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Definizioni di bilancio facili da usare

Ok non si tratta di cose complicate. Ma vale la pena di essere tutti d’accordo su certi termini e definizioni nel bilancio. La narrazione base di un’impresa è in fondo quella che si ottiene andando a leggere i dati che riguardano le variabili contenute in questa presentazione.

National security archive. Per il diritto di sapere (tema caldo in tempi di diritto all’oblio)

Gli archivi non cessano di affascinare. Il National security archive della George Washington University raccoglie i dati e le storie desecretate in America. Il sito è super-interessante. Finestre su storie politiche documentate che in passato erano troppo impopolari per essere rese pubbliche.

La politica americana non ha certo raccontato ai contemporanei come ha preparato il Golpe contro Allende in Cile. O come ha vissuto il genocidio del Ruanda. O come ha operato attraverso i servizi segreti nel corso del 1947-1948 in Italia, dove i comunisti avanzavano. Il National security archive mette in luce i documenti che oggi si possono leggere. E combatte contro i segreti che restano tali, come il comportamento della Cia nel corso della crisi della Baia dei porci.

Si tratta di notizie che abbiamo diritto di sapere. E anche in Italia ci vorrebbe uno strumento così. Con tutti i segreti spesso macabri della nostra politica che abbiamo finito – per così dire – per assorbire nell’inconscio collettivo italiano, liberarci significa anche sapere. Il diritto di sapere è democratico.

Almeno tanto quanto il diritto all’oblio. La differenza, di solito, si fa sulla base del valore pubblico delle informazioni critiche: se un privato sconosciuto cittadino vuole proteggere la sua riconquistata onorabilità facendo togliere i link che portano alle informazioni sui suoi guai passati dal motore di ricerca ha il diritto di farlo, dice la Corte Ue. Le è una persona pubblica non ha lo stesso diritto. Va bene.

Il fatto è che la storia si comprende andando a vedere sia le storie dei grandi uomini politici sia le storie dei comuni cittadini. La storia non ha confini se non quelli che impone la mancanza di curiosità. E poi chi dice che una persona ha valore pubblico?

La soluzione trovata finora dalla Corte Ue e da Google è abbastanza insoddisfacente. Dobbiamo andare oltre. Domande: l’algoritmo potrebbe dare un peso diverso alle storie passate ma non eliminarle dalla ricerca? oppure potrebbe imporre ai risultati delle ricerche sulle persone di apparire in una pagina in modo da dare al primo sguardo le notizie vecchie e nuove senza fermarsi solo a quelle molto linkate in passato? Queste o altre idee migliori potrebbero salvare il diritto di una persona ad avere un’immagine digitale completa e non parziale, ma anche il diritto della cittadinanza all’accesso ai documenti che consentono di sapere, o almeno di ricostruire, con qualche fatica in più forse, tutte le storie possibili.

Martin Hilbert. Quanta conoscenza è registrata in digitale

Quanta conoscenza è registrata in digitale? Era il 25% nel 2000, è il 98% oggi, Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth in Big Data. Martin Hilbert fa i conti, alla Annenberg dell’università di California (link ai paper). E in questo video riassume i numeri principali.

Big Data: cambiamento delle osservazioni e continuità dell’epistemologia

Una bella discussione sull’epistemologia dei Big Data è stata riassunta dall’Economist.

Si fa riferimento, per esempio, alla hubris dei superentusiasti che – come Wired – hanno parlato di “fine della teoria”. La loro idea è che se possiamo disporre di masse enormi di dati sull’universo di riferimento invece che di campioni potremo limitarci a osservare la realtà invece di ipotizzare e teorizare. È un errore concettuale. L’osservazione di molti dati invece che l’inferenza da pochi dati cambia il modo con il quale si arriva all’ipotesi e alla teoria, non cambia la sostanza ipotetica di ciò che impariamo dai dati.

Inoltre, la fiducia nel fatto che si possano avere tutti i dati sull’universo può condurre ad abbassare il livello di critica della qualità dei dati. I campioni sono scelti in modo da ridurre al minimo le distorsioni; i grandi volumi di dati possono invece contenere distorsioni forti. Prendiamo per esempio i dati che si registrano da tutti gli utenti Vodafone per conoscere gli spostamenti degli italiani. È possibile che siano talmente tanti da non differire molto dall’universo. Ma non si può non tener conto che non corrispondono all’universo e che ci potrebbe essere una relazione tra il comportamento degli utenti Vodafone e il fatto che hanno scelto Vodafone – piuttosto che Tim, 3 o Wind – come provider di telefonia mobile. Abbassare il livello di critica sui dati può condurre a conclusioni sbagliate che i campioni evitano proprio per come sono costruiti.

Infine, le correlazioni tra i fenomeni che si osservano con i Big Data non sono necessariamente giuste. A scuola di statistica insegnano che una delle correlazioni più provate della storia è la correlazione tra il numero di medici e il numero di malati. Considerare quella correlazione come la prova che i medici fanno ammalare la gente sarebbe un errore. Ci sono correlazioni con altre realtà che spiegano meglio l’osservazione: per esempio, il fatto che dove ci sono i medici i malati vengono registrati e dunque i loro dati entrano nelle rilevazioni, mentre dove non ci sono medici i malati non si sa neppure che esistano.

In generale, siamo preparati a cercare e trovare nei Big Data quello che la nostra cultura, la nostra epistemologia, la nostra curiosità, il nostro apparato teorico ci indirizzano a cercare e trovare.

A parte questo, però, i Big Data consentono di sviluppare una nuova matematica che fa emergere schemi e pattern che in altri modi non potrebbero venire fuori. Si tratta di una ricchezza straordinaria per la conoscenza. Ne possono emergere nuovi mestieri, nuove imprese, nuove scoperte. Ma il senso critico, l’approccio scientifico, il rispetto per la qualità dei dati, resteranno una condizione indispensabile per ottenere conoscenza dotata di senso.

Vedi anche:
Il libro di Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth
Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti

Big data all’europea. Partita aperta. Perché no?
Big Data… Strategia europea cercasi
SMALL, MEDIUM, BIG DATA: per un’archiettura consapevole, decentrata, interoperabile

Che cosa pensereste se vi dicessero che in Italia i Big Data non esistono?
E se invece i Big Data esistessero? Una risposta al post di ieri

Statistiche ufficiali e Big Data. Cercando proposte

Segni di libertà, in un periodo difficile per la rete

In un periodo che talvolta sembra difficile per la libertà di espressione e innovazione delle persone su internet (Patel), godiamoci due segnali di sollievo.

La commissione che assegna il Pulizer ha deciso di sfidare il giudizio del governo americano su Snowden e ha premiato Guardian e Washington Post, i giornali che hanno contribuito alla diffusione dell’informazione sulle massiccie indagini invasive effettuate dall’Nsa (LaStampa).

In Iran la primavera dell’informazione del 2009 che il governo locale ha saputo – purtroppo – reprimere usando una strategia più intelligente della semplice censura (infiltrati, spie, analisi delle foto dei contestatori e altre tecniche) sembra sul punto di tornare in voga (IranMediaProgram Annenberg).

Promemoria: una delle questioni da tenere accese in vista delle elezioni per il Parlamento europeo è la richiesta di attenzione per la netneutrality, una delle condizioni da salvaguardare per la manutenzione delle libertà di espressione e innovazione in rete.

Discorsi sul metodo. La scienza insegna che anche la critica dura è costruttiva. Mentre la fretta è una trappola

Si allunga la serie di articoli e studi scientifici dedicati alla difficoltà che la scienza sta incontrando nell’applicazione del metodo scientifico. È un dibattito fondamentale. E molto istruttivo per tutti coloro che anche a titolo molto meno alto lavorano alla generazione di conoscenza.

Tutto è partito da un’osservazione di John Ioannidis:

In 2005 John Ioannidis, an epidemiologist from Stanford University, caused a stir with a paper showing why, as a matter of statistical logic, the idea that only one such paper in 20 gives a false-positive result was hugely optimistic. Instead, he argued, “most published research findings are probably false.” As he told the quadrennial International Congress on Peer Review and Biomedical Publication, held this September in Chicago, the problem has not gone away.

L’Economist aveva ripreso e riassunto il dibattito. E ora una nuova puntata sul sito di Burroughs Wellcome Fund.

Una delle preoccupazioni sottostanti al dibattito è che la fretta di pubblicare per mantenere il passo dei tempi richiesti dalle logiche del finanziamento alla ricerca, per stare al ritmo dei congressi scientifici, o semplicemente per fare bella figura e candidarsi a premi, promozioni, assunzioni… insomma l’umanissima ambizione degli scienziati incanalata dai tunnel informativi e comunicativi che sono propri del loro mondo abbassa la soglia dei controlli sulla qualità dell’informazione e della conoscenza che producono. La difficoltà di riprodurre gli esperimenti dei quali si parla negli studi citati deriva probabilmente anche da questo.

Comunque è altrettanto istruttivo che il controllo peer-to-peer prima o poi fa venire fuori questo insieme di errori. Anzi forse è ancora più istruttivo.

Se in un mondo tanto controllato e colto sul piano metodologico come quello degli scienziati si fanno tali errori e si rischia tanto di affermare idee poco provate, è ovviamente probabile che questo avvenga con ancora maggiore frequenza tra coloro che partecipano all’informazione senza tanta preparazione epistemologica ma con altrettanta fretta.

Per questo era – e resta – importante la pratica di confrontare e collegare le informazioni tra blogger, giornali, esperti e altro. Il peer-to-peer è anche in questo caso una fonte di conoscenza di per sè, perché può alzare il livello del controllo, rendendo collettivamete più probabile il miglioramento dell’informazione individuale (purché sia fatto con metodo e continuità: link tra blogger, confronto costruttivo sui dati, evoluzione del rapporto con i giornali tradizionali in senso simbiotico, e così via). La fretta non aiuta. Il metodo sì.

Vedi
Economist: Has the ideas machine broken down?
Edge: what should we be worried about?
E vedi anche
Aza, Picchio, Fabio, Flaviano. Un lavoro di collegamenti sull’azienda del futuro: GG, Mauro, EndofAdv, I4e.

Intanto, Nòva..

Se non fosse che me ne occupo, forse racconterei di più del sito di Nòva. Con l’umiltà che merita un percorso lungo e complicato per migliorare il servizio. Cito quello che c’è sul Sole, mentre chiudo l’inserto cartaceo…

“L’introduzione dell’applicazione NòvaAj, la sezione dedicata all’innovazione del Sole 24 Ore ha “aumentato” l’informazione senza moltiplicare le pagine. La tecnologia della realtà aumentata si è trasformata, con Nòva, nel giornale aumentato. Tutti gli articoli visibili solo con la app, però, hanno fatto sorgere un’esigenza: quella di recuperarli, rileggerli, collegarli tra loro.

Il nuovo sito di approfondimento di Nòva serve a questo. Tutti gli articoli di Nòva si ritrovano, aggregati in contesti che tentano di unire i puntini, e valorizzare il senso della ricerca degli innovatori ai quali l’inserto è dedicato.

È un nuovo passo nell’evoluzione del giornale. Un passo di servizio. Destinato a dare la possibilità di creare altri servizi. Speriamo che i lettori possano apprezzare questa evoluzione. E che l’accompagnino, suggerendo nuove vie”.

I fatti sono quello che abbiamo in comune

Un articolo dell’Economist registra la grande trasfirmazione nel sistema dell’informazione sui fatti di attualità.

Ne abbiamo esperienza in molti paesi occidentali:
1. i giovani vedono sempre più le notizie online, anche se non soprattutto in video
2. importanti giornalisti e numerosi giovani professionisti lasciano perdere la prospettiva di lavorare per un grande giornale tradizionale e partecipano alle nuove iniziative, specialmente se low cost, high quality
3. le nuove piattaforme e i nuovi linguaggi tendono a offrire notizie in modo più divertente, immediato, con l’aiuto dei social network per la diffusione
4. i cittadini che partecipano alla ricerca di notizie sono in aumento
5. i giornali tradizionali che reagiscono meglio tentano di innovare su tutti i campi (tecnologia, linguaggio, gamification, condivisione, data visualization, ecc)
6. i giornalisti occupati nei giornali tradizionali diminuiscono drasticamente.

Mentre tanti aspetti dell’informazione cambiano, resta e si rafforza il bisogno di consapevolezza sul metodo che qualifica la ricerca di informazione in modo tale da renderla capace di generare una conoscenza confivisa su cone stanno le cose: i principi dell’accuratezza, indipendenza, completezza, legalità cui il metodo necessario alla ricerca di informazioni di qualità si ispira sono sempre più importanti.

Servono a qualificare le notizie come fatti. E i fatti come ciò che abbiamo in comune. Ci si può dividere sull’opinione. C’è bisogno di andare d’accordo su come stanno le cose.

Angelo Agostini

Era un maestro. Di quelli che restano come un punto di riferimento per tutta la vita. Generazioni di giornalisti, a Bologna, a Lugano, a Milano, hanno compiuto con Angelo Agostini i primi passi sulla loro strada. I suoi ragazzi lo sapevano: fino a che non vedeva che i suoi studenti si erano avviati a cogliere qualche opportunità, anche finito il corso non li lasciava soli. Sapeva far sentire la mano forte dell’esperienza e la gentilezza umile della solidarietà umana. Incoraggiava – burbero sognatore – i ragazzi e le ragazze che si sentivano attratte da questa professione maledetta. Insegnava con l’esempio e le parole che la durezza di quella carriera aveva senso solo se affrontata sulla scorta di un’insensata rettitudine.

Era un innovatore. Si affacciava con l’entusiasmo di uno dei suoi giovani allievi a ogni finestra sul futuro del giornalismo. Aveva scoperto l’html e il web nel 1995 animando fin dall’inizio Reporters Online. Aveva esplorato come un ricercatore l’evoluzione della professione. Aveva dedicato la sua combattiva direzione di Problemi dell’Informazione alla ricerca delle conseguenze della grande trasformazione che coinvolge il giornalismo, come ogni altra attività della generazione di conoscenza. Aveva contribuito al successo del Festival del Giornalismo di Perugia con la sua visione e partecipazione costante. Dimostrando che il giornalismo può adattarsi al cambiamento solo se approfondisce la fedeltà a ciò che non cambia nella qualità dell’informazione. E con Ahref aveva lavorato alla diffusione di quel metodo di ricerca tra i cittadini, partecipando alla fondazione dei media civici.

Era un amico. Ne ero orgoglioso.

News, editoria: una nascente industria sostenibile

Nella produzione di notizie ci sono alcuni argomenti imprescindibili:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico

La scommessa fondamentale è che di notizie c’è sempre più bisogno e quindi c’è un’industria in crescita, potenzialmente, da qualche parte. Ma va pensata. E può diventare il luogo economico nel quale si sviluppano anche le competenze acquisite dalla vecchia editoria.

La ricerca condotta e comunicata via Twitter da Marc Andreessen ha riacceso l’attenzione. Questi alcuni link per averne una veloce visione:

The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place
Marc Andreessen on the future of the news business
Marc Andreessen talks about the evolution of the news business and why he is optimistic
Marc Andreessen: The ‘problem with local news is most people don’t care’
Marc Andreessen Thinks the News Business Is About to Grow Tenfold
Il valore dei media digitali in discesa e la ricerca dei business model
Marc Andreessen’s 8 business models for journalism

Il dibattito sull’industria dell’informazione, quello che un tempo si chiamava il settore dell’editoria giornalistica, avanza e si sviluppa su diverse direttrici che riguardano la tecnologia, la partecipazione dei lettori attivi alla produzione di informazione, la dimensione social, la pubblicità, le forme di finanziamento alternative. Le scuole di pensiero sono molte e i punti di riferimento comuni ancora da sviluppare: una parte del mondo pensa con le categorie del secolo scorso (vendita di contenuti e pubblicità tabellare), una parte del mondo pensa con le categorie della tecnologia, una parte del mondo pensa a cercare i soldi in ogni modo possibile, con molto pragmatismo e una certa propensione a lasciar perdere il lato strategico.

Il cambiamento strutturale è talmente profondo, però, che non possiamo che partire da lì per fare ordine. Sapendo che l’unica certezza è che assistiamo a una fioritura di modelli diversi, alla necessità di conoscere la tecnologia e lavorarci con precisione, alla riemersione dei valori fondamentali della generazione di informazione per un certo tempo sommerse dalla quantità di soldi che l’editoria tradizionale riusciva a fare con la pubblicità.

I punti di riferimento:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
– nel mondo precedente la risorsa scarsa era lo spazio sul quale pubblicare: era governato dagli editori; oggi le risorse scarse sono il tempo, l’attenzione, la capacità di riconoscere rilevanza nelle informazioni: sono governate dal pubblico.
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
– la dinamica trasformativa attivata da internet è ancora in ebollizione; il successo di molte iniziative nate cogliendo le opportunità offerte dalla rete è tale da aver spostato gli equilibri in tutta l’industria; ogni nuova strategia non può prescindere dalla conoscenza delle tecniche e delle tecnologie che servono il traffico, alimentano l’innovazione del linguaggio, consentono di studiare il rapporto tra interfaccia e risultato comunicativo, e così via; conoscere la tecnologia non significa solo saperla usare, significa saperla innovare
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico
– il valore che le iniziative editoriali possono sviluppare, conoscendo a fondo la tecnologia per innovare, è ricostruire le dinamiche della rilevanza in un’ottica consapevole del fatto che si serve un pubblico enormemente più potente, che può scegliere e che possiede le risorse scarse fondamentali; la riflessione è sulla costruzione di contesti di senso, di velocità di servizio, di partecipazione di ciascuno come attore e fruitore del sistema dell’informazione.

In questo contesto gli otto modelli di business emergenti proposti da Andreessen possono essere discussi:
1. Giornalismo di qualità pensato per pubblicità di qualità
2. Conquistare la voglia dei lettori ad abbonarsi e a pagare per prodotti di valore
3. Contenuti premium, che valga la pena di acquistare («Ancora: valore = $»)
4. Puntare su conferenze ed eventi dal vivo
5. Investire su più canali
6. Pensare al crowdfunding («Enorme opportunità per il giornalismo imvestigativo»)
7. Offrire la possibilità di pagare in Bitcoin per micropagamenti
8. Tenere d’occhio la tendenza alla filantropia (sulla scorta di ProPublica e FirstLookMedia di Omidyar)

In sintesi tre filoni di sviluppo sui modelli di business:
– contesti che valorizzano l’informazione in modo tale da non subire la disintermediazione da piattaforme puramente tecnologiche
– riconnessione tra esperienza di accesso all’informazione digitale e approfondimento in un contesto fisico per il quale si paga il biglietto
– rapporto tra ricerca di informazione e valore dell’informazione come bene comune

La fioritura di esperienze è destinata a scompaginare il sistema con il quale classifichiamo l’informazione e l’industria editoriale. I contesti di senso possono essere diversi, alti e bassi, internazionali e locali, settoriali e generalisti. In ogni contesto di senso si vince con interfaccia, tecnologia e sensibilità per il rapporto autori-fruitori. La rete e gli spazi fisici si stanno fondendo e può facilitare la definizione di contesti che motivano al pagamento. La qualità dell’informazione non dipende da chi la fa ma dal metodo che adotta per farla.

La nottata è stata drammatica. L’alba di un nuovo giornalismo è in corso. La luce si va diffondendo. Ma sarà una lunga giornata… L’ecologia dei media, dall’informazione all’attenzione, si deve occupare di una bonifica complicata. E una nuova concezione di sostenibilità.

The Intercept: un giornale nato per raccontare l’archivio Snowden

Nasce un giornale per raccontare l’evoluzione della storia delle intercettazioni di massa della Nsa che sono venute fuori per opera di Edward Snowden. Che scava e verifica le notizie che sono contenute nell’archivio Snowden e ancora non sono venute fuori. E che evolverà a sua volta in un giornale che parla di sorveglianza, sicurezza, privacy e così via. Si chiama The Intercept.

NòvaAJ – Cose da ricordare

Oggi è cominciata NòvaAJ. L’app si scarica sullo smartphone da App Store e Google Play. E fa scoprire più Nòva di quanta ce ne stia sulle pagine di carta. Dobbiamo imparare a usare la tecnologia del giornale aumentato per dare informazioni più complete, importanti, più adatte a interpretare la dinamica dell’innovazione. Oggi è un giorno da ricordare. Sia per quello che impareremo dall’esperienza. Sia per quello che abbiamo imparato. Tra le molte cose da ricordare, eccone sette:

1. Marco Zamperini sapeva contagiare di energia costruttiva chi gli stava intorno. La sua carica ha accompagnato i primi passi del nostro progetto: ed è qui con noi. Il nuovo inizio di Nòva è per lui.
2. Giorgio Donghi è un professionista del design digitale giovanissimo, di grande bravura, impegno, simpatia. È un piacere lavorare con lui. La sua gioia è la nostra speranza.
3. Nòva AJ non è pronta per Windows. Né per Blackberry. Questo è un cruccio. Intanto sappiamo che arriverà presto nella versione tablet. Ma non basterà. Pensare anche a chi non la può usare è un dovere. E impone di fare qualcosa.
4. Scrivere un giornale aumentato non è tecnologia. È comunque fare informazione. E l’informazione non va giudicata per gli effetti speciali. Ma senza cultura tecnologica un giornale non evolve.
5. Nòva ha senso se ha senso per chi l’adotta. Nòva è le storie degli innovatori che racconta. E impara con loro.
6. Nel numero di oggi, manca un pezzo che ci sarebbe dovuto essere. Lo avrebbe firmato Luca Dello Iacovo.
7. La comunità dalla quale Nòva emerge è un’umanità complessa: speriamo che oggi sia un po’ meglio collegata. Lavorare insieme per realizzare un progetto che ha senso è una forma di felicità.

Vedi anche:
Dicevamo di Nòva Nòva
Nòva Nòva… Cambio di passo
Nòva Nòva da progettare…

Dicevamo di Nòva Nòva… domenica il “giornale aumentato”

Gli editori devono riappropriarsi della conoscenza sulle dinamiche innovative della tecnologia. Non perché da quella emerga il loro futuro di business. Ma perché senza di quella non c’è futuro.

Gli editori attuali nascono dall’unione di due elementi: il controllo della tecnologia della stampa e il controllo del diritto d’autore per governare la relazione tra gli autori e il pubblico. L’innesto della pubblicità ha fatto il resto. Ma ora la tecnologia è sfuggita clamorosamente dal loro controllo. Il diritto d’autore è meno difeso. E la pubblicità va dove è più conveniente.

Per cambiare le cose occorre conoscere la tecnologia, riconfigurare la relazione con gli autori e il pubblico (che non sono più così nettamente distinguibili), costruire nuovi modelli di business.

La novità che Nòva introduce domenica nel suo servizio è tecnologica, anche se tentiamo di interpretarla con un design adatto al tema dell’inserto e cogliendo l’occasione per tornare ad allargare la portata dell’informazione che possiamo fornire superando i vincoli dello spazio sulla carta. L’applicazione della tecnologia della realtà aumentata sviluppata da Seac02 al servizio di Nòva con una app dedicata e con l’aiuto di NTT Data è anche un passo nella direzione di alimentare la cultura delle dinamiche tecnologiche nell’ambito di un gruppo editoriale che è già partito con slancio verso il digitale, ma che deve anche dotarsi degli strumenti per sperimentare e dunque comprendere. Speriamo che l’esperimento funzioni. Di certo, però, ci farà imparare.

Vedi anche:
Nòva Nòva… Cambio di passo
Nòva Nòva da progettare…

Nòva Nòva… Cambio di passo

Come qualcuno ricorderà, qualche mese fa è partita la riprogettazione di Nòva. Se n’è parlato in un post arricchito dalle idee di uno straordinario insieme di commentatori. Tutte quelle idee sono entrate nel progetto e hanno guidato il lavoro di realizzazione. L’innovazione di Nòva sarà progressiva. E domenica prossima se ne vedranno i primi segni. Sperando che tutto funzioni: ma nell’innovazione qualche errore serve a imparare. I commentatori, spero, interverranno, con critiche e consigli.

Data Journalism Slideshow

Guido Romeo ha tenuto la sua lezione alla Data Journalism School organizzata con Istat e Ahref. Ecco le slide, via Fabio Malagnino e Futurize. Imparare a fare data journalism sta diventando un desiderio diffuso. E una grande opportunità per chi fa informazione. Ma soprattutto per il pubblico. I dati sono cresciuti enormemente: e possono raccontare storie straordinarie a chi li apprezza.