Category informazione

Borse di studio da 3000 euro. Racconto dell’innovazione con Nòva. Ci vediamo all’università di Bologna

“Parliamo di tutto su UniBo diffusa in Romagna venerdì 16 ore 14:30 aula Ciamician Via Selmi 2″: è l’invito di Dario Braga per una discussione sul ruolo dell’università nell’ecosistema dell’innovazione emiliano-romagnolo.

In quell’occasione sarò a disposizione per raccontare tutto quello che serve sulle borse di studio da 500 euro al mese per sei mesi dedicate a chi vuole raccontare appunto l’ecosistema dell’innovazione su Nòva. A Bologna ci sono tre borse. E chi le vince conoscerà gli innovatori del territorio con l’aiuto di Kilowatt, i consigli della Fondazione Golinelli, del Comune e dell’università, e con il supporto, a Bologna, di Unipol. E poi pubblicherà quello che trova su Nòva.

Vedi anche:
Talent Garden e il Comune per i narratori dell’innovazione con le borse di studio Nòva
Come funziona questa storia dei grant da 3000 euro proposti da Nòva? Domande e risposte frequenti
Grant da 3000 euro per raccontare l’innovazione su Nòva
Nòva Grant

Alla mattina peraltro c’è l’incontro sull’innovazione sociale a Unipol ideas.

Ricordo quanto già scritto in generale sull’iniziativa:

Vuoi una borsa di studio di 3mila euro per lavorare sei mesi alla ricerca degli innovatori e raccontare quello che trovi su Nòva, Sole 24 Ore? L’opportunità è aperta, in questa prima edizione dei NòvaGrant, fino a fine gennaio 2015.

Magari ti incuriosisce. In questo caso, di certo ti domandi: “In che cosa consiste l’impegno richiesto a chi vince questa borsa”? “Quanto tempo dovrei dedicare a questa iniziativa”? “Chi mi guida nella ricerca”? “Che genere di persone dovrei incontrare”? “Come le dovrei raccontare”? “Che cosa devo fare per essere selezionato”? “Ho i requisiti richiesti”? “Come mando la mia candidatura e chi mi seleziona”? “Che beneficio ne traggo”?

Qui raccolgo le risposte a queste domande.

Se ti interessa partecipa: puoi anche mandare la tua risposta a grant.nova@ilsole24ore.com. Ma vediamo prima di che si tratta.

Perché si parla di innovazione?

Come si costruisce il futuro? Che cosa può cambiare il quadro delle possibilità offerte ai giovani, alle imprese, ai ricercatori, ai cittadini? Che cosa può accelerare la crescita dell’economia, la modernizzazione della società, il miglioramento della qualità culturale in questo paese? Come si aprono le possibilità di lavoro e sviluppo personale dei giovani in Italia? La parola sintetica di chi risponde con i fatti a queste domande è innovazione.

Ma chi la fa? Dove? Con quali mezzi? Con quale visione? E soprattutto: come si distingue la fuffa dalla realtà, quella che davvero costruisce il futuro?

Fino a che ne parlano soltanto gli esperti tra loro la questione sembra confinata agli addetti ai lavori. Fino a che ne parlano soltanto i demagoghi che se ne riempiono la bocca lascia il tempo che trova. Cambia le cose: parlane tu. Dopo aver fatto un lavoro vero per conoscere chi la fa, perché la fa, come la fa.

Se sei interessato, Nòva ha pensato a una soluzione. Ci sono alcuni sponsor dell’iniziativa: Banca Intesa, Unipol, StMicroelectronics. Questi offrono le borse. In otto città ci sono dei mentor, delle guide che di insegnano a trovare gli innovatori, a valutarne l’importanza, a entrare in contatto.

Se vinco la borsa, come si svolge il lavoro?

Chi vince la borsa lo saprà entro la metà di febbraio. Ci incontreremo intorno a quella data per conoscerci meglio e metterci bene d’accordo. Ci sarò io per Nòva e ci saranno le persone che nelle varie città si occuperanno di te.

Chi sono queste persone?

A Torino c’è l’incubatore del Politecnico, I3P: ambiente serissimo e gentile, di grande qualità, dove nascono imprese di valore e dove ci sono persone dedicate a riconoscere le buone idee e i team validi.

A Genova c’è l’IIT un grandissimo centro di ricerca di importanza mondiale, dove si fanno robot e nuovi materiali, dove le persone sono proiettate nel futuro.

A Pisa c’è il centro dell’università che si occupa di Big Data: chi impara a conoscere quello che si può fare con l’enorme flusso di dati che si sviluppano su internet trova opportunità di lavoro importanti.

A Napoli c’è il centro di progettazione della StMicroelectronics, la più grande e bella realtà dell’elettronica italiana.

A Perugia ci sono i professori dell’università per stranieri che si dedicano alla ricerca sulla comunicazione in un ambiente internazionale.

A Bologna ci sono i mentor di Kilowatt, una realtà molto attiva nell’innovazione in città e ci sono i contatti già stretti con il Comune, la fondazione Golinelli, la stessa Unipol, l’università e molte altre iniziative.

A Venezia c’è H-Farm un acceleratore di imprese innovative che si trova in un luogo magico nella campagna tra la laguna e Treviso e che è popolata da imprenditori e mentor di primissimo livello.

A Milano ci siamo noi di Nòva che ti indirizziamo a tutte le realtà locali da conoscere, con l’aiuto del Comune, di TalentGarden, della Bocconi e del Politecnico, dell’Assolombarda e di molte altre realtà locali.

In tutti questi luoghi ci saranno persone che penseranno alla tua esperienza di quei sei mesi. Ti aiuteranno a trovare gli innovatori da conoscere. A valutarne il lavoro. A comprenderne il percorso.

E poi andrai a trovare quegli innovatori, dovrai scriverne, oppure tirarne vuori un video: e in quella fase ci saremo noi di Nòva a indicarti come fare e soprattutto ad ascoltare le tue proposte. Per garantire a te e ai lettori che quello che proporrai all’attenzione del pubblico sia documentato, interessante, ben raccontato.

Insomma: in che cosa consiste l’impegno richiesto a chi vince questa borsa e quanto tempo dovrai dedicare a questa iniziativa?

Ecco come immagino che si lavori da quel momento in poi. In ogni team per ogni città facciamo un piano di un mese e mezzo con i mentor locali. Decidiamo insieme tre o quattro realtà innovative del territorio da andare a conoscere. Ciascuna di queste visite può produrre informazione da pubblicare su Nòva. Informazioni in varie forme, a scelta: intervista, video, analisi scritta, reportage, addirittura se ti piace infografica. Vediamo insieme. Ogni elemento di informazione viene visto e migliorato con Nòva in modo che se vale arrivi alla pubblicazione.

Supponiamo che ciascuno punti a pubblicare una cosa ogni due settimane. Per ogni pezzo si dovrà lavorare prima, per valutare le idee di articolo e per prepararsi all’incontro con gli innovatori. Poi si vanno a incontrare gli innovatori, si prendono appunti, si registra, si prendono eventualmente dei video. E poi si realizza il risultato.

Se questo è l’obiettivo, non ci sono orari fissi per il lavoro. Ci diamo l’obiettivo di una cosa ogni quindici giorni. All’inizio forse ci vorrà più tempo. Poi, una volta presa la mano, potrebbe essere un impegno quotidiano da mezza giornata, oppure un paio di giorni alla settimana. Ma secondo me vi piacerà tanto da volerci stare di più.

La maggior parte del tempo la passerai con i mentor o nei loro uffici. Conoscendo chi lavora con loro e lo spirito di innovazione che alegga in quei luoghi. Un po’ di tempo lo passerai con gli innovatori per conoscerli. E un po’ lo passerai scrivendo o montando i video, il che potrebbe avvenire sentendo le persone di Nòva che ti aiutano in questa parte del lavoro.

E dunque: chi mi guida nella ricerca e che genere di persone dovrei incontrare? Come le dovrei raccontare?

Ci siamo già capiti. I mentor nelle varie città ti indicano la strada. Soprattutto da dove partire. Spiegheranno prima di tutto quello che si fa nella loro organizzazione. Ma poi ti indicheranno come trovare altri anche nell’insieme del territorio. Le persone che ti indicheranno sono fondatori di startup, imprenditori, ricercatori universitari e intellettuali che hanno una testimonianza da dare sull’innovazione. Ti preparerai a incontrarli e poi li racconterai con un video o con un testo. O altre forme che ti verranno in mente e ci proporrai. Nòva ti aiuterà a scrivere o produrre informazione valida. Ricordati che tutto deve essere documentato e che nella produzione per Nòva il tuo pensiero deve essere prima di tutto rivolto al lettore.

Che cosa devo fare per essere selezionato? Ho i requisiti richiesti? Come mando la mia candidatura e chi mi seleziona?

Per essere selezionato devi essenzialmente dimostrare di aver capito lo spirito dell’iniziativa e di avere le motivazioni giuste. In generale dovresti essere agli ultimi anni dell’università o averla finita da un anno. Ma la motivazione conta di più dello statuto di studente. Manda la tua candidatura e le informazioni che ti descrivono a questa mail: grant.nova@ilsole24ore.com (basta che metti nel subject della mail il nome della città che ti interessa).

Che beneficio ne traggo?

In questo percorso imparerai che cosa fanno gli innovatori, come ragionano e che cosa vedono per il futuro. Ti farai conoscere da loro. E tu ti farai un’idea di loro. Nel tempo questo potrebbe farti scorprire che cosa vorresti fare e magari aprirti qualche importante opportunità. Imparerai a leggere criticamente le notizie sull’innovazione e a non credere ciecamente alla fuffa, ma saprai anche appassionarti alla vita vera e reale dell’innovazione. E poiché questa è la strada maestra per costruire il futuro, comincerai a vederne la parte che ti potrebbe interessare. Magari, imparando a esprimerti per Nòva, infine, imparerai un linguaggio utile per molte altre attività che vorrai svolgere.

Se ti interessa prova a partecipare alle selezioni. Ti ricordo che hai tempo fino al 31 gennaio. Ma non fare tutto l’ultimo momento.

Ancora una volta: manda la tua risposta a grant.nova@ilsole24ore.com (basta che metti nel subject della mail il nome della città che ti interessa).

Se hai altre domande scrivile qui nei commenti.

L’attacco via internet alla fabbrica in Germania. E la responsabilità di dare le notizie

Un attacco violento via internet contro una fabbrica siderurgica in Germania ha provocato danni fisici all’impianto (Secutiry Affairs). Il pericolo è sempre stato parte dell’attività umana ma quello che preoccupa è la nuova dimensione tecnologica della violenza: i gruppi terroristici o criminali possono realizzare azioni devastanti semplicemente sapendo come usare internet.

Una notizia come questa ha diverse conseguenze. Aggiunge paura, rende maggiormente consapevoli della delicatezza di tutte le procedure di sicurezza che si impongono in azienda o nelle altre organizzazioni, può generare emulazione da parte di altri gruppi più o meno organizzati per fare del male… Bilancio? Forse serve più alla difesa che all’attacco: perché in fondo la violenza ha funzionato perché qualcuno è cascato in una trappola spear-fishing (mail fraudolenta mirata a un’organizzazione); mentre non offre particolari informazioni in più a chi vorrebbe emulare quell’azione ma non sa come fare un attacco del genere. E’ bene pubblicarla dunque. Ma…

Dare le notizie quando ci sono (verificate, documentate, accuratamente descritte): sembra una responsabilità ovvia di chi fa informazione, ma ormai non è più una regola sufficiente. Perché le notizie hanno conseguenze diverse nei diversi contesti nei quali arrivano. E possono avere conseguenze positive o negative sull’azione umana. Conseguenze? Occorrono tre approfondimenti seri e importanti nella cultura della produzione di informazioni (imho):

1. Mondi di senso. I casi delle decapitazioni o della brutale freddezza dell’assassino del poliziotto a Parigi (Mante) insegnano che non tutto viene pubblicato da tutti. Perché le notizie sono molte e una scelta delle notizie costituisce un mondo di senso che ha delle conseguenze sull’identità dell’organo di informazione e sulla qualità della comunità che lo utilizza. In rete, più o meno, c’è tutto: ma i diversi organi di informazione creano mondi di senso scegliendo le notizie e la forma con le quali vengono date. I click-bait creano mondi di senso di bassa qualità intellettuale e alta efficacia nella generazione di traffico. Ma non sono l’unica strategia possibile per il successo di un organo di informazione. Per favorire la diversità, occorre moltiplicare le forme di valutazione del successo in rete e altrove: la misurazione della quantità di traffico non può essere l’unica base analitica da utilizzare. Su questo occorre una riforma degli analytics che vada verso la misurazione anche della qualità.
2. Bilanciamento. Le redazioni e le persone che fanno informazione e selezionano le notizie da offrire al pubblico fanno – implicitamente o esplicitamente – un bilancio delle conseguenze positive e negative delle notizie. Se tengono conto solo degli effetti positivi o negativi per le organizzazioni stesse non sono organi di informazione civicamente sensati: sono soltanto meccanismi tecnologici adatti a raccogliere traffico e attenzione o potere e denaro. Se tengono conto anche degli effetti positivi o negativi per la comunità alla quale si rivolgono entrano in una dimensione di ragionamento ipercomplessa che merita una quantità di nuovi capitoli per sviluppare la “cultura giornalistica” e il metodo dell’informazione. Oltre a documentazione, verifica, indipendenza, accuratezza, completezza, questo genere di disciplina ha bisogno di una riflessione metodologica sull’analisi del bilancio delle conseguenze della pubblicazione.
3. Responsabilità. Una scorretta gestione della coerente costruzione di mondi di senso e una imprecisa o poco meditata analisi del bilancio delle conseguenze della pubblicazione implica delle responsabilità per l’organo di informazione e le persone che lo portano avanti? Le regole del gioco che ci sono già sono più che sufficienti per la maggior parte delle situazioni. Non vanno modificate a caso (vedi ad esempio #nodiffamazione). E probabilmente vanno rese ancora più chiare e stabili, con la bussola ispirativa dei diritti umani. Nel nuovo contesto servono fondamentalmente nuove autoregolamentazioni, basate su culture professionali e civiche più avvertite dal punto di vista epistemologico e su pratiche trasparentemente dichiarate nella costruzione dei mondi di senso (incarnate nelle promesse contenute nelle linee editoriali). Forse anche il bilancio tra i pro e i contro della pubblicazione può essere reso esplicito.

Di certo c’è solo una considerazione. Fare informazione è più facile – le barriere all’entrata si sono abbassate, le tecnologie sono disponibili, le cose interessanti e importanti da dire sono nella disponibilità di moltissimi cittadini – e la diversità delle fonti di informazione è un arricchimento. Ma il pensiero metodologico che sottende questa attività, la conoscenza delle strutture mediatiche e delle regole da seguire, l’amore per i diritti umani e per la conseguenza pubblica dell’informazione, discendono da discipline che occorre rendere contemporaneamente più sofisticate e più conosciute. Non sono questioni da giornalisti. Sono questioni da cittadini. Non è una faccenda che possa restare confinata nel mondo del giornalismo professionale (che tra l’altro ne avrebbe certamente bisogno): deve diventare cultura condivisa. Anche perché il pubblico consapevole riconosce gli organi di informazione consapevoli. E alimenta il successo della qualità.

Un’inchiesta fantastica sulla sorveglianza a Oslo

Bellissima inchiesta dell’Aftenposten sulla sorveglianza a Oslo. A quanto pare, qualcuno ha piazzato delle false “stazioni base” per le telecomunicazioni piazzate vicino ai palazzi della politica norvegese che erano in grado di intercettare qualunque utilizzo di cellulari nella zona. La rilevanza dell’inchiesta sta nel suo contenuto, nella forma usata per raccontarlo e nella chiara ed esplicita metodologia usata per fare la ricerca. Inoltre, si tratta di una storia che potrebbe aprire la strada a scoprire che lo stesso avviene in molti altri posti.

Secret surveillance detected in Oslo

Norway’s prime minister and members of parliament may be subject to secret surveillance by means of fake mobile base stations in the centre of Oslo.

Investigations made by Norwegian daily Aftenposten during the past weeks have revealed a number of fake base stations on several locations, in and around the Norwegian capital. They were detected around the parliament building Stortinget, near several ministries and the prime minister’s residence in Parkveien.

Conversations and data may be monitored
The fake mobile base stations, known as IMSI-catchers, may be used for listening in on conversations and monitoring all kinds of mobile activity in the areas affected. The person running the equipment may in principle register anyone entering parliament or the government offices. The operator can easily select certain persons for eavesdropping.

L’inchiesta in norvegese e g-tradotta in inglese

Tecnologia per trovare le false stazioni base: progetto basato su Android. Come funziona e quanto costa un IMSI catcher.

Grant da 3000 euro per raccontare l’innovazione su Nòva

C’è tempo fino al 31 gennaio per iscriversi alle selezioni per avere il grant da 3000 euro e partecipare alla narrazione dell’innovazione su Nòva con la guida di ottimi mentor in otto città: Milano, Torino, Genova, Pisa, Napoli, Perugia, Bologna, Venezia. Il programma è aperto e altre borse potranno essere offerte in futuro. Per conoscere i particolari della proposta si possono consultare le pagine di NòvaGrant.

Chi otterrà i grant potrà cercare gli innovatori nel territorio intorno alla città che ha scelto con l’aiuto dei mentor locali – persone che lavorano negli acceleratori e nelle università – e ne racconterà la storia su Nòva. Il tutto per un periodo di sei mesi. Il progetto è pensato per far fare a chi vince il grant un’esperienza importante e uscirne con una profonda conoscenza dell’ecosistema dell’innovazione e delle opportunità che offre. Sarà interessante incontrare e fare domande agli imprenditori, agli startupper, ai ricercatori per raccontare bene quello che dicono.

Se ci sono problemi a caricare i documenti, si possono mandare direttamente alla mail grant.nova@ilsole24ore.com (basta aggiungere nel subject il nome della città che si sceglie)

Grazie a chi ha segnalato l’opportunità:
Studenti.it
Mettersi in proprio
Ti consiglio
Città della scienza
Ponte di piave
Clic Lavoro Veneto
I3P
Impronta Etica
Balarm
Genova Today
FunkyPrize
Finanza Utile
Alumni Cesare Alfieri
FreeNewsPos
Hub
Confindustria Campania
Article
Yondudir
Il notiziario
Noodls
Politocomunica
CityFreeProject
UnindustriaReggioEmilia
IIT

I corsi di Ventuno sono “beni esperienza”

I corsi si distinguono in base alla qualità dei docenti. E i docenti della neonata scuola di Ventuno (numero dedicato al nostro secolo) sono di grande qualità.

Sembrano dedicati a giornalisti. Ma proprio la stessa ragione per cui il giornalismo si diffonde molto oltre il business dei giornali (che avendo perso il monopolio delle notizie non se la passano tanto bene) spiega perché questi corsi di Ventuno servono a professionisti diversi: servono a chiunque voglia gestire siti, capire fatti, condividere informazioni per sviluppare un suo business.

In bocca al lupo all’iniziativa (I corsi di Ventuno).

Definizioni di bilancio facili da usare

Ok non si tratta di cose complicate. Ma vale la pena di essere tutti d’accordo su certi termini e definizioni nel bilancio. La narrazione base di un’impresa è in fondo quella che si ottiene andando a leggere i dati che riguardano le variabili contenute in questa presentazione.

National security archive. Per il diritto di sapere (tema caldo in tempi di diritto all’oblio)

Gli archivi non cessano di affascinare. Il National security archive della George Washington University raccoglie i dati e le storie desecretate in America. Il sito è super-interessante. Finestre su storie politiche documentate che in passato erano troppo impopolari per essere rese pubbliche.

La politica americana non ha certo raccontato ai contemporanei come ha preparato il Golpe contro Allende in Cile. O come ha vissuto il genocidio del Ruanda. O come ha operato attraverso i servizi segreti nel corso del 1947-1948 in Italia, dove i comunisti avanzavano. Il National security archive mette in luce i documenti che oggi si possono leggere. E combatte contro i segreti che restano tali, come il comportamento della Cia nel corso della crisi della Baia dei porci.

Si tratta di notizie che abbiamo diritto di sapere. E anche in Italia ci vorrebbe uno strumento così. Con tutti i segreti spesso macabri della nostra politica che abbiamo finito – per così dire – per assorbire nell’inconscio collettivo italiano, liberarci significa anche sapere. Il diritto di sapere è democratico.

Almeno tanto quanto il diritto all’oblio. La differenza, di solito, si fa sulla base del valore pubblico delle informazioni critiche: se un privato sconosciuto cittadino vuole proteggere la sua riconquistata onorabilità facendo togliere i link che portano alle informazioni sui suoi guai passati dal motore di ricerca ha il diritto di farlo, dice la Corte Ue. Le è una persona pubblica non ha lo stesso diritto. Va bene.

Il fatto è che la storia si comprende andando a vedere sia le storie dei grandi uomini politici sia le storie dei comuni cittadini. La storia non ha confini se non quelli che impone la mancanza di curiosità. E poi chi dice che una persona ha valore pubblico?

La soluzione trovata finora dalla Corte Ue e da Google è abbastanza insoddisfacente. Dobbiamo andare oltre. Domande: l’algoritmo potrebbe dare un peso diverso alle storie passate ma non eliminarle dalla ricerca? oppure potrebbe imporre ai risultati delle ricerche sulle persone di apparire in una pagina in modo da dare al primo sguardo le notizie vecchie e nuove senza fermarsi solo a quelle molto linkate in passato? Queste o altre idee migliori potrebbero salvare il diritto di una persona ad avere un’immagine digitale completa e non parziale, ma anche il diritto della cittadinanza all’accesso ai documenti che consentono di sapere, o almeno di ricostruire, con qualche fatica in più forse, tutte le storie possibili.

Martin Hilbert. Quanta conoscenza è registrata in digitale

Quanta conoscenza è registrata in digitale? Era il 25% nel 2000, è il 98% oggi, Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth in Big Data. Martin Hilbert fa i conti, alla Annenberg dell’università di California (link ai paper). E in questo video riassume i numeri principali.

Big Data: cambiamento delle osservazioni e continuità dell’epistemologia

Una bella discussione sull’epistemologia dei Big Data è stata riassunta dall’Economist.

Si fa riferimento, per esempio, alla hubris dei superentusiasti che – come Wired – hanno parlato di “fine della teoria”. La loro idea è che se possiamo disporre di masse enormi di dati sull’universo di riferimento invece che di campioni potremo limitarci a osservare la realtà invece di ipotizzare e teorizare. È un errore concettuale. L’osservazione di molti dati invece che l’inferenza da pochi dati cambia il modo con il quale si arriva all’ipotesi e alla teoria, non cambia la sostanza ipotetica di ciò che impariamo dai dati.

Inoltre, la fiducia nel fatto che si possano avere tutti i dati sull’universo può condurre ad abbassare il livello di critica della qualità dei dati. I campioni sono scelti in modo da ridurre al minimo le distorsioni; i grandi volumi di dati possono invece contenere distorsioni forti. Prendiamo per esempio i dati che si registrano da tutti gli utenti Vodafone per conoscere gli spostamenti degli italiani. È possibile che siano talmente tanti da non differire molto dall’universo. Ma non si può non tener conto che non corrispondono all’universo e che ci potrebbe essere una relazione tra il comportamento degli utenti Vodafone e il fatto che hanno scelto Vodafone – piuttosto che Tim, 3 o Wind – come provider di telefonia mobile. Abbassare il livello di critica sui dati può condurre a conclusioni sbagliate che i campioni evitano proprio per come sono costruiti.

Infine, le correlazioni tra i fenomeni che si osservano con i Big Data non sono necessariamente giuste. A scuola di statistica insegnano che una delle correlazioni più provate della storia è la correlazione tra il numero di medici e il numero di malati. Considerare quella correlazione come la prova che i medici fanno ammalare la gente sarebbe un errore. Ci sono correlazioni con altre realtà che spiegano meglio l’osservazione: per esempio, il fatto che dove ci sono i medici i malati vengono registrati e dunque i loro dati entrano nelle rilevazioni, mentre dove non ci sono medici i malati non si sa neppure che esistano.

In generale, siamo preparati a cercare e trovare nei Big Data quello che la nostra cultura, la nostra epistemologia, la nostra curiosità, il nostro apparato teorico ci indirizzano a cercare e trovare.

A parte questo, però, i Big Data consentono di sviluppare una nuova matematica che fa emergere schemi e pattern che in altri modi non potrebbero venire fuori. Si tratta di una ricchezza straordinaria per la conoscenza. Ne possono emergere nuovi mestieri, nuove imprese, nuove scoperte. Ma il senso critico, l’approccio scientifico, il rispetto per la qualità dei dati, resteranno una condizione indispensabile per ottenere conoscenza dotata di senso.

Vedi anche:
Il libro di Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth
Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti

Big data all’europea. Partita aperta. Perché no?
Big Data… Strategia europea cercasi
SMALL, MEDIUM, BIG DATA: per un’archiettura consapevole, decentrata, interoperabile

Che cosa pensereste se vi dicessero che in Italia i Big Data non esistono?
E se invece i Big Data esistessero? Una risposta al post di ieri

Statistiche ufficiali e Big Data. Cercando proposte

Segni di libertà, in un periodo difficile per la rete

In un periodo che talvolta sembra difficile per la libertà di espressione e innovazione delle persone su internet (Patel), godiamoci due segnali di sollievo.

La commissione che assegna il Pulizer ha deciso di sfidare il giudizio del governo americano su Snowden e ha premiato Guardian e Washington Post, i giornali che hanno contribuito alla diffusione dell’informazione sulle massiccie indagini invasive effettuate dall’Nsa (LaStampa).

In Iran la primavera dell’informazione del 2009 che il governo locale ha saputo – purtroppo – reprimere usando una strategia più intelligente della semplice censura (infiltrati, spie, analisi delle foto dei contestatori e altre tecniche) sembra sul punto di tornare in voga (IranMediaProgram Annenberg).

Promemoria: una delle questioni da tenere accese in vista delle elezioni per il Parlamento europeo è la richiesta di attenzione per la netneutrality, una delle condizioni da salvaguardare per la manutenzione delle libertà di espressione e innovazione in rete.

Discorsi sul metodo. La scienza insegna che anche la critica dura è costruttiva. Mentre la fretta è una trappola

Si allunga la serie di articoli e studi scientifici dedicati alla difficoltà che la scienza sta incontrando nell’applicazione del metodo scientifico. È un dibattito fondamentale. E molto istruttivo per tutti coloro che anche a titolo molto meno alto lavorano alla generazione di conoscenza.

Tutto è partito da un’osservazione di John Ioannidis:

In 2005 John Ioannidis, an epidemiologist from Stanford University, caused a stir with a paper showing why, as a matter of statistical logic, the idea that only one such paper in 20 gives a false-positive result was hugely optimistic. Instead, he argued, “most published research findings are probably false.” As he told the quadrennial International Congress on Peer Review and Biomedical Publication, held this September in Chicago, the problem has not gone away.

L’Economist aveva ripreso e riassunto il dibattito. E ora una nuova puntata sul sito di Burroughs Wellcome Fund.

Una delle preoccupazioni sottostanti al dibattito è che la fretta di pubblicare per mantenere il passo dei tempi richiesti dalle logiche del finanziamento alla ricerca, per stare al ritmo dei congressi scientifici, o semplicemente per fare bella figura e candidarsi a premi, promozioni, assunzioni… insomma l’umanissima ambizione degli scienziati incanalata dai tunnel informativi e comunicativi che sono propri del loro mondo abbassa la soglia dei controlli sulla qualità dell’informazione e della conoscenza che producono. La difficoltà di riprodurre gli esperimenti dei quali si parla negli studi citati deriva probabilmente anche da questo.

Comunque è altrettanto istruttivo che il controllo peer-to-peer prima o poi fa venire fuori questo insieme di errori. Anzi forse è ancora più istruttivo.

Se in un mondo tanto controllato e colto sul piano metodologico come quello degli scienziati si fanno tali errori e si rischia tanto di affermare idee poco provate, è ovviamente probabile che questo avvenga con ancora maggiore frequenza tra coloro che partecipano all’informazione senza tanta preparazione epistemologica ma con altrettanta fretta.

Per questo era – e resta – importante la pratica di confrontare e collegare le informazioni tra blogger, giornali, esperti e altro. Il peer-to-peer è anche in questo caso una fonte di conoscenza di per sè, perché può alzare il livello del controllo, rendendo collettivamete più probabile il miglioramento dell’informazione individuale (purché sia fatto con metodo e continuità: link tra blogger, confronto costruttivo sui dati, evoluzione del rapporto con i giornali tradizionali in senso simbiotico, e così via). La fretta non aiuta. Il metodo sì.

Vedi
Economist: Has the ideas machine broken down?
Edge: what should we be worried about?
E vedi anche
Aza, Picchio, Fabio, Flaviano. Un lavoro di collegamenti sull’azienda del futuro: GG, Mauro, EndofAdv, I4e.

Intanto, Nòva..

Se non fosse che me ne occupo, forse racconterei di più del sito di Nòva. Con l’umiltà che merita un percorso lungo e complicato per migliorare il servizio. Cito quello che c’è sul Sole, mentre chiudo l’inserto cartaceo…

“L’introduzione dell’applicazione NòvaAj, la sezione dedicata all’innovazione del Sole 24 Ore ha “aumentato” l’informazione senza moltiplicare le pagine. La tecnologia della realtà aumentata si è trasformata, con Nòva, nel giornale aumentato. Tutti gli articoli visibili solo con la app, però, hanno fatto sorgere un’esigenza: quella di recuperarli, rileggerli, collegarli tra loro.

Il nuovo sito di approfondimento di Nòva serve a questo. Tutti gli articoli di Nòva si ritrovano, aggregati in contesti che tentano di unire i puntini, e valorizzare il senso della ricerca degli innovatori ai quali l’inserto è dedicato.

È un nuovo passo nell’evoluzione del giornale. Un passo di servizio. Destinato a dare la possibilità di creare altri servizi. Speriamo che i lettori possano apprezzare questa evoluzione. E che l’accompagnino, suggerendo nuove vie”.

I fatti sono quello che abbiamo in comune

Un articolo dell’Economist registra la grande trasfirmazione nel sistema dell’informazione sui fatti di attualità.

Ne abbiamo esperienza in molti paesi occidentali:
1. i giovani vedono sempre più le notizie online, anche se non soprattutto in video
2. importanti giornalisti e numerosi giovani professionisti lasciano perdere la prospettiva di lavorare per un grande giornale tradizionale e partecipano alle nuove iniziative, specialmente se low cost, high quality
3. le nuove piattaforme e i nuovi linguaggi tendono a offrire notizie in modo più divertente, immediato, con l’aiuto dei social network per la diffusione
4. i cittadini che partecipano alla ricerca di notizie sono in aumento
5. i giornali tradizionali che reagiscono meglio tentano di innovare su tutti i campi (tecnologia, linguaggio, gamification, condivisione, data visualization, ecc)
6. i giornalisti occupati nei giornali tradizionali diminuiscono drasticamente.

Mentre tanti aspetti dell’informazione cambiano, resta e si rafforza il bisogno di consapevolezza sul metodo che qualifica la ricerca di informazione in modo tale da renderla capace di generare una conoscenza confivisa su cone stanno le cose: i principi dell’accuratezza, indipendenza, completezza, legalità cui il metodo necessario alla ricerca di informazioni di qualità si ispira sono sempre più importanti.

Servono a qualificare le notizie come fatti. E i fatti come ciò che abbiamo in comune. Ci si può dividere sull’opinione. C’è bisogno di andare d’accordo su come stanno le cose.

Angelo Agostini

Era un maestro. Di quelli che restano come un punto di riferimento per tutta la vita. Generazioni di giornalisti, a Bologna, a Lugano, a Milano, hanno compiuto con Angelo Agostini i primi passi sulla loro strada. I suoi ragazzi lo sapevano: fino a che non vedeva che i suoi studenti si erano avviati a cogliere qualche opportunità, anche finito il corso non li lasciava soli. Sapeva far sentire la mano forte dell’esperienza e la gentilezza umile della solidarietà umana. Incoraggiava – burbero sognatore – i ragazzi e le ragazze che si sentivano attratte da questa professione maledetta. Insegnava con l’esempio e le parole che la durezza di quella carriera aveva senso solo se affrontata sulla scorta di un’insensata rettitudine.

Era un innovatore. Si affacciava con l’entusiasmo di uno dei suoi giovani allievi a ogni finestra sul futuro del giornalismo. Aveva scoperto l’html e il web nel 1995 animando fin dall’inizio Reporters Online. Aveva esplorato come un ricercatore l’evoluzione della professione. Aveva dedicato la sua combattiva direzione di Problemi dell’Informazione alla ricerca delle conseguenze della grande trasformazione che coinvolge il giornalismo, come ogni altra attività della generazione di conoscenza. Aveva contribuito al successo del Festival del Giornalismo di Perugia con la sua visione e partecipazione costante. Dimostrando che il giornalismo può adattarsi al cambiamento solo se approfondisce la fedeltà a ciò che non cambia nella qualità dell’informazione. E con Ahref aveva lavorato alla diffusione di quel metodo di ricerca tra i cittadini, partecipando alla fondazione dei media civici.

Era un amico. Ne ero orgoglioso.

News, editoria: una nascente industria sostenibile

Nella produzione di notizie ci sono alcuni argomenti imprescindibili:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico

La scommessa fondamentale è che di notizie c’è sempre più bisogno e quindi c’è un’industria in crescita, potenzialmente, da qualche parte. Ma va pensata. E può diventare il luogo economico nel quale si sviluppano anche le competenze acquisite dalla vecchia editoria.

La ricerca condotta e comunicata via Twitter da Marc Andreessen ha riacceso l’attenzione. Questi alcuni link per averne una veloce visione:

The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place
Marc Andreessen on the future of the news business
Marc Andreessen talks about the evolution of the news business and why he is optimistic
Marc Andreessen: The ‘problem with local news is most people don’t care’
Marc Andreessen Thinks the News Business Is About to Grow Tenfold
Il valore dei media digitali in discesa e la ricerca dei business model
Marc Andreessen’s 8 business models for journalism

Il dibattito sull’industria dell’informazione, quello che un tempo si chiamava il settore dell’editoria giornalistica, avanza e si sviluppa su diverse direttrici che riguardano la tecnologia, la partecipazione dei lettori attivi alla produzione di informazione, la dimensione social, la pubblicità, le forme di finanziamento alternative. Le scuole di pensiero sono molte e i punti di riferimento comuni ancora da sviluppare: una parte del mondo pensa con le categorie del secolo scorso (vendita di contenuti e pubblicità tabellare), una parte del mondo pensa con le categorie della tecnologia, una parte del mondo pensa a cercare i soldi in ogni modo possibile, con molto pragmatismo e una certa propensione a lasciar perdere il lato strategico.

Il cambiamento strutturale è talmente profondo, però, che non possiamo che partire da lì per fare ordine. Sapendo che l’unica certezza è che assistiamo a una fioritura di modelli diversi, alla necessità di conoscere la tecnologia e lavorarci con precisione, alla riemersione dei valori fondamentali della generazione di informazione per un certo tempo sommerse dalla quantità di soldi che l’editoria tradizionale riusciva a fare con la pubblicità.

I punti di riferimento:
1. le risorse scarse sono governate molto più dal pubblico che dagli editori
– nel mondo precedente la risorsa scarsa era lo spazio sul quale pubblicare: era governato dagli editori; oggi le risorse scarse sono il tempo, l’attenzione, la capacità di riconoscere rilevanza nelle informazioni: sono governate dal pubblico.
2. la cultura tecnologica è parte integrante di qualunque soluzione
– la dinamica trasformativa attivata da internet è ancora in ebollizione; il successo di molte iniziative nate cogliendo le opportunità offerte dalla rete è tale da aver spostato gli equilibri in tutta l’industria; ogni nuova strategia non può prescindere dalla conoscenza delle tecniche e delle tecnologie che servono il traffico, alimentano l’innovazione del linguaggio, consentono di studiare il rapporto tra interfaccia e risultato comunicativo, e così via; conoscere la tecnologia non significa solo saperla usare, significa saperla innovare
3. la conoscenza della dinamica dei media interdisciplinare è necessaria a qualunque approccio specialistico
– il valore che le iniziative editoriali possono sviluppare, conoscendo a fondo la tecnologia per innovare, è ricostruire le dinamiche della rilevanza in un’ottica consapevole del fatto che si serve un pubblico enormemente più potente, che può scegliere e che possiede le risorse scarse fondamentali; la riflessione è sulla costruzione di contesti di senso, di velocità di servizio, di partecipazione di ciascuno come attore e fruitore del sistema dell’informazione.

In questo contesto gli otto modelli di business emergenti proposti da Andreessen possono essere discussi:
1. Giornalismo di qualità pensato per pubblicità di qualità
2. Conquistare la voglia dei lettori ad abbonarsi e a pagare per prodotti di valore
3. Contenuti premium, che valga la pena di acquistare («Ancora: valore = $»)
4. Puntare su conferenze ed eventi dal vivo
5. Investire su più canali
6. Pensare al crowdfunding («Enorme opportunità per il giornalismo imvestigativo»)
7. Offrire la possibilità di pagare in Bitcoin per micropagamenti
8. Tenere d’occhio la tendenza alla filantropia (sulla scorta di ProPublica e FirstLookMedia di Omidyar)

In sintesi tre filoni di sviluppo sui modelli di business:
– contesti che valorizzano l’informazione in modo tale da non subire la disintermediazione da piattaforme puramente tecnologiche
– riconnessione tra esperienza di accesso all’informazione digitale e approfondimento in un contesto fisico per il quale si paga il biglietto
– rapporto tra ricerca di informazione e valore dell’informazione come bene comune

La fioritura di esperienze è destinata a scompaginare il sistema con il quale classifichiamo l’informazione e l’industria editoriale. I contesti di senso possono essere diversi, alti e bassi, internazionali e locali, settoriali e generalisti. In ogni contesto di senso si vince con interfaccia, tecnologia e sensibilità per il rapporto autori-fruitori. La rete e gli spazi fisici si stanno fondendo e può facilitare la definizione di contesti che motivano al pagamento. La qualità dell’informazione non dipende da chi la fa ma dal metodo che adotta per farla.

La nottata è stata drammatica. L’alba di un nuovo giornalismo è in corso. La luce si va diffondendo. Ma sarà una lunga giornata… L’ecologia dei media, dall’informazione all’attenzione, si deve occupare di una bonifica complicata. E una nuova concezione di sostenibilità.