto, la sfida del design non è soltanto la sfida della forma. La sostanza della tecnologia non esiste senza gli utenti e la sostanza del design non esiste senza innovazione, senza sincronia con la contemporaneità.

Per l’industria italiana che esporta – in particolare abbigliamento, arredamento, alimentare – la tradizione non deve essere una gabbia che impedisce di vedere fuori: la contemporaneità chiede prodotti connessi con l’evoluzione della vita quotidiana. Nella quale gli oggetti tecnologici vengono accolti dal corpo e dalla mente con la stessa intensità che raggiungevano gli oggetti tradizionali. E se l’elettronica può diventare estensione del corpo e della mente, ha bisogno di chi sappia come si fa.

C’è una filiera di crescita nella quale l’industria italiana può essere leader culturale. Se sa unire tradizione e innovazione, può generare un mondo di prodotti capaci di alimentare una crescita straordinaria.

La tradizione è stata pensata in passato come cura per la qualità che si dimostra nel saper fare bene le cose. Non c’è ragione che questo valore si perda se accostato alla tecnologia più innovativa. Anzi. La tecnologia può diventare lo strumento di chi vuole fare ancora meglio le cose. Oggi la tradizione può essere la cifra della speciale via italiana all’innovazione. Può diventare il saper fare bene le cose innovative. Coniugare tradizione e innovazione può dare avvio a una nuova fase di sviluppo italiano.

I luoghi del contatto possono essere diversi. La mente degli imprenditori italiani deve aprirsi. Scoprire nella loro arte lo spazio per accogliere la contemporaneità. Non si possono più sentire imprenditori italiani che snobbano la tecnologia dichiarando di non capirla. Si impegnino a capirla: la tecnologia è relativamente facile, il difficile è portarla all’adozione attraverso l’invenzione e il design serio e illuminato, un percorso del quale gli italiani conoscono molti segreti.

Vedi anche:
Google Glass – il prodotto, una sfida (aprile 2013)
Google Glass. L’occhialeria italiana ci pensa? (marzo 2013). Da leggere i commenti.

Eccellenza, emergenza, evidenza

A Mi-World l’altro giorno si cercavano eccellenze milanesi nel design, nella moda, nella finanza, nella sanità, nell’architettura, nei media, nella cultura. Eccellenze in relazione all’Italia ma anche significative presenze nel mondo. Una buona metodologia per definire eccellenze territoriali utilizzabile anche altrove per stabilire un punto di partenza interpretativo sulla prospettiva da costruire.

Queste e altre eccellenze sembrano costrette ad affrontare un’emergenza generale in Italia. E qualcuno può osservare che sono un po’ stanche se non davvero in crisi. Se ci può essere risposta all’emergenza è forse in un adattamento di quelle e altre ecellenze al nuovo contesto. Come?

L’evidenza dimostra che le eccellenze tradizionali tornano credibili e propulsive connettendosi e lasciandosi contaminare dagli innovatori. Altrimenti tra l’altro perdono progressivamente presa sulla realtà e sono apiazzate dagli innovatori che riescono a crescere abbastanza. Sedersi sull’eccellenza tradizionale è un grande rischio. Ma allearsi con gli innovafori per innovare sinceramente sè stesse può essere una strada percorribile con soddisfazione. Non basta acquistare innovazioni altrui: è molto meglio imparare a vivere in sincronia con il processo innovativo fino a parteciparlo attivamente.

Milano può essere un polo di eccellenza per l’Italia. Niente va dato per scontato. Ma una Milano che innova sarebbe un’innovazione per l’Italia. Ormai è tempo di fare squadra, perché le partite che contano sono internazionali.

A Milano ci sarà il GEC Kauffman sel 1015. Fare squadra sarà necessario a fare di quell’occasione un passaggio di accelerazione per l’Italia che innova.

Stati generali dell’ecosistema startup italiano

Oggi, agli Stati generali dell’ecosistema startup, organizzato da ItaliaStartup, è emersa l’immagine della prossima fase di sviluppo della innovazione nel territorio italiano.

Impossibile un riassunto del ricco dibattito al quale hanno partecipato Roberto Albonetti, Regione Lombardia, Francesco Lazzarotto, Warrant Group, Riccardo Donadon, ItaliaStartup, Alberto Baban, Piccola industria Confindustria, Pierantonio Macola, ItaliaStartup e Smau, Stefano Firpo, Mise. Ecco alcuni messaggi da ricordare.

1. L’ecosistema dell’innovazione italiano sta giocando un campionato globale e può migliorare la sua classifica se fa squadra. Perché il mondo non finisce a Silicon Valley. Perché si stanno sviluppando nuovi hub dell’innovazione. Perché non si vede perché uno di questi non potrebbe essere in Italia. Perché un ecosistema non nasce per logiche campanilistiche, corporative, furbesche: nasce da un duro lavoro di modernizzazione, da una visione comune, dalla collaborazione di tutti gli attori.
2. La visione è sempre più chiara: l’Italia ha un sistema industriale forte e competitivo in alcuni settori e con sistemi di imprese speciali, che esportano, che si occupano di produzione di beni ad alto valore aggiunto, che spesso innovano anche sviluppando alta tecnologia. Come ha detto Baban ci sono almeno 240mila imprese con più di 5 dipendenti e con meno di 250 dipendenti che stanno sul mercato internazionale e che, almeno in parte, possono diventare protagoniste dell’ecosistema dell’innovazione. La connessione delle startup a questo tipo di industria può avere l’effetto di accelerare l’innovazione del sistema e dare uno sbocco alle startup che non sia solo quello di tentare la fortuna sui mercati digitali centrati su altri ecosistemi.
3. La collaborazione di tutti gli attori dell’ecosistema riguarda le imprese, le pubbliche amministrazioni, le infrastrutture, il sistema educativo, la finanza… Per fare squadra, queste entità devono coordinarsi intorno alla visione comune e prendere consapevolezza delle realtà internazionali con le quali si confrontano.

Sembra difficile, come tutto in Italia. Ma il fatto è che negli ultimi due anni il governo e molte amministrazioni territoriali hanno davvero fatto passi da gigante per rendere il paese più ospitale per le startup. Il fatto è che la nostra industria esportatrice è davvero competitiva e dotata di valori unici nel panorama internazionale, ha risorse e può comprendere che nel sistema delle startup c’è un potenziale innovativo che la riguarda. Il fatto è che i giovani che sono orientati a cogliere questa opportunità si moltiplicano. E che la finanza è arretrata ma in crescita. In questo mondo dell’innovazione si compete duramente ma si vince insieme.

E le aziende scoprono che internet impone un cambiamento strategico nel loro dialogo con la società

Questo è un doppio post. Prima riprendo una cosa che si diceva oggi su NòvaEsperienze. Poi ricordo quello che si è detto oggi a #chicreailweb.

Internet non è più soltanto una tecnologia. È ormai parte integrante dell’ambiente.

Gli strumenti di accesso in mobilità, dai tablet agli smartphone, sono talmente pervasivi nei paesi occidentali da dare l’impressione che la rete si sia sciolta nell’ecosistema. Del resto, internet connette ogni giorno qualcosa di più: le automobili alle centrali operative delle assicurazioni, le luci delle case ai centri di coordinamento delle reti elettriche, i sistemi di sorveglianza agli occhi elettronici posti in ogni luogo che ne richieda il servizio, le carte di credito e i pacchi delle merci spedite ai mercati di esportazione. Internet è ovunque, come le informazioni registrate in rete. Le persone connesse in rete sono dotate di una forma di presenza in più. E le possibilità internettiane di espressione, memorizzazione, elaborazione estendono i cervelli individuali suggerendo continuamente nuove scoperte e comportamenti. E le macchine sulle quali questo gigantesco insieme di dati si registra possono disegnare mappe della vita capaci di restituire l’immagine della complessità in movimento ma offrendo gli strumenti per attraversarla con una nuova forma di conoscenza.

Così, la rete diventa anche un ambiente nel quale si sviluppa una radicale, continua riconfigurazione dell’architettura delle organizzazioni.

Continuando così, probabilmente, non si parlerà più di aziende internettiane, perché lo saranno tutte. Anche se il percorso per arrivarci passa per un profondo rinnovamento culturale. Nel quale la connessione sarà una necessità, la piattaforma cloud sarà una risorsa essenziale, l’insieme delle applicazioni attiverà le relazioni tra le organizzazioni, le persone e i loro contesti. In un sistema interoperabile.

In questo senso, non potrà che cambiare drasticamente anche il ruolo di chi offre servizi informatici. E quello di chi in azienda interagisce con i fornitori di tecnologia. Perché le loro interazioni non potranno che riconfigurarsi in relazione all’ambiente modificato da internet. Sta già abbondantemente succedendo, come mostrano le storie raccolte in questo numero di Nòva Esperienze, un piccolo inserto che si concentra sulla verifica sperimentale delle visioni emergenti nell’ecosistema dell’innovazione. I clienti e i vendor di una volta, orientati a costruire “soluzioni” che si limitavano a digitalizzare l’esistente senza prendere atto del futuro e chiudendo le informazioni in silos isolati gli uni dagli altri, sono figure superate, in nome delle nuove partnership tra innovatori.

Per disegnare le nuove aziende occorrono architetti che ne interpretino i connotati identitari e partner che li connettano ai luoghi dell’innovazione. Vince chi è talmente avanti sul piano culturale da condurre l’architettura delle aziende alle sue forme essenziali. Non ovvie. Semplici.

Stamattina, a #chicreailweb (un convegno di Culture e Isimm, si parlava di comunicazione aziendale e dei casi Telecom Italia, Enel, Montecitorio, Rai, Bnl. Piero Gaffuri, amministratore delegato di Rai Net, ha detto che siamo passati dalla logica delle “vetrine” alla logica delle “piattaforme di comunità”. Il mantra del Cluetrain Manifesto, i mercati sono conversazioni, è diventato una sfida consapevole per tutti. L’impressione fortissima è stata che di fronte a questa trasformazione le persone che si occupano di comunicazione aziendale hanno imparato prima di tutto l’umiltà. Se si conversa, del resto, non si può proporre una presenza arrogante agli altri.

Ma non è solo questa la consapevolezza emergente. Le piattaforme si impongono sulla conversazione, perché la loro forma ha conseguenze sulla qualità dei comportamenti delle persone. E la raccolta di dati che consentono di realizzare è un valore in più che nessun mezzo di comunicazione tradizionale consentiva di sviluppare.

Di fronte alle piattaforme, gli esperti di comunicazione si pongono cercando di creare contesti di senso che indirizzino la conversazione. E motivino il dialogo.

Resta il fatto che la nuova organizzazione aziendale che la rete impone, deve connettersi alla nuova comunicazione che la rete suggerisce. La digitalizzazione dell’esistente non ha più senso.

E la comunicazione che avviene attraverso le funzioni consentite dalla piattaforma organizzativa può rivelarsi almeno altrettanto potente della comunicazione che avviene sulle piattaforme dedicate alla conversazione.

E’ un altro motivo per pensare che una tendenza strategica fondamentale sia quella di ripensare le piattaforme, non subirle. Il design dell’azienda è contemporaneamente il design della sua organizzazione e della sua comunicazione, che a quel punto è essenzialmente la dichiarazione della sua identità. La comunicazione è pensata come parte integrante dell’organizzazione. L’azione comunica e la comunicazione efficace agisce. La convergenza tra “fatti” e “parole” è una strategia.

Vedi anche:
Giuseppe Granieri, Come preparare la tua azienda al XXI secolo

Torino. Open data: meglio la trasparenza

L’apertura dei dati della pubblica amministrazione è una tendenza storica ineluttabile, è una decisione della Commissione Europea, è una politica di diverse amministrazioni comprese molte italiane. Ma è anche una pratica complessa che richiede attenzione e impegno, mentre la domanda di dati evolve.

In questo momento è in corso #Pa140 un meeting importante sugli open data. Organizzato dal Consiglio regionale del Piemonte. La mattinata è stata dedicata allo studio della cultura open nelle sue diverse sfaccettature con Juan Carlos De Martin, Guido Romeo, Maurizio Napolitano, Paolo Ciuccarelli e Federico Morando. Nel pomeriggio verranno premiati i vincitori del Piemonte Visual Contest, concorso ideato per la realizzazione di infografiche e data visualization a partire da dati pubblici rilasciati dalla Regione Piemonte.

Questa mattina i relatori hanno mostrato i molti aspetti dell’argomento. Non riassumo per la ricchezza dei contenuti ascoltati. Ma mi porto a casa alcune considerazioni.

1. La spesa necessaria ad aprire i dati non è necessariamente superiore alla spesa che sosteniamo per tenerli chiusi. In termini di cittadinanza, contrasto alla corruzione, conoscenza attiva di tutti per favorire decisioni consapevoli sulla convivenza, i dati aperti sono un’occasione di rilancio, di risparmio, di qualità. E le imprese che possono nascere intorno alla disponibilità dei dati sono più che una promessa.
2. La cultura dei dati è una sfida alle pubbliche amministrazioni perché le espone alla possibilità di prendere decisioni basate sui fatti. Il giornalismo, gli attivisti, i cittadini impegnati e un po’ tutti possono usare i dati per imporre punti di vista più motivati di quelli che vengono di solito proposti solo sulla base di posioni preconcette, sospetti, ideologie.
3. La cultura dei dati è una possibilità per i cittadini che ha un valore immenso. Se Wikipedia ha dimostrato che la partecipazione alla conoscenza di molte persone impegnate può generare uno strumento denso valore, OpenStreetMap fa altrettanto per i dati geolocalizzabili, per arrivare a mappe ricche di qualità per la vita quotidiana.
4. Il giornalismo si attiva in modo straordinariamente fecondo quando può tornare a basarsi sui dati. E finisce per avere nuovamente una funzione propulsiva per la cultura.
5. L’accesso aperto ai risultati della ricerca scientifica ripropone in una luce contemporanea il percorso di accumulazione collaborativa della conoscenza immaginato all’epoca dell’illuminismo e può rimodellare il ruolo delle università per la società che sta emergendo dalla grande trasformazione attuale.
6. Il design lavora per consentire di accedere ai dati contestualizzandoli in modo che i cittadini possano riconscerne il senso e passare all’azione si candida a diventare una disciplina centrale delle digital humanities che riconnettono le due culture separate del passato in una nuova strada di ricerca adatta a un’epoca che chiede, per essere interpretata, un orietamento alla fusione delle vecchie culture scientifica e umanistica.

I problemi sono molti. L’apertura dei dati contiene il rischio che quando le persone sanno come stanno le cose comincino a chiedere qualcosa che le amministrazioni non possono proporre. Ma questo rischio è inferiore all’opportunità offerta dalla trasparenza, purché si trasformi nella modernizzazione civica del sistema decisionale. La storia non si ferma: ma va interpretata. E questa discussione è un modo per scoprire pensieri che servono alla necessaria interpretazione della trasformazione che stiamo vivendo.

Mariana Mazzucato, l’ossessione delle startup e la paranoia dei conservatori

La grande influenza di Mariana Mazzuccato è ben meritata. E giustamente l’Economist le ha riservato uno spazio adeguato per un intervento sul tema delle startup e della pubblicistica in materia.

Ovviamente, l’interesse suscitato da quell’articolo è anche in un titolo che gioca sulla tecnica dell’opposizione a un mantra molto ripetuto: “Startup myths and obsessions”. Il titolo di Mazzucato emerge perché definisce un avversario e lo contrasta: l’avversario è definito come l’ossessione di ritenere che le startup garantiscano crescita, occupazione, produttività, ricerca, innovazione. Questo avversario è contrastato da Mazzucato con un argomento sacrosanto: non sono le startup che contano ma l’ecosistema dell’innovazione. In una partita così definita, Mazzuccato vince facilmente. Ogni persona ragionevole non può pensare che le startup garantiscano soluzioni (ai temi della crescita, occupazione, produttività, ricerca, innovazione) e non può che osservare senza difficoltà che le startup possono generare quelle soluzioni solo nel quadro di un ecosistema dell’innovazione. C’è peraltro un rischio nell’articolo di Mazzucato, specialmente se letto in un paese come l’Italia: perché non ci sono solo persone con l’ossessione dalle startup, ci sono molte più persone con la paranoia della conservazione. E un titolo furbetto come quello che è stato fatto all’articolo di Mazzucato può essere per questi conservatori un grande motivo di soddisfazione.

Le startup da sole non solo non risolvono niente, ma probabilmente non esistono neppure. E lo stesso più o meno si può dire per il venture capital. L’ecosistema dell’innovazione è alimentato da molte componenti: connettività a larga banda, investimenti pubblici in ricerca, imprese consolidate che innovano, un ottimo sistema dell’istruzione, un sistema finanziario orientato a sostenere l’economia reale, un sistema fiscale che favorisce gli investimenti orientati all’innovazione, una normativa sull’immigrazione pensata per attrarre o almeno non respingere i talenti, una regolazione antitrust intelligente e attiva, e molto altro ancora.

Mazzucato ha perfettamente ragione a sostenere che un ecosistema dell’innovazione è tanto più sano e generativo quanto più offre spazio non solo alle azioni di breve termine ma anche alle dinamiche orientate al lungo termine. La ricerca non può essere guidata solo dall’esigenza di risultati immediati, l’investimento non può essere solo quello che venture capital che si pone un orizzonte di 3/5 anni, l’innovazione non può essere fatta solo da startup che cercano di trovare una soluzione in 4 anni. Ma con la stessa retorica si può dire che un ecosistema dell’innovazione non può essere fatto solo di investimenti pubblici a lungo termine, ricerca con orizzonte ventennale, grandi aziende che gestiscono i loro mercati consolidati. L’ecosistema dell’innovazione è complesso e non è sano senza una ricca “diversità” di componenti. Le startup sono solo una di queste componenti. E se non ci sono c’è un problema.

Va peraltro aggiunto che un modello di ecosistema dell’innovazione non ha senso se non tiene in conto il contesto locale storicamente definito. Ci sono territori dove per decenni si è investito in ricerca a lungo termine e non generano startup o aziende innovative. Ci sono territori con grandi imprese che non riescono a spendere in ricerca e a innovare. Ci sono distretti di piccole imprese dinamici che innovano più nel processo che nella tecnologia o nel prodotto. In quei contesti, l’ecosistema diventa più innovativo attraverso percorsi diversi. Nei vari contesti poi le startup che probabilmente avranno successo sono diverse. In un paese come l’Italia, che ha recentemente scoperto la possibilità di competere sul mercato internazionale che si è creato su internet e sugli store per le apps, si è liberata una capacità inespressa di scrivere nuovo software per nuovi modelli di business: e la fioritura di startup che propongono un marketplace per qualcosa (nei vari incubatori se ne trovano molti per esempio dedicati ad architetti, istituti di bellezza, babysitting, manager che cercano lavoro, e così via), sembra rispecchiare il fatto che in Italia in generale il sistema di mercato funziona peggio che altrove e ha un grande margine di miglioramento e innovazione. D’altra parte, in un paese come l’Italia è probabile che le startup destinate ad avere maggiore successo localmente (senza cioè finire per vendersi all’estero) siano connesse alle imprese consolidate ma dinamiche che ci sono in questo territorio: si può pensare agli esportatori in alimentare, abbigliamento, arredamento, automazione, tanto per fare degli esempi. Sarebbe diverso in paesi con altre specializzazioni. Se le imprese consolidate non si aprono all’innovazione che viene anche dalle startup possono finire per perdere opportunità e competitività: in Italia è successo probabilmente nel turismo, grande specializzazione del paese ma i cui operatori erano abituati a vendere senza fatica e non si sono aperti all’innovazione, dunque non hanno neppure favorito o ispirato la nascita di startup innovative nel settore col risultato che questo è avvenuto in altri paesi, col risultato che il turismo italiano perde competitività e margini. Sul turismo ci sono stati investimenti pubblici, ma non hanno generato certo l’effetto innovativo segnalato per altri paesi da Mazzucato.

Significa insomma che l’ecosistema dell’innovazione ha bisogno anche di innovatori. E gli innovatori emergono attraverso molti canali: comprese le startup. Che possono avere successo o non averlo. Ma di certo sfidano a innovare, educano a innovare, aprono opportunità per innovare.

Contrastare l’ossessione per le startup è sano come contrastare qualunque ossessione. Mazzucato ha avuto un enorme funzione nel rivalutare la funzione del settore pubblico che un’ossessiva ideologia iperliberista aveva praticamente demonizzato. Ma per alimentare l’ecosistema dell’innovazione oltre a curare l’ossessione delle startup sarà bene anche attaccare con forza la ben più pericolosa paranoia della conservazione.

Cagliari è un ecosistema

Ci sono molte città italiane che si danno una strategia per lo sviluppo dell’innovazione. È meraviglioso visitarle per l’energia che si vive in quei posti.

Una di queste città è Cagliari. Rivista oggi per la presentazione dei risultati del ContaminationLab realizzato all’università. L’esperienza di due grandi imprese pionieristiche come Vol e Tiscali ha creato un distretto di competenze tecnologiche internettiane. Due incubatori privati stanno sviluppando startup di tutto rispetto. La ricerca dell’università e del Crs4 è una miniera. Sardegna ricerche risponde con voucher piuttosto generosi in poche settimane ai progetti promettenti. Il comune si adopera con le sue persone per facilitare le pratiche ma ha anche favorito la stesura di una delle reti di connessione più veloci in Italia. E la regione, come dice il nuovo presidente, intende incoraggiare il processo necessario a rendere denso il tessuto imprenditoriale locale. Molte aziende vengono a Cagliari portando esperienza e valorizzando l’offerta di competenze.

Chi lo dice? Sono le testimonianze di Mario Mariani (TheNetValue), Alice Soru (OpenCampus), Barbara Argiolas (Assessore del comune allo sviluppo e attività produttive), Luca Sini (Guide me right), Daniele Calabrese (SoundTracker), Livio Quintavalle (MarinaNow), Antinella Arca (Maketag), Cinzia Carta (Glammy), Antonio Fadda (spinoff Smartlab), Giuseppe Serra (Sardegna Ricerche). E Francesco Pigliaru (Presidente della regione).

News, editoria: una nascente industria sostenibile

Nella produzione di notizie ci sono alcuni argomenti imprescindibili:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico

La scommessa fondamentale è che di notizie c’è sempre più bisogno e quindi c’è un’industria in crescita, potenzialmente, da qualche parte. Ma va pensata. E può diventare il luogo economico nel quale si sviluppano anche le competenze acquisite dalla vecchia editoria.

La ricerca condotta e comunicata via Twitter da Marc Andreessen ha riacceso l’attenzione. Questi alcuni link per averne una veloce visione:

The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place
Marc Andreessen on the future of the news business
Marc Andreessen talks about the evolution of the news business and why he is optimistic
Marc Andreessen: The ‘problem with local news is most people don’t care’
Marc Andreessen Thinks the News Business Is About to Grow Tenfold
Il valore dei media digitali in discesa e la ricerca dei business model
Marc Andreessen’s 8 business models for journalism

Il dibattito sull’industria dell’informazione, quello che un tempo si chiamava il settore dell’editoria giornalistica, avanza e si sviluppa su diverse direttrici che riguardano la tecnologia, la partecipazione dei lettori attivi alla produzione di informazione, la dimensione social, la pubblicità, le forme di finanziamento alternative. Le scuole di pensiero sono molte e i punti di riferimento comuni ancora da sviluppare: una parte del mondo pensa con le categorie del secolo scorso (vendita di contenuti e pubblicità tabellare), una parte del mondo pensa con le categorie della tecnologia, una parte del mondo pensa a cercare i soldi in ogni modo possibile, con molto pragmatismo e una certa propensione a lasciar perdere il lato strategico.

Il cambiamento strutturale è talmente profondo, però, che non possiamo che partire da lì per fare ordine. Sapendo che l’unica certezza è che assistiamo a una fioritura di modelli diversi, alla necessità di conoscere la tecnologia e lavorarci con precisione, alla riemersione dei valori fondamentali della generazione di informazione per un certo tempo sommerse dalla quantità di soldi che l’editoria tradizionale riusciva a fare con la pubblicità.

I punti di riferimento:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
- nel mondo precedente la risorsa scarsa era lo spazio sul quale pubblicare: era governato dagli editori; oggi le risorse scarse sono il tempo, l’attenzione, la capacità di riconoscere rilevanza nelle informazioni: sono governate dal pubblico.
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
- la dinamica trasformativa attivata da internet è ancora in ebollizione; il successo di molte iniziative nate cogliendo le opportunità offerte dalla rete è tale da aver spostato gli equilibri in tutta l’industria; ogni nuova strategia non può prescindere dalla conoscenza delle tecniche e delle tecnologie che servono il traffico, alimentano l’innovazione del linguaggio, consentono di studiare il rapporto tra interfaccia e risultato comunicativo, e così via; conoscere la tecnologia non significa solo saperla usare, significa saperla innovare
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico
- il valore che le iniziative editoriali possono sviluppare, conoscendo a fondo la tecnologia per innovare, è ricostruire le dinamiche della rilevanza in un’ottica consapevole del fatto che si serve un pubblico enormemente più potente, che può scegliere e che possiede le risorse scarse fondamentali; la riflessione è sulla costruzione di contesti di senso, di velocità di servizio, di partecipazione di ciascuno come attore e fruitore del sistema dell’informazione.

In questo contesto gli otto modelli di business emergenti proposti da Andreessen possono essere discussi:
1. Giornalismo di qualità pensato per pubblicità di qualità
2. Conquistare la voglia dei lettori ad abbonarsi e a pagare per prodotti di valore
3. Contenuti premium, che valga la pena di acquistare («Ancora: valore = $»)
4. Puntare su conferenze ed eventi dal vivo
5. Investire su più canali
6. Pensare al crowdfunding («Enorme opportunità per il giornalismo imvestigativo»)
7. Offrire la possibilità di pagare in Bitcoin per micropagamenti
8. Tenere d’occhio la tendenza alla filantropia (sulla scorta di ProPublica e FirstLookMedia di Omidyar)

In sintesi tre filoni di sviluppo sui modelli di business:
- contesti che valorizzano l’informazione in modo tale da non subire la disintermediazione da piattaforme puramente tecnologiche
- riconnessione tra esperienza di accesso all’informazione digitale e approfondimento in un contesto fisico per il quale si paga il biglietto
- rapporto tra ricerca di informazione e valore dell’informazione come bene comune

La fioritura di esperienze è destinata a scompaginare il sistema con il quale classifichiamo l’informazione e l’industria editoriale. I contesti di senso possono essere diversi, alti e bassi, internazionali e locali, settoriali e generalisti. In ogni contesto di senso si vince con interfaccia, tecnologia e sensibilità per il rapporto autori-fruitori. La rete e gli spazi fisici si stanno fondendo e può facilitare la definizione di contesti che motivano al pagamento. La qualità dell’informazione non dipende da chi la fa ma dal metodo che adotta per farla.

La nottata è stata drammatica. L’alba di un nuovo giornalismo è in corso. La luce si va diffondendo. Ma sarà una lunga giornata… L’ecologia dei media, dall’informazione all’attenzione, si deve occupare di una bonifica complicata. E una nuova concezione di sostenibilità.

Acceleratore per l’Italia

E quindi passando per Treviso, Matteo Renzi è tornato a H-Farm. Questa volta come primo ministro. Dopo il pranzo nella “serra” di H-Farm, una passeggiata tra le casette dove nascono le startup e poi di corsa di nuovo a Roma. Ha detto: “Credo che questo sia un posto fantastico, uno dei posti che restituisce speranza e allarga il cuore. È il prototipo di un sistema di futuro dell’Italia in cui si dà lavoro e si concretizzano le idee, dove si costruiscono sogni e concretamente si esce dalla cultura del piagnisteo e della retorica del declino. Noi contiamo molto sul fatto che questo sia uno dei luoghi di ripartenza dell’Italia che verrà” (economyup). C’era il ministro della Pubblica Istruzione e il ministro del Lavoro. Una visita simbolicamente perfetta: un acceleratore come H-Farm è un luogo di esperienza che produce nuova conoscenza, nuovo lavoro, educazione informale. Niente di meglio poi che visitarlo dopo essere andato in una scuola. Un gesto bello. Che dovrebbe incoraggiare tutti gli innovatori. I primi passi sono importanti: impostano il discorso. Coraggio.