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Come funziona questa storia dei grant da 3000 euro proposti da Nòva? Domande e risposte frequenti

Vuoi una borsa di studio di 3mila euro per lavorare sei mesi alla ricerca degli innovatori e raccontare quello che trovi su Nòva, Sole 24 Ore? L’opportunità è aperta, in questa prima edizione dei NòvaGrant, fino a fine gennaio 2015.

Magari ti incuriosisce. In questo caso, di certo ti domandi: “In che cosa consiste l’impegno richiesto a chi vince questa borsa”? “Quanto tempo dovrei dedicare a questa iniziativa”? “Chi mi guida nella ricerca”? “Che genere di persone dovrei incontrare”? “Come le dovrei raccontare”? “Che cosa devo fare per essere selezionato”? “Ho i requisiti richiesti”? “Come mando la mia candidatura e chi mi seleziona”? “Che beneficio ne traggo”?

Qui raccolgo le risposte a queste domande.

Se ti interessa partecipa: puoi anche mandare la tua risposta a grant.nova@ilsole24ore.com. Ma vediamo prima di che si tratta.

Perché si parla di innovazione?

Come si costruisce il futuro? Che cosa può cambiare il quadro delle possibilità offerte ai giovani, alle imprese, ai ricercatori, ai cittadini? Che cosa può accelerare la crescita dell’economia, la modernizzazione della società, il miglioramento della qualità culturale in questo paese? Come si aprono le possibilità di lavoro e sviluppo personale dei giovani in Italia? La parola sintetica di chi risponde con i fatti a queste domande è innovazione.

Ma chi la fa? Dove? Con quali mezzi? Con quale visione? E soprattutto: come si distingue la fuffa dalla realtà, quella che davvero costruisce il futuro?

Fino a che ne parlano soltanto gli esperti tra loro la questione sembra confinata agli addetti ai lavori. Fino a che ne parlano soltanto i demagoghi che se ne riempiono la bocca lascia il tempo che trova. Cambia le cose: parlane tu. Dopo aver fatto un lavoro vero per conoscere chi la fa, perché la fa, come la fa.

Se sei interessato, Nòva ha pensato a una soluzione. Ci sono alcuni sponsor dell’iniziativa: Banca Intesa, Unipol, StMicroelectronics. Questi offrono le borse. In otto città ci sono dei mentor, delle guide che di insegnano a trovare gli innovatori, a valutarne l’importanza, a entrare in contatto.

Se vinco la borsa, come si svolge il lavoro?

Chi vince la borsa lo saprà entro la metà di febbraio. Ci incontreremo intorno a quella data per conoscerci meglio e metterci bene d’accordo. Ci sarò io per Nòva e ci saranno le persone che nelle varie città si occuperanno di te.

Chi sono queste persone?

A Torino c’è l’incubatore del Politecnico, I3P: ambiente serissimo e gentile, di grande qualità, dove nascono imprese di valore e dove ci sono persone dedicate a riconoscere le buone idee e i team validi.

A Genova c’è l’IIT un grandissimo centro di ricerca di importanza mondiale, dove si fanno robot e nuovi materiali, dove le persone sono proiettate nel futuro.

A Pisa c’è il centro dell’università che si occupa di Big Data: chi impara a conoscere quello che si può fare con l’enorme flusso di dati che si sviluppano su internet trova opportunità di lavoro importanti.

A Napoli c’è il centro di progettazione della StMicroelectronics, la più grande e bella realtà dell’elettronica italiana.

A Perugia ci sono i professori dell’università per stranieri che si dedicano alla ricerca sulla comunicazione in un ambiente internazionale.

A Bologna ci sono i mentor di Kilowatt, una realtà molto attiva nell’innovazione in città e ci sono i contatti già stretti con il Comune, la fondazione Golinelli, la stessa Unipol, l’università e molte altre iniziative.

A Venezia c’è H-Farm un acceleratore di imprese innovative che si trova in un luogo magico nella campagna tra la laguna e Treviso e che è popolata da imprenditori e mentor di primissimo livello.

A Milano ci siamo noi di Nòva che ti indirizziamo a tutte le realtà locali da conoscere, con l’aiuto del Comune, di TalentGarden, della Bocconi e del Politecnico, dell’Assolombarda e di molte altre realtà locali.

In tutti questi luoghi ci saranno persone che penseranno alla tua esperienza di quei sei mesi. Ti aiuteranno a trovare gli innovatori da conoscere. A valutarne il lavoro. A comprenderne il percorso.

E poi andrai a trovare quegli innovatori, dovrai scriverne, oppure tirarne vuori un video: e in quella fase ci saremo noi di Nòva a indicarti come fare e soprattutto ad ascoltare le tue proposte. Per garantire a te e ai lettori che quello che proporrai all’attenzione del pubblico sia documentato, interessante, ben raccontato.

Insomma: in che cosa consiste l’impegno richiesto a chi vince questa borsa e quanto tempo dovrai dedicare a questa iniziativa?

Ecco come immagino che si lavori da quel momento in poi. In ogni team per ogni città facciamo un piano di un mese e mezzo con i mentor locali. Decidiamo insieme tre o quattro realtà innovative del territorio da andare a conoscere. Ciascuna di queste visite può produrre informazione da pubblicare su Nòva. Informazioni in varie forme, a scelta: intervista, video, analisi scritta, reportage, addirittura se ti piace infografica. Vediamo insieme. Ogni elemento di informazione viene visto e migliorato con Nòva in modo che se vale arrivi alla pubblicazione.

Supponiamo che ciascuno punti a pubblicare una cosa ogni due settimane. Per ogni pezzo si dovrà lavorare prima, per valutare le idee di articolo e per prepararsi all’incontro con gli innovatori. Poi si vanno a incontrare gli innovatori, si prendono appunti, si registra, si prendono eventualmente dei video. E poi si realizza il risultato.

Se questo è l’obiettivo, non ci sono orari fissi per il lavoro. Ci diamo l’obiettivo di una cosa ogni quindici giorni. All’inizio forse ci vorrà più tempo. Poi, una volta presa la mano, potrebbe essere un impegno quotidiano da mezza giornata, oppure un paio di giorni alla settimana. Ma secondo me vi piacerà tanto da volerci stare di più.

La maggior parte del tempo la passerai con i mentor o nei loro uffici. Conoscendo chi lavora con loro e lo spirito di innovazione che alegga in quei luoghi. Un po’ di tempo lo passerai con gli innovatori per conoscerli. E un po’ lo passerai scrivendo o montando i video, il che potrebbe avvenire sentendo le persone di Nòva che ti aiutano in questa parte del lavoro.

E dunque: chi mi guida nella ricerca e che genere di persone dovrei incontrare? Come le dovrei raccontare?

Ci siamo già capiti. I mentor nelle varie città ti indicano la strada. Soprattutto da dove partire. Spiegheranno prima di tutto quello che si fa nella loro organizzazione. Ma poi ti indicheranno come trovare altri anche nell’insieme del territorio. Le persone che ti indicheranno sono fondatori di startup, imprenditori, ricercatori universitari e intellettuali che hanno una testimonianza da dare sull’innovazione. Ti preparerai a incontrarli e poi li racconterai con un video o con un testo. O altre forme che ti verranno in mente e ci proporrai. Nòva ti aiuterà a scrivere o produrre informazione valida. Ricordati che tutto deve essere documentato e che nella produzione per Nòva il tuo pensiero deve essere prima di tutto rivolto al lettore.

Che cosa devo fare per essere selezionato? Ho i requisiti richiesti? Come mando la mia candidatura e chi mi seleziona?

Per essere selezionato devi essenzialmente dimostrare di aver capito lo spirito dell’iniziativa e di avere le motivazioni giuste. In generale dovresti essere agli ultimi anni dell’università o averla finita da un anno. Ma la motivazione conta di più dello statuto di studente. Manda la tua candidatura e le informazioni che ti descrivono a questa mail: grant.nova@ilsole24ore.com (basta che metti nel subject della mail il nome della città che ti interessa).

Che beneficio ne traggo?

In questo percorso imparerai che cosa fanno gli innovatori, come ragionano e che cosa vedono per il futuro. Ti farai conoscere da loro. E tu ti farai un’idea di loro. Nel tempo questo potrebbe farti scorprire che cosa vorresti fare e magari aprirti qualche importante opportunità. Imparerai a leggere criticamente le notizie sull’innovazione e a non credere ciecamente alla fuffa, ma saprai anche appassionarti alla vita vera e reale dell’innovazione. E poiché questa è la strada maestra per costruire il futuro, comincerai a vederne la parte che ti potrebbe interessare. Magari, imparando a esprimerti per Nòva, infine, imparerai un linguaggio utile per molte altre attività che vorrai svolgere.

Se ti interessa prova a partecipare alle selezioni. Ti ricordo che hai tempo fino al 31 gennaio. Ma non fare tutto l’ultimo momento.

Ancora una volta: manda la tua risposta a grant.nova@ilsole24ore.com (basta che metti nel subject della mail il nome della città che ti interessa).

Se hai altre domande scrivile qui nei commenti.

Per immaginare il futuro guarda che succede a scuola. Ma come si fa squadra?

Oggi all’Acquario a Roma una bella manifestazione per la scuola. Ogni intervento è proiettato verso il futuro. E non può essere diversamente.

Un bambino che entra a scuola oggi ne esce probabilmente nel 2032. Non abbiamo idea di che mondo sarà nel 2032.

La scuola è stata progettata per un mondo che cambiava in modo lineare, quasi prevedibile, perché si industrializzava seguendo una linea della storia relativamente chiara. Oggi il cambiamento è culturale, paradigmatico. La globalizzazione e internet sono certamente parte integrante di questo cambiamento e spingono il futuro a seguire un percorso non lineare, complesso. Un nuovo progetto di scuola si deve rivolgere a questa imprevedibilità.

Il modo per affrontare questa riprogettazione è darsi un obiettivo coerente. Si insegnano conoscenze ma soprattutto competenze adatte a vivere nel cambiamento: amore per la ricerca, sviluppo della visione e accettazione dell’errore che serve da esperienza, imprenditorialità e cultura del progetto, capacità di lavorare in squadra. Facendo squadra: la nuova scuola non nasce se ciascuno lavora per sé. Nasce quando ogni soggetto – docenti, famiglie, studenti, autorità pubbliche, aziende – comprende che la sua funzione fiorisce se il contesto si arricchisce: io mi arricchisco di cultura e di opportunità con il mio impegno, ma i risultati del mio impegno si moltiplicano in un contesto che li comprende e riconosce; è la logica dell’ecosistema, nella quale la ricchezza di tutti e di ciascuno convergono.

Se c’è una contraddizione italiana è che le persone e la cultura diffusa sono spesso orientate a fare squadra – fortissima cooperazione e volontariato lo dimostrano, come il senso civico della maggior parte degli italiani – ma l’idea di potere e la competizione per il potere è basata sulla divisione e la guerra di tutti contro tutti e contribuisce a indebolire i cittadini rendendoli passivi. Nell’ecosistema la responsabilità di ciascuno e la collaborazione di tutti sono ricchezza: il potere che divide è povertà e sfruttamento. La cultura ecologica è stata compresa – e in parte applicata – per quanto riguarda l’ambiente naturale: va compresa per quanto riguarda l’ambiente culturale.

Iniziative ce ne sono. Impara Digitale, Marco De Rossi e Andrea Latino, Educati di Telecom Italia, sono qui in questa manifestazione e molti altri sono là fuori in tutta Italia. Un’ecologia della cultura ha bisogno anche di una bonifica mentale: ripulire la mente dalle incrostazioni accumulate negli ultimi decenni senza rispetto per la qualità delle idee, senza conoscenza della loro genealogia e dunque senza riconoscimento per chi le genera. Grazie dunque a chi c’è oggi. Soprattutto perché non sono persone che fanno fuffa ma sono persone che si sbattono un sacco per realizzare progetti dotati di senso.

La liberazione dalle incrostazioni del potere che strumentalizza queste iniziative è il punto di partenza. La realizzazione dei progetti sendati per l’ecosistema è il percorso. La consapevolezza delle conseguenze è il metodo.

Vedi:
Educati
Impara digitale
La buona scuola
Greengeek
Oilproject

Qualitative easing. Draghi’s possible way to deal with both deflation and growth

There is no best time for a monetary easing than a low inflation – or almost deflation – context. But “quantitative easing” is not the only solution. Which is good since buying national bonds with new digital money issued by the Central Bank seems to be an unconvincing solution. There could be a different way?

Quantitative easing effects are not easy to asses. The matter has generated important and controversial studies. One problem is about the real impact that a quantitative effect has on growth: by lowering real interest rates it should positively impact investments, but there is no guarantee that it works this way; on the other hand, it generates some kind of expectation about the Central Bank’s will to fight deflation while creating some concerns about governments’ will to fight for structural reforms.

But why should a Central Bank limit its choices only to buying or not buying any kind of national bonds? Why not trying to influence national policies by declaring the will to buy only a special quality of bonds? This approach could be called “qualitative easing”.

Here is just an example. The “qualitative easing” could be designed in such a way that gives money to the economy while still managing to avoid lesser attention to structural reforms. It could be done by the Central Bank buying not just any debt: the Central Bank could buy new bond only aimed at completing important infrastructural projects to be implemented through a transparent process. Italy, for example, badly needs a new digital infrastructure; it has hundreds of important investments to do in roads, railroads, airports and ports; it has to invest in its environment, which has been impoverished by decades of wild building and of industrial sites abandoned. Investing in such things could start a cicle of growth, but there is no money to do it. Qualitative easing could be a way to look differently at this problem: fighting deflation while investing in growth at the same time. Moreover: if one takes into account the idea that reforming the public administration is a very much needed structural reform in a country like Italy and that this could be done by investing in a modern and transparent digital platform for citizens dealing with public burocracy, then the country could issue special bonds only to finance this digitalization and the Central Bank could buy them. And the process could be internationally monitored in such a way to limit corruption and mismanagement.

In other words, qualitative easing could have the same impact as the

Intelligenza artificiale e lavoro. Appunti in diretta a Pisa

L’intelligenza artificiale crea o distrugge il lavoro, si domandano all’universtità di Pisa. Da consultare la pagina anche per la ricca sitografia.

Amedeo Cesta, presidente dell’associazione intelligenza artificiale. Si sa che l’intelligenza artificiale ha creato spesso aspettative non soddisfatte. Ma la capacità di calcolo è aumentata esponenzialmente e ha creato le premesse per rendere realistico pensare che, come i robot industriali sostituiscono lavoro nelle fabbriche, anche l’intelligenza artificiale sostituisca lavoro intellettuale. Su cubo di rubik, dama, scacchi, biliardo, Jeopardy, l’intelligenza artificiale ce la fa eccome. Siri, Watson, robot che muovono scaffali ad Amazon, robot che imparano il gesto di girare la frittata nella padella, auto senza guidatore di Google… Robot che suona il flauto, o il violino. Droni in stormo che suonano strumenti complessi… Stiamo togliendo lavoro? Dobbiamo essere coscienti che stiamo creando cambiamenti. Stephen Hawking dice che intelligenza artificiale è una specie aliena che invade il mondo e sostituisce gli umani. Robert Oppenheimer si è posto domande il senso etico del lavoro scientifico.

Fabrizio Renzi dell’Ibm. È vero che Watson sa dare risposte ma non è capace di fare domande? Sì… A che cosa si applica Watson? Medici, avvocati, operatori di call center, storici… L’Italia ha due ambito dove è forte: robot industriali e cultura. Su questo Italia è tra i leader mondiali. In passato l’impatto dell’informatica ha creato più posti di lavoro che distrutto, soprattutto nei settori dove un sistema ha leadership.

Piero Poccianti, consorzio Mps, abbiamo assistito a progressive crisi del lavoro in passato in settori che si sono trovati di fronte a grandi salti tecnologici. Questa è una crisi economica, l’intelligenza artificiale non ne è la causa. Ma questa volta intelligenza artificiale è più vicina alle aspettative.

Federica Troni, Gartner. Impatti delle smart technologies nelle aziende. Scenario: 2022, il virtual personal assistant del consulente sa che deve andare da un posto all’altro e chiama da solo una auto che si guida da sola per gestire lo spostamento. Fiducia negli assistenti virtuali. Veicoli autoguidati diventeranno tecnologia matura. Auto usate molto più tempo della loro vita, meno incidenti, assicurazioni meno rischiose, carrozzerie meno utilizzate, strade da cambiare… Strategia tradizionale: i tecnologi aspettano che gli altri sbattano la testa contro il muro. Non è forse più vero. Algoritmi che fagocitano quantità di dati senza precedenti e in grado di processarli in velocità: questo è il fatto nuovo. Ora macchine agiscono in modo autonomo, apprendono, fanno predizioni probabilistiche, si confrontano con la complessità sembrano comprendere… Per le aziende queste tecnologie applicate a trasporto, logistica ecc generano risparmio, ridefiniscono business (miniera senza umani con trasporto robotizzato) e strutture di produzione. Virtual smart machines come Siri cambiano nello stesso modo: virtual assistant (gestiscono il contesto) e smart advisor (esperti) in management e attività intellettuali specialistiche (diagnostica e suggerimento di cure mediche per esempio). E-discovery per lavoro di avvocati nei paesi di common law. Macchine per riassumere e tradurre in linguaggio naturale per giornalisti e simili. Ma decisioni restano dei professionisti. Il potenziale delle macchine è soprattutto complementare le capacità delle persone, non sostituirle. Metà dei colletti bianchi non saranno colpiti, metà sì e almeno il 17% sarà minacciato fortemente, per il 2020. Soprattutto i lavori non routinari, dove le procedure non governano e dove sbagliare è potenzialmente anche positivo, dove fare le domande giuste genera valore non saranno minacciati. Ci sarà sempre la situazione in cui la macchina non sostituisce la persona. Le smart machines avranno impatto dirompente. Chi non si prepara e non partecipa sarà messo in difficoltà.

Dino Pedresch, Big Data all’università di Pisa. L’intelligenza artificiale è cambiata. Dalla codifica dei comportamenti intelligenti all’emergere dei comportamenti intelligenti dai dati. Anche (non solo) dati disseminati dalle persone. L’intelligenza artificiale diventa intelligenza collettiva. Wikipedia è un esempio. Perché funziona in modo distribuito su un metodo e una piattaforma aggregante. Le traduzioni automatiche funzionano meglio per un motivo analogo. Sistemi decisionali migliorano per ragioni simili. Data mining e machine learning più big data sono il fulcro dell’intelligenza artificiale attuale. E l’internet delle cose ingigantirà tutto questo.

Conclusioni: intelligenza artificiale sembra meno capace di fare le domande giuste degli umani; aggiunge valore nei settori nei quali un sistema ha leadership; lascia ai professionisti la decisione strategica; chiede ai tecnologi di prendersi le loro responsabilità. L’interfaccia è una responsabilità. La privacy è una responsabilità. L’educazione alla consapevolezza è una responsabilità. Non solo di decisori politici o aziendali, ma anche dei tecnologi. Le ripercussioni sociali delle tecnologie sono embedded nel loro progetti: consapevolezza o non consapevolezza di questo nella comunità dei tecnologi sono parte integrante delle loro conseguenze. È un ecologia della tecnologia: le esternalità vanno internalizzate. Occorre però un ecosistema sano, non una monocoltura. Nuovi lavori emergeranno se la struttura sarà distribuita, la rete aperta, standard, interoperabile.

Algoritmi, concentrazione del potere e architettura distribuita della rete (con un’esca da clic a forma di incubo)

Paolo Ratto ha co-fondato da tempo Zenfeed per avere un feedreader che consenta di leggere le notizie in modo essenziale, senza fronzoli, con concentrazione zen. Ma la sua tensione culturale è chiaramente ispirata a coltivare un’interpretazione architetturale della rete standard, interoperabile, distribuita. Nella quale il potere degli utenti bilancia il potere delle piattaforme. Mentre l’interpretazione opposta, quella che concentra negli algoritmi e nelle piattaforme di servizi, una grande e crescente intelligenza, tende a combattere quella condizione di standard, interoperabilità, architettura distribuita che era tipica dell’internet originaria e pionieristica.

Un dibattito su questo prende spunto da un pezzo di Mike Elgan sulla questione della “mediazione” algoritmica dei servizi web che conduce l’autore a prevedere che Gmail verrà chiusa, come è stato chiuso il servizio di feedreader di Google. Zenfeed risponde con un altro articolo. Indubbiamente il tema c’è, eccome.

Intanto, richiamo una riflessione complessa e importante di Francesco Carollo: The Algorithmic Power that shapes our lives. E’ un tema molto vicino all’argomento del mio prossimo libro (uscirà a febbraio, con Codice…).

Di certo, costruire piattaforme che mantengano in vita il sistema distribuito sarà importante, in un futuro nel quale la tentazione di concentrare tutto non mancherà. (Un tizio di CSS Insight e che Key4Biz ha ripreso si è inventato un’esca da clic supergustosa pubblicando la previsione secondo la quale Google vorrebbe comprare Netflix: bel titolo per fare, appunto, clic, ma anche incubo indicativo del clima in cui ci troviamo; se si può pensare che il gruppo che controlla YouTube e si prenda anche Netflix, senza conseguenze antitrust, allora si può temere che la rete distribuita e vitale di un tempo sia davvero un ricordo).

Appsbuilder e Paperlit

Per chi non avesse notato questa notizia, ripropongo volentieri il comunicato:

AppsBuilder Acquisisce Paperlit, Piattaforma per l’Editoria Digitale

Operazione volta al consolidamento della propria leadership nello sviluppo di app di nuova generazione sotto il nuovo brand ombrello, AB engine

• AB engine – il nuovo brand ombrello di AppsBuilder: una nuova potenza nel campo dell’automation software che apre la strada delle mobile app a tutti anche senza approfondite conoscenze di programmazione

• AB connect – è un potente mezzo che aiuta le imprese con grandi database a realizzare velocemente un vasto numero di app Native con una semplice integrazione API

Milano, 3 dicembre 2014 – AppsBuilder annuncia l’acquisizione di Paperlit, servizio digitale multi-piattaforma di eccellenza per i leader mondiali dell’editoria. Questa operazione consente ad AppsBuilder di consolidare la propria supremazia in qualità di provider di soluzioni mobile di nuova generazione per imprese di tutti i livelli. Integrando l’editoria digitale ai propri servizi, AppsBuilder acquisisce, per una cifra non divulgata, un prodotto verticale e specifico consolidando la sua presenza globale grazie a un portfolio clienti che comprende le più grandi case editoriali mondiali.

Con l’acquisizione si lancia anche un nuovo brand ombrello, AB engine (www.ab-engine.com), che unisce le competenze tecniche delle due compagnie e l’esperienza nel campo dell’App Publishing per formare una potente mobile automation company che consente a imprese di tutti i livelli l’ingresso nel mondo mobile, senza il bisogno di conoscenze di programmazione.

Inoltre, il nuovo brand AB connect, offre alla grandi imprese una soluzione API per la realizzazione di un vasto numero di App Native, basandosi sullo stesso sistema che opera alle spalle di AppsBuilder e Paperlit.

“Siamo molto entusiasti di poter unire le eccellenti competenze editoriali di Paperlit e il know-how innovativo della piattaforma di AppsBuilder”, afferma Daniele Pelleri, Co-founder e CEO di AppsBuilder. “L’acquisizione ci permetterà di fondere tecnologie e competenze dove è più opportuno, mantenendo una distinzione tra i due brand nel mercato. Con un promettente tasso di crescita e una valida strategia di monetizzazione, crediamo che questa acquisizione possa creare potenti sinergie in termini di apertura a nuovi segmenti di mercato e prodotti da offrire sia ai clienti di Paperlit che di AppsBuilder”.

Paperlit è stata fondata nel 2009 a Menlo Park come una semplice soluzione per la fruizione di contenuti editoriali su mobile ed è successivamente diventata una piattaforma per la pubblicazione digitale a 360 gradi, rivoluzionando il modo di accedere alle informazioni sui dispositivi mobile. Nell’arco di quattro anni, Paperlit ha creato centinaia di App su smartphone, tablet e web e offerto servizio agli editori di oltre 20 paesi e per clienti come Disney, Ferrari, Hearst Magazines, RCS e Condé Nast.

Note:

AB engine è una mobile automation company che arricchisce il mondo dello sviluppo di App della nuova generazione con potenti mezzi e senza il bisogno di competenze di programmazione.

AppsBuilder è un innovativo strumento per la creazione di App che consente lo sviluppo incrociato di App Native e HTML5, senza alcuna competenza tecnica. Fondata nel 2011 da Luigi Giglio e Daniele Pelleri, l’idea di AppsBuilder è quella di semplificare l’App design riducendo i tempi e i costi di sviluppo e offrendo gli strumenti di marketing necessari per innestare una relazione duratura con gli utenti. La compagnia ha attualmente più di 1 milione di clienti in 70 paesi e offre un servizio personalizzato in sei lingue diverse: inglese, tedesco, francese, spagnolo, italiano e portoghese.

Paperlit è uno strumento editoriale di eccellenza per la creazione di App che offre un servizio multi-piattaforma agli editori portando quotidiani e riviste sui dispositivi mobile. Fondata da Gionata Mettifogo e Mario Mariani nel 2009, Paperlit semplifica la pubblicazione digitale offrendo gli strumenti necessari per promuovere i propri contenuti editoriali e monetizzarli, e fornisce anche strumenti di analitica avanzata, social media marketing, abbonamento e gestione dei pagamenti.

AB connect è un potente mezzo che aiuta le imprese e le compagnie con grandi database a realizzare velocemente un vasto numero di App Native con una semplice integrazione API; la stessa che opera alle spalle di AppsBuilder e Paperlit.

Grant da 3000 euro per raccontare l’innovazione su Nòva

C’è tempo fino al 31 gennaio per iscriversi alle selezioni per avere il grant da 3000 euro e partecipare alla narrazione dell’innovazione su Nòva con la guida di ottimi mentor in otto città: Milano, Torino, Genova, Pisa, Napoli, Perugia, Bologna, Venezia. Il programma è aperto e altre borse potranno essere offerte in futuro. Per conoscere i particolari della proposta si possono consultare le pagine di NòvaGrant.

Chi otterrà i grant potrà cercare gli innovatori nel territorio intorno alla città che ha scelto con l’aiuto dei mentor locali – persone che lavorano negli acceleratori e nelle università – e ne racconterà la storia su Nòva. Il tutto per un periodo di sei mesi. Il progetto è pensato per far fare a chi vince il grant un’esperienza importante e uscirne con una profonda conoscenza dell’ecosistema dell’innovazione e delle opportunità che offre. Sarà interessante incontrare e fare domande agli imprenditori, agli startupper, ai ricercatori per raccontare bene quello che dicono.

Se ci sono problemi a caricare i documenti, si possono mandare direttamente alla mail grant.nova@ilsole24ore.com (basta aggiungere nel subject il nome della città che si sceglie)

Grazie a chi ha segnalato l’opportunità:
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Cineca: dal supercomputing alla gestione dei big data

Il Cineca supporta l’attività di innovazione. Fino a ora soprattutto con il supercalcolo. Ora anche con la gestione dei big data, con Pico, che entra in produzione oggi. Con 8 petabyte di storage, più 20 petabyte di repository (spero di aver compreso bene: la differenza mi pare è tra memoria in lavoro al servizio dell’elaborazione e memoria in archivio). Siamo nella top 500 dei centri di questo tipo. Il che avviene grazie al supercalcolo e alla crescita costante del supercalcolo (la quantità di domanda è tre volte l’offerta) che va verso la exascale…

Siamo al quarto paradigma della ricerca scientifica, dicono al Cineca. Ecco la serie dall’antico al contemporaneo:
1. Teoria.
2. Sperimentazione osservazione.
3. Simulazione di teorie su modelli azionati da supercomputer.
4. Data driven (data intensive scientific discovery)

Cioè si parte dai dati, si cercano i pattern, si studiano in rapporto alle conoscenze e le teorie, si prendono decisioni…

Il Cineca partecipa alla ricerca, offre l’infrastruttura di ricerca, offre accesso a migliaia di ricercatori che insistono sugli stessi progetti o sono interessati a seguirli. E apre al data mining per ricerca e innovazione anche con aziende.

Casi e richieste di interesse:
Human brain project (elaborazione osservazioni sui cervelli di topi al Lens di Firenze)
Medicina personalizzata e drug design
Sismologia
Dati satellitari
Economia finanziaria e scienze sociali
Web data

Ci sono anche laboratori per training e esperimenti

I big data: solo 0,5 / 1% dei dati sono effettivamente utilizzati…

Ps. I petabyte sono milioni di gigabyte

Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi

C’è un argomento geopolitico nella drôle de guerre che si sta svolgendo tra le capitali europee e la Silicon Valley, passando per le lobby di Washington e Bruxelles. Ma c’è anche un argomento economico.

Non passa giorno senza che qualche autorità europea non partecipi allo stillicidio di misure, critiche e dichiarazioni contro Google, Facebook, Amazon e altre piattaforme giganti americane. Oggi ha parlato in un’intervista di Beppe Severgnini sul Corriere Giovanni Buttarelli, anche il nuovo capo dell’Autorità per la privacy europea.

Critiche e misure non prive di buone ragioni in termini fiscali, di privacy appunto, di qualità e quantità di lavoro, antitrust, interoperabilità tecnologica e così via. Ma il punto è che queste critiche provengono da un continente che non ha saputo creare alternative, come hanno fatto altri, dalla Russia alla Cina.

C’è un tema di diritti. Che devono valere e si devono affermare. C’è un tema geopolitico. Ma c’è anche un tema economico generale: se queste tecnologie sono una delle vie dell’efficienza e dello sviluppo, un continente senza alternative che tenti di fermarle di fatto frena anche sé stesso.

Quindi le lobby europee antigoogle e compagni dovrebbero anche assumersi la responsabilità di investire nella costruzione di alternative, magari migliori. Altrimenti non fanno bene all’Europa. In un ecosistema le questioni sono sempre un po’ più complesse di quanto possano sembrare a prima vista. Imho.

Vedi anche:
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo

M31 e SeedLab

Ricevo e condivido volentieri:

COMUNICATO STAMPA

Con l’acquisizione di SeedLab, si allarga la galassia dell’acceleratore di imprese M31

SeedLab, programma di accelerazione per nuove imprese a carattere tecnologico (come ad esempio Tensive, vincitore del Premio Marzotto 2015), è stato acquisito al 100% da M31, tra le massime realtà italiane per la creazione, incubazione e accelerazione di imprese technology-based.
Il programma SeedLab, nasce come percorso di accelerazione del fondo di venture capital TT Venture gestito dal Gruppo Quadrivio, uno dei principali investitori italiani in Private Equity. Il passaggio di SeedLab a M31 è teso ad assemblare esperienze e competenze al fine di creare un soggetto che divenga il campione italiano nel settore early stage, unendo due storie di successo nella, creazione, finanziamento e sviluppo di imprese tecnologiche.
«Si aggiunge un tassello importante per la missione di M31, e cioè fare innovazione credendo nella tecnologia come valore assoluto», dice l’ing. Ruggero Frezza, fondatore e Presidente di M31. «Con l’ingresso nella galassia M31, SeedLab estende globalmente i propri confini, potendo far leva su un team consolidato grazie ai più di cento collaboratori, e una presenza capillare che conta 5 sedi tra Italia e Silicon Valley».
«Siamo molto soddisfatti di questa operazione» dice il prof. Carlo Pelanda, Presidente di Quadrivio Group (holding) e membro del CdA di Quadrivio Capital SGR. «Il fondo TTVenture di Quadrivio Capital Sgr ha così valorizzato esperienze maturate nel gruppo nell’ambito early stage e contribuito a creare uno dei soggetti più competenti e strutturati per gli investimenti tecnologici in Italia. Ma non pensiamo solo in termini nazionali: la sfida dell’innovazione è una sfida globale, perché lo scenario in cui giocano le disrupture tecnologiche riguarda tutto il pianeta, essendo la scienza una lingua universale e il mercato teoricamente sempre più veloce nel raggiungere ogni punto della Terra».
«Questa unione va a costruire un pezzo importante dell’ecosistema della nuova imprenditorialità italiana – dice Matteo Faggin, Principal di SeedLab – perché in genere qui in Italia si investe prevalentemente in ambito digitale, trascurando invece le molte e più durevoli opportunità di crescita che vengono dal mondo della ricerca scientifica. Noi vogliamo rappresentare la parte “science-based” dell’innovazione italiana, facilitando l’accesso al mercato delle iniziative più tecnologiche».
La vocazione a valorizzare imprese legate alla conoscenza scientifica è ben visibile nei risultati accumulati in questi anni da SeedLab, che, unico caso i percorsi di accelerazione italiani, può vantare al suo attivo successi importanti. Il percorso intensivo di tre mesi dedicato all’apprendimento del business management, alla mentorship da parte di esperti di settore, e alla costruzione del team imprenditoriale, conta infatti tra i suoi alumni alcuni tra i più interessanti esempi di startup tecnologiche di successo.
Alcuni esempi:
Tensive, pluripremiata azienda nata dalla Fondazione Filarete di Milano, sviluppa protesi canalizzate che potranno sostituire gli impianti ora in uso per le mastoplastiche. Tensive ha vinto il premio Marzotto 2015.
Neuron Guard, startup biomedica modenese che sviluppa un dispositivo portatile per “congelare i neuroni” a seguito di traumi, ha appena vinto a Berkeley il premio Intel Global Challenge e sta raccogliendo capitali per proseguire lo sviluppo.
Milky Way, piattaforma di rete per appassionati di sport estremi, ha raccolto dal Venture Capital italiani e business angels privati 720 mila euro di finanziamenti.
WIB, azienda di Palermo creatrice di vending machine evolute, con 750 mila euro raccolti rappresenta il più grande successo di crowdfunding in Italia.
SEM+, impresa che sviluppa sistemi di touch screen flessibili, è stata proiettata in Silicon Valley dove ha raccolto un round di finanziamento di ben 500 mila euro, ed è ancora in forte crescita.
Epinova, spinoff dell’Università del Piemonte Orientale tra i vincitori l’anno passato del Premio Marzotto, ha creato una sostanza (chiamata «Epigel») che favorisce la rigenerazione dell’epidermide e che può essere utilizzata in ogni prodotto cosmetico.

La semina di SeedLab diventa insomma planetaria; i frutti saranno raccolti dal mondo dei tecnologi italiani, che deve solo essere scoperto e aiutato a credere in se stesso. «Con SeedLab abbiamo acquisito un’ulteriore sonda per l’esplorazione delle ricchezze nascoste nelle università italiane e nelle realtà delle eccellenze scientifiche, soggetti che saranno sempre più fondamentali per l’economia del Paese» prosegue Frezza.
Il team di SeedLab ha ora in preparazione un roadshow in numerose università italiane, dove lancerà un programma dedicato al mondo della ricerca scientifica accademica italiana chiamato M31UP.

Economist e monopoli internet

Con l’effetto-rete una piattaforma di successo su internet conquista naturalmente una posizione dominante. La prima questione dell’antitrust è assicurarsi che non ne abusi. La seconda questione è che resti facile per nuove piattaforme presentarsi sul mercato e portare alle piattaforme dominanti una concorrenza basata sull’innovazione.

L’Economist sostiene che questo è il ragionamento da fare per valutare una delle pieghe della presa di posizione del Parlamento europeo della settimana scorsa. Ma non cita nell’editoriale una condizione perché la concorrenza degli innovatori alle piattaforme dominanti resti possibile: la neutralità della rete.

L’inchiesta dell’Economist va letta. Ma è meglio tener conto dell’approccio più completo che il Parlamento ha scelto: la rete resta generativa se è neutrale, interoperabile, standard. I nuovi monopoli non sono quelli che hanno una grande quota di mercato, ma quelli che operano per bloccare l’innovazione rendendo la rete non neutrale, non standard, non interoperabile.

Internet. Google. Diritti. Europa avanzata a parole e indietro nei fatti. E allora ripartiamo dalle parole

E allora. L’Europa continua in uni stillicidio di annunci e decisioni su internet, Google, Facebook, ecc ecc. Come valutare la situazione?

L’Europa, in Parlamento – dove appunto si dicono le parole – ha dichiarato che internet è neutrale, standard, interoperabile. O non è internet. Parole giuste. Molto avanzate. Ma l’Europa in Consiglio e in Commissione – dove si fanno le policy – è bloccata: quasi sa che cosa è giusto, ma le lobby sanno che cosa vogliono, le urgenze sono poco chiare, gli interessi sono contrastanti, la visione è corta.

La ragione della contraddizione è nella storia europea in internet. Grandi contributi aperti, come il web del Cern, e molte idee poi cresciute altrove come Skype. Ma rarissime aziende in grado di definire un mercato su internet. Pochissime candidate a essere leader mondiali, almeno per ora. Se lo sono sono minacciate o sorpassate – come Nokia.

Se non ci sono aziende europee che per le loro caratteristiche strategiche sostengono in pieno l’idea forte di internet ben compresa dal Parlamento, la Commissione si confronta solo con aziende che giocano in difesa. E tende a guardare indietro, non avanti.

Nella scienza l’Europa va meglio. Anche perché i giganti europei della tecnologia tutto sommato sanno prendere dalla ricerca molta conoscenza da valorizzare. Nell’internet i campioni europei che pure esistono si fanno notare meno. Non sono, nella coscienza dei commissari europei, delle aziende leader mondiali. E allora la Commissione non è condotta a pensare a internet se non quando parla (in alcuni momenti visionari) di ciò che ancora non c’è: si comprende come sia difficile che scelga per le startup contro le compagne telefoniche.

Il punto è che tecnologicamente non ci manca nulla, in Europa. Ma non non è la tecnologia da sola a costruire la leadership. Perché la leadership che conta è la leadership culturale, quella che convince il mondo a seguire il leader.

Allora? Che si fa? Nelle parole c’è un valore. Da portare a coerenza con i fatti. Quello che dice il Parlamento è importante per fondare una leadership culturale del continente, in termini di diritti e visione di sistema. Ma da lì occorre passare all’azione: credere e dunque poter vedere che le startup e le nuove aziende che crescono sono possibili leader culturali, valorizzare la loro cultura come parte di una “civiltà dei diritti” che l’Europa dopo gli incubi del Novecento può candidarsi a rappresentare nel mondo. Softpower. Che accompagna e rafforza un potenziale economico esistente e una leadership culturale conquistabile. Le parole sono importanti se connesse a una consapevole azione pratica. Se non si fa però nulla per alimentare grandi leader europei nei business internettiani (in Corea, in Russia, in Cina, ci riescono perché da noi no?) allora lo stillicidio di decisioni e le prese di posizione di principio diventano solo operazioni di retroguardia.

Vedi assolutamente:
Google e la Ue, by Keinpfusch.

Dati:
Valore delle aziende in crescita

La net neutrality e le code. Con un’Ansa che intervista Giacomelli

È davvero difficile trovare una proposta di mediazione sulla net neutrality. Ogni decisione che consenta agli operatori di discriminare il traffico internet annulla del tutto la net neutrality. È come se si dicesse: il suffragio universale è un diritto garantito ai cittadini elettori, salvo quando c’è troppa coda ai seggi.

Vogliamo la net neutrality perché garantisce la libertà di innovare. Qualcuno risponde che non è possibile (perché il traffico va discriminato per gestirlo efficacemente, aumentare le entrate degli operatori e consentire così i loro investimenti). Ma è una posizione priva di immaginazione. Gli ingegneri sono bravi proprio ad avvicinare ciò che vogliamo al possibile. Si possono e devono trovare soluzioni per l’efficienza del traffico e la redditività degli operatori che non uccidano la net neutrality e con essa la libertà di innovare. O addirittura di esprimersi.

Vabbè. Intanto il governo si dibatte tra posizioni contrastanti.

Un pezzo di agenzia Ansa (speriamo sia d’accordo con la ripubblicazione) spiega che la posizione del sottosegretario con delega sulle telecomunicazioni Antonello Giacomelli si è come liberata di un peso:

ANSA, martedì 25 novembre 2014, 17:48:42 Internet: Giacomelli, serve intervento per Net neutrality
Internet: Giacomelli, serve intervento per Net neutrality Giovedi’ Consiglio Ue per tlc, ‘ no ad accordi tra operatori’ (ANSA) – ROMA, 25 NOV – “Noi crediamo alla Net neutrality come valore, e proprio per questo dobbiamo creare le condizioni per una sua regolamentazione. La tesi di chi dice di non intervenire e’ esattamente la posizione di chi e’ contrario alla Net neutrality. Non basta l’ annuncio di un principio, occorre favorire le condizioni per un intervento che assicuri che la Rete rimanga un luogo di liberta’ e di opportunita'”. Questo un passaggio dell’ intervento del sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli all’ Internet Governance Forum Italia di oggi nell’ aula dei gruppi parlamentari della Camera. “La Presidenza italiana – ha aggiunto Giacomelli che giovedi’ 27 novembre presiedera’ il Consiglio dell’ Ue per le telecomunicazioni a Bruxelles – e’ contraria agli accordi tra grandi operatori, che rischiano di creare barriere all’ entrata della Rete. Ora dobbiamo cambiare prospettiva e provare ad assumere il punto di vista dell’ utente. Ho la sensazione che gli Stati Uniti stiano prendendo piu’ tempo per la decisione, quindi capisco che anche in Europa serva un momento ulteriore di riflessione”. (ANSA) CAS 25-NOV-14 17: 41 NNN

La crescita dell’offerta di robot di consumo

All’International Ces aumenta l’offerta di robot per divertimento e utilità dei consumatori. Può essere una sorta di segnale per immaginare un aumento del desiderio e della domanda di robot. Resta da vedere se il segnale diventerà realtà. In Giappone si direbbe di sì.

Ecco il comunicato del Ces.

Arlington, Va., November 24, 2014 – From humanoid entertainment devices to robotic cleaning machines, robots promise to revolutionize the way consumers interact with the world and monitor their health and environment. The Consumer Electronics Association (CEA)® today announced that robotics exhibits at the 2015 International CES® have grown 25 percent from the 2014 CES. Owned and produced by CEA, the 2015 CES, the world’s gathering place for all who thrive on the business of consumer technologies, will run January 6-9, 2015, in Las Vegas, Nevada.

The Robotics Marketplace, presented by Robotics Trends, will feature more than 18 innovative companies showcasing the full range of intelligent, autonomous machines that are connected to the cloud, controllable by mobile device and capable of seeing, hearing, feeling and reacting to the environment in ways once thought impossible. Robotics exhibits at the 2015 CES are expected to cover 8,250 net square feet of exhibit space, an increase of more than 25 percent over robotics exhibit space at the 2014 CES.

“Robots are changing the way consumers learn, do business, monitor their health, and maintain their households as they are capable of doing things that humans can’t, or simply don’t want to do,” said Karen Chupka, senior vice president, International CES and corporate business strategy. “We’re thrilled to see that the robotics footprint will expand at the 2015 CES, as it speaks to the category’s growth and ability to disrupt and transform the consumer technology industry.”

Il nostro Pil è in crescita

Il nostro Pil è in crescita. Soffriamo, arranchiamo, ci contraiamo: ma questo avviene se ci consideriamo chiusi nella gabbia territoriale italiana. E invece cresciamo, miglioriamo, creiamo opportunità: se riusciamo a vedere che la nostra economia è quella del pianeta. Questa non è la negazione di una realtà difficile: è una prospettiva per uscire dalla difficoltà.

Le aziende italiane che esportano sono pensate per stare in un’economia che cresce. Quella del Pil mondiale. Il Sole 24 Ore oggi riporta i dati di una crescita che continua. Dai macchinari agli alimentari, le aziende che esportano crescono. E Adriano Moraglio mostra nel suo libro quali sono le imprese che restano agganciate all’economia internazionale.

Questa non è una soluzione: è una prospettiva.

Ma vedendo l’economia in questo modo, cioè considerando prima di tutto il contesto internazionale, si pone il problema in modo che appare almeno degno di una soluzione. Internazionale significa, per l’Italia:
1. trovare chi riconosca il valore aggiunto delle nostre conoscenze, del nostro gusto, della nostra ricerca
2. trovare domanda crescente
3. imparare a stare alle regole, a mantenere gli impegni, a innovare continuamente: perché all’estero e soprattutto per gli italiani non vale la furbizia, non vale la rendita di posizione, vale la capacità di dare valore.

Questa è la strada anche per attrarre investimenti (siamo scesi al livello della Colombia da questo punto di vista). E’ la strada per modernizzare il paese. E’ la strada per comprendere il valore della rete. E’ la strada per acquisire una mentalità cosmopolita, non solo come aziende, ma anche come professionisti, giovani, creativi…

Se ci si svela davanti agli occhi che la nostra economia cresce, allora cominciamo a progettare in modo sensato e vincente. Improvvisamente acquista senso la necessità di apprendere e informarsi seriamente sulle regole, le opportunità, i comportamenti accettabili all’estero. E acquisisce senso informare in modo trasparente e intelligente sulle nostre qualità e i nostri difetti. Perché il valore aggiunto della cultura italiana è tale se è riconosciuto: all’estero è riconosciuto, se è conosciuto.

Agganciarsi con la mente all’economia internazionale che cresce è la premessa per dipingere una prospettiva costruttiva, in base alla quale scrivere progetti sensati e puntare a una nuova forma di prosperità. Coerente con i valori italiani. Che in fin dei conti sono concentrati intorno al tema della qualità della vita, della qualità delle relazioni, della qualità dell’ambiente, della qualità della cultura.

Restare chiusi nella gabbia della nostra piccola e disorganizzata nazione, invece, non fa che aumentare la litigiosità, abbattere la progettualità, definire una prospettiva di declino. Il cui unico effetto è quello di spingere il sistema ad avverare le più negative previsioni.

Se impariamo a vedere che il nostro contesto è quello internazionale, impariamo a riconoscere le opportunità, comprendiamo i nostri difetti e assorbiamo profondamente l’esigenza di imparare a innovare. La globalizzazione è la competizione tra tutti i territori del pianeta. Quelli che vincono valorizzano le loro capacità: per gli italiani si tratta di valorizzare l’unicità di una cultura e di un amore per la qualità che genera valore aggiunto e che si dimostra attraente e riconoscibile. Il nostro punto di vista locale, con una buona dose di umiltà, va superato. Imho.